Famiglia Oggi.

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n. 6 NOVEMBRE-DICEMBRE 2009

Sommario

EDITORIALE
Uno sguardo capace di sostenere l’incontro
la DIREZIONE

SERVIZI
  Per prendersi cura occorre il rispetto
CARMELO VIGNA

Le parole e i silenzi dei pazienti
EUGENIO BORGNA

Un’arte della relazione
LAURA FORMENTI

Le alleanze possibili tra familiare e sociale
FRANCESCO BELLETTI

Fenomeno "badanti": un welfare invisibile
MAURIZIO AMBROSINI

Accanto ai malati definiti "incurabili"
GIOVANNA CAVAZZONI

Verso l’alleanza tra medico e paziente
MAURIZIO CHIODI

DOSSIER
Sulle spalle della famiglia
LORENZA REBUZZINI

RUBRICHE
SOCIETÀ
Impegnarsi per chi soffre
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Comprendere la mente altrui
VERONICA ORNAGHI

RICERCA
Abilità cognitive ed emozioni
ANTONELLA D’AMICO

CONSULENZA
Il bisogno di affidarsi
CLARA CRESPI

POLITICHE
La famiglia delle famiglie
BARTOLO CICCARDINI

EDUCAZIONE
Quando correre fa crescere
MICHELE AGLIERI

MINORI
Per raggiungere l’autonomia
FRANCA COLOMBO

BIOETICA
Cellule maligne riprogrammabili
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Un lavoro a più braccia
MARIO OSCAR LLANOS

COMUNICAZIONE
Che libro leggo? Ecco un aiuto!
FULVIA DEGL’INNOCENTI

COMUNICAZIONE
Un festival che fa pensare
CHIARA MACCONI

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

DOSSIER - IMPARARE A CHIEDERE AIUTO

SULLE SPALLE DELLA FAMIGLIA
   

UN SISTEMA IN DIFFICOLTÀ 
QUANDO IL WELFARE È FATTO IN CASA
 
di Lorenza Rebuzzini
(ricercatrice Cisf)
  

Le famiglie italiane hanno sempre dimostrato una grossa capacità di prendersi cura dei propri membri bisognosi. Il sistema di welfare italiano poggia in larga parte sulla capacità delle famiglie di "sbrigarsela" da sole. Oggi, tuttavia, per una serie di circostanze di natura economica e sociale, non riescono più ad assolvere questo lavoro. Il passaggio "ad extra" del compito di cura risulta però carico di problematicità, insite soprattutto nel rapporto con i servizi. Ma come dovrebbe strutturarsi questa relazione, affinché i servizi svolgano efficacemente il proprio lavoro di promozione delle capacità di cura della famiglia? E cosa devono fare quest’ultime, per mantenere la titolarità del lavoro che svolgono? La soluzione può essere trovata nell’attuazione di una prospettiva realmente sussidiaria.
 

La famiglia è uno dei primi e originari luoghi di cura, in forme diverse e con varie peculiarità e sfaccettature nel corso della sua storia: cura dei figli, della relazione coniugale e di quelle parentali...

Ogni famiglia, dunque, fa esperienza della dimensione della cura e si trova prima o poi ad affrontare anche la cura della fragilità, cioè la cura di alcuni suoi membri che presentano particolari situazioni di bisogno: un bambino molto piccolo, un anziano non più autosufficiente, un disabile, un adolescente problematico.

Le famiglie italiane sono, da sempre, un grosso "serbatoio" di cura, hanno cioè sempre dimostrato una grossa capacità di occuparsi dei propri membri con fragilità: in questo senso, possiamo affermare che, fuor da ogni dubbio, il sistema di welfare italiano poggia in larga parte sulla capacità delle famiglie di "sbrigarsela" da sole, tanto che l’Iref ha parlato di «un welfare fatto in casa»(1), un "welfare invisibile" costruito sul lavoro non riconosciuto e non pagato delle donne all’interno della loro famiglia. Un sistema che sembra oggi in grande sofferenza.

Il sistema italiano

In Italia l’attuale sistema di protezione sociale è sostanzialmente costruito sulla figura del lavoratore maschio adulto (il sistema pensionistico e quello degli ammortizzatori sociali), e su un modello di famiglia nel quale si presume che il capofamiglia lavori e che i compiti di cura siano affidati, per genere e per linea di generazione, alle donne. Quest’ultime, nonostante siano entrate in massa nel mercato del lavoro, scontano ancora molte difficoltà legate proprio ai problemi di conciliazione famiglia-lavoro. Inoltre, la spesa sociale italiana (che peraltro è già una tra le più basse in Europa, in rapporto al Pil) subisce un forte squilibrio, dovuto all’eccessivo peso della spesa pensionistica.

