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n. 3 MAGGIO-GIUGNO 2009

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MINORI
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Media e Social Network
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COMUNICAZIONE
Vita bassa, magia e insicurezza
FULVIA DEGL’INNOCENTI

NARRATIVA / SAGGISTICA / CISF

RIVISTE / MONDO

 

PASTORALE / PER I RISPOSATI

Divorzio e coscienza

di don Marco Baleani
(teologo e pedagogista)

 

La proposta pastorale della Chiesa ai propri figli divorziati-risposati potrebbe essere quella di un cammino penitenziale di ampia durata sul modello del catecumenato, al termine del quale concedere loro di accostarsi ai sacramenti. Si tratta, poi, di riflettere su chi ammettere a tale percorso e come configurarlo.
  

Pubblichiamo la seconda parte del documento "Divorziati risposati: dalla riflessione morale una proposta pastorale", in cui l’autore approfondisce una questione che continua a essere un nervo scoperto all’interno della Chiesa cattolica. Il testo che stiamo proponendo formula una proposta basata su un interessante approfondimento della teologia che soggiace al sacramento della penitenza e alle sue implicazioni per la coscienza del credente. (Pietro Boffi)

LA RIFLESSIONE MORALE SULLA RESPONSABILITÀ SOGGETTIVA

La tradizione morale ha sempre distinto tra la colpa oggettivamente grave e la responsabilità soggettiva della persona. Perché vi sia peccato mortale è necessaria la compresenza di tre fattori: materia grave, piena avvertenza, deliberato consenso(1). Inoltre, vanno valutate le circostanze e l’intenzione di chi agisce; è nota la discussione in teologia morale sul rapporto tra azione e intenzione dell’agente(2). È comunque certo che un atto oggettivamente grave – e che tale rimane – potrebbe essere commesso con responsabilità diminuita o anche senza responsabilità(3).

Nel caso dei divorziati risposati, la responsabilità morale va valutata in ordine a tre diverse situazioni: la rottura del vincolo matrimoniale, la decisione di intraprendere una nuova unione e la sua attuazione, il mantenimento della condizione di unione irregolare.

  • La rottura del vincolo matrimoniale.

Il coniuge può essere responsabile della rottura del vincolo; oppure può averla subita; più frequentemente vi è una corresponsabilità. Se la persona non inizia una nuova unione, non vi sono difficoltà all’ammissione ai sacramenti sulla base del pentimento e della volontà di riparazione corrispondenti alla propria responsabilità e alle possibilità oggettive di riparazione nella situazione concreta(4).

  • La decisione di intraprendere una nuova unione e la sua attuazione.

Le situazioni possono essere molto diverse; ad esempio si va da chi ha divorziato per propria colpa, danneggiando gravemente il coniuge e la famiglia, non si è pentito del proprio comportamento né ha cercato di rimediare, ove fosse stato possibile, fino al caso di chi ha cercato di salvare in ogni modo il proprio Matrimonio, ha poi subito la separazione e il divorzio e si è risposato per provvedere in primo luogo al bene dei figli. È importante richiamare qui la situazione particolare – che può essere anche frequente nel contesto sociale attuale – di quanti hanno contratto il primo Matrimonio su basi deboli, mentre contraggono la nuova unione sulla base di una significativa maturazione personale. Ciò può riguardare sia la maturità psicologica, che può essere cresciuta e aver dato vita a un nuovo rapporto di coppia su basi di consapevolezza e di relazionalità migliori rispetto al precedente; sia la maturità spirituale che può essere cresciuta attraverso una esperienza di fede e di riavvicinamento alla vita cristiana progressivamente ritrovata e precedentemente assente.

È in relazione a quest’ultima situazione che lo stesso Papa Benedetto XVI si è interrogato in un incontro con i sacerdoti della diocesi di Aosta: «Direi particolarmente dolorosa è la situazione di quanti erano sposati in chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo Matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal sacramento. Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ho invitato diverse conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede.

Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale, non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito. Ma data la situazione di sofferenza di queste persone, è da approfondire»(5). In questa riflessione, però, abbiamo scelto di non percorrere la strada della verifica dei criteri di indissolubilità del vincolo, ma quella della responsabilità soggettiva per il passo compiuto. Va detto che la decisione di iniziare una nuova unione, anche nel caso in cui vi fosse la convinzione della non piena sussistenza della precedente, contraddice la disciplina ecclesiale e viene attuata anche sapendo che non sarà possibile celebrare il sacramento del Matrimonio e che ciò comporterà il divieto di ricevere i sacramenti. Di fatto tale decisione antepone le necessità dell’amore umano alle necessità dell’amore per Dio, almeno sotto il profilo della vita sacramentale. Si tratta, dunque, di una decisione che può essere configurata dal punto di vista oggettivo come colpa grave.

Tuttavia, sotto il profilo della responsabilità soggettiva si possono introdurre diverse variabili. Per esempio: qual è, sotto il profilo religioso, la consapevolezza delle persone coinvolte? Quanto influiscono i condizionamenti culturali? Quanto influiscono i bisogni affettivi, o anche di mutuo soccorso o a favore dei figli? Quella che dal punto di vista oggettivo è certamente una scelta non lecita, nel contesto socio-culturale attuale può essere indotta da tali e tanti fattori condizionanti che possono influire sulla responsabilità personale e richiedono una analisi di altri aspetti che stanno alla radice di tale scelta, sui quali si dovrebbe lavorare a monte. Infatti, la Chiesa non parla più di "pubblici peccatori" come faceva in passato.

Per il nostro assunto la decisione per una nuova unione e la sua attuazione rimane oggettivamente grave, ma in alcuni casi può essere meno grave – o forse anche non imputabile – dal punto di vista soggettivo(6). Qualora si tratti di una decisione soggettivamente colpevole, oppure qualora, grazie alla maturazione personale, vi sia una successiva acquisizione di consapevolezza sulla negatività della decisione precedente, è possibile la via del pentimento, ma può esservi (come vedremo nel punto seguente) la difficoltà della riparazione; qualora invece la responsabilità soggettiva sia limitata – o addirittura la scelta possa configurarsi come non imputabile – la coscienza difficilmente può aprirsi alla revisione radicale della scelta effettuata. Tuttavia la Chiesa non può consentire (legittimare) una tale decisione, perché essa è in contrasto con la verità oggettiva dell’alleanza sponsale precedente e perché fra battezzati non può darsi unione matrimoniale che non sia anche sacramento: lo esige la vocazione cristiana, che comporta anche una esigenza morale più forte che deriva dal Battesimo(7).

  • Il mantenimento della condizione (stato) di unione irregolare

Il pentimento per il peccato commesso e il proposito di non commetterlo ancora, dopo un diligente esame di coscienza, costituiscono la condizione necessaria e sufficiente perché il confessore conceda l’assoluzione. Se, però, vi è una condizione (o "stato") di peccato (come una relazione extraconiugale, oppure, ad esempio, l’appartenenza a un gruppo dedito ad attività immorali, ecc..), non vi sono le condizioni per l’assoluzione, se il penitente non si impegna a mettere termine a tale condizione. Infatti è la condizione stessa a costituire una sorta di "peccato prolungato" o di occasione prossima per il peccato. Il caso dei divorziati risposati in passato rientrava in tale circostanza. Il Magistero oggi riconosce che una scelta oggettivamente in contrasto con la verità sul Matrimonio (quindi dalla Chiesa non autorizzabile), può produrre degli effetti che rendono molto difficile o anche ingiusto tornare indietro: ad esempio il bene dei figli, ma anche le necessità di reciproco sostegno fra i risposati(8). Inoltre, è opportuno richiamare anche in questo caso quanto già detto sull’evenienza di una maggiore maturità personale e/o di una riscoperta della fede nell’ambito della nuova vita di coppia.

