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n. 1 GENNAIO-FEBBRAIO 2010

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Senza lealtà e fiducia non vivono le relazioni
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Cercare la coerenza con la verità
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La forza di scegliere il bene invece del male
GIUSEPPE ANZANI

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Onestà e competenza in ambito politico
LUIGI LORENZETTI

Una pietanza umile sulla tavola di famiglia
MARIATERESA ZATTONI, GILBERTO GILLINI

Quando è in gioco la vita degli altri
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Alla riscoperta delle virtù
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CRISTINA BORSATO

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Il timore del "diverso"
CLARA CRESPI

BIOETICA
La dignità del morire
STEFANO STIMAMIGLIO

PASTORALE
Un bene per l’umanità
PIETRO BOFFI

COMUNICAZIONE
Inventiamo la nostra Tv
ALBERTO SABATINI, ELEONORA INCERTI

NARRATIVA / RIVISTE / CISF

MONDO / SAGGISTICA

 

BIOETICA / IL CONVEGNO DELL’"AMCI"

La dignità del morire

di Stefano Stimamiglio
 

Le risposte alle questioni dell’inizio e fine vita sono al centro di un’articolata dialettica tra diversi saperi, differenti sensibilità e fede. Durante un recente convegno ne hanno parlato credenti e non credenti, medici "in prima linea", teologi, biblisti e filosofi.
  

Come dare, da cristiani, un’anima alla bioetica? Come, in un’epoca di frammentazione e iperspecializzazione, arricchire i diversi saperi di fronte alle grandi questioni come quelle dell’inizio e del fine vita per dare risposte "giuste", cioè integralmente umane, e non solo scientificamente "esatte"? Quale strategia opporre a un freddo scientismo che, sulla base della forza pervasiva della tecnica, intende ridurre l’uomo a neuroni e fasci muscolari? E ancora, che valore dare al termine "dignità"?

Un tentativo per abbozzare qualche risposta è stato offerto dal convegno annuale (tenutosi lo scorso novembre a Milano) organizzato dalla sezione ambrosiana dell’Associazione Medici cattolici italiani (Amci), intitolato La dignità umana del nascere e del morire. Coordinati dal presidente nazionale dell’Amci Vincenzo Saraceni e dal direttore del supplemento domenicale de Il Sole 24 Ore Riccardo Chiaberge, hanno parlato credenti e non credenti, medici "in prima linea", teologi, biblisti e filosofi.

«L’uomo, se vuole capire meglio sé stesso», ha ricordato l’Arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi in un messaggio di saluto letto in aula, «deve, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e la sua morte, avvicinarsi a Cristo». La possibilità di cogliere la dignità umana secondo i suoi occhi compassionevoli è una possibilità data a tutti, anche a chi si professa non credente, come ricorda la parabola del Buon samaritano: questi, da eretico e straniero, sa penetrare, ricorda l’arcivescovo, più e meglio del sacerdote e del levita il mistero della sofferenza umana.

Come si nasce nel mondo? Male, secondo il professor Fabio Mosca, direttore dell’Unità operativa di Neonatologia del Policlinico di Milano. Ma solo se si vive nei Paesi più poveri. I dati proiettati in aula sono impietosi: una donna di un Paese meno sviluppato, ad esempio, ha 300 volte più possibilità di morire per la gravidanza o il parto di una che vive in un Paese industrializzato. In media solo il 62% di parti nel mondo sono assistiti da personale competente. Gli estremi qui sono molto lontani: solo il 6% di donne sono assistite in Etiopia, ben il 100% in Giappone. La prima conseguenza è che i nati morti sono molto più frequenti nel Terzo e Quarto mondo. In Sierra Leone, ad esempio, ben 165 nati su mille muoiono entro il primo anno di vita, solo 4 in Germania e Italia. Anche se guardiamo a casa nostra la forbice è larga: al Sud la mortalità neonatale è del 4,3 per mille, quasi il doppio rispetto al Nord (2,5 per mille). Il motivo di queste differenze è sempre lo stesso: la spesa sanitaria, scarsa o inesistente nei Paesi più poveri, alta nei Paesi industrializzati.

Nascere e morire in Italia o in Usa

E in Italia come si nasce? Il percorso di analisi pre-parto, offerto ormai ad ogni gestante, consente numeri più che accettabili: il 90% dei bambini nasce senza alcuna complicazione, il 10% con la necessità di una minima assistenza medica e, di questi, solo l’1% ha bisogno di «energiche manovre rianimatorie». «I casi estremi, come quello di Anna, nome immaginario di una bimba affetta da displasia renale bilaterale, una disfunzione letale», spiega il medico alla platea, «vengono trattati prima del parto con i genitori. Nel caso specifico essi hanno chiesto di non lasciarla morire sperando in un miracolo». Il miracolo non è successo, Anna è morta, ma la chance le è comunque stata data.

«Negli Stati Uniti invece vi sarebbe stato quasi sicuramente l’abbandono terapeutico dopo il parto. Con una probabile causa legale dei genitori se i medici fossero intervenuti per salvarla». «La diagnosi neonatale, che comunque non sempre è possibile», prosegue Mosca, «induce molti genitori all’aborto. In questo caso la presenza del medico è fondamentale per aiutarli a comprendere bene la situazione».

Quale la differenza, dunque, tra provocare la morte e permetterla? La soluzione, secondo Mosca, viene fornita dalla Dichiarazione vaticana del 9 dicembre 2000 intitolata Il rispetto della dignità del morente: «Nell’immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile e imminente è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita».

