Famiglia Oggi.

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n. 6 NOVEMBRE-DICEMBRE 2009

Sommario

EDITORIALE
Uno sguardo capace di sostenere l’incontro
la DIREZIONE

SERVIZI
  Per prendersi cura occorre il rispetto
CARMELO VIGNA

Le parole e i silenzi dei pazienti
EUGENIO BORGNA

Un’arte della relazione
LAURA FORMENTI

Le alleanze possibili tra familiare e sociale
FRANCESCO BELLETTI

Fenomeno "badanti": un welfare invisibile
MAURIZIO AMBROSINI

Accanto ai malati definiti "incurabili"
GIOVANNA CAVAZZONI

Verso l’alleanza tra medico e paziente
MAURIZIO CHIODI

DOSSIER
Sulle spalle della famiglia
LORENZA REBUZZINI

RUBRICHE
SOCIETÀ
Impegnarsi per chi soffre
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Comprendere la mente altrui
VERONICA ORNAGHI

RICERCA
Abilità cognitive ed emozioni
ANTONELLA D’AMICO

CONSULENZA
Il bisogno di affidarsi
CLARA CRESPI

POLITICHE
La famiglia delle famiglie
BARTOLO CICCARDINI

EDUCAZIONE
Quando correre fa crescere
MICHELE AGLIERI

MINORI
Per raggiungere l’autonomia
FRANCA COLOMBO

BIOETICA
Cellule maligne riprogrammabili
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Un lavoro a più braccia
MARIO OSCAR LLANOS

COMUNICAZIONE
Che libro leggo? Ecco un aiuto!
FULVIA DEGL’INNOCENTI

COMUNICAZIONE
Un festival che fa pensare
CHIARA MACCONI

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

CURA E SUSSIDIARIE

Le alleanze possibili tra familiare e sociale

di Francesco Belletti
(direttore Cisf, Centro Internazionale Studi Famiglia)

 

La cura rientra a pieno diritto nella famiglia in quanto luogo primario di relazione. Ma da anni è in corso un processo di privatizzazione familiare della cura che rischia di essere una sorta di familismo amorale, nel quale ogni singola famiglia si disinteressa della portata sociale del proprio compito.
  

«Non è bene che l’uomo sia solo»(1), è scritto all’inizio del Genesi: un’affermazione che contiene la verità essenziale sull’uomo e al tempo stesso una limpida e sintetica descrizione delle oggettive condizioni della vita umana. L’uomo è inevitabilmente "uomo con" altri uomini, non può stare da solo poiché è inevitabilmente un "essere in relazione a": l’uomo, da solo, non può vivere. La famiglia si colloca proprio al centro della necessaria relazionalità dell’uomo: è nella famiglia che l’uomo fa originariamente esperienza di relazione, dentro la famiglia l’uomo non è solo e abbandonato a sé, ma al contrario comprende che non può restare da solo. Scrive Fulvio Scaparro: «La vita inizia con una promessa che l’essere vivente raccoglie con fiducia. Il bambino si aspetta, per così dire, la nostra collaborazione per crescere e trovare il suo posto nel mondo, la nostra dedizione, tempo, cura, guida, educazione all’autonomia e all’indipendenza. Se questa promessa non è mantenuta, l’organismo perde energia, si lascia morire o si ribella o si umilia nell’accattonaggio degli affetti»(2).

L’uomo impara dunque in famiglia che la relazione è composta da questi elementi: dedizione, tempo, e cura. La cura, quindi, rientra a pieno diritto non solo tra gli elementi costitutivi dell’essere uomo in quanto essere in relazione, ma anche nella famiglia in quanto luogo primario di relazione. È in famiglia che si sperimenta la prima e fondamentale cura: l’accudimento al neonato, che altrimenti non potrebbe sopravvivere. È nella relazione tra genitori e figli che, più che altrove, si sperimenta la dedizione e la responsabilità, il "farsi carico di". È ancora e finanche nella relazione tra coniugi che il tema della cura emerge in tutte le sue peculiarità, in un rapporto alla pari che si dipana "nella buona e nella cattiva sorte, in salute e malattia, in ricchezza e povertà". A ben vedere, la cura è il cardine su cui poggia la formula stessa del matrimonio, sia religioso sia civile.

