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n. 2 MARZO-APRILE 2010

Sommario

EDITORIALE
L’arte di costruire ponti in famiglia e ovunque
la DIREZIONE

SERVIZI
Le soluzioni pacifiche richiedono coraggio
FULVIO SCAPARRO

Il paradosso della mediazione familiare
COSTANZA MARZOTTO

Trasformare le linee di confine
GRAZIELLA FAVARO

Un ponte per riconoscersi
FRANCO MARTELLI

Far evolvere le crisi in opportunità
LALLA FACCO

DOSSIER
Un glossario dal conflitto al perdono
DANIELE NOVARA

RUBRICHE
SOCIETÀ
A disposizione da due millenni
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Cosa si apprende dai genitori?
PAOLA MARIA TORRIONI

CONSULENZA
Servizi sanitari innovativi
FRANCESCO OLIVO

CONSULENZA
Uno specchio del mal di vivere
ANGELA RITELLA

POLITICHE
Un aiuto concreto per gli anziani
CRISTIANO GORI E SERGIO PASQUINELLI

EDUCAZIONE
Grammatica: mente e cuore
FEDERICA MORMANDO

MINORI
Un rapporto controtendenza
ISABELLA POLI

BIOETICA
Donare il cordone ombelicale?
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Educare alla fede da piccoli
FABIO NARCISI

COMUNICAZIONE
Media e figura maschile
MARCO DERIU

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

 CONTINUARE IL LEGAME

Il paradosso della
mediazione familiare

di Costanza Marzotto
(psicologa, docente, mediatrice familiare presso il Servizio di psicologia per la coppia e la famiglia dell’Università Cattolica di Milano)
 

A fronte del continuo incremento del numero delle separazioni, la mediazione familiare si pone come un valido e oculato percorso, integrato all’iter giudiziario. Suo obiettivo è quello di far continuare il legame tra la coppia genitoriale e i figli, avviando una conduzione comune della funzione parentale.
  

Al rientro da un recente Seminario internazionale a Lisbona, dove sono intervenuta come rappresentante per il nostro Paese al Forum europeo dei Centri di formazione alla mediazione familiare(1), sul tema del conflitto genitoriale e adolescenti – al quale hanno partecipato numerosi professionisti coinvolti nelle separazioni familiari e interessati all’utilizzabilità della risorsa della mediazione – ho avuto un’ennesima conferma (semmai ce ne fosse stato bisogno!) della necessità per i ragazzi di poter continuare ad appartenere alle due stirpi, di poter continuare a fare riferimento al papà e alla mamma anche dopo la separazione coniugale.

In questo mio contributo, dopo molti anni dall’avvio della mia pratica come mediatrice familiare, vorrei focalizzare l’attenzione sulla funzione rigenerativa dei legami svolta della mediazione familiare. Infatti sia la sfida sottostante alla legge 54/2006 di riforma sul divorzio, dove si fa esplicito riferimento al mediatore familiare, sia i numerosi interventi di mediazione tra le generazioni hanno come obiettivo comune la ricerca di soluzioni condivise in situazioni in cui il conflitto elevato tra membri del corpo familiare non permette di valorizzare le competenze dei soggetti implicati e al tempo stesso genera malessere e costi per il corpo sociale.

Vignetta.

Siamo in presenza di un aumento dei casi di separazione di coppie coniugate o conviventi, di ricorsi al tribunale da parte dei nonni perché non possono incontrare i nipoti, di adulti in conflitto per la trasmissione del patrimonio familiare o la cura dell’anziano, che segnalano in modo evidente la dimensione di rischio congenita nei conflitti familiari non affrontati, non trasformati per portare in salvo la fiducia nei legami. In particolare, la separazione coniugale presenta dei rischi nel breve e nel lungo periodo (Kelly, 2009; Iafrate, 2009) per i figli che assistono ai violenti litigi e diventano "più poveri" con tutto il gruppo familiare. Tali rischi possono diventare pericoli se circola la rappresentazione di una "genitorialità divisa", ovvero se si crede che un minore possa crescere senza avere una coppia genitoriale di riferimento. L’introduzione della nuova normativa, che prevede l’affidamento condiviso dei figli a entrambi i genitori, riafferma nella nostra società, caratterizzata da legami liquidi, la necessità di poter contare su due poli per poter restare a galla nelle tempeste della vita.

