Famiglia Oggi.

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n. 4 LUGLIO-AGOSTO 2009

Sommario

EDITORIALE
La Bibbia svela il volto di Dio e il proprio
la DIREZIONE

SERVIZI
  Parola di Dio, parola d’amore
RENZO BONETTI

Il lessico familiare nella Bibbia
PATRIZIO ROTA SCALABRINI

Leggere la Scrittura in famiglia
MARIATERESA ZATTONI, GILBERTO GILLINI

Narrare ai ragazzi la storia di Dio
STEFANO GORLA

Perché la Parola possa continuare a correre
GIACOMO PEREGO

Una via di accesso al testo biblico
VINCENZO VITALE

DOSSIER
La famiglia e la malattia cronica del bambino
SIMONE BRUNO

RUBRICHE
SOCIETÀ
La Scrittura: una parola di vita
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Sindrome di Down e famiglia
MICHELE SIMEONE, MARIA GRAZIA FOSCHINO, ALESSANDRO COSTANTINI, GERMANA CASTORO

CONSULENZA
Il ragazzo col cappello
ROSANNA SANTORO

POLITICHE
Il ritardo dell’Europa
PIETRO BOFFI

EDUCAZIONE
Le storie che ci aiutano
FEDERICO BATINI

MINORI
Chi sono gli aggressori
ANGELO ZAPPALÀ

BIOETICA
Le speranze della scienza
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Io accolgo te: un nuovo sussidio
PIETRO BOFFI

COMUNICAZIONE
Giocare con il cinema
GIOVANNA MASOBELLO

NARRATIVA / SAGGISTICA / CISF

MONDO / RIVISTE

 

COGLIERE LA RICCHEZZA

Leggere la Scrittura in famiglia

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(consulenti formatori e docenti presso il Pontificio
Istituto Giovanni Paolo II per Studi su matrimonio e famiglia)

 

È necessario mettere in guardia da una lettura radicata nella fede che la Parola della Scrittura sia una Parola di Dio, ma che prescinde dal fatto che essa sia incarnata nella storia, si avvalga di moduli linguistici umani, calati in usi e dimensioni storicamente datati.
  

Si può ragionevolmente affermare che oggi in molte famiglie cristiane esista una Bibbia. Ma, quando non rimane intonsa, e succede spesso, che uso se ne fa? Da più parti si avverte il pericolo di un uso ingenuo e proiettivo della Sacra Scrittura in famiglia, magari prodotto da gruppi o movimenti spontanei di preghiera; ci riferiamo all’uso di "ricevere una Parola" che talora si fa aprendo la Scrittura, in tutta buona fede, quasi compulsandola come risposta bella e pronta in ordine al problema per cui si sta pregando. Qui ovviamente non è messa in discussione la fede di chi consulta la Bibbia in questo modo "fai da te"; è messa piuttosto in discussione la capacità di cogliere ciò che veramente il testo sacro dice.

Va da sé che lo Spirito può "rispondere" nel suo modo assolutamente libero anche attraverso parole consultate in modo così ingenuo. Noi vorremmo però mettere in guardia sul potenziale pericolo di una simile consultazione che da una parte si radica nella fede che la Parola della Scrittura sia una Parola di Dio (nessun testo umano sarebbe consultato così!) e dall’altra prescinde dal fatto che la Parola divina è incarnata nella storia, si avvale di moduli linguistici umani, calati in usi e dimensioni storicamente datati, che svelano tutta la loro ricchezza quando appunto sono ricondotti al contesto (qui inteso nel senso più ampio del termine) in cui furono generati.

È ben diverso, infatti (è solo un esempio) evincere un versetto poniamo di un salmo che leggere l’intero salmo e poi pregarlo, sulla scorta dell’esegesi che inquadra l’epoca, il tono, l’emittente, il destinatario e lo scopo del messaggio. E sappiamo che oggi ci sono testi di esegesi fruibili, lucidi e alla portata di tutti, anzi veri gioielli che fanno gustare la Parola (vedi Ravasi, Martini, Maggioni, Rota Scalabrini...). Il metodo della Lectio è quanto mai utile come abitudine mentale. A questo proposito abbiamo lavorato sulle letture del nuovo rito del Matrimonio insieme a Patrizio Rota Scalabrini che ha dato a ciascuna un inquadramento esegetico per fornire agli sposi che le scelgono una loro proficua comprensione(1).