Oltre il 60% di tale spesa, infatti, è devoluto alle pensioni e il rapporto tra pensionati e lavoratori è attualmente già molto alto: si stima, infatti, che vi sia un pensionato ogni due lavoratori, e tale rapporto si tradurrà presto in un pareggio, dato il progressivo invecchiamento della popolazione. Un sistema di welfare che dunque, a meno che non intervengano radicali cambiamenti, risulterà sempre più sbilanciato sulla spesa pensionistica.

L’andamento demografico (caratterizzato da sempre meno figli, e sempre più anziani) pone inevitabilmente una questione forte rispetto a quella che già è, e sarà sempre di più, la domanda di cura e di assistenza dei propri membri più fragili, degli anziani e dei disabili, all’interno peraltro di un nucleo familiare più "esposto alle intemperie", più piccolo e maggiormente sganciato dai legami di solidarietà e di vicinanza familiare, e nel quale spesso lavorano entrambi i coniugi, ossia entrambi i care giver di riferimento.

La risorsa-famiglia, che finora è stata «una risorsa grande (...) per il benessere dei singoli e per lo sviluppo sociale ed economico del paese»(2), sembra dunque essere sottoposta a un carico eccessivo, dovuto anche alla congiuntura economica che riporta maggiore povertà, minori possibilità di appoggiarsi all’aiuto di reti informali, donne sempre più impegnate fuori casa e con un numero "esponenziale" di anziani da accudire. Si tratta di una pressione eccessiva, anche per le famiglie italiane abituate a "sbrigarsela" da sole.

Capacità di adattamento

Quando una famiglia si trova davanti a un compito di cura particolarmente gravoso, in quanto soggetto responsabile, attua una sorta di riadattamento interno, adotta cioè una sorta di strategia propria, del tutto peculiare. Anche in ordine temporale, in genere le famiglie cercano prima una soluzione al proprio interno, e solo in un secondo momento cercano una soluzione all’esterno(3).

Ogni famiglia, di fronte alle difficoltà, tende prima di tutto ad attivare percorsi di riorganizzazione delle proprie modalità di funzionamento, tentando percorsi in cui si cerca un nuovo equilibrio e attivando prima di tutto le proprie risorse interne di aiuto, spesso attuando una diversa allocazione del tempo dei propri membri adulti autosufficienti, oppure attuando una sorta di redistribuzione interna delle ricchezze e delle possibilità.

Così, per esempio, un giovane che perde il posto di lavoro viene aiutato con la pensione del nonno, mentre i genitori si prendono cura dell’anziano. Oppure si affida un bambino piccolo alla cugina disoccupata, mentre la madre è al lavoro. La famiglia, dunque, cerca, e spesso trova, un nuovo assetto interno, rivelando una capacità di adattamento e di "risposta attiva" in moltissimi casi di grande efficacia, e certamente sorprendente per un osservatore esterno o, quantomeno, per un osservatore che non dia per scontate tali capacità di cura.

Tuttavia oggi sono sempre di più le famiglie che non riescono ad attuare un riaggiustamento efficace di fronte alle difficoltà, o a causa di uno squilibrio «di tipo quantitativo tra le risorse disponibili internamente e la richiesta emersa» (per esempio, quando manca il tempo a disposizione di fronte a una richiesta di cura emersa, poiché entrambi i genitori "devono" lavorare), oppure per una «"discordanza qualitativa", nel senso che in quello specifico sistema familiare mancano, per i più svariati motivi, le risorse specifiche per far fronte più adeguatamente al problema in oggetto»(4) (per esempio, quando c’è un problema di tipo educativo, o un problema di dipendenza).

Una scelta subita

La presa in carico totale del lavoro di cura dei propri membri più fragili e bisognosi, per un verso, dimostra indubbiamente un atteggiamento di forte dignità e di totale assunzione di responsabilità, di rifiuto cioè di una logica assistenziale e passiva, a favore di un protagonismo, di un ruolo attivo di fronte ai propri problemi. D’altro canto, tale presa in carico appare sempre più problematica.

