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n. 1 GENNAIO-FEBBRAIO 2010

Sommario

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Senza lealtà e fiducia non vivono le relazioni
la DIREZIONE

SERVIZI
Cercare la coerenza con la verità
GIUSEPPE GRAMPA

La forza di scegliere il bene invece del male
GIUSEPPE ANZANI

Fiducia e responsabilità alla base del mercato
RICCARDO MORO

Onestà e competenza in ambito politico
LUIGI LORENZETTI

Una pietanza umile sulla tavola di famiglia
MARIATERESA ZATTONI, GILBERTO GILLINI

Quando è in gioco la vita degli altri
ARISTIDE TRONCONI

DOSSIER
Alla riscoperta delle virtù
ROMANO MÀDERA

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Una città a misura di famiglia
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La danza educativa
CRISTINA BORSATO

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Il timore del "diverso"
CLARA CRESPI

BIOETICA
La dignità del morire
STEFANO STIMAMIGLIO

PASTORALE
Un bene per l’umanità
PIETRO BOFFI

COMUNICAZIONE
Inventiamo la nostra Tv
ALBERTO SABATINI, ELEONORA INCERTI

NARRATIVA / RIVISTE / CISF

MONDO / SAGGISTICA

 

DISTINGUERE MA NON SEPARARE

Onestà e competenza
in ambito politico

di Luigi Lorenzetti
(direttore di "Teologia Morale")

 

Siamo tentati dal definire utopica la condizione di chi, impegnato in politica, riesce a svolgere onestamente il suo incarico. Eppure se si abbandonasse l’idea di una politica abbarbicata solo su inganno, slealtà e corruzione si riscoprirebbe la preziosità di un agire politico fondato sulla dimensione del servizio.
  

Il politico onesto è sincero, non inganna, non approfitta del suo ruolo per interessi personali, non corrompe né si lascia corrompere. Per lui, l’onestà (dal latino honestus=onore) è proprio una questione di onore e di dignità personale; avverte la disonestà come un venire meno a sé stesso prima ancora che agli altri che gli hanno dato fiducia.

Il rapporto tra politica e onestà può interrompersi nella prassi, ma anche a livello di pensiero. Due noti filosofi della prima metà del Cinquecento sono emblematici di una duplice e divergente teoria che arriva fino al nostro tempo. Una è rappresentata da Erasmo da Rotterdam (Geer Geertsz), teologo, umanista e filosofo olandese. Egli insegna che l’onestà è una specifica qualità dell’uomo di governo.

L’altra tendenza è di N. Machiavelli, filosofo e politico fiorentino che sostiene, invece, una ricorrente inconciliabilità tra politica e onestà: l’uomo di governo, per raggiungere finalità sociali che si impongono come necessarie, è obbligato talvolta a comportamenti condannati dalla morale comune, come l’inganno, l’astuzia, la slealtà. Pensatori, più vicini al nostro tempo, minimizzano il valore onestà, esaltando invece il valore competenza. Al politico – affermano – come pure all’ingegnere, al medico, o ad altri professionisti in genere, non si chiede che siano onesti ma competenti, pena il causare gravi danni alla collettività.

Tra le diverse e divergenti teorie, come pensare il rapporto tra politica e onestà? I due termini sono conciliabili/inconciliabili? È forse utopico pensare che l’uomo o la donna di governo (amministratore, funzionario pubblico) agisca onestamente? Come risposta, è necessario anzitutto identificare e descrivere la duplice figura del politico: quello onesto e, per contrasto, quello disonesto; successivamente evidenziare il nesso tra onestà e politica; e infine, ma non da ultimo, dare voce all’esigenza di una politica onesta che viene dal basso, dal cittadino, singolo o associato, a cominciare dalla famiglia.

Una duplice figura

Erasmo da Rotterdam scrive L’educazione del principe cristiano (cf. Edizioni di Pagina, Bari 2009). Insegna che l’onestà è la qualità specifica di un uomo di governo che, al suo tempo, era impersonato nel Principe. A lui si rivolge in forma di dialogo e gli indica la strada per divenire un eccellente uomo di governo. «Se vuoi dimostrarti ottimo principe, sta bene attento a non lasciarti superare da alcun altro in quei beni che sono tuoi propri, la magnanimità, la temperanza, e l’onestà». In competizione con gli altri principi, il maestro indica la modalità per uscirne vincitore: «Se vorrai entrare in gara con altri principi, non ritenere di averli vinti, perché hai tolto loro parte del dominio. Li vincerai veramente se sarai meno corrotto di loro, meno avaro, arrogante, iracondo». In un altro passaggio, è il Principe che interpella il maestro e chiede: «Qual è la mia croce?». Gli viene risposto che la sua croce è «il seguire ciò che è onesto, il non fare del male a nessuno, non lasciarsi corrompere dai doni».

Vignetta.