Ma una lettura ingenua e proiettiva della Bibbia si può trasformare in una trappola psicologica tanto più pericolosa quanto più viene condotta a livello familiare (e qui è indifferente se viene letta in seno alla famiglia, poniamo attorno a un tavolo o da un singolo che la prega come coniuge, genitore, figlio, nonno eccetera) perché il rischio è proprio quello di usarla per convalidare le proprie ragioni, le proprie letture delle realtà familiari, facendo in modo addirittura che la Bibbia sia costretta, suo malgrado, a perpetuare il disagio e l’incomprensione dei membri familiari. Così potremmo facilmente ipotizzare una lettura che tende a rendere i figli più soggetti ai genitori, indipendentemente dalla loro età!

Ci vengono in mente due episodi; il primo è il racconto emblematico che ci fece un caro amico ingegnere, figlio unico di madre vedova. Per la messa delle sue nozze il buon parroco aveva scelto una classica lettura sul tema delle nozze, che terminava con le parola di Genesi 2,24: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre...». Finita la cerimonia sua madre inviperita irruppe in sacrestia accusando il parroco di aver scelto una parola quanto meno... non appropriata! Ma chi aveva fatto sospettare a questa madre l’unità della Scrittura, per cui una Parola non può essere in contraddizione con un’altra e, ad esempio, il quarto comandamento non può essere in contraddizione con l’abbandonare il padre e la madre?

Il secondo episodio è quello che abbiamo prospettato in apertura al nostro La famiglia nel giardino delle Scritture(2) dove abbiamo narrato il caso, anche questo vero purtroppo, di una nonna che legge il «Beati gli afflitti – nella nuova traduzione: "quelli che sono nel pianto" – perché saranno consolati» (Mt 5,4) proprio come convalida del proprio atteggiamento verso il nipotino-consolazione che si faceva portare dal figlio di nascosto da una nuora ignara (e considerata avara e intrattabile). Sicché la "consolazione" (il furto del nipotino) non faceva che congelare la lealtà indistruttibile suocera - figlio contro la neomadre e nella prospettiva di un figlio diviso tra amore della mamma e amore della nonna.

Ma non sarebbe meglio allora lasciare la Bibbia agli addetti ai lavori e non nelle mani di padri, madri, figli? Sarebbe come dire che, poiché sono successi degli incidenti, sarebbe meglio non uscire di casa! Ci priveremmo di una chiave (indispensabile) per aprire lo scrigno della Parola e di un mezzo di salvezza proprio per la famiglia, poiché la Parola di Dio conosce tutto dell’umano e quindi conosce il luogo primario in cui si esprimono gli affetti e in cui si viene alla luce: la famiglia.

Il circolo ermeneutico

Avviene allora, a contatto con la Scrittura, un duplice movimento: da una parte la famiglia vi si accosta con la profondità e talora l’urgenza delle proprie domande (tipo: «Che cos’è la fedeltà oggi per me?»; «Come affrontare il peso e l’esultanza della nascita di un figlio?»...) e cerca guida e luce; dall’altra la Bibbia risponde, con una lucidità e con una pienezza da cui non si può non venire interrogati. E consolati. Naturalmente se la si lascia essere in tutta la sua novità e in tutta la sua alterità, cui confluiscono tutti gli strumenti umani (anche le scienze psicopedagogiche) ma che sono dalla Parola inverati e spesso oltrepassati.

Vogliamo solo accennare, per non uscire dal tema che ci siamo proposti, all’importanza che tale circolo assume anche in funzione pedagogica verso i ragazzi per i quali è importante che il racconto possa essere messo in correlazione con la loro vita concreta. Tempo fa abbiamo tentato una simile applicazione presentando ai ragazzi dieci racconti meravigliosi della Bibbia e, sostenuti da una grafica ben riuscita, abbiamo affiancato a ogni storia biblica un racconto parallelo tratto dalla vita quotidiana di un ragazzo tra gli otto e i dodici anni. Ne sono usciti dei piccoli volumetti di esegesi per bambini(3) che favoriscono la tendenza naturale dei bambini alla comprensione del senso del sacro e del mistero.

