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n. 4 LUGLIO-AGOSTO 2009

Sommario

EDITORIALE
La Bibbia svela il volto di Dio e il proprio
la DIREZIONE

SERVIZI
  Parola di Dio, parola d’amore
RENZO BONETTI

Il lessico familiare nella Bibbia
PATRIZIO ROTA SCALABRINI

Leggere la Scrittura in famiglia
MARIATERESA ZATTONI, GILBERTO GILLINI

Narrare ai ragazzi la storia di Dio
STEFANO GORLA

Perché la Parola possa continuare a correre
GIACOMO PEREGO

Una via di accesso al testo biblico
VINCENZO VITALE

DOSSIER
La famiglia e la malattia cronica del bambino
SIMONE BRUNO

RUBRICHE
SOCIETÀ
La Scrittura: una parola di vita
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Sindrome di Down e famiglia
MICHELE SIMEONE, MARIA GRAZIA FOSCHINO, ALESSANDRO COSTANTINI, GERMANA CASTORO

CONSULENZA
Il ragazzo col cappello
ROSANNA SANTORO

POLITICHE
Il ritardo dell’Europa
PIETRO BOFFI

EDUCAZIONE
Le storie che ci aiutano
FEDERICO BATINI

MINORI
Chi sono gli aggressori
ANGELO ZAPPALÀ

BIOETICA
Le speranze della scienza
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Io accolgo te: un nuovo sussidio
PIETRO BOFFI

COMUNICAZIONE
Giocare con il cinema
GIOVANNA MASOBELLO

NARRATIVA / SAGGISTICA / CISF

MONDO / RIVISTE

 

POLITICHE / SERVIZI PER L’INFANZIA

Il ritardo dell’Europa

di Pietro Boffi
(ricercatore del Cisf)

 

Lo scorso dicembre un dossier della Commissione Europea si è occupato delle misure di conciliazione famiglia/lavoro focalizzandosi sulla situazione dei servizi per l’infanzia e sull’utilizzo da parte dei padri dei congedi genitoriali. Lo studio mostra un’offerta tuttora insufficiente e uno scarso utilizzo da parte degli uomini dei permessi parentali.
  

Il periodico di informazione Social Agenda, edito dal Dipartimento per gli affari sociali della Commissione Europea, lo scorso dicembre ha pubblicato un dossier sulle misure di conciliazione famiglia/lavoro nei Paesi membri. In particolare, il dossier si è focalizzato sulla situazione dei servizi per l’infanzia e sull’utilizzo da parte dei padri dei congedi genitoriali.

Lo studio mostra come i servizi per l’infanzia siano tuttora insufficienti, soprattutto quelli rivolti alla cura dei bimbi minori di tre anni. Inoltre, evidenzia come la maggior parte degli Stati membri molto probabilmente non rispetteranno il così detto "obiettivo Barcellona", fissato nel 2002 dalla Commissione Europea, e cioè l’istituzione entro il 2010 di servizi di cura per almeno il 33% dei bambini da zero a tre anni, e del 90% per i bambini tra i tre anni e l’inizio della scuola dell’obbligo.

A che punto siamo?

I progressi ottenuti in questi anni variano grandemente da Paese a Paese, ma la situazione complessiva nell’Unione Europea, come si può notare dalla tabella riportata in queste pagine, è lontana dall’aver raggiunto l’obiettivo stabilito. Per i bambini più piccoli – fino ai tre anni di età – solo cinque Stati membri (Danimarca, Olanda, Svezia, Belgio e Spagna) hanno superato la copertura del 33%. Nella maggior parte degli altri Paesi molto resta ancora da fare, visto che in alcuni di essi la copertura è solo del 10% o anche meno. Per i bimbi tra i tre anni e l’inizio della scuola dell’obbligo le cose vanno un po’ meglio, in quanto otto Stati membri, tra cui l’Italia (gli altri sono il Belgio, la Danimarca, la Francia, la Germania, l’Irlanda, la Svezia e l’Estonia) sorpassano il 90%, e la media della Comunità sfiora l’85%. Bisogna però aggiungere che in molti Paesi una buona parte dei servizi per questo gruppo di età forniscono assistenza solo part-time (meno di 30 ore settimanali).

È noto come ci sia una connessione diretta tra la disponibilità di servizi offerti ai genitori e la loro possibilità di lavorare: nell’Unione Europea, più di sei milioni di donne di età compresa tra i 25 e i 49 anni affermano che non possono lavorare – o possono farlo solo part-time – a causa dei loro impegni familiari. Per più di un quarto di queste donne, la mancanza di servizi per l’infanzia – o il loro costo eccessivo – è il principale ostacolo.

