Famiglia Oggi.

Logo San Paolo.
Sommario.

Numeri precedenti.        

Cerca nel sito.       

n. 2 MARZO-APRILE 2010

Sommario

EDITORIALE
L’arte di costruire ponti in famiglia e ovunque
la DIREZIONE

SERVIZI
Le soluzioni pacifiche richiedono coraggio
FULVIO SCAPARRO

Il paradosso della mediazione familiare
COSTANZA MARZOTTO

Trasformare le linee di confine
GRAZIELLA FAVARO

Un ponte per riconoscersi
FRANCO MARTELLI

Far evolvere le crisi in opportunità
LALLA FACCO

DOSSIER
Un glossario dal conflitto al perdono
DANIELE NOVARA

RUBRICHE
SOCIETÀ
A disposizione da due millenni
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Cosa si apprende dai genitori?
PAOLA MARIA TORRIONI

CONSULENZA
Servizi sanitari innovativi
FRANCESCO OLIVO

CONSULENZA
Uno specchio del mal di vivere
ANGELA RITELLA

POLITICHE
Un aiuto concreto per gli anziani
CRISTIANO GORI E SERGIO PASQUINELLI

EDUCAZIONE
Grammatica: mente e cuore
FEDERICA MORMANDO

MINORI
Un rapporto controtendenza
ISABELLA POLI

BIOETICA
Donare il cordone ombelicale?
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Educare alla fede da piccoli
FABIO NARCISI

COMUNICAZIONE
Media e figura maschile
MARCO DERIU

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

 MEDIARE TRA CULTURE DIVERSE

Trasformare le linee di confine

di Graziella Favaro
(pedagogista, esperta di educazione interculturale, Centro COME, Milano)
 

Gli attuali contesti sociali appaiono sempre più caratterizzati dalla multiculturalità, con tutto ciò che di positivo e negativo ne consegue. Quando, però, la chiusura e la distanza tra i diversi gruppi culturali si intensificano creando disagio, si rivela prezioso il ruolo del mediatore interculturale. Figura discussa che negli ultimi 15 anni ha cercato e trovato una sua definizione.
  

La capacità di mediare, di tenere insieme l’unità e la diversità e la disponibilità di spazi e figure di mediazione sono necessità e istanze sempre più diffuse nei servizi e nelle comunità locali, diventate nel tempo multiculturali e plurilingui. Alla mediazione interculturale e ai mediatori viene attribuito il compito di includere, avvicinare, disvelare, rendere un po’ più "domestici" e trasparenti altri riferimenti e altre regole. A loro si chiede anche, in misura minore, di dare voce alle differenze, ai punti di vista diversi, alle rappresentazioni meno consuete del mondo e di alcuni suoi oggetti e significati (l’educazione e l’infanzia, la famiglia e il diritto, la cura e la salute). Di fronte a cambiamenti profondi, esogeni e veloci, non sembra sempre efficace e possibile "dare tempo al tempo", e così si individuano dispositivi e risorse che dovrebbero rendere più fluida e immediata la comunicazione e facilitare i cammini del reciproco approssimarsi.

Allorquando nel paesaggio multiculturale delle città si coglie il rischio di chiusura e distanza fra comunità non comunicanti, fra utenti stranieri e servizi comuni, il dispositivo della mediazione sembra il più adatto a demolire recinti, aprire passaggi, suscitare conversazioni.

Attraverso le donne

Troppe aspettative, forse, consegnate a un gruppo di "professionisti" dell’integrazione. Soprattutto per il fatto che, nel nostro Paese, così profondamente attraversato da modificazioni demografiche, sociali e culturali, il "modello" e il cammino dell’integrazione non sono ancora stati esplicitati e assunti in maniera chiara e condivisa. E dunque, la mediazione interculturale (che fa del progetto di integrazione il suo orizzonte) rischia talvolta di procedere a vista, incerta tra opzioni e strade diverse. Pur nell’incertezza del dibattito che connota il significato e le politiche dell’integrazione in Italia, da circa quindici anni, il termine e la figura professionale di colui che media godono di una indubbia popolarità e diffusione. La mediazione e i mediatori sono invocati come soluzione nelle situazioni di accoglienza e di inserimento, come "chiave" per facilitare la comunicazione, rendere più fluido ed efficace il dialogo, disvelare gli impliciti, prevenire e gestire il conflitto.