Oltre che dal punto di vista antropologico, anche dal punto di vista più meramente sociale, alla famiglia sono stati affidati svariati compiti di cura dell’"umano": la sopravvivenza della specie, la custodia del patrimonio, la regolazione dei rapporti sociali più elementari. Le modalità e le possibilità di cura della famiglia sono state, storicamente, molto diverse: basti solo pensare alla differenza tra il concetto di "cura" di un bambino di 10 anni nell’Ottocento, quando molti bambini già lavoravano nei campi, e oggi.

Conseguentemente a ciò, anche il "carico di cura" (se così lo possiamo chiamare), ossia gli ambiti di cura in cui la titolarità della famiglia era piena, sono cambiati molto nel corso dei tempi. Questi cambiamenti sono legati anche alle diverse strutturazioni societarie che si sono succedute nella storia, e al ruolo che ogni società affidava alla famiglia, in quanto attore sociale.

La famiglia al centro

Richiamiamo qui brevemente, in modo funzionale al nostro ragionamento su cura, famiglia e società, alcune tesi fondamentali del Decimo Rapporto Cisf sulla Famiglia(3), uscito nel 2007, nel quale viene ampiamente illustrato il nesso inscindibile tra famiglie e società.

In particolare Pierpaolo Donati, curatore del Rapporto, argomenta tre modi peculiari in base ai quali la famiglia che cura (perché non può farne a meno, per esistere) genera valore aggiunto e costituisce un bene per l’intera società.

In primo luogo, esiste una qualità relazionale del familiare che è eccedente rispetto alla qualità relazionale dei singoli componenti della famiglia: il benessere familiare non è pertanto una somma algebrica, ma una sorta di prodotto a matrice delle interazioni. Se è l’interazione tra le singole persone che genera benessere, non basta riferirsi ai singoli, ma è necessario fare riferimento all’intero sistema delle relazioni familiari, nella sua complessità.

In secondo luogo, la famiglia è in grado di effettuare una sorta di ridistribuzione interna tra i familiari in base alle necessità di ognuno: pensiamo alla differenza di distribuzione di risorse di cura nei confronti di un genitore autosufficiente (che anzi, spesso è portatore di cura ne confronti dei nipoti, per esempio) e un genitore non più autosufficiente: sappiamo, d’altro canto, che nel nostro Paese la principale forma di tutela degli anziani sono i figli. All’interno della famiglia si verifica quindi un trade off tra generazioni che genera benefici per tutti, e del quale la società non si è mai occupata.

In terzo luogo, la famiglia dà un contributo alla società nel momento in cui assolve pienamente al proprio ruolo descritto nel Codice civile, cioè all’idea di una società mediata dalla responsabilità della famiglia. In questo senso la famiglia è capitale sociale primario, è cioè il luogo originario nel quale le persone imparano a relazionarsi al di là delle logiche politiche e commerciali, e saranno quindi poi in grado di costruire quei legami societari che sono alla base di qualsiasi altro legame.

Nel suo essere un’"eccedenza relazionale", un "di più" che non equivale alla somma dei singoli individui, la famiglia è anche il luogo nel quale si rigenera il capitale sociale della comunità(4).

Il fatto che la famiglia costituisca – almeno nel nostro Paese, ancora per qualche tempo – una risorsa di cura non dovrebbe però costituire alibi per non riconoscere che la responsabilità di farsi carico delle persone fragili, deboli, di quelli "che non ce la fanno" è un compito squisitamente sociale, di rilevanza pubblica, che esige scelte radicali a livello politico.

Il compito della società

Nella storia questo compito è stato svolto con modalità molto diverse, a partire dal paternalismo dei tiranni e fino al volontarismo assistenziale di nobili e "ricchi", per arrivare alla costruzione di rigorosi sistemi statali di solidarietà sociale. In particolare nella seconda metà del ventesimo secolo, dopo il grande sconvolgimento della Seconda guerra mondiale, l’Europa occidentale ha visto l’affermarsi e il consolidarsi del welfare state, vale a dire di una strutturazione dell’intervento pubblico finalizzato a garantire protezione sociali, pari dignità e opportunità alle persone più fragili, in quanto cittadini.

Tuttora il sistema europeo è certamente caratterizzato da un forte impegno per le politiche sociali, anche se ogni nazione ha utilizzato propri modelli ideali di riferimento, che hanno generato forti differenziazioni su alcuni aspetti cruciali dei meccanismi di welfare, per esempio rispetto al prelievo fiscale, al ruolo dello Stato e all’autonomia del cittadino, ai criteri di accesso, al ruolo della famiglia e all’attenzione a essa rivolta dalle politiche sociali e familiari ("propriamente dette").