Responsabilità e risposta

Parlare di responsabilità familiare vuol dire sempre più fornire una risposta all’altro. Responsabilità come "risposta a" implica una rete di interdipendenze e il rispetto degli impegni presi nei confronti di un altro; implica anche l’idea di un impegno, e le differenze linguistiche, in questo caso, possono esserci di aiuto: il termine francese engagement sta a indicare un impegno nella sfera pubblica (una persona engagé è una persona impegnata anche politicamente), mentre il termine inglese commitment ci ricorda la dimensione di cura del legame proprio della responsabilità, della promessa fatta all’altro, con la fiducia necessaria per mantenerla.

Possiamo dunque parlare di mediazione come aiuto di un terzo equidistante dalle parti al quale ricorrere volontariamente nelle transizioni familiari difficili (prevedibili come l’invecchiamento di un genitore, o imprevedibili come la separazione coniugale), ovvero in quei momenti critici in cui la dimensione del conflitto esplode più drammaticamente con il rischio della distruzione di un valore indispensabile per vivere, la fiducia e la speranza nei legami, nel futuro. In Italia la mediazione familiare è una risorsa disponibile per i genitori che hanno deciso di separarsi a partire dalla fine degli anni 80, ed è espressamente menzionata nella recente legge sull’affidamento condiviso n. 54/2006(2). Il termine "familiare" aggiunge all’azione mediativa il riconoscimento che in questo tipo di conflitti – a differenza di altre contese nate tra persone non coinvolte da relazioni significative, dove l’esito può essere la vincita di una parte e la perdita dell’altra senza particolari conseguenze per la loro vita quotidiana – nelle diatribe tra genitori in via di separazione o tra parenti in occasione di un’eredità, questo evento necessita non solo di una soluzione giusta relativamente all’oggetto del contendere, ma abbisogna di un esito positivo che protegga il legame inteso come prezioso bene relazionale. La comunità chiede alla mediazione di far sì che le persone possano cooperare per rimanere una risorsa per la crescita dei soggetti minori, ma anche per l’identità stessa delle parti in causa. A nessuno sfugge infatti l’elevato valore simbolico che l’essere umano attribuisce non solo ai figli ma anche alla casa, agli arredi, ecc., e nella mia pratica quotidiana emerge chiaramente che in una separazione entrano in gioco sistemi di valori e si intrecciano reti sociali e plurigenerazionali.

Questo itinerario di gruppo detto di "mediazione", in cui si percorrono le terre di mezzo alla ricerca di un nuovo assetto familiare, con un terzo equidistante dalle parti (che accoglie una domanda personale forte, cioè il bisogno di essere riconosciuto dall’altro come soggetto degno di rispetto, come genitore sufficientemente valido, come fratello ugualmente degno dell’eredità, come anziano meritevole della cura dei propri discendenti). Quello che alimenta all’infinito la litigiosità tra familiari è il bisogno non capito dall’altro per il dolore e la rabbia diffusi, anche in occasione del venir meno dell’innamoramento o dell’affetto naturale. A differenza di conflitti in cui il focus della contesa è un contenuto da perseguire, nei conflitti tra persone legate da vincoli familiari affettivi ed etici la posta in gioco non sono solo i contenuti (i soldi, la macchina, la cena con i figli), ma le relazioni che per loro natura sono reciproche ed eterne!

Uno scopo paradossale

In questi anni sono arrivati numerosi genitori nella stanza della mediazione in via Nirone 15, presso il Servizio di psicologia per la coppia e la famiglia dell’Università Cattolica di Milano, e tutti hanno verbalizzato questa necessità: che i figli possano andare dal papà sentendo parlare bene della mamma, e viceversa. Ma anche molti figli hanno raccontato, all’interno dei "Gruppi di parola"(3), che a volte non ce la fanno a sentire le urla tra papà e mamma, si sentono la testa ingombrata dalle problematiche degli adulti, capita loro di prendere brutti voti e i più piccoli non smettono di piangere, fare capricci, si svegliano di notte, alla ricerca dell’altro adulto che viveva in casa e che ora non c’è più.