Tabella.Janneke Plantenga, docente all’Università di Utrecht dove è titolare della cattedra di Economia del Welfare State, afferma che questo è un problema particolarmente rilevante per le donne più giovani. «Per i bambini tra i tre e i sei anni, la fornitura di servizi è maggiore, ma l’orario di apertura non si armonizza con l’orario di lavoro. Inoltre, in molti Paesi vi sono profonde differenze regionali». Questa affermazione va particolarmente sottolineata, perché è esattamente il caso dell’Italia, che vede un profondo divario tra il Centro-Nord e il Sud.

Oltre ai vantaggi che una maggiore diffusione dei servizi per l’infanzia può portare ai singoli genitori, vi sono altre ricadute positive da segnalare. Per esempio, la disponibilità di servizi di buon livello e con un costo ragionevole è un incentivo a far nascere una nuova famiglia, che nel contesto della crescente diminuzione delle nascite che si registra in Europa è di grande importanza. Numerosi studi hanno mostrato come i tassi di natalità più elevati si verificano in quei Paesi che hanno fatto di più per facilitare i genitori a conciliare il lavoro con le responsabilità familiari. Questi Paesi, non a caso, tendono ad avere anche un alto tasso di occupazione femminile.

Cosa è possibile fare per migliorare sia la disponibilità che la qualità dei servizi per l’infanzia? La risposta più ovvia sembrerebbe essere quella di aprire nuove strutture, ma il dossier di Social Agenda indica anche altre strade. Tra queste, molto interessante è la proposta di professionalizzare maggiormente la cura informale, ad esempio stabilendo degli standard qualitativi, migliorando le condizioni di impiego e di remunerazione, fornendo corsi di formazione per il personale. Inoltre, sarebbe molto importante fare in modo che i servizi rispondano veramente ai bisogni dei genitori, soprattutto quelli con orari di lavoro atipici o che hanno i bimbi ammalati. «Tutti i Paesi hanno bisogno di conciliare gli interessi dei genitori, dei bambini, degli imprenditori e dello Stato, in un modo che sia contemporaneamente efficiente e giusto dal punto di vista sociale, economico e demografico», afferma la professoressa Plantenga. «A questo proposito, penso che una risposta coerente, che sappia intervenire simultaneamente sul piano delle previdenze in denaro, dei tempi e dei servizi sia assolutamente cruciale».

I padri in congedo

Un altro punto analizzato nel dossier è la scarsa propensione dei padri a usufruire dei congedi genitoriali (i congedi per la cura del bambino che possono essere goduti indifferentemente da uno o l’altro dei genitori), benché in teoria essi siano una misura di grande rilevanza per migliorare le cosiddette "politiche di conciliazione", e per contribuire all’uguaglianza di genere, consentendo effettivamente a entrambi i genitori di condividere le gioie (e i pesi) della crescita dei propri figli. Questo almeno in teoria, perché in realtà le cose si presentano in modo affatto diverso. Infatti, benché i congedi genitoriali possano essere utilizzati da ciascuno dei due genitori, secondo una ricerca condotta nel 2004 dall’Eurobarometro, nell’Europa dei 15 l’84% dei padri affermava di non aver mai usufruito dei congedi genitoriali, né di pensare di usufruirne. Le percentuali più alte di padri che avevano usufruito di congedi genitoriali erano in Svezia (18%) e Danimarca (11%), mentre la media europea era ferma a un misero 4%.

I fattori che sembrano influenzare maggiormente questa scarsa propensione dei padri europei a dedicare del tempo alla cura dei propri figli sono il livello della retribuzione (chi dei due ha un reddito maggiore è più penalizzato dalla richiesta di congedo), fattori culturali (gli stereotipi di genere, duri a morire), il settore lavorativo (nel pubblico impiego, la propensione è maggiore) e il livello di istruzione (a un livello più alto, cresce la probabilità che i padri chiedano il congedo).

Infatti, secondo l’indagine dell’Eurobarometro il 42% dei padri ha dichiarato che l’inadeguata compensazione finanziaria era la principale ragione per cui non avrebbero fatto ricorso al congedo genitoriale, mentre il 31% riteneva che questo avrebbe potuto danneggiargli la carriera. Per questo, secondo il Dipartimento Affari sociali della Commissione Europea, è urgente che gli Stati membri predispongano misure per incentivare il ricorso al congedo per la custodia dei figli da parte dei padri. Tra le varie proposte sul tappeto, quella di rendere il congedo strettamente non trasferibile da un coniuge all’altro, con un periodo minimo obbligatorio anche da parte dei padri, o garantire un periodo addizionale ai coniugi se il padre usufruisce almeno di una parte del congedo genitoriale, come peraltro avviene in Italia.

Ma quel che sembra veramente determinante è il livello retributivo durante il congedo, soprattutto per le famiglie in cui il padre è la principale fonte di reddito, così come l’introduzione di precise garanzie in relazione alla carriera lavorativa durante e dopo il congedo genitoriale.

Pietro Boffi








 

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