Un drappello di mediatori si aggira dunque da tempo nei servizi per tutti con una missione alquanto complessa. Vediamo innanzi tutto la fisionomia di questo gruppo multiculturale e plurilingue, proponendone alcune caratteristiche, riferite, in particolare, ai mediatori stranieri o di origine straniera, che sono la maggioranza e che sono stati i pionieri di questa professione. (A loro si sono poi aggiunti negli ultimi 4-5 anni giovani italiani laureati in mediazione linguistico-culturale). La presenza di questa "nuova" figura professionale viene stimata fra le 3 mila e le 4 mila unità, con una diffusione capillare nelle varie regioni, in particolare al centro-nord. Si tratta, in realtà, di mediatrici, dal momento che le donne rappresentano i tre quarti del totale. Solo in piccola parte, agiscono "in proprio"; nella stragrande maggioranza si tratta di un intervento organizzato, che fa capo a enti, associazioni e cooperative.

A questo proposito, un’indagine condotta qualche anno fa aveva censito circa 250 servizi di mediazione linguistico-culturale. L’età media dei mediatori stranieri è di 39 anni e i due terzi di essi sono in Italia da oltre 8 anni. Appartengono naturalmente alle nazionalità maggiormente rappresentate in Italia: sono infatti in prevalenza: albanesi, rumeni, marocchini, cinesi. Nel 90% dei casi, i mediatori stranieri hanno frequentato almeno un corso di formazione specifico e il loro livello di scolarità è alto: nel Paese di origine, più della metà di essi hanno compiuto studi universitari o frequentato scuole superiori.

In quali ambiti e servizi svolgono il lavoro di mediazione? Molti di loro vengono utilizzati in servizi differenti; prevale tuttavia l’ambito educativo e scolastico, seguito da quello sanitario e sociale. Nei centri medio-piccoli sono più frequenti i mediatori "tuttofare", mentre nelle città grandi, gli operatori della mediazione tendono a specializzarsi e a indirizzarsi verso un ambito o servizio specifico. Il lavoro del mediatore ha carattere di forte precarietà e provvisorietà: circa la metà dichiara infatti di lavorare meno di 40 ore al mese, talvolta in maniera discontinua e "su domanda".

La mediazione linguistico-culturale diffusa oggi in Italia ha dunque soprattutto il volto di una donna straniera che appartiene a Paesi diversi; è, perlomeno, bilingue, scolarizzata a livello alto, da tempo abituata ad attraversare i confini tra le culture, i servizi, gli spazi comuni dell’aggregazione e dell’incontro. La particolarità di questa professione sta anche nella sua stretta correlazione con gli aspetti della biografia: nella mediazione, il collegamento tra lavoro e storia di vita è infatti immediato. Il viaggio, lo spaesamento e l’esperienza di migrazione – e l’autoriflessione su di essi – sono eventi centrali che permeano la professione, la indirizzano e la sostengono, fino a definire, in alcuni casi, il ruolo stesso che si è chiamati a svolgere. La sovrapposizione tra dati professionali e biografici è un punto di forza dei mediatori immigrati, ma può costituire talvolta anche un limite. Troppa vicinanza, per identificazione e proiezione, da un lato; troppa distanza, per volontà di distinguersi, paura di vanificare faticosi percorsi di "passaggio" e di individuazione, dall’altro. Si diventa mediatori perché si è stati migranti, perché si è immigrati, ma può capitare poi di sentirsi dire che si è "troppo sbilanciati dalla parte degli immigrati".

Integrare e riconoscere

Quali sono le funzioni e i compiti che vengono richiesti ai mediatori? In maniera generale, si può affermare che l’intervento di mediazione si situa su vari piani:

  • piano orientativo e informativo;

  • piano linguistico e comunicativo;

  • piano culturale e interculturale;

  • piano psico-sociale e relazionale.

Al primo livello fanno riferimento quei compiti e funzioni che il mediatore svolge nei confronti del proprio gruppo di appartenenza e nei confronti degli operatori del servizio. Il mediatore informa, traduce le informazioni, avvicina il servizio, lo rende trasparente e più accessibile, rispetto a: funzionamento, requisiti di accesso, ruolo degli operatori, regole e vincoli. Al tempo stesso, comunica agli operatori del servizio specificità culturali, differenze e tratti propri delle comunità e dei singoli.