La posta in gioco oggi nel lavoro mediativo non riguarda più soltanto il rispetto dei diritti e dei doveri, l’applicazione della separazione consensuale che tale a volte non è, ma che padri e madri si sentano coinvolti nella crescita perché è di questa doppia appartenenza che fanno richiesta i figli. Come emerge dall’analisi del contenuto delle lettere scritte dai figli di separati ai loro genitori in occasione dei "Gruppi di parola", una delle domande più ricorrenti è così formulata dai ragazzi: «Mi volete ancora bene come coppia?»; «Vorrei sapere il motivo per cui litigavano, se è stato qualcosa che riguardava me»; «Abbiamo paura di quello che accadrà in seguito». Avendo chiaro che il processo di separazione ha un suo lungo e complesso itinerario intrapsichico, relazionale, intergenerazionale, sociale e legale, per citare alcune delle molteplici dimensioni di questo dramma, la mediazione non ha lo scopo di riconciliare, come a volte si pensa nel linguaggio comune, né solo la funzione di facilitare la negoziazione, ma si adopera proprio alla realizzazione del paradosso: dividersi coniugandosi, separarsi per continuare a condurre insieme la funzione parentale.

Ma la seconda dimensione di questa sfida complessa, a cui sempre più spesso ci porta la libertà personale – conquista fondamentale del nostro secolo –, riguarda ancora il patto di coppia. Proprio la possibilità di interrompere la convivenza, ovvero di modificare la dimensione quotidiana del legame, fa interrompere il matrimonio, ma non cancella il patto segreto. In questi anni di pratica clinica e di ricerca sui legami familiari, con i colleghi del "Centro di ateneo studi e ricerche sulla famiglia" dell’Università Cattolica abbiamo messo a fuoco l’ aspetto dell’"eternità dei legami", non solo quelli ascritti ma anche quelli di elezione. Mentre fino agli anni 90 si arrivava a dire: "non più coniugi ma sempre genitori", oggi è stato evidenziato da molti autori che il legame elettivo per un uomo o una donna pesca in bisogni psicologici profondi del soggetto, il quale rimane vincolato (la seconda dimensione del legame è appunto quella inscindibile dei vincoli) all’altro, per sempre. Si consideri, per esempio, quanti partner divorziati presenziano al funerale dell’ex marito/moglie! La natura complessa dei legami, delle alleanze familiari e dei progetti generati (figli, patrimonio, ecc.) fanno si che le persone possano interrompere l’interazione con l’altro, ma simbolicamente il legame non viene meno (forse resta sotto traccia?). Aver messo a fuoco la molteplice natura dei legami, affettiva, etica e sociale (Emery, 2008), può aiutare il mediatore ad accompagnare i due a sintonizzarsi nei tempi di svincolamento, consapevoli che i patti sono per sempre. Ma allora il divorzio non esiste? E la mediazione familiare nei casi di separazione e divorzio, che non è una terapia, a cosa serve?

L’indicatore più evidente è la costruzione degli accordi, ma dopo che i due hanno avuto un tempo e un luogo per riflettere su quello che è successo, accorgendosi che le cose non stanno più come prima. "Come vi siete conosciuti? Cosa è piaciuto in lei/in lui? A quale bisogno segreto dell’uno, l’altro ha soddisfatto?": queste sono alcune delle questioni affrontate in premediazione, quell’anticamera indispensabile per poter poi negoziare alla pari, ovvero avendo capito cosa l’uno cercava nell’altra e viceversa. Questo importante lavoro preliminare e peculiare del modello relazionale simbolico (Cigoli, Marzotto e Telleschi, 2000; Marzotto e Tamanza, 2004) è indispensabile affinché non si assegni al conflitto permanente il mantenimento del legame, come accade nei casi di legame disperante (Cigoli, Galimberti, Mombelli, 1989). Quello che invece permette un percorso di mediazione è la riscoperta di un valore di sfondo, ora decentrato appunto, ma indistruttibile. Salvo i casi di violenza o abuso, il concepimento di un figlio è frutto di un amore che non può essere negato nella sua dimensione fondativa, anche se oggi tra i due non corre buon sangue.