La situazione è molto difficoltosa: la Chiesa non può riconoscerla (sanarla) per il contrasto oggettivo con le esigenze di indissolubilità del vincolo matrimoniale precedente; nello stesso tempo la condizione soggettiva della coscienza delle persone coinvolte è certamente complessa e può anche non consentire di tornare indietro. E infatti, il Magistero ribadisce l’irregolarità oggettiva della condizione dei divorziati risposati, ma si astiene dal giudizio sulla condizione della loro coscienza(9). Ma allora, perché non deduce da quest’ultimo fatto la possibilità di ammettere a certe condizioni all’Eucarestia? Evidentemente perché vi è una via per dimostrare il pentimento – o il riconoscimento della irregolarità della condizione oggettiva – anche nei casi in cui non è possibile (o non è giusto) cessare l’unione: è la via dell’astensione dai rapporti coniugali, vivendo la relazione di convivenza non more uxorio, ma da fratello e sorella; infatti, questa è l’indicazione fornita dal Magistero per l’ammissione ai sacramenti(10). È lecito, però, domandarsi se dal dato teologico (i battezzati possono contrarre solo il Matrimonio sacramento e questo è indissolubile), la conseguenza tratta sul piano della disciplina ecclesiale (la non ammissione ai sacramenti per i divorziati risposati) costituisca una necessità assoluta in quanto intrinseca. Lo sarebbe in forza della possibilità di recedere dalla nuova unione; ma abbiamo visto che tale strada potrebbe in alcuni casi non essere praticabile per ragioni oggettive assunte dalla coscienza.

Lo sarebbe in forza della possibilità di modificare la convivenza da more uxorio a fraterna; cosa che è sempre materialmente possibile, ma anche ardua, fino a far dubitare in molti casi delle condizioni di fattibilità. Ci sembra lecito ritenere che tale indicazione – in sé rispondente alla verità dell’esercizio della sessualità nell’intimità coniugale – non possa essere pretesa sic et simpliciter da tutti e che possano darsi situazioni in cui si debba esaminare l’eventualità che possano esservi anche contraccolpi negativi, attese altre considerazioni che coinvolgono due persone (la coppia) in ambito psicologico-relazionale. La Chiesa fa bene a indicare la prospettiva di una trasformazione della convivenza; questo traguardo è di difficile (non impossibile) realizzazione, ma andrebbe considerato tale (cioè un traguardo) solo quando l’uomo e la donna (entrambi) giungano a maturarlo attraverso un percorso di consapevolezza e conversione. L’astensione dai rapporti coniugali a volte potrebbe essere una via liberamente scoperta e scelta; altre volte, invece, potrebbe rivelarsi una strada non praticabile – almeno non inizialmente – , soprattutto se imposta per legge, anziché maturata spiritualmente. Sembra che allo stato attuale la Chiesa sia estremamente esigente con alcuni suoi figli, mentre appare essere anche troppo accondiscendente in tante altre situazioni, nelle quali vi è magari una correttezza esterna (formale), senza però una adesione sincera alla fede (è, per esempio, il caso dei non praticanti che occasionalmente si accostano ai sacramenti per convenzione). È necessario tenere in considerazione la fragilità degli esseri umani, evitando il rischio di rigorismi(11). Questa riflessione, però, non vuole essere una critica a quanto fino ad oggi richiesto dal Magistero, dal momento che problematiche come la presente vanno considerate anche nel loro divenire storico. Dunque, nelle situazioni prese in considerazione (impraticabilità della cessazione dell’unione irregolare e – almeno al momento – della richiesta di astenersi dai rapporti sessuali), la non ammissione dei divorziati-risposati ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia potrebbe non scaturire in modo necessario e intrinseco dal dato teologico relativo al Matrimonio fra battezzati come sacramento indissolubile, in quanto lo stato irregolare potrebbe in alcuni casi coesistere con una condizione attuale della coscienza che non è in grado – almeno al momento – di modificare tale stato. Il rapporto tra dato teologico sul Matrimonio e non ammissibilità ai sacramenti, anziché assoluto sarebbe quindi relativo, cioè condeterminato proprio dalla responsabilità soggettiva attuale delle persone che si trovano in tale situazione. La non ammissibilità sarebbe una conseguenza richiesta, oggi, dalla disciplina ecclesiale in modo assoluto, ma in parte modificabile dalla stessa legittima autorità, in quanto e dove non toccasse la Legge divina, cioè proprio in rapporto alla responsabilità soggettiva attuale delle persone coinvolte.