Quando la mediazione si situa sul piano linguistico/comunicativo, essa ricopre soprattutto un ruolo di traduzione, interpretariato, prevenzione e gestione di fraintendimenti, malintesi, blocchi relazionali. Naturalmente, il compito del mediatore non si limita alla traduzione di messaggi e informazioni, ma si propone di chiarire anche ciò che è implicito, di svelare la dimensione nascosta, di dare voce alle domande silenziose e al non detto. Il mediatore può assumere inoltre un ruolo di cambiamento sociale, di stimolo per la riorganizzazione del servizio, di arricchimento della programmazione e delle azioni che il servizio conduce. In questo caso, non solo il servizio diventa più accessibile rispetto al funzionamento e alle opportunità, più trasparente e accogliente, ma diventa anche luogo di riconoscimento delle minoranze, di visibilità delle differenze e degli apporti culturali.

Vignetta

Le diverse funzioni, svolte dai mediatori linguistici e culturali nei servizi, possono essere così elencate: interpretariato; traduzione; facilitazione della relazione; informazione; orientamento; accompagnamento; presentazione della "cultura d’origine"; presentazione degli obiettivi e delle regole delle azioni e dei servizi; prevenzione e gestione dei conflitti; cambiamento delle modalità di lavoro; riconoscimento e valorizzazione delle reciproche analogie e differenze.

Il mediatore agisce quindi rimuovendo, aggiungendo, modificando, poiché è chiamato a:

  • eliminare gli ostacoli (linguistici, comunicativi, informativi) che si frappongono all’accesso e all’uso dei servizi per tutti;

  • apportare nuovi saperi, linguaggi e informazioni e migliorare la prestazione dei servizi in termini sia quantitativi che qualitativi;

  • creare uno spazio di incontro intermedio e aprire nuove possibilità comunicative. Non agisce quindi solo in un’ottica di tipo compensatorio, colmando vuoti e lacune, ma anche di reciproco riconoscimento, modificazione e innovazione.

Un ponte facilitatore

Se ripercorriamo le funzioni e i ruoli del mediatore e gli obiettivi del suo lavoro vediamo, dunque, delinearsi due diverse concezioni di questa nuova figura professionale. La prima vede la funzione del mediatore come un rimedio alle possibili, o già sperimentate, disfunzioni dei servizi nel rispondere alle domande specifiche provenienti da una popolazione di utenti più "fragili" e meno attrezzati dal punto di vista delle risorse informative, linguistiche, di orientamento. In questo caso il mediatore fa da tramite tra utenti e servizi con il compito soprattutto di: chiarire i bisogni, tradurre, informare, superare le incomprensioni reciproche, evitando che i malintesi si trasformino in conflitti. La posizione del mediatore deve essere la più "neutrale", o meglio imparziale, possibile: traduce più che interpretare e il suo ruolo ha un carattere di utilità strumentale; gli si chiede infatti di proporre e riprodurre la norma e non certamente di trasformarla e negoziarla. È un operatore al servizio di un servizio.

Nel secondo caso, la definizione di mediazione è più ampia; va al di là della sola dimensione strumentale e di immediata utilità; è un dispositivo che opera per costruire modi nuovi di regolazione sociale e di dialogo. In questa prospettiva, la sua funzione è quella di creare legami e reti sociali che tengano conto dei diversi punti di vista. Il mediatore non è quindi solo un facilitatore della comunicazione, ma anche un soggetto in grado di essere portavoce del singolo o del gruppo, esprimere idee e di elaborare progetti. Accetta certamente di tradurre esigenze e norme del servizio, ma opera anche perché il servizio accetti di ascoltare e di comprendere bisogni, aspirazioni, progetti, desideri dei nuovi utenti. Questo ruolo obbliga il mediatore a un continuo confronto con operatori e servizi che possono essere reticenti rispetto al cambiamento, e con utenti stranieri che possono, a loro volta, essere irrigiditi nei loro atteggiamenti. Lo obbliga anche a stabilire dei confini, a porre delle frontiere, a saper combinare il meglio della sua duplice appartenenza, senza "schiacciarsi" su uno dei due poli della relazione. Nella pratica non vi sono ovviamente frontiere rigide tra le due concezioni e può capitare che uno stesso mediatore svolga funzioni sia di traduttore neutrale, sia di protagonista di una proposta progettuale innovativa e attenta alle differenze.

I tempi e i silenzi

La comunicazione mediata che si svolge in due lingue richiede tempi lunghi e dilatati. I turni di parola, le attese, le domande reciproche di approfondimento esigono ritmi più lenti per consentire a ciascuno di prendere la parola. Nelle pause fra un turno di parola e l’altro e nei passaggi da un codice all’altro, ciascun interlocutore può sentirsi talvolta escluso e fuori posto. L’operatore può avere l’impressione che la situazione sfugga di mano, di essere "tagliato fuori" da una comunicazione a due in una lingua sconosciuta e interrogarsi su ciò che viene espresso nel frattempo, sulla fedeltà della traduzione. L’utente, da parte sua, si pone le stesse domande allorquando si esce dagli scambi nella sua lingua per passare all’italiano.