In questi anni non ci siamo occupati solo di permettere alle coppie di genitori separati di prendere accordi sul guardaroba dei figli nelle due case o sui loro accompagnamenti a basket o a danza, ma soprattutto di accedere al senso di quanto loro è accaduto e di fornire a sé stessi, all’altro e ai figli un significato per le scelte fatte (ho visto siglare accordi tra separati "assai vincolanti", sempre per utilizzare un’espressione paradossale). Si parla di separazione, ma contemporaneamente si guarda a ciò che resta del legame: è di lui che ci occupiamo, non di far cambiare la testa o il cuore alla mamma che ora ama Marco o a papà che è tornato a vivere con i suoi.

Ecco, dunque, a distanza di molti anni di pratica mediativa e a seguito di numerose ricerche, sia sugli esiti della mediazione (cfr. Ricerca SIMeF, 2005) sia sul vissuto dei mediati (cfr. Ricerca Prin 2007/09), possiamo affermare che la finalità con cui intraprendere la mediazione familiare è paradossalmente una visione ripropositiva e rigenerativa del legame con l’altro, dove l’obiettivo diventa una sorta di canalizzazione delle risorse relazionali in senso generativo. È come se apparisse evidente, nel momento della crisi e della separazione dall’altro, che il fine dell’alleanza di coppia non è tanto la soddisfazione personale (su cui c’è molta enfasi da parte dei media), ma l’impresa realizzata: i figli. Quest’impresa non finisce con il divorzio, ma tiene impegnati i genitori tutta la vita (a volte con maggior attenzione e impegno di coloro che formalmente continuano a stare insieme). Vorrei qui soffermarmi sulla dimensione peculiare del nostro fare mediazione, dove vengono messe sulla scena (in modo simbolico nel genogramma) le due stirpi che hanno generato quel gruppo familiare.

La valenza storica degli eventi familiari e la visibilità delle due stirpi nel corpo e nei modi di essere famiglia, sono un tesoro prezioso che il mediatore – appositamente formato(4) – può aiutare a riconoscere e a valorizzare affinché la negoziazione non limiti la divisione dei regali di nozze, ma trasmetta ai figli il dono dell’appartenenza alle due stirpi. Non si può privare un minore della ricchezza delle due culture familiari, anche e soprattutto quando sono assai diverse, apparentemente inconciliabili, come nei casi di coppie provenienti da religioni e Paesi diversi, proprio oggi di fronte alla sfida della crescente migrazione.

Anche l’esperienza della mediazione familiare transnazionale ha visto il mediatore protagonista in divorzi dall’elevato conflitto e dall’apparente impossibilità di trovare soluzioni, mentre noi sappiamo che due genitori che vogliono bene a un figlio possono escogitare loro in prima persona soluzioni buone e creative (anche laddove l’autorità giudiziaria o gli esperti non vi riuscirebbero mai).

Accedere alle risorse

Come è noto a coloro che lavorano con coppie divise, l’obiettivo della mediazione familiare non è quello di impedire il litigio, né reprimere l’espressione del conflitto nella sua dimensione costruttiva e nella sua funzione di chiarificazione reciproca, bensì quello di far accedere alle risorse più profonde presenti in una coppia genitoriale anche in occasione di passaggi critici: è un intervento fondato sull’ottimismo verso due adulti generativi!

Il mediatore familiare si offre come terzo imparziale, per prevenire i pericoli insiti in situazioni in cui la presenza di interessi contrapposti rischia di offuscare i bisogni reciproci e soprattutto i bisogni dei figli verso una deriva giustizialista. La posizione equidistante del mediatore rispetto alle aspettative del padre, della madre, dei figli e dei nonni, permette a tutti questi personaggi che sono "nutriti" dalle relazioni interpersonali, intergenerazionali e tra le stirpi, di poter contare sulla permanenza dei vincoli reciproci al di là delle modifiche legali. Il mediatore familiare restituisce ai genitori il loro pieno potere decisionale, mantenendo per sé la semplice funzione di garante del procedimento e delle sue regole(5).