Per approfondire invece il nostro tema, osiamo proporre una prova di questo duplice movimento, a partire da una (delle migliaia possibili) questione che riguarda il familiare: il rapporto tra fratelli. È una questione trasversale per ciò che riguarda il sistema famiglia, poiché tratta di ciò che un adulto ha alle spalle (i fratelli nella famiglia di origine) e di ciò che è presente nella famiglia attuale. Poniamo qui questa questione in particolare nell’ottica dei genitori, cercando di penetrare un testo notissimo di Genesi: il rapporto tra Giacobbe e Esaù(4).

In concreto possiamo chiederci: sono colpevoli gli sguardi diversi che ciascun genitore ha verso ciascun figlio? Bisogna forse amare allo stesso modo i figli? Bisogna "usare" le preferenze spontanee per i nostri scopi, scopi che di solito ai nostri occhi appaiono nobili? Che succede quando mettiamo su un figlio il gioco della nostra predilezione? E così siamo pronti a sentirci narrare la storia di due gemelli: Esaù e Giacobbe (Gen 25-35); la loro vicenda fraterna è molto istruttiva anche per noi oggi, pur così lontani dall’antica cultura del vicino Medio Oriente.

Naturalmente tralasciamo le vicende del testo, pur molto interessanti, dello svolgersi delle vite di ciascun attore individualmente, ad esempio la visione della scala da parte di Giacobbe durante la sua fuga o la sua lunga conquista delle due donne della sua vita, Lia e Rachele.

Seguiamo soltanto il filone del rapporto tra fratelli e delle intrusioni in questo rapporto operate dai genitori e già questo è affascinante e inquietante, molto più di un giallo. Prima di accingerci a questo profilo, sgombriamo il campo da una possibile obiezione: come è che nella Bibbia ci sono personaggi così furbi, scaltri, manipolatori, e perfino un po’ loschi? Diciamolo in maniera un po’ semplicistica: Dio fa la guerra con i soldati che ha. Gli uomini e le donne con cui Egli costruisce la storia della salvezza non sono incolumi dalle ragioni del male, dalle inquietudini, dalle pulsioni negative, non sono perfetti, anzi; ma Dio li conduce a salvezza, partendo proprio dalla loro miseria. E così possiamo sperare di essere accolti e condotti anche noi! A maggior ragione proprio qui, in questo materiale incandescente che sono le relazioni intrafamiliari, dove a ogni passo possiamo sbagliare.

Vignetta.

Di fronte a figli diversi

Ci soffermeremo in particolare su questi versetti: «Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco, due gemelli erano nel suo grembo. Uscì il primo, rossiccio e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù. Subito dopo, uscì il fratello e teneva in mano il calcagno di Esaù; fu chiamato Giacobbe. Isacco aveva sessant’anni quando essi nacquero. I fanciulli crebbero ed Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende. Isacco prediligeva Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto, mentre Rebecca prediligeva Giacobbe» (Gen 25,24-28).

Presentiamo intanto la coppia che ha due gemelli: lui è Isacco, il patriarca, figlio del primo patriarca della fede, Abramo, il figlio che gli era stato promesso quand’era uscito dalla sua patria in vista della Terra Promessa. Lei è Rebecca, della stessa parentela (ricordiamo che per gli Ebrei è molto importante il matrimonio endogamico per preservarsi puri, non mischiarsi con l’idolatria degli altri popoli) ma viene da molto lontano, suo padre è Betel l’Arameo da Paddan Aram (circa a nord est dell’attuale Siria) e suo fratello è Labano che sarà poi il suocero esoso e imbroglione di Giacobbe: circa 1000 km di distanza!

Ebbene, Rebecca è incinta di due gemelli e, come tutte le madri, ha i suoi sogni e le sue premonizioni; quando partorisce viene fuori prima Esaù (il primo a uscire, in questa cultura, era inteso come primogenito; il secondo a uscire era inteso come secondogenito) ma il gemello Giacobbe gli tiene il calcagno (e questa è forse l’etimologia popolare del nome Giacobbe).

Al versetto 27 si dice che «i fanciulli crebbero» molto diversi: «Esaù si rivelò abile nella caccia» e Giacobbe, invece, «uomo tranquillo dimorava sotto le tende».