Inoltre tutti i sistemi di welfare, anche i più organici, sono stati colpiti, prima ancora che dalla recente crisi 2008-2009, dalla complessa crisi degli anni ’80 del ventesimo secolo, che è stata insieme economica, finanziaria e politica (di consenso), costringendo ciascun modello nazionale a forti ripensamenti e riorganizzazioni, tuttora in corso.

Esistono quindi, anche oggi, modelli molto diversi di stato sociale (welfare state), distinti sulla base delle interazioni fra Stato, mercato e famiglie nel rispondere ai bisogni di tutela dei "rischi sociali".

Sistemi di welfare

Tra le numerose tipologie proposte dalla letteratura (non solo economica, ma anche sociologica) proponiamo qui una delle distinzioni più semplici, che distingue quattro principali modelli ideali, in vario modo attuati nell’Europa occidentale della seconda metà del secolo scorso: socialdemocratico, liberale, corporativo, mediterraneo.

1 Il modello socialdemocratico si è sviluppato soprattutto nei paesi scandinavi, ed è caratterizzato da una elevata spesa sociale, dall’universalità delle prestazioni (ogni singolo cittadino, in quanto cittadino, ha diritto alle prestazioni sociali), da una rilevante ampiezza dell’intervento (non solo tutela della salute, ma anche cura dei figli e degli anziani, fino a un welfare "dalla culla alla bara") e dal ruolo preminente, se non esclusivo, dello Stato per l’offerta di servizi. Prevede per una parte rilevante il finanziamento dalla fiscalità generale, e si coniuga con elevati tassi di partecipazione femminile al mercato del lavoro.

2 Il modello liberale è stato attuato principalmente in Gran Bretagna, e in modo molto più radicale, fuori dai confini europei, negli Stati Uniti, e si caratterizza per la "selettività" (che tende, soprattutto negli Usa, a un "welfare minimo", sia come costi che come prestazioni): intende quindi tutelare pochi rischi (interviene solo su gravi fenomeni di povertà ed emarginazione sociale), limitando l’accesso a rigorose soglie di reddito attraverso un ampio utilizzo di metodi di "controllo dei mezzi" (means test). In tale modello sono incentivate soluzioni "di mercato", vale a dire non pubbliche (solidarietà privata).

3 Il modello lavoristico-corporativo, detto anche continentale, è l’esperienza della Germania e, almeno in parte, della Francia e dei paesi dell’area Benelux, ed è caratterizzato da una forte tutela dei rischi strettamente connessi con il mercato del lavoro (è il lavoratore, non il cittadino a essere oggetto di tutela; quindi è definibile "non universalistico"), da programmi di spesa che rischiano di essere frammentati per "categorie" di lavoratori, per esempio con diversi trattamenti tra dipendenti pubblici e dipendenti privati, da un importante ruolo della famiglia, protetta con politiche familiari "esplicite". Il finanziamento è fondato prevalentemente su contributi sociali, distinti per programmi di spesa; tipico è l’istituto degli assegni familiari.

4 Il modello mediterraneo viene a volte qualificato anche dal termine "corporativo", a segnalarne una certa vicinanza al modello precedente, ed è tipico dei paesi del Sud Europa, come Italia, Spagna Grecia; si caratterizza per una forte componente lavoristica (non universalistico), accompagnata però da una maggiore frammentazione dei programmi di spesa e da un forte ruolo di "ammortizzatore sociale", assegnato alla famiglia in via informale, senza che a questa responsabilizzazione familiare corrispondano adeguati piani di sostegno e promozione; in effetti politiche familiari organiche, in questo modello, sono scarsamente presenti.

Questa tipologia ha visto una certa convergenza negli ultimi anni tra i diversi sistemi nazionali, su alcuni aspetti specifici (per esempio il tentativo di ridurre i costi pubblici, anche attraverso un welfare plurale e aziendale, o la promozione di una maggiore libertà di scelta del cittadino-utente), ma nel complesso i vari sistemi nazionali ancora possono essere ricondotti a queste macro categorie interpretative. Nello specifico del nostro Paese, rimane forte questa "implicita strumentalizzazione" della famiglia, vera e insostituibile "risorsa nascosta" del welfare italiano.