Il mediatore ha per il tempo del colloquio il "potere linguistico" che gli deriva dalla possibilità di muoversi fra i due spazi linguistici e lo gestisce definendo il ritmo e mantenendo la circolarità. Può diventare tuttavia anche il catalizzatore dei "fantasmi di esclusione" che i due interlocutori monolingui – l’operatore e l’utente – possono produrre a seguito della non comprensione e del timore di alleanze improprie fra i parlanti l’altra lingua. La comunicazione mediata, oltre che richiedere capacità di attesa e di sospensione di parola e del giudizio, chiede dunque di saper tollerare il vuoto di significato, la non comprensione, il sentirsi in disparte durante la conversazione esolingue. Può evocare timori e attivare ansie che si originano dalla momentanea perdita di controllo. Nello spazio dell’attesa si può tuttavia imparare ad affinare lo sguardo e cogliere con maggiore attenzione i segnali non verbali, il linguaggio del corpo, la postura, i messaggi espressi attraverso lo sguardo, i gesti, i movimenti, il tono della voce.

Oltre alla dilatazione dei tempi richiesti dal colloquio a tre con gli utenti non italofoni, la comunicazione mediata necessita anche di spazi e tempi a due: operatore e mediatore. Prima del colloquio ci si deve scambiare informazioni, definire i bisogni del servizio, le eventuali richieste e situazioni che devono essere chiarite. Dopo il colloquio è necessario che operatore e mediatore trovino il modo di confrontarsi, di poter esprimere i dubbi, le domande, le interpretazioni e naturalmente di definire insieme le mosse e le azioni successive. Ciò è naturalmente richiesto da progetti di mediazione in senso ampio, e non dall’utilizzo di mediatori come semplici traduttori di documenti e informazioni.

Tre diverse fasi

Quindici anni di interventi e progetti di mediazione hanno fatto in modo che oggi il dispositivo sia diventato per alcuni servizi quasi una routine. Nella breve storia della mediazione linguistico-culturale condotta in Italia negli ultimi tempi possiamo già rintracciare tre diverse fasi e momenti.

Prima fase: i pionieri. Durante la prima fase, durata grosso modo dalla metà degli anni Novanta al Duemila, le iniziative di mediazione hanno avuto le caratteristiche della sperimentazione e dell’innovazione, condotte entro un numero limitato di servizi, da operatori stranieri "pionieri". Il primo corso per mediatori venne organizzato a Milano dal Naga nel 1990; la proposta di un "profilo" del mediatore e le linee del suo percorso formativo vennero individuati durante un seminario promosso a Bologna dal Cospe nel 1993; la prima corposa ricerca sul tema venne realizzata dall’associazione "Alma Terra" di Torino nel 1999, e anche i primi studi e riflessioni sul tema sono degli stessi anni.

Seconda fase: la diffusione. L’anno Duemila segna una sorta di spartiacque. A partire da quel momento il dispositivo della mediazione diventa, per certi versi, una prassi consolidata ed entra nella seconda fase. Si moltiplica il numero delle associazioni, cooperative e agenzie di mediazione; si fanno più frequenti i convegni, gli studi e le riflessioni in merito; si infittiscono le richieste di mediazione da parte degli operatori che lavorano nella scuola, nei servizi sociali e sanitari, nelle pubbliche amministrazioni.

Parallelamente più numerosi sono i percorsi e gli interventi volti a formare nuovi mediatori, o a consolidare la professionalità di chi già opera da tempo e gli studi e riflessioni sul tema. Nello stesso periodo, il profilo professionale del mediatore viene ridefinito e le sue funzioni assumono il carattere dell’ufficialità ed "entrano dalla porta principale", dal momento che vengono citate in numerosi documenti, leggi regionali, normative e circolari.