La Chiesa non può che ribadire la fedeltà alla verità sul Matrimonio, convinta che è un bene, dono di Dio; ma la conseguenza che ne trae di escludere sempre e comunque dall’Eucarestia i propri figli in situazione ormai irregolare e di fatto allo stato non modificabile, sembra – a mio parere – essere eccessivamente rigorosa. Si può obiettare che semmai si tratta di rivedere in senso restrittivo la disciplina sacramentale, anziché concedere l’avvallo a situazioni inaccettabili. Non sembra una obiezione ben posta, in quanto i criteri per la disciplina sacramentale dovrebbero richiedere sempre un attento discernimento e un cammino di conversione; qui il punto è l’urgenza di chiedersi se il riconoscimento delle dinamiche della responsabilità soggettiva in atto per la condizione attuale della nuova unione consenta di strutturare cammini che portino alla possibilità di accedere all’Eucarestia e – nello stesso tempo – garantiscano di non avvallare in nessun modo la rottura del sacramento a cui è conseguita l’unione irregolare (che tale rimane).

LA PROPOSTA PASTORALE

A questo punto, dopo la riflessione morale, possiamo riprendere la proposta pastorale sopra esposta per sommi capi: il vescovo (o un suo delegato) dopo un discernimento sul caso, potrà ammettere i divorziati risposati a un cammino penitenziale di ampia durata (ad esempio due anni) sul modello del catecumenato, al termine del quale potrà concedere loro di accostarsi ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia, in base alla responsabilità soggettiva attuale per la loro condizione; i divorziati risposati, però, continueranno anche in seguito a rimanere iscritti al cammino penitenziale (per esempio attraverso un’opera penitenziale da compiersi annualmente), testimoniando così alla comunità dei fedeli che la loro situazione oggettiva non è stata sanata dal percorso penitenziale, ma permane in contrasto con la verità dell’alleanza sponsale.

  • Quali divorziati-risposati ammettere al cammino penitenziale?

È necessario un discernimento caso per caso, che potrebbe essere svolto dal parroco o da altri pastori d’anime incaricati. Non tutti quelli che richiedono i sacramenti hanno le disposizioni idonee a riceverli. Capita ai parroci di parlare con persone risentite per il diniego ad accostarsi all’Eucarestia in qualche circostanza (ad esempio la prima comunione di un figlio), ma che non sono praticanti o intendono esserlo solo molto saltuariamente e che esprimono una religiosità che può essere definita genericamente come "bisogno religioso" e non come partecipazione alla vita cristiana. Altri non sono minimamente disposti a rivedere alla luce della fede le loro scelte passate e non sentono affatto il legame anche normativo che vincola le scelte di un cattolico.

In casi come questi appaiono assenti le disposizioni necessarie. Per essere ammessi a un cammino penitenziale si richiede la volontà di conversione e penitenza e la volontà di partecipare alla vita cristiana, celebrata e vissuta. Anche quanti sono in coscienza convinti della nullità del precedente Matrimonio senza poterlo dimostrare, oppure si ritengono tenuti a obblighi derivanti dall’attuale unione seppure irregolare, oppure riscontrano una crescita religiosa o anche umana legata al nuovo rapporto, sono chiamati a riconoscere che – in ogni caso – la loro scelta non ha rispettato vincoli importanti dell’appartenenza ecclesiale e – di fatto almeno a livello oggettivo – ha anteposto le esigenze dell’amore umano a quelle dell’amore dovuto a Dio, accettando una unione non sacramentale con la conseguenza di essere privati dei sacramenti.