Siamo posti dunque subito, in questo interno familiare, di fronte alla diversità dei figli: tanto più radicale quanto più si tratta di gemelli che ci aspetteremmo molto simili. Ma è legittimo che i figli siano così diversi? Nella nostra cultura post-moderna così timorosa del diverso, così tesa all’uniformità, facciamo fatica a capirlo; anzi ci premuriamo a dire: siamo gli stessi genitori, li trattiamo allo stesso modo, perché vengono fuori così diversi? Perché non si assomigliano di più, anzi perché non sono fatti con lo stampino, così per noi genitori sarebbe più facile? Meglio: perché non seguono il figlio che riteniamo "modello", ad esempio a scuola? («Tuo fratello sì che studia, fa i compiti, senza bisogno di chiamarlo cento volte!»). C’era un bambino che aveva così bisogno di "obbedire" all’esigenza dei genitori, di essere bravo come il primo, che si lamentava: «Ma io non ho tutte le capacità!...», e i genitori a tentare di rassicurarlo che lui era bravo, infatti quella volta era pur riuscito a risolvere un problema! Ma il bambino continuava a lamentarsi, finché un giorno i genitori, con un sorriso, ebbero la geniale trovata di dirgli: «Avevamo giusto bisogno di un figlio che non avesse tutte le capacità dell’altro, altrimenti sai che noia!». E finalmente il bambino, autorizzato alla diversità, si tranquillizzò.

La nicchia

L’approccio relazionale sistemico alla famiglia tenta una risposta al perché delle differenze con il concetto di nicchia: nessuno può ricoprire nella famiglia la stessa posizione di un altro membro. È esperienza comune: quando fratelli (e sorelle) adulti si incontrano e parlano del padre e della madre in modo personale, concreto ed esperienziale, scoprono di avere... genitori diversi. Ad esempio, per un figlio/a, il padre, sarà stato distante, magari un po’ impositivo, ma molto solo; per un altro figlio/a lo stesso padre sarà vissuto come molto impositivo, scostante e quasi superbo (diciamo tra parentesi che questi confronti nella fratrìa sono molto significativi e promettenti: se ciascun fratello si mette in ascolto del genitore dell’altro fratello, ne può venir fuori un ritratto a 360°, in cui magari ciascuno è liberato dalla "statua di sale"(5) nella quale aveva costretto il genitore e sé stesso).

Dunque pensieri, sistemi di credenze, scopi, intenzioni, emozioni, sentimenti si strutturano nella conposizione familiare di ciascuno, cioè secondo la nicchia da cui guarda sé stesso e il mondo(6).

Legittimare le differenze

Benedetta dunque la famiglia dove si permettono le diversità, dove non c’è lo "stampino" per fare il figlio giusto, dove non si amano i figli allo stesso modo, dove non si incentivano gelosie, perché non si istruiscono i figli al diritto di avere la stessa dose (abbiamo visto con i nostri occhi due fratelli litigare perché la stessa caramella, data da una madre che aveva paura delle differenze, aveva una la carta rossa e l’altra la carta verde!); in questo modo si istruiscono i figli a essere rivali, in base al principio che quel che hai tu non lo posso avere io e perciò ne sono stato defraudato!

Fin qui, dunque, le differenze sono legittimate. E perfino le preferenze per così dire spontanee di ciascun genitore verso un figlio o l’altro; preferenze che hanno diritto di parola (più si negano infatti, più esse lavorano in modo subdolo).

Ascoltiamo al v. 28: «Isacco prediligeva Esaù perché la cacciagione era di suo gusto, mentre Rebecca prediligeva Giacobbe». Proviamo a lasciar parlare i genitori. Isacco potrebbe dire: «Come mi piace Esaù! Anzi, mi assomiglia, come me ama la vita all’aria aperta, il rischio, l’avventura, io mi sento per così dire realizzato in lui, quando mi porta le sue prede, i suoi successi, io li gusto come fossero i miei; l’altro mi sembra un po’ troppo tranquillo per i miei gusti, poco attivo».

Rebecca potrebbe dire: «Io preferisco Giacobbe, così tranquillo, così casalingo, così mite, lui non ama la violenza, mi rassicura, eppure è forte e fa bene il suo lavoro di pastore; l’altro, il cacciatore, mi sembra un po’ troppo rischioso, violento, trasgressivo. No no, io mi rispecchio in Giacobbe».