Da una ricerca piuttosto recente è emerso come l’opzione della totale presa in carico del compito di cura di un congiunto non sia, o quantomeno non risulti più, una scelta preferenziale delle famiglie, ma piuttosto una situazione in qualche modo subìta, un’opzione "imposta", piuttosto che "liberamente scelta". Molte delle famiglie che si sono completamente accollate il lavoro di cura (di un bambino piccolo, ma anche di un anziano) affermano infatti di preferire, virtualmente, altre tipologie di cura, e in genere un mix più strutturato tra auto addossamento e mercato dei servizi(5).

Facciamo un esempio: quasi nessuna, tra le donne intervistate che si sono addossate integralmente il lavoro di cura dei propri figli, indica questa scelta come preferenziale. Questo «slittamento tra strategie reali e strategie virtuali»(6) di cura indica dunque «come la tradizionale delega di care alle famiglie, da parte del settore pubblico, sia certamente possibile grazie alla persistente tenuta dei legami familiari, ma non poggi in realtà su un sistema di preferenze familiari di questo tipo»(7).

Le famiglie, dunque, desidererebbero essere supportate maggiormente nel loro lavoro di cura. Qui, però, ci scontriamo con una difficoltà tutta italiana, o quantomeno "mediterranea": i sistemi di welfare dei Paesi dell’area mediterranea (oltre all’Italia, la Spagna e la Grecia) sono sì connotati da una forte coesione familiare, ma anche da una scarsa coesione sociale. L’atteggiamento di estrema responsabilizzazione e autosufficienza delle famiglie discende dunque anche da un forte «orientamento individualista, separatista, secondo cui "i panni sporchi si lavano in casa", e "nessuno può aspettarsi niente di buono dagli altri in questo mondo, tranne che dai propri familiari"; in una parola, un atteggiamento familista, che tradisce una contrapposizione tra etica privata ed etica pubblica»(8).

In un tale contesto, la capacità di chiedere aiuto, di adottare un pensiero aperto, di valutare la possibilità della condivisione dei propri problemi non può essere considerata automatica né scontata, e dipende in larga misura da un mix di fattori eterogenei: il livello culturale e sociale, il reddito, il contesto di appartenenza, le scelte lavorative e abitative, l’assetto valoriale di riferimento di ogni singola famiglia.

Conoscere i servizi

Di fronte alle famiglie che decidono di chiedere aiuto si apre il variegato scenario del welfare italiano, un’ampia gamma di servizi gestiti da una molteplicità di soggetti tra i quali doversi districare "in solitaria", per rubare un termine alla nautica.

Il primo e immediato problema da affrontare, nella relazione tra famiglie e servizi, riguarda la conoscenza dei servizi stessi, oltre che la conoscenza (e la coscienza) dei diritti esigibili da parte delle famiglie.

Sapere con precisione quali sono i servizi di welfare effettivamente erogati nella propria zona non è cosa scontata né, a volte, semplice: non tutte le famiglie hanno una percezione e una conoscenza chiara di tutti i servizi di cui potrebbero usufruire. È anzi emerso che la maggiore conoscenza dei servizi disponibili è legata ad alcune variabili di stato della famiglia, quali il titolo di studio dei care giver di riferimento e il livello socio-economico: all’aumentare di queste due variabili, aumenta anche la percentuale di conoscenza dei servizi.

Inoltre, da una recente ricerca svolta in Veneto, emerge un dato estremamente interessante: alcuni servizi sono ampiamente e trasversalmente conosciuti da tutti i care giver di riferimento (per esempio, l’asilo nido o il consultorio familiare) mentre altri servizi finiscono relegati in un cono d’ombra, sfuggendo alla conoscenza (e, di conseguenza, all’utilizzo) dei più(9). Tali servizi, di fatto, non sembrano soddisfare alcuna richiesta da parte delle famiglie, non rilevano un effettivo bisogno delle famiglie.

Inizia dunque, per le famiglie che si rivolgono ai servizi con una specifica domanda di aiuto nel compito di cura, una tortuosa peregrinazione alla ricerca del servizio adatto, dello specialista giusto, acuendo in loro la sensazione di essere abbandonate e in qualche modo "mandate allo sbaraglio".

Inoltre, sembra che molte famiglie non sappiano neanche esattamente quali siano i propri diritti: una grossa carenza nella conoscenza delle leggi di riferimento e delle agevolazioni cui possono ricorrere accresce indubbiamente la possibilità di esigere servizi e informazioni(10).

Un rapporto asimmetrico

La famiglia procede, dunque, per prove e tentativi, in un percorso di auto-orientamento non sempre facile, e di certo non alla portata di tutti, specialmente delle famiglie più deboli dal punto di vista del patrimonio culturale e della capacità relazionale.