Vignetta.

Un’alleanza per costruire

La traiettoria del modello di welfare del sistema Italia, quindi, con il cosiddetto "modello mediterraneo", ha visto fortune e sfortune di una modalità che ha tentato di tenere insieme intervento pubblico rilevante e forte ruolo della famiglia come risorsa di cura. Oggi la situazione è comunque particolarmente complessa, e nel nostro Paese ci si deve confrontare con:

forte crescita dei costi;

crisi del modello lavoristico con la creazione di un mercato del lavoro fortemente strabico e il graduale impoverimento del potere di acquisto degli stipendi da lavoro dipendente;

forte iniquità sul versante contributivo, con una spesa sociale fortemente sbilanciata a tutela di un sistema pensionistico e lavoristico che premia gli anziani (e in parte gli adulti) ma che non è in grado di assicurare ai giovani risorse e prospettive;

forte logoramento di risorse "tradizionali", e in primo luogo della famiglia, logoramento dovuto alle mutate condizioni sociali e alla costante denatalità che, dalla fine degli anni Ottanta, ha visto protagonista il nostro Paese;

forti e "continue discontinuità" nell’orientamento del sistema Paese per quanto riguarda le politiche fiscali e diwelfare.

Le funzioni di cura, quindi, nel nostro Paese sono tuttora quasi esclusivamente a carico delle famiglie, che ne risultano però spesso eccessivamente affaticate, quando non "dimenticate": il risultato di questo processo di progressiva privatizzazione familiare della cura rischia perciò di essere una sorta di familismo amorale, nel quale ogni singola famiglia pensa a "sopravvivere" ai propri compiti di cura, disinteressandosi della portata sociale del proprio compito. Peraltro questa "amoralità" riguarda a maggior ragione l’azione pubblica, che appare abbastanza efficace nel proteggere alcune categorie forti, ma scarsamente capace di svolgere una reale opera di redistribuzione; basta considerare il peso degli ammortizzatori sociali utilizzati, in questa recente crisi, a sostegno dei lavoratori dipendenti, e confrontarlo con quanto (poco) è stato dedicato a proteggere nuovi luoghi di disagio, come i giovani in cerca di prima occupazione e le loro esigenze se e quando riescono a "mettere su famiglia".

Un altro elemento che segnala la difficoltà, per il nostro sistema di garanzie pubbliche di welfare, di essere un reale equo redistributore di risorse e di opportunità, è la pressoché totale inerzia nel definire i livelli essenziali delle prestazioni sociali (quali sono i diritti sociali realmente esigibili), operazione fondamentale anche per garantire una soglia nazionale omogenea di servizi sociali; oppure potremmo domandarci, sempre rispetto a iniquità redistributiva, che ci autorizza a parlare di un "welfare amorale", più che della famiglia amorale, se e quanto i nostri sistemi di protezione sociale garantiscano equità e solidarietà intergenerazionale; e la risposta, purtroppo, è ancora oggi no, su un tema che già nel 1991 era stato posto al centro dell’attenzione nel Secondo Rapporto Cisf, e che tuttora si presenta con un forte squilibrio di risorse pubbliche a sfavore nelle nuove generazioni (basti pensare al debito pubblico, da decenni scaricato sulle generazioni future), di fronte a cui è la famiglia il vero operatore sociale di equità e solidarietà intergenerazionale (garantendo sostegno ai propri anziani e ai propri figli, anche quando per lunghi non trovano un posto di lavoro).

È dunque necessario, come sottolineato da più parti, un radicale ripensamento delle politiche familiari, che in Italia oggi sono ancora estremamente deboli, non solo dal punto di vista quantitativo ma anche nella loro identità; sono state spesso appiattite sulle politiche sociali e/o di contrasto alla povertà, marginali, con scarsi finanziamenti, spesso giocate sulla logica dell’una tantum (ieri con il bonus bebè, oggi con il bonus famiglia o la social card). Servono invece politiche familiari che rispettino l’identità di famiglia e che ne promuovano il compito di cura; ma per fare questo dovrebbero essere esplicite, dirette, distintive, organiche e promozionali:

esplicite, cioè concentrate sul nucleo e sulle qualità della famiglia, ossia sulla sua natura di relazione di reciprocità tra sessi e generazioni (a promozione, tutela e sostegno delle relazioni di coppia e intergenerazionali, sia interne alla famiglia che tra generazioni nel sociale);