Un momento importante

Di recente, la mediazione è tornata di nuovo alla ribalta grazie ad una serie di iniziative che si pongono l’obiettivo di superare lo stato di frammentazione e di disparità, tra regione e regione, rispetto a profili, compiti, percorsi formativi. Ci riferiamo soprattutto a due proposte di legge presentate alla Camera e a due documenti di lavoro nazionali:

la proposta di legge n° 2138, presentata alla Camera il 2 febbraio 2009, e avente come tema la "Delega al Governo sull’istituzione dell’albo dei mediatori interculturali";

la proposta di legge n° 2185, presentata alla Camera l’8 aprile 2008, e focalizzata sulla "Disciplina della professione di mediatore interculturale e delega al Governo in materia di ordinamento dei corsi per il suo esercizio";

il documento elaborato dall’Onc-Cnel nell’ottobre 2009 sul tema: "Mediazione e mediatori interculturali: proposte operative" (disponibile on line); il documento elaborato da un gruppo di lavoro interministeriale costituitosi presso il Ministero dell’Interno dal titolo: "Linee di indirizzo per il riconoscimento della figura professionale del mediatore interculturale", del dicembre 2009, (anche questo disponibile on line).

Nelle linee di indirizzo elaborate dal gruppo interministeriale viene sottolineata l’importanza del dispositivo di mediazione interculturale al fine di favorire "processi virtuosi di coesione sociale, di integrazione e di tutela delle pari opportunità nel godimento dei diritti e nella possibilità di accesso ai servizi di cittadinanza".

Vengono inoltre elencati gli ambiti e i servizi in cui il mediatore interculturale può agire Essi sono:

  • educazione: scuole di vario ordine e grado, servizi educativi, famiglia e minori stranieri;

  • sanità: ospedali, servizi, consultori, centri salute, servizi di prevenzione, centri psichiatrici e altri;

  • giustizia adulta e minorile;

  • servizi per minori: centri di prima accoglienza, istituti penali per minorenni, uffici del servizio sociale, comunità specializzate;

  • pubblica amministrazione: uffici anagrafe, questure, sportelli unici delle prefetture, centri provinciali per l’impiego, sportelli stranieri;

  • emergenza: centri di identificazione ed espulsione, centri di accoglienza per coloro che richiedono asilo;

  • servizi sociali;

  • lavoro e forme di occupazione.

La fase attuale, che prende avvio da un’esperienza ormai consolidata è dunque il tempo della diffusione nazionale e della riflessione professionale su un dispositivo che è diventato pratica diffusa, richiesta moltiplicata, soluzione invocata. Perché la riflessione sia operativa e porti a un nuovo sviluppo e ridefinizione positiva del ruolo dei mediatori, è importante porre al centro anche il tema dell’efficacia nei diversi ambiti di lavoro e di incontro.

Avendo una chiara consapevolezza anche dei rischi della comunicazione mediata che peraltro molte ricerche hanno già evidenziato. Nel prossimo paragrafo ne richiamiamo alcuni.

Rischi e punti di forza

Talvolta agisce sullo sfondo della comunicazione mediata un riferimento implicito – sia da parte di chi chiede la mediazione, sia da parte di chi media – a culture rigide, stereotipate, uniformi ("Il mediatore ci deve spiegare come fare con i genitori – pazienti, utenti, bambini, adolescenti... – marocchini, cinesi..."). Un dispositivo che ha ragione di essere proprio per la sua potenzialità di decostruzione degli stereotipi e di sostegno alla singolarità della storia di ciascuno, rischia così di produrre scenari e atti di de-individuazione. L’argomentazione culturalista, il rimando, in funzione esplicativa, a una cultura intesa come "origine e tradizione" può bloccare la relazione e produrre differenza.

Il ricorso alla mediazione può talvolta ridurre il livello di autonomia dell’utente (reale e pensato), il quale, in quanto straniero, sembra aver bisogno di un portavoce e non essere in grado di individuare strategie e risorse personali per poter essere coinvolto direttamente nel dialogo. Per ridurre questo rischio, è importante che la presenza di chi media sia accettata da entrambe le parti, con consapevolezza e chiarezza sui ruoli.

La richiesta di mediazione evidenzia talvolta un atteggiamento di delega, e di de-responsabilizzazione, da parte dell’operatore e del servizio, rispetto alle fatiche e alle sfide della comunicazione interculturale. Si ricorre così a una sorta di "aiutante" della comunicazione, al quale affidare la cura dell’accoglienza e del contatto iniziale, anziché ripensare le modalità e i tempi del dialogo.