Questa situazione, questo primo difficile approccio ci introduce a uno dei maggiori problemi riscontrati nella relazione tra famiglia e servizi e in particolare al rapporto asimmetrico che si viene a creare nel momento in cui la famiglia decide di "affidare il proprio bisogno" ai servizi.

La famiglia, chiedendo aiuto, diventa il "soggetto debole" all’interno della relazione: è il soggetto portatore di una domanda di aiuto, che fatica però a trovare una sua piena espressione. Spesso, nel momento in cui approcciano i servizi, le famiglie devono limitarsi a modellare il proprio bisogno in base a quello che viene loro offerto: i bisogni delle famiglie, cioè, devono modularsi sull’offerta erogata dai servizi. Per dirla in termini economici, è la domanda che si modula sull’offerta, e non viceversa.

La famiglia si trova dunque a doversi misurare con contesti e modalità di funzionamento decise e definite da altri: le regole del gioco sono state già scritte, e sono difficilmente contestabili, soprattutto se il ruolo è quello del "richiedente", se la famiglia interpella questi soggetti con una domanda, con la richiesta di ottenere qualcosa, con un "potere debole".

Questa difficoltà è ulteriormente aggravata dalla grossa eterogeneità dei servizi erogati e delle modalità per accedervi: «Per la famiglia, attore delle richieste a soggetti in ambiti così differenziati, occorre quindi una elevata sensibilità, adattabilità e flessibilità nei confronti di regole, criteri e meccanismi spesso molto differenziati: è certamente diverso chiedere un aiuto a un centro di ascolto parrocchiale, o a una grande organizzazione di volontariato a livello nazionale, oppure a un distretto socio-sanitario, a un consultorio, a un servizio sociale comunale. Cambiano linguaggi, regole, modalità (o addirittura possibilità) di accesso, e non tutti i sistemi familiari sono capaci di interagire con tale complessità, o acquisiscono tale capacità solo dopo molti tentativi e sofferenze»(11). Non è un dato casuale se, su due coorti di donne di 30-34 anni e di 50-54 anni, sono le seconde a dimostrare maggiore conoscenza e dimestichezza con l’ambito dei servizi di welfare(12).

Per scaricare dunque dalle famiglie alcuni di quei compiti di cura che le risultano oggi troppo faticosi, la relazione tra famiglie e servizi può (e deve) essere radicalmente modificata, sia per quanto riguarda le modalità di presenza e di ascolto dei servizi, sia per quanto riguarda la consapevolezza, da parte delle famiglie, del proprio ruolo sociale e delle proprie responsabilità.

La reciprocità

Alle famiglie devono quindi essere fornite "buone ragioni" per uscire dal proprio privato, modificando sostanzialmente la relazione tra famiglia e servizi, nell’ottica di una nuova relazione basata sulla reciprocità(13) e sulla restituzione di dignità alla famiglia che chiede aiuto.

Le modalità secondo le quali è possibile realizzare, da parte dei servizi, una relazione basata sulla reciprocità sono sostanzialmente tre. La prima è certamente l’ascolto: è necessario, da parte dei servizi, considerare la famiglia come un soggetto unico, come un insieme di relazioni, e non come soggetto portatore di un problema da scomporre e separare. Solo ascoltando la narrazione della storia familiare e i bisogni che essa presenta e ai quali non ha saputo fare fronte, sarà possibile rispettare l’identità della famiglia. La seconda modalità riguarda la necessità di un profondo ripensamento riguardo alla propria identità di servizi, che dovrebbero svolgere un ruolo di orientamento e di accompagnamento nelle situazioni di difficoltà, senza assumere il ruolo di regista e di tutore che esautora la famiglia da ogni titolarità.

La famosa (e infelice) espressione "l’assistente sociale porta via i bambini" ben esprime le paure delle famiglie, ma anche il rischio che spesso corrono i servizi: esautorare la famiglia del proprio compito di cura, senza valorizzare il percorso familiare attraverso il quale si è giunti a chiedere aiuto, senza cioè restituire alcuna titolarità alla famiglia. Solo se verrà attuato un ascolto reale e se si orienterà il bisogno e le azioni della famiglia in modo corretto sarà possibile organizzare la terza modalità che riguarda interventi realmente promozionali, capaci di restituire dignità, capacità, competenze alle persone e alle famiglie in situazione di bisogno(14).