Dicevamo: fin qui, niente di male, proprio se le preferenze hanno diritto di parola e non sottraggono agli altri figli il bene della cura e dell’amore di ciascun genitore. Anzi, in queste preferenze ciascuno dei genitori potrebbe ritrovare le tracce del proprio innamoramento. Rebecca potrebbe ad esempio pensare: Esaù che non mi assomiglia mi fa ricordare che proprio della capacità di avventura, di rischio, della impulsività di Isacco mi ero innamorata! Anzi, ci faccio la firma che questo figlio abbia così feeling con suo padre, ho avuto ragione a innamorarmi di lui! E viceversa, Isacco: Giacobbe è mite, equilibrato, tranquillo, capace di sbrigare lavori più umili come sua madre, è proprio lei che ho sposato con la sua capacità di darmi stabilità e sicurezza; sono contento che Giacobbe le assomigli!

Di più, riconoscere e concedersi reciprocamente le predilezioni potrebbe avere una chance educativa in più; nei momenti neri dell’adolescenza, quando magari il figlio oppone un muro, la breccia può essere fatta proprio dal genitore che ha più feeling: «Parlaci tu, perché per voi due è più facile intendervi». E quando uno parla volentieri a un figlio, delegato dall’altro, si può star sicuri che qualcosa di buono salta fuori.

Ma allora dove sta il problema? Ciascun genitore può forse privatizzarsi il figlio a suo piacimento, sottrarlo alla coppia genitoriale, alla solidarietà orizzontale tra i coniugi che antecede ogni rapporto con il figlio?

Il riconoscimento della diversità e delle preferenze spontanee può aprire il varco a trappole psicologiche, in cui tutti prima o poi cadono, se le preferenze vengono lasciate a sé stesse(7).

Le attese subdole

Cado in una prima trappola quando io genitore spio nel figlio le qualità negative di un parente mio che non ho "perdonato", che è per me uno scheletro nell’armadio. Altrove abbiamo chiamato questo ansioso stato d’attesa del peggio: "fantasmi attorno alla culla", una bella espressione di Alba Marcoli che si rifà alla fata non invitata nella favola della Bella addormentata nel bosco. Attorno a una culla c’è tutto un gioco di specchi, nel quale il bambino si rispecchierà e in maniera tanto più coatta quanto meno l’attesa viene portata a parola. Non parliamo certo di attese legittime che fanno sognare a noi genitori il figlio come figlio della vita, cui dare calore tenerezza "a perdere", senza pretendere il cambio, puntando sulla sua vocazione di figlio di Dio. Parliamo di quelle attese subdole e quasi mai riconosciute che rendono inquinato il corpo familiare. Sono, ad esempio:

  • fame potente di risarcimento (darò a mio figlio tutto quello che non ho avuto e lui sarà ciò che io non sono stato, i suoi successi faranno vedere ai miei parenti che famiglia siamo, a quanti hanno sempre disistimato chi aveva ragione, a essi potrò dire: «io sono l’unico che ha avuto i figli tutti e tre laureati!»);

  • paure e angosce latenti e croniche (non sarò capace, sarà tutto un fallimento, non me la sento...);

  • ferite e lutti non elaborati («quel parente-disonore-di-famiglia deve stare alla larga, se no mi rovina il figlio», «non vorrei mai e poi mai che venisse su come il nonno-zio-cugino eccetera...», predico che bisogna voler bene a tutti, che non bisogna essere razzisti, quando il peggior nemico estromesso, emarginato è proprio dentro la famiglia estesa...).