dirette, vale a dire "sulla famiglia in quanto tale", e non solo su singoli membri, mentre spesso politiche di protezione di singoli membri o condizioni, pur necessarie, vengono etichettate come familiari. È il caso di molti provvedimenti sulle pari opportunità e sulla donna, sui minori, che trattano solo gli individui, e non le singole condizioni "dentro" le relazioni familiari; in questo senso le politiche familiari dovrebbero essere "relazionali"(5);

distintive, nel senso che devono essere in grado di distinguere tra i contesti di vita che sono famiglia e i contesti caratterizzati da altri criteri e scelte; dell’importanza di questo criterio è esemplare conferma la perdurante discussione sulle coppie di fatto e sulla loro regolamentazione;

organiche, cioè capaci di includere le diverse dimensioni della famiglia, senza interventi settoriali e sconnessi. Ciò implica anche la capacità di valutare il cosiddetto "impatto familiare" di provvedimenti in settori diversi da quello sociale (per esempio lo sviluppo urbanistico, o le regole del mercato del lavoro); questo esigerebbe anche che, per esempio, quando si discute di finanziaria si affrontasse "prima" la famiglia, come motore di sviluppo sociale ed economico del sistema Italia, e non da ultima, a contendersi le briciole con altri temi;

promozionali, vale a dire indirizzate a leggere ogni sistema familiare alla ricerca di capacità e potenzialità (più o meno latenti), per rimetterle in gioco, anziché mettere al centro della diagnosi e della relazione con le famiglie i problemi, le mancanze, le fragilità, Occorre cioè uscire da un modello assistenziale e riparatore, nei confronti delle famiglie, a favore di un approccio promozionale che consenta sia di scoprire e mettere in gioco le risorse dei portatori di bisogno, sia di prevenire malesseri e fragilità maggiori. Ed è proprio questo il criterio che maggiormente concretizza il principio di sussidiarietà nei confronti della famiglia.

Famiglie responsabili

Ma la relazione tra famiglia e politica sociale potrà essere radicalmente modificata a favore delle famiglie, nei termini qui brevemente tratteggiati, solo quando le famiglie stesse sapranno acquisire una chiara consapevolezza del proprio ruolo sociale, della propria responsabilità pubblica, della propria soggettività autonoma di fronte all’agire degli altri sottosistemi (politico, amministrativo, economico). Occorre cioè, in altre parole, maggiore consapevolezza e maggiore pratica dell’"agire sociale" della famiglia; "ripartire dalla famiglia" non può essere più solo uno slogan, da difendere e affermare teoricamente, ma è la responsabilità che ogni famiglia deve assumersi. Solo a partire da una presenza reale, da fatti sociali, prodotti direttamente dalle famiglie associate, sarà possibile esigere una reale "cittadinanza sociale della famiglia".

Del resto l’esistenza di questo movimento "dal basso" è condizione essenziale perché si possa parlare di sussidiarietà reale; il modello sussidiario non è infatti assicurabile solo dall’alto, "graziosamente concesso dal sovrano", ma presuppone, esige addirittura l’esistenza di una società civile forte, capace di esprimersi, di auto-organizzarsi, di produrre fatti sociali, servizi, azioni, presenze. Solo questa autonoma forza della società civile consente di uscire da logiche assistenziali e di stato sociale istituzionale o totale, evitando nel contempo i rischi di una privatizzazione solo mercantile, che lasci le singole famiglie sole di fronte al contesto sociale; del resto, la storia recente del volontariato e del terzo settore nel nostro Paese, negli ultimi venti anni, conferma che l’emergere (o meglio lo svelarsi) di un soggetto "terzo", diverso rispetto alla vecchia dicotomia Stato-mercato, ha favorito il difficile (e nient’affatto concluso) compito di coniugare autonomia e solidarietà, efficienza e attenzione ai più deboli, sviluppo economico e azioni a favore di chi, da tale sviluppo, rimane escluso ed emarginato. Una positiva relazione, di tipo sussidiario, tra famiglia e politiche sociali può quindi realizzarsi solo dall’incontro tra questi due orientamenti virtuosi: da parte della famiglia deve esplicarsi un agire sociale caratterizzato dalla responsabilità e da un orientamento pro-sociale; da parte delle politiche, deve essere proposto un approccio promozionale, capace di favorire la "messa in movimento" della famiglia.

Francesco Belletti








 

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