Questa è anche la logica che va sotto la sintetica formula dell’empowerment(15), secondo la quale la famiglia (e la sua presa in carico) non viene definita dal bisogno, ma piuttosto dalla sua capacità di "rimettersi in movimento" per rispondere a quel bisogno. Si concretizza, con tale strategia, un approccio realmente sussidiario, un approccio cioè capace di mantenere al centro dell’azione sociale proprio il soggetto in condizione di bisogno, in un percorso di restituzione di dignità e di cittadinanza, e non di fornitura di prodotti per coprire una mancanza, senza arrivare mai a cogliere, modificare e risolvere il bisogno.

L’apertura del sistema familiare all’esterno rimane quindi passaggio insostituibile, ma occorre fornire "buone ragioni" alle famiglie, e queste possono passare, essere condivise solo all’interno di una concreta relazione fiduciaria tra famiglia e operatori. In questo senso la possibilità di svolgere ruoli diversi, tra famiglia e operatori, potrebbe essere uno strumento forte di riconoscimento reciproco, in una sinergia che riconosce la complementarità dei saperi e delle abilità insite nel famigliare e nel mondo dei professionisti, che sanno fare cose diverse: una cura di tipo tecnico-specialistico i primi, una cura intesa come attenzione, sollecitudine e cura dei bisogni primari i secondi.

Sussidiarietà e solidarietà

La dimensione della cura, nella sua estrema peculiarità, necessita dunque dello sforzo congiunto di molteplici attori, e in particolare di una relazione sussidiaria tra sistema dei servizi e famiglie. Le famiglie, come si diceva all’inizio, vivono di cura e di relazioni: è indispensabile, tuttavia, una decisa presa di coscienza di questo ruolo, che non è e non deve essere dato "per scontato", e una profonda assunzione di responsabilità.

In questo senso, anche le famiglie devono modificare radicalmente il proprio atteggiamento nei confronti della società: uno dei compiti fondamentali che spetta alle famiglie è infatti quello dell’apertura nei confronti della società, dell’esterno, e della costruzione di soggetti capaci di sostenere e attivare le richieste delle famiglie. Fare famiglia insieme ad altre famiglie è, in ultima analisi, uno dei tasselli fondamentali nella costruzione di un sistema di welfare che sia realmente sussidiario.

Per cambiare radicalmente la relazione con i servizi, e la strutturazione stessa del sistema dei servizi, è quindi essenziale poter contare sulla responsabilità della famiglia, tema che troppo spesso emerge in modo secondario quando si riflette sul rapporto tra politiche e famiglia, mentre è molto più frequente elencare le numerose inadempienze che la società italiana ha, nei confronti della famiglia.

In questo senso, l’associazionismo familiare svolge un ruolo prezioso per la costruzione di un sistema di welfare davvero sussidiario che svolga quell’essenziale azione di empowerment delle capacità familiari di cui abbiamo parlato in precedenza. Il modello sussidiario, infatti, esige l’esistenza di una società civile forte, capace di esprimersi, di auto-organizzarsi, di produrre fatti sociali, servizi, azioni, presenze che permettano di uscire da un modello meramente assistenzialista, insufficiente e deficitario sotto molti aspetti.

Una positiva relazione, di tipo sussidiario, tra famiglia e politiche sociali può quindi realizzarsi solo dall’incontro tra questi due orientamenti virtuosi: da parte della famiglia deve esplicarsi un agire sociale caratterizzato dalla responsabilità e da un orientamento pro-sociale; da parte delle politiche, deve essere proposto un approccio promozionale, capace di favorire la "messa in movimento" della famiglia.

Alle famiglie viene quindi chiesto di difendere la propria identità e vocazione, anche quando si trovano di fronte a problemi che superano le proprie capacità di risposta, nella consapevolezza che le risposte a questi problemi possono e devono essere costruite insieme al contesto esterno, potendo contare su risorse ambientali; al contesto esterno, agli operatori dei servizi, alle realtà di terzo settore, alle associazioni familiari, il compito di non deludere le famiglie, ma di saperle affiancare, con rispetto, continuità e flessibilità.

Secondo tale prospettiva, in effetti, le risposte che il sistema politico e sociale deve attivare di fronte ai bisogni delle famiglie non devono porsi nell’ottica di "risolvere i problemi" (cosa che del resto non si è certamente verificata gli scorsi anni), ma devono in primo luogo cercare di "rimettere in moto" il sistema famiglia, considerandolo non come destinatario passivo di prestazioni, ma come partner attivo di un percorso di aiuto in cui sia il portatore di bisogno (la famiglia, da sola o meglio associata) sia il prestatore di aiuto (servizi, enti locali, governo centrale...) progettano e realizzano insieme percorsi di uscita dalle condizioni di mancanza e di bisogno.