Consapevoli dell’alta criticità della transizione della separazione e del divorzio, in cui tutta l’organizzazione familiare e lo scambio simbolico tra le generazioni sono messi in scacco, riteniamo che la mediazione debba definirsi come un percorso integrato con l’iter giudiziario e non come una forma di degiuridicizzazione delle cause familiari. Si tratta, infatti, di un intervento altamente specialistico finalizzato alla rigenerazione dei legami all’interno della famiglia e non al semplice controllo-adattamento (Marzotto e Tamanza, 2004). La nostra pratica di mediatori familiari e le ricerche condotte su questo tema, ci portano a riscontrare che le coppie compiono la scelta matrimoniale a più livelli: possiamo infatti riconoscere una dimensione dichiarata del patto, che rende stabile la coppia e una dimensione segreta, che è associata alla soddisfazione ed alla qualità della relazione. Sappiamo bene che ciascuna dimensione soddisfa alcuni bisogni affettivi reciproci, soprattutto quando è flessibile e praticabile. Al sopraggiungere della crisi, che come sappiamo viene da lontano, lo scambio tra padre e madre si irrigidisce e la comunicazione non è più praticabile: ognuno si arrocca sulle sue posizioni e cerca alleati da disporre sui propri spalti.

L’oggetto degli accordi

Le questioni intorno alle quali i genitori chiedono di essere aiutati a trovare accordi, secondo le risposte fornite dai mediatori della "Società italiana di Mediazione", sono in ordine di frequenza: la regolamentazione degli incontri con i figli (in maggioranza di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, come risulta anche dalle statistiche nazionali); la definizione di regole di comportamento con i figli; le scelte specifiche concernenti la loro vita; il tipo di affidamento e la frequentazione tra i figli e le famiglie d’origine o i nuovi partner; la dimensione dell’assegno di mantenimento, le modalità di comunicazione della separazione; la suddivisione di beni comuni; l’analisi e l’elaborazione dei motivi della separazione. Come possiamo constatare, gli oggetti del negoziato all’interno del gruppo di lavoro con il mediatore (prima, dopo o durante il percorso legale) riguardano tematiche di natura sia educativo-relazionale (68,1%) che patrimoniale (31,9%), ma che richiedono un approfondimento nella loro dimensione di senso e necessitano di una condivisione da parte dei genitori per essere praticabili e durature nel tempo.

Per quanto riguarda la tenuta degli accordi e la soddisfazione dei mediati, è interessante citare la ricerca attuata nel 2004 in un servizio storico di mediazione familiare presso l’Asl della città di Milano, dove a distanza di dieci anni è emerso che coloro che si sono separati prendendo accordi con un mediatore si sono dichiarati molto soddisfatti e hanno affrontato in autonomia nuove decisioni riguardo a eventuali cambiamenti nell’organizzazione familiare, senza ricorrere al giudice, indicando così un futuro possibile in cui anche i tribunali verrebbero alleggeriti dai ricorsi per modifica delle condizioni di separazione con un risparmio di costi e di tempi per la comunità. Le recenti interviste con coloro che hanno incontrato un mediatore per portare avanti l’affido condiviso, segnalano che è proprio il clima di lavoro, le doti umane e professionali del terzo, la metodologia e la fiducia reciproca, che rendono particolarmente apprezzato questo tipo di aiuto (Ricerca Prin, 2007/09).

Per quanto riguarda la connessione tra le categorie invianti e l’esito della mediazione, è risultato che le persone arrivate su indicazione degli avvocati, di altri professionisti o di altri utenti, arrivano in misura maggiore a redigere gli accordi finali. Appare evidente che la forte cooperazione tra avvocati e mediatori è oggi l’alleanza vincente, in quanto entrambi i professionisti sono a servizio del benessere relazionale dei componenti il corpo familiare. Quello che rimane un nodo critico, sul quale continuare il confronto tra attori coinvolti sulla scena del divorzio, è la relazione tra mediatori e magistratura all’origine di numerose interruzioni. Appare qui evidente che l’aspettativa del tribunale nei confronti della mediazione è forse ancora influenzata dal modello peritale (ricevere una relazione per prendere una decisione) o dal bisogno di un controllo sociale, come nel caso di nuclei patologici.