  • Come si potrebbe configurare il cammino penitenziale?

Dovrebbe trattarsi di un cammino serio ed esigente. Già questa richiesta opererebbe un opportuno filtro rispetto a quanti sono privi delle disposizioni necessarie. Il cammino dovrebbe essere definito a livello diocesano (una sorta di ordo penitentium); dovrebbe avere una durata idonea per la parte previa all’ammissione ai sacramenti (ad esempio iniziare in Quaresima e terminare alla Pasqua dell’anno successivo); potrebbe avere una impostazione catecumenale per la riscoperta della fede e della vita cristiana. La comprensione dell’opportunità o della necessità di astenersi dai rapporti sessuali potrebbe essere scoperta come richiamo della coscienza che accoglie l’appello oggettivo della verità sul significato sponsale degli atti sessuali; se non lo fosse, però, o se costituisse una richiesta riconosciuta ma considerata troppo ardua da applicare, non per questo verrebbe meno la possibilità di concludere positivamente l’itinerario penitenziale(12).

Al termine dovrebbe essere il vescovo, con l’aiuto dei presbiteri, ad ammettere ai sacramenti, riconoscendo la condizione oggettiva del cammino di conversione e penitenziale a cui si è sottoposta la coscienza soggettiva di chi ha riconosciuto di trovarsi in uno stato di irregolarità oggettiva. Come già accennato, è di fondamentale importanza, però, che l’iscrizione al cammino penitenziale non cessi con l’ammissione ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia. Infatti, i penitenti permangono comunque in una condizione irregolare e sancire la fine del cammino penitenziale sarebbe come sancire un avvallo o una regolarizzazione della loro situazione.

Questo la Chiesa non può e non vuole farlo, per rispetto della Verità e del bene stesso dei fedeli, sia di quelli direttamente coinvolti che degli altri. Si potrebbe individuare una pratica penitenziale (ad esempio un pellegrinaggio, un ritiro spirituale, un’opera caritativa, ecc..) che una volta all’anno dovrebbe essere compiuta dalle persone divorziate e risposate, nell’ambito della disciplina penitenziale presieduta dal vescovo.

In conclusione vi sono altri due aspetti da considerare come apporto positivo di una simile apertura pastorale:

  1. Il contributo al dialogo ecumenico con le Chiese ortodosse. Presso queste Chiese un secondo Matrimonio è consentito con aspetti penitenziali; tuttavia è consentito e i fedeli possono accostarsi ai sacramenti. Le Chiese ortodosse quasi certamente avrebbero gravi difficoltà ad accettare di modificare in senso rigorista la prassi sacramentale dei propri fedeli. Al contrario, una apertura disciplinare della Chiesa cattolica potrebbe aiutare un confronto più sereno sulla disciplina della oikonomia.

  2. L’apertura all’Eucarestia attraverso un cammino penitenziale di impostazione catecumenale potrebbe costituire un’occasione preziosa per risvegliare energie e opportunità nella vita della Chiesa, rivitalizzando in particolare la pastorale familiare. Tante persone, anche coppie, che non avrebbero forse trovato la motivazione per un serio cammino di riscoperta della vita cristiana, potrebbero essere indotte a farlo per ritrovare la via della comunione sacramentale. Il risposato, come viandante malmenato, sul quale il Buon Samaritano si è chinato – anziché passare oltre – potrebbe a sua volta comprendere di essere chiamato a percorrere le vie di questo mondo per donare ciò che ha ricevuto, per essere anche lui Chiesa che si fa prossimo dell’umanità ferita, seguendo il Signore, Cristo Gesù.

Don Marco Baleani








 

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