Purtroppo, tale immagine di politico è stata ritenuta allora, e anche oggi, poco realistica, quasi utopistica. Infatti, più ascoltato e seguito è N. Machiavelli che è contemporaneo di Erasmo da Rotterdam. L’onestà in politica è certamente apprezzabile – egli dice – ma è spesso di impedimento all’efficacia e al risultato dell’azione politica, per cui bisogna passare sopra a eventuali esigenze etiche. «Quanto sia laudabile in un principe mantenere la fede, e vivere con integrità e non con astuzia, ciascun lo intende». E aggiunge: «Non di manco si vede per esperienza, nei nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto» (Principe, c. XVIII). Detto più chiaramente, se vuole fare «gran cose», il Principe è obbligato a ricorrere all’astuzia, all’inganno, al cinismo.

Al riguardo, è significativo il commento di Norberto Bobbio (cfr. Elogio della mitezza, Linea d’Ombra Edizioni, Milano 1994). La chiave di tutto è l’espressione «gran cose». Infatti, «se si incomincia a discutere intorno al problema dell’azione umana, non dal punto di vista dei princìpi morali ma dal punto di vista delle "gran cose", cioè del risultato, allora il problema morale cambia aspetto, si rovescia radicalmente […]nell’azione politica non contano i princìpi, ma le "gran cose"». In altre parole, è il risultato che conta (le «gran cose»), e questo va perseguito con ogni mezzo, onesto o disonesto che sia. In una parola, il fine giustifica i mezzi.

È facile obiettare che quello che conta non è soltanto il fine, l’obiettivo, ma anche i mezzi che si adottano per raggiungerlo. Il potere politico, infatti, trova legittimazione morale dalle finalità a cui deve servire e, insieme, dalle modalità per realizzarla. Ad esempio, esportare la democrazia è certamente un obiettivo onesto, ma onesti devono essere anche i mezzi che si usano, e la guerra non lo è di certo. Così la sicurezza sociale è un compito onesto, ma devono essere oneste anche le modalità per raggiungerlo. In breve, la questione morale, in politica, è duplice: riguarda il fine, che deve essere buono e onesto, ma riguarda anche i mezzi o strumenti, che devono essere ugualmente buoni, onesti. Contrariamente a quanto si pensa, onestà e politica non sono concetti alternativi e inconciliabili, come se scegliere la politica significhi abbandonare l’onestà o, viceversa, scegliere l’onestà comporti abbandonare la politica, come fosse un ambito da fuggire secondo il detto popolare: «Non ho che un’anima da salvare, dalla iniqua politica la debbo preservare».

A riguardo della presunta alternativa tra politica e onestà, è emblematico il dibattito che si è sviluppato in occasione della proposta di introdurre la causa di beatificazione di A. De Gasperi. Al riconoscimento generale e unanime delle alte qualità politiche dello statista trentino, si accompagnava la persuasione che non poteva essere santo: o l’uno o l’altro. Da qualcuno si osservava che «essendo un politico, doveva fare il politico e non il santo. E se avesse fatto il santo sarebbe stato un pessimo politico e avrebbe governato il Paese in modo disastroso». E concludeva: «cosa c’entra Machiavelli con la santità?». Come dire, c’è inconciliabilità tra politica ed etica. Un altro opinionista poneva una domanda con implicita risposta: «Come poteva De Gasperi essere santo facendo il presidente del Consiglio, affrontando, scontrandosi e scendendo a compromessi con i problemi, i ricatti, le trappole e le miserie della vita politica di tutti i giorni?».

L’arte del possibile

La più convincente confutazione di un simile modo di pensare viene dall’eminente statista trentino e da quanti hanno saputo agire politicamente secondo le esigenze che tale termine comporta, cioè l’arte del possibile, del compromesso, quale punto massimo di convergenza dei consensi. Queste figure di politici e di statisti distinguono ma non separano onestà morale e politica efficiente: i due termini trovano, nella prassi vissuta, un rapporto fecondo e fruttuoso che restituisce alla politica la sua dignità. Attualmente, anche a causa della diffusa perdita di credibilità della politica e della classe dirigente, ritorna l’attenzione al modello descritto dal grande filosofo cristiano Erasmo da Rotterdam; cresce la convinzione che la politica, intesa come arte di governo a ogni livello (locale, nazionale, europeo e internazionale), ha bisogno di onestà e non per essere meno ma più politica. L’insincerità, la propaganda basata sulle artificiosità di ogni tipo e sulle facili promesse che non sono mantenute, la ricerca del tornaconto personale, favoritismi e parzialità, contraddicono la ragion d’essere della politica che, per definizione, è servizio al bene comune, vale a dire bene di tutti, per tutti a cominciare dagli ultimi, e con la partecipazione di tutti, singoli o associati.

Il politico è disonesto quando serve interessi particolari o di gruppo; quando questioni sociali importanti, che riguardano la collettività, il lavoro, l’immigrazione, l’ambiente, ecc., non sono risolti in base al criterio della giustizia/ingiustizia, ma dell’utile, del vantaggioso, degli interessi elettorali; quando, per raggiungere certi obiettivi, anche necessari e urgenti, non bada alla moralità/immoralità dei mezzi. Gli esempi, purtroppo, non mancano, anche se è sbagliato generalizzare, offendendo così quanti pensano e vivono l’onestà in politica.