È vero altresì che la funzione del giudice come rappresentante della Legge che "costringe" a rivolgersi a un esperto per affrontare i problemi connessi alla separazione, può costituire un primo passo verso l’assunzione di responsabilità e far esitare una domanda "vera" di mediazione familiare: questa però deve restare comunque e sempre una scelta. In sintesi possiamo affermare che la mediazione come intervento professionale specialistico risponde a una domanda ancora in parte inespressa delle famiglie, in quanto solo una esigua minoranza usa questa risorsa. Vorrei, infine, soffermarmi sulle più recenti esperienze di mediazione nei conflitti familiari intergenerazionali condotte in Italia (Marzotto, 2005). Già nel 2004, da una indagine sui servizi che offrivano mediazione, emerse che nel 42% dei casi era praticata la mediazione familiare per la rigenerazione dei legami tra le generazioni e l’oggetto riguardava l’esercizio del diritto di visita da parte di nonni o altri parenti, la suddivisione del patrimonio familiare, ma soprattutto la gestione dei conflitti intorno all’accudimento degli anziani. Alla base di questo intervento espletato in modo particolare nei servizi sociali in cui la prestazione è gratuita e i risparmi per l’ente pubblico assai interessanti con un incremento significativo del benessere dei legami familiari e comunitari, c’è la stessa fiducia nelle competenze soggettive anche della persona anziana e dei suoi parenti. Questo tipo di intervento, dalla struttura assai flessibile e di breve durata (3/4 incontri di pre-mediazione e 1 o 2 incontri congiunti con tutti i soggetti coinvolti nel conflitto), è offerto nei casi di anziani che litigano con i familiari, il tutore, gli assistenti domiciliari, ancora una volta nell’apparente impossibilità di escogitare soluzioni sufficientemente buone per tutti. L’ipotesi di intervenire in questi contesti nasce dall’evidente bisogno dei membri di un corpo familiare di fronteggiare episodi di aggressività, abbandono, assenza di gratitudine, fino all’impossibilità di scambio di doni tra le generazioni (sia in senso materiale che simbolico, come nel caso di una figlia che non riesce ad occuparsi della propria madre anziana per la presenza di un convivente a lei non gradito). Anche in queste situazioni assai penose, a tutti ben note, che generano un malessere diffuso per la mancata equità nella divisione del patrimonio familiare, vi è alla base un’impotenza della giustizia formale e una diminuzione della fiducia/lealtà verso l’altro e viceversa! Il rischio è l’isolamento e l’abbandono reciproco. Il focus dell’attenzione del mediatore familiare è ancora una volta il legame, quello tra fratelli, tra discendenti, tra stirpi e con la comunità circostante come nel caso delle imprese familiari.

Tra le generazioni

A partire dal 2006, oltre 200 casi sono stati affrontati all’interno di un comune siciliano. Essi hanno avuto come oggetto specifico la negoziazione di accordi per l’assistenza ad anziani, laddove i soggetti coinvolti sono stati i membri delle tre generazioni oltre al personale del Comune, amministratori di sostegno, vicini, ecc. (Marzotto e Degrandi, 2009). Si tratta come è immaginabile di un’interessante prospettiva per la cura dei legami tra le generazioni, sapendo che i debiti rimasti non saldati attraversano la storia e minano il benessere comune. L’ipotesi di utilizzare la metodologia della mediazione nasce dalla convinzione che il manifestarsi delle difficoltà di un componente il corpo familiare può causare l’epifania traumatica di rancori/incomprensioni/indifferenze esistenti da tempo e mai manifestatisi fino a quel momento in modo acuto. Analogamente al percorso mediativo più noto con coppie separate, anche in questo caso vengono espressi i bisogni in gioco da parte degli attori coinvolti (incontrati anche separatamente nella fase delicata della premediazione) per arrivare a costruire un’agenda di punti su cui avviare la negoziazione, che si svolgerà in una sede formale o informale a seconda delle condizioni dell’anziano "oggetto" delle cure relazionali.

Anche gli strumenti utilizzati sono di tipo grafico simbolico con particolare attenzione alla storia familiare (per esempio: costruzione congiunta del genogramma familiare in cui rappresentare più stirpi). Gli accordi avranno pertanto sia natura economica, che assistenziale e relazionale: la peculiarità di queste mediazioni consiste proprio nel far presenziare agli incontri più persone possibili, affinché avvenga contemporaneamente la rigenerazione dei molteplici legami che si intrecciano intorno alla vita di un anziano.

Gli obiettivi dichiarati sono in parte diversi e in parte rimandano a quelli della mediazione in casi di separazione, ovvero ci si prefigge di curare il legame genitoriale a estensione intergenerazionale esistente tra l’anziano e i propri figli; curare i legami nella fratria tra figli e/o parenti coprotagonisti nel processo di mediazione e, infine, ci si prende cura delle interazioni extrafamiliari con soggetti altri (amministratori di sostegno, cooperative erogatrici di servizi , ecc.).