Tabella 1.

Anche in questo caso, quindi, il problema non è tanto chiedere maggiori risorse per la famiglia (che pure sono assolutamente necessarie), quanto piuttosto pretendere una diversa prospettiva, non assistenziale, non passivizzante ma promozionale, in cui le risorse messe a disposizione dai servizi (professionisti, strutture, risorse finanziarie, politiche fiscali, prestazioni di varia natura) entrino in sinergia con le capacità e le potenzialità delle famiglie destinatarie degli interventi. In questo modo l’intervento dei servizi sarà realmente efficace, capace di generare reale promozione della persona(16) (vedi tabella 1). La sussidiarietà non è qui intesa come «privatizzazione dei servizi» o come totale libertà, da parte delle famiglie, di "fare quello che si vuole", al contrario è intesa come la capacità di trovare soluzioni e politiche efficaci per sostenere le «famiglie attraverso l’aumento della loro capacità di generare relazioni fiduciarie, cooperative e di reciprocità»(17).

Alcune linee guida

Una nuova relazione tra famiglia e servizi sociali sarà possibile, inoltre, nel momento in cui il welfare italiano attuerà politiche realmente familiari, e non azioni spot rivolte alla famiglia, o politiche presentate sì come "familiari", ma che di "familiare" hanno ben poco e sono piuttosto politiche di contrasto alla povertà. Pensiamo per esempio al "bonus bebè", che ciclicamente torna in auge (ma sembra essere stato spazzato via dalla crisi economica, a dire il vero). Si tratta di uno strumento insufficiente ed insignificante rispetto ai problemi strutturali di cura che una famiglia con bambini piccoli deve affrontare: carenza di servizi per la prima infanzia, accesso difficoltoso legato ad alcuni diritti (per ottenere un posto all’asilo nido è necessario che entrambi i genitori abbiano un contratto di lavoro in essere, al momento dell’iscrizione). Inoltre, finora le politiche familiari si sono specializzate su alcune "questioni familiari" senza considerare la famiglia, e il compito di cura che la famiglia deve svolgere, nella sua integrità e complessità.

Tabella 2.

Secondo il sociologo Pierpaolo Donati, politiche familiari realmente degne di questo nome dovrebbero possedere quattro caratteristiche essenziali:

sussidiarie, il lavoro di cura non può e non deve essere assunto in toto dai servizi, deresponsabilizzando la famiglia: al contrario, la famiglia e le associazioni familiari devono essere aiutate nell’assunzione di responsabilità e nel lavoro di cura, consentendo così alla famiglia sia di scoprire e mettere in gioco le risorse dei portatori di bisogno, sia di prevenire malesseri e fragilità maggiori;

distintive, la famiglia deve essere considerata nella sua specificità relazionale, come luogo di reciprocità coniugale, di responsabilità educativa, di solidarietà intergenerazionale;

esplicite, in quanto politiche capaci di includere le diverse dimensioni della famiglia, senza interventi settoriali e sconnessi. Ciò implica anche la capacità di valutare il cosiddetto "impatto familiare" di provvedimenti in settori diversi da quello sociale, come per esempio lo sviluppo urbanistico, o l’organizzazione del mercato del lavoro;

dirette, vale a dire "sulla famiglia in quanto tale", e non solo su singoli membri, mentre spesso politiche di protezione di singoli membri o condizioni, pur necessarie, vengono etichettate come familiari. È il caso di molti provvedimenti sulle pari opportunità e sulla donna, sui minori, che trattano solo gli individui, e non le singole condizioni "dentro" le relazioni familiari; in questo senso le politiche familiari dovrebbero essere "relazionali"(18) (vedi tabella 2).

In quest’ottica, la famiglia non solo viene rimessa al centro del lavoro di cura, ma è anche "abilitata" a svolgere tale lavoro, è cioè supportata in un contesto di rete (servizi, associazioni familiari) che la scarica dall’eccessiva fatica e dalle normali tensioni che il lavoro di cura comporta. La strada da percorrere è, attualmente, ancora lunga, ma non impossibile: sono molte le realtà che hanno prodotto una vera "alleanza sussidiaria" per la cura.

Lorenza Rebuzzini








 

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