E sui nati prematuri, oggetto anche di qualche clamoroso caso di cronaca, cosa dire? «Negli Stati Uniti la regola è: se il bambino avrà gravi malformazioni o scarse probabilità di sopravvivenza, lascialo morire; se ha alte possibilità di vivere e una bassa percentuale di malformazioni, salvalo; in tutti i casi incerti, fai scegliere ai genitori. In Italia il Ministero della salute consiglia un atteggiamento decisamente più umano: fai di tutto per salvare il bambino, dagli ogni chance, ma non trasformare il trattamento che si rivela inutile in accanimento terapeutico. E in ogni caso cerca una soluzione condivisa con i genitori, avendo a riguardo la salute del neonato».

Il professor Guido Bertolini, dell’Istituto Mario Negri di Milano, ha affrontato l’altro limite estremo dell’esistenza umana, la morte: «Il medico che lavora in terapia intensiva è sottoposto a molti stress: come e quando decidere, ad esempio, la "desistenza terapeutica"? Come gestire insieme la parte medica e quella umana dei rapporti con il paziente e con i parenti?».

Fino a quando ostinarsi, sembra chiedersi la platea, nella cura dei malati terminali? La domanda è bruciante. Uno studio del 2005, realizzato in 84 centri di terapia intensiva, mostra come circa il 62% dei pazienti sono morti per "desistenza terapeutica", cioè per sospensione delle cure: «Questo però», sostiene deciso il medico, «non significa eutanasia. Dopo 15-20 giorni di trattamento intensivo senza risultati sospendere il trattamento è un atto dovuto». Che, poi, non operare la desistenza terapeutica sia un segno positivo è un fatto tutto da dimostrare: «La mortalità è statisticamente più alta in quei centri dove essa è del tutto assente».

Secondo il gesuita P. Carlo Casalone, «a causa del progresso della tecnica, vi è nella cultura attuale una diluizione dei confini tra la vita e la morte, un tempo molto più chiari e inopinabili di oggi. Dove inizia la vita umana? Dove finisce?», si chiede lo studioso. «La fecondazione in vitro, una volta impensabile, ci dice per esempio che fecondazione e inizio della gravidanza, una volta culturalmente coincidenti, ora possono essere disgiunti. Lo stesso vale, mutatis mutandis, a causa degli strumenti di terapia intensiva, per la morte», spiega alla platea P. Casalone. La tecnica, in altre parole, ci obbliga a non parlare più di vita o di morte come eventi puntuali ma di processi: non più "vita" e "morte" ma "nascere" e "morire". E il confine tra i due inevitabilmente si sfuma.

«Questo fatto», prosegue il gesuita, «incide culturalmente sul concetto di "corpo": se è possibile tecnicamente "gestirlo", si può parlare di "corpo liquido"». Il corpo, anch’esso un tempo chiaro nel suo contenuto, diventa così malleabile, quasi uno strumento per trarre dei benefici. La vita stessa, non ha un valore in sé: diventa strumento per ottenere un vantaggio. «Si ha così uno sdoppiamento. Il soggetto e la corporeità, la persona e la vita fisica si trovano disuniti: essi hanno reciprocamente solo un rapporto strumentale. Noi diciamo invece che i due elementi non possono essere disgiunti», afferma convinto il moralista: «Nella persona corpo e spirito sono legati: il loro rapporto è per natura relazionale. Noi nasciamo e, solo per questo fatto, diventiamo con la nostra corporeità e il nostro spirito, parte della vita, del mondo, della società. Nel nascere abbiamo infatti un fattore di passività originaria, veniamo, appunto, "generati". La nostra libertà, per il fatto che siamo "donati" al mondo da altri, non può essere pura autodeterminazione ma "relazione"».

Concludendo: «Di fronte ai progressi della tecnica le decisioni saranno sempre più difficili da prendere. Per questo, se entriamo nella logica del dono, esse vanno sempre prese insieme, per difficili che possano sembrare».

Due visioni contrapposte

Per il filosofo Massimo Cacciari vi è un’incompatibilità assoluta tra i principi sottostanti alle due visioni contrapposte sul tema del fine vita, quella laica e quella cristiana. La determinazione del momento della propria fine non è un problema per l’etica classica, perché la morte è sempre liberamente scelta: il sapiente, per Seneca, vive quanto deve, non quanto può. Il morire indica la fine di ogni limite, nulla di mondano può condizionarmi nel morire: il limite ultimo, la morte, mi libera dal mio limite. «Ma questa libertà», si chiede Cacciari, «da dove viene? Se viene da qualcuno al di fuori di me è condizionata e quindi non più libera. Così si cade in un’aporia fondamentale». Anche il cristianesimo «si contraddice quando dice che il corpo non ci appartiene perché è donato. Ma che dono è se esso entra in un meccanismo di scambio, perché chi me l’ha donato lo rivuole indietro? Il donatore può sperare che il dono venga restituito ma non può pretenderlo». Queste aporie ci dicono che alla fine non vi sarà nessun vinto e nessun vincitore e, soprattutto, che ogni posizione sarà sempre parziale e rivisitabile.

Monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura, ha concluso i lavori richiamando sant’Agostino: la fede va sempre pensata, se no non è fede. La teologia, secondo il prelato, non ha il diritto di imporre un suo protocollo, un perimetro assoluto di ricerca. Il dialogo, invece, deve tornare a essere la parola d’ordine in materie, come quelle qui trattate. Ascoltare la voce dei filosofi, poeti, teologi diventa allora fondamentale per la scienza.

Stefano Stimamiglio








 

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