Il contenuto degli accordi nei casi di mediazione intergenerazionale può riguardare l’organizzazione delle azioni assistenziali da erogare (luogo, tempo, modo); l’accesso all’eredità o la cura del patrimonio della persona anziana (ad esempio disciplinando le spese e l’eventuale costo aggiuntivo da sostenere da parte dei parenti "obbligati per legge", ecc.).

Equilibrio di potere

Un’attenzione particolare riguarda il tema dell’equilibrio di potere (questione ben nota ai mediatori del divorzio!), laddove la presenza della persona anziana, "debole" per definizione, ma presente sulla scena, richiede al mediatore una responsabilità etica assai elevata, tale per cui il professionista (spesso in co-mediazione) pur conservando la sua imparzialità, dovrà prestare particolare attenzione alle esigenze, ai turbamenti, alle emozioni, alle stanchezze espresse e inespresse da parte della stessa.

Tale particolare connotazione del conflitto, espresso o dichiarato in mediazione, ci sembra non di poco conto perché potrebbe mettere bene a nudo la radice ontologica dello stesso che è quella di costituire una fase di transizione verso nuovi e più soddisfacenti equilibri relazionali, e contenente quindi in sé una carica di positività. Si può parlare anche in questo caso di una rigenerazione possibile delle relazioni conflittuali, grazie all’intervento di un "terzo". Una novità rispetto al lavoro mediativo con i genitori in conflitto, in questo tipo di intervento, è la fase del "dopo-mediazione", ovvero una serie di incontri individuali con ciascuna delle parti, da attuare dopo qualche mese dalla redazione del progetto assistenziale di intesa, al fine di verificare la tenuta del progetto e la sua effettiva praticabilità.

La posta in gioco, come appare evidente, non è solo il fatto di aver trovato accordi sufficientemente buoni, ma soprattutto il mantenimento delle relazioni vitali per tutto il gruppo familiare e la comunità.

Costanza Marzotto
    

BIBLIOGRAFIA

  • Cigoli V., Psicologia della separazione e del divorzio, Il Mulino, Bologna 1999;
  • Cigoli V., Galimberti C., Mombelli M., Il legame disperante, Franco Angeli, Milano 1989;
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  • Emery R., La verità sui figli e il divorzio, Franco Angeli, Milano 2008;
  • Kelly J.B., "Le conseguenze della separazione e del divorzio sui figli: spunti di ricerca sulle esigenze dei bambini", in Melina L., Anderson C. A. (a cura di), L’olio sulle ferite, Cantagalli, Siena 2009;
  • Iafrate R., "Frattura del legame e giovani generazioni: effetti della separazione coniugale sui figli adolescenti e giovani adulti", in Melina L., Anderson C.A. (a cura di), L’olio sulle ferite, Cantagalli, Siena 2009;
  • Marzotto C., Tamanza G., "La mediazione familiare in Italia", in Osservatorio Nazionale sulla Famiglia (a cura di), Famiglie e politiche di Welfare in Italia, Il Mulino, Bologna 2004;
  • Marzotto C., Telleschi R., Comporre il conflitto genitoriale. La mediazione familiare: metodo e strumenti, Unicopli, Milano 2000;
  • Marzotto C., Tamanza G., Gennari M. L., "La valutazione della mediazione familiare, un’analisi di processo", in Ardone R. e Lucardi M. (a cura di), La mediazione familiare. Sviluppi, prospettive, applicazioni, Edizioni Kappa, Roma 2005;
  • Marzotto C., "Mediazione globale e legami intergenerazionali: patrimonio ed eredità familiari", in Ardone R. e Lucardi M. (a cura di), La mediazione familiare. Sviluppi, prospettive, applicazioni, Edizioni Kappa, Roma 2005;
  • Marzotto C., "Appartenere alle due stirpi", Studi interdisciplinari sulla Famiglia, XXII, 2007, pp. 342-357;
  • Marzotto C., Degrandi G., "Per non litigare sull’assistenza. Anziani fragili, caregivers e mediazione", in Lavoro sociale, 3, 2008, pp. 401-412;
  • Vegetti Finzi S., Quando i genitori si separano, Franco Angeli, Milano 2005.








 

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