La corruzione ha la meglio quando le istituzioni pubbliche diventano preda di logiche partitiche o di schieramento; quando gli amministratori pubblici rispondono a interessi di parte prima che alla popolazione del territorio e alle sue giuste aspettative. La popolazione è sana quando sa opporsi alla disonestà e rivendica democraticamente il diritto a essere governata da persone, laiche o cristiane che siano, competenti e oneste, animate dalla passione di servire la comunità. In questa prospettiva, ci sono dei segnali importanti che occorre saper cogliere. Una recente indagine (cf. Francesco Anfossi, «Quei valori "made in Italy"», in Famiglia Cristiana, 38/2009, 17) rileva che, tra i più gravi problemi della moralità pubblica, è posta la corruzione politica. L’alta percentuale evidenzia un risveglio della coscienza collettiva. È certamente semplicistico contrapporre la società civile che, per principio, sarebbe onesta a una società politica che sarebbe, per principio, disonesta. È altrettanto semplicistico, tuttavia, sostenere che la politica non è che il riflesso della società dei suoi costumi e orientamenti.

È più vero, invece, sostenere che la società non è spesso adeguatamente interpretata e, peggio ancora, ingannata nelle speranze e attese più profonde che non sono soltanto di tipo economico. Per uscire dalla contrapposizione tra società e politica, è necessario che il cittadino, singolo e associato, si riappropri della politica. È fin troppo evidente che i partiti, da mediazioni tra stato e cittadini, hanno sequestrato monopolisticamente la sfera della vita pubblica.

D’altra parte, l’obiettivo non è la contrarietà ai partiti o agli schieramenti, ma la conversione all’onestà. In questa direzione, è determinante che al cittadino sia data l’effettiva possibilità di scegliere le persone che, per orientamenti e comportamenti personali, garantiscono che i valori sociali saranno non solo difesi nelle sedi dei partiti e delle istituzioni, ma anche vissuti da chi è chiamato a rendere il proprio servizio nell’attività politica. La moralità della democrazia rappresentativa, infatti, sta nel programma dei partiti, ma soprattutto nei nomi e cognomi delle liste. La realizzazione del programma e la sua credibilità sono affidate al comportamento dei singoli deputati; la positività di una legislatura è legata soprattutto alle capacità politiche e morali degli uomini e delle donne che la formano. Non basta, infatti, che il partito metta a programma un insieme di obiettivi di alto contenuto sociale: la difesa della vita dall’inizio al termine naturale dell’esistenza, la promozione di una politica familiare nel nuovo contesto socio-culturale, la solidarietà sociale nelle forme più avvertite verso i ceti più deboli e bisognosi.

Simili traguardi non avranno una sufficiente traduzione nella prassi se prima non sono nelle coscienze delle persone. È decisivo, pertanto, scegliere uomini e donne che hanno competenza e conoscenza dei meccanismi pubblici, attenzione e sensibilità ai processi evolutivi dell’economia e della società. Ma è ugualmente decisivo scegliere uomini e donne che hanno e coltivano un alto senso di onestà e di coerenza.

Competenza e onestà stanno insieme. Se un politico o funzionario pubblico, uomo o donna, non è onesto, anche l’eventuale competenza è tentata di piegarsi facilmente a interessi individuali o di partito, e non al bene della collettività. È sempre attuale e importante l’art. 54 della Costituzione italiana: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». Non a caso, questo articolo è oggi ricordato, in diverse circostanze, sia da esponenti laici come religiosi. Si ripropone, così, con urgenza il problema della formazione della persona all’onestà. Se la persona non è onesta, è difficile che lo sia in un particolare ambito, quale è quello politico o della politica. È evidente allora l’importanza del ruolo che assumono le varie istituzioni educative, a cominciare dalla famiglia.

Formare dal basso

C’è un’interdipendenza, nel bene e nel male, tra famiglia e società. La famiglia è sicuramente condizionata dalla società, dagli stili di vita dominanti che si esprimono nel voler ottenere dei risultati personali non importa in quale modo, nella competizione a oltranza anche a danno dell’altro, nell’illegalità, nella ricerca dell’interesse particolare che si chiude in sé stesso. Resistere a simili modelli di vita è necessario, ma non basta.

La famiglia può e deve condizionare la società. Anzitutto con il formare persone oneste, mostrando soprattutto attraverso il vissuto, il rispetto dell’altro, di ogni altro; il senso della legalità, quale segno di appartenenza alla società dove i rapporti sociali si basano sulla fiducia reciproca, contro ogni forma di menzogna, inganno e cinismo. La famiglia ha grandi risorse native per condizionare la società e la politica in termini di onestà. Il futuro della società e della politica si gioca anche su un tipo di famiglia aperta alla partecipazione e con un ruolo propositivo di fronte a carenze e povertà vecchie e nuove.

In questo quadro, per politica familiare onesta non si intende soltanto la giusta rivendicazione di aiuti esterni, di assistenza e di servizi sociali, ma anche e soprattutto la partecipazione delle associazioni di famiglie alla programmazione politica, alla scelta di decisioni e al controllo della loro applicazione.

Luigi Lorenzetti








 

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