Prevale in certi casi una rappresentazione dello straniero, non come immigrato, che vive qui e condivide con gli autoctoni richieste, esigenze, vincoli, risorse, ma come emigrato, proveniente da ..., al quale si attribuisce una rigida appartenenza e una sorta di etichetta. «Etichetta che induce a credere che, in virtù della classificazione, si sia reso visibile qualcosa che appartiene all’essenza di una persona e che si trasforma così in essenza visibile. Proprio per questo, nell’ambito psicosociale, le etichette pongono tanti problemi: ci fanno adottare uno sguardo normalizzatore. Il "miracolo" dell’etichetta produce l’impressione che l’essenza dell’altro sia visibile. A quel punto, l’altro non è più una molteplicità contraddittoria che esiste in un gioco di luci e ombre, di velato e svelato, ma diventa immediatamente visibile e riconoscibile» (Benasayag, Schmit 2004).

In questa terza fase della mediazione, il paradosso è dunque questo: un dispositivo coraggioso, creativo e dirompente, nato per dare voce a più voci, può rischiare in certi casi di trasformarsi in un’occasione di semplificazione eccessiva e di risposta "tampone" che non modifica in alcun modo i servizi. I mediatori devono invece portare sulla scena della comunicazione e dell’incontro i diversi significati, le interpretazioni e i punti di vista di ciascun interlocutore, senza tuttavia rendere "solido e rigido" ciò che è fluido, negoziabile, permeabile.

Varcando i confini

Devono contribuire a costruire una casa che accoglie la molteplicità, evitando che si edifichino diverse case, ognuna destinata a ospitare un punto di vista e una cultura. Coloro che, in maniera informale o professionale, svolgono un ruolo di mediazione sono per definizione "attraversatori" di confini, dal momento che compiono incursioni nell’una e l’altra parte, servendosi di mappe e parole dei diversi territori. Essi cercano di trasformare le linee di confine, rigide, predefinite, invalicabili, in zone di frontiera, "terre di mezzo" dove è possibile incontrarsi, riconoscersi, trovare un accordo, stabilire un patto.

Graziella Favaro
   

BIBLIOGRAFIA

  • Belpiede A., Mediazione culturale. Esperienze e percorsi formativi, UTET, Torino, 2002.
  • Alma Terra, La professione di mediatrice / mediatore culturale, Associazione Alma Terra, Torino, 1999.
  • Aluffi Pentini A., La mediazione interculturale. Dalla biografia alla professione, Franco Angeli, Milano, 2004.
  • Andolfi M. (a cura di), La mediazione culturale. Tra l’estraneo e il familiare, Franco Angeli, Milano 2003.
  • Balsamo F., Famiglie migranti. Trasformazione dei ruoli e mediazione culturale, Carocci, Roma, 2003.
  • Castelli S., La mediazione culturale. Teorie e tecniche, Raffaello Cortina, Milano, 1996.
  • Castiglioni M., La mediazione linguistico culturale. Princìpi, strategie, esperienze, Franco Angeli, Milano, 1997.
  • Catarci M., Fiorucci M., Santarone D. (a cura di), In forma mediata. Saggi sulla mediazione interculturale, Unicopli, Milano, 2009.
  • Crinali, Professione mediatrice culturale. Un’esperienza di formazione nel settore materno infantile, Franco Angeli, Milano, 2001.
  • Ceccatelli Guerrieri G., Mediare culture. Nuove professioni tra comunicazione e intervento, Carocci, Roma, 2003.
  • Cima R., Abitare le diversità. Pratiche di mediazione culturale: un percorso fra territorio e istituzioni, Carocci, Roma, 2005.
  • Cisp-Unimed, Indagine sulla mediazione culturale in Italia, Roma (www.cisp-ngo.org), 2004.
  • G. Favaro, M. Fumagalli, Capirsi diversi. Idee e pratiche di mediazione interculturale, Carocci, Roma 2004.
  • G. Favaro, I mediatori linguistico - culturali nella scuola, EMI, Bologna 2001.
  • G. Favaro, Parole a più voci, Franco Angeli, Milano 2001.
  • M. Fiorucci, La mediazione culturale. Strategie per l’incontro, Armando, Roma 2000.
  • L. Luatti (a cura di), Atlante della mediazione linguistico - culturale, Franco Angeli, Milano 2006.
  • F. Susi, M. Fiorucci, Mediazione e mediatori. La mediazione linguistico - culturale per l’inserimento socio-lavorativo dei migranti, Anicia, Roma 2004.
  • M. Tarozzi, La mediazione educativa. Mediatori culturali tra uguaglianza e differenza, CLUEB, Bologna 1996.








 

Your browser doesn't support java1.1 or java is not enabled!

 

Famiglia Oggi n. 2 marzo/aprile 2010 - Home Page