Illustriamo meglio quello che vogliamo dire con il caso di due genitori preoccupati per un ragazzino di undici anni mutacico, cioè murato vivo in un silenzio ostile, al punto che gli insegnanti, se volevano valutarlo, si erano ridotti a fargli le interrogazioni scritte. Chiedersi come si fa di solito secondo la nostra cultura individualista: «Ma che cosa c’è che non va in questo ragazzino?», non porta molto lontano; meglio chiedersi in quale nicchia si è conposto, secondo un apprendimento proprio del corpo familiare. «Io e mio marito dialoghiamo molto», diceva la mamma, «anzi facciamo parte ambedue del gruppo familiare parrocchiale. Ma con mia suocera che abita di sotto non parlo da ben undici anni, cioè da quando è nato Luca; non solo voleva impormi i suoi metodi per allevare il bambino, ma aspettava mio marito la sera appena rientrava per parlargli male di me, prima che salisse di sopra. Allora abbiamo deciso che lei viene sù da noi solo per Santa Lucia e per il giorno di Natale, per il resto le dò la buona sera. Dialogo interrotto. Mio marito non parla neanche con sua sorella che abita al piano sopra al nostro, perché ha osato fare confronti sull’eredità ed è riuscita a farsi intestare una stanza in più, con la scusa che loro sono in cinque in famiglia e questa è proprio un’ingiustizia che abbiamo dovuto subire»... Concludere che il discepolo è diventato più bravo dei suoi maestri in chiusura di dialogo è dire poco! Lo stile che passa in questa famiglia è che il non comunicare è la miglior punizione che si possa infliggere al prossimo. Se Luca, alle soglie dell’adolescenza, ha dei conti aperti con qualcuno, sa come punirlo: con il silenzio!

Le frustrazioni coniugali

A volte le attese maturano proprio nel rapporto con il coniuge e con la sua famiglia di origine; e allora uno dirà con acrimonia: «Tuo figlio» e tutti capiranno che lo sta disprezzando! Infatti, cado in questa seconda trappola quando, io genitore, vedo nel figlio proprio le qualità che mancano nel mio coniuge e proprio queste qualità sbatto in faccia al coniuge per istruirlo. Ci par di sentire Rebecca: «Lui sì, il mio Giacobbe, mi sta vicino, "dimora sotto le tende", non mi pianta in asso per gli affari o per la caccia, lui sì che è sensibile e generoso...»; abbiamo sentito con le nostre orecchie una madre dire: «Quando ho i miei attacchi d’ansia, mio figlio non mi lascia sola, anzi è lì tutto premuroso, mi porta un bicchiere d’acqua, rinuncia perfino ad andare a giocare!»; e molto probabilmente questa madre non aveva letto Genesi 25,28!

Possibile versione di Isacco: «Mio figlio sì che non è sottomesso alle donne, anzi, è più forte di me, lui non ha bisogno dell’approvazione delle donne, e esce a caccia quanto gli pare, torna quando gli pare... È veramente tosto!».

Di solito le qualità del figlio, mentalmente rilevate, sono in funzione anti-coniuge, per "istruirlo", per mostrargli come dovrebbe cambiare, come dovrebbe essere. E, altrettanto di solito, il coniuge è sordo a tali istruzioni, sia quando sono proclamate, sia quando sono implicite, magari sottolineate con gesti, comportamenti: «A te brillano gli occhi solo quando parli di tuo figlio», diceva un padre all’indirizzo della moglie.

E così il coniuge che si vorrebbe istruire, ben lungi dall’imparare a cambiare, vive una duplice frustrazione: si sente messo da parte in favore del figlio/a e si sente inadeguato a rispondere alle istruzioni. Di solito se la racconta così: lui/lei è il suo cocco/cocca; l’ho sempre saputo, per il figlio/a fa tutto, ogni richiesta del figlio/a è eseguita, colta; quando chiedo qualcosa io, apriti cielo. E porta esempi: le ho chiesto di stirarmi i pantaloni ma... niente da fare, mentre si alza all’alba per "vestire" suo figlio, per soddisfare tutti i suoi capricci.

Quando è così roso dall’invidia-gelosia-livore, è raro che il coniuge esca allo scoperto, se non con velenose battute, magari in presenza di altri, quando il coniuge "colpito" non può ribattere per decenza... ma cova risentimento e rabbia, si sente marginale e magari cercherà consolazione altrove.

Speriamo di aver "stimolato" chi ci ha seguito fin qui a leggersi in proprio tutta la storia di Giacobbe ed Esaù, per scoprire (almeno!) come Dio guida i Suoi figli e come ci tiene a che divengano fratelli secondo il Suo cuore: l’abbraccio tra Giacobbe ed Esaù, ormai adulti e capifamiglia, è una vera boccata di ossigeno per noi genitori che confidiamo nelle Sue trame benefiche e nella salvezza dai nostri errori per le future generazioni!

Mariateresa Zattoni
e Gilberto Gillini








 

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