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n. 2 MARZO-APRILE 2010

Sommario

EDITORIALE
L’arte di costruire ponti in famiglia e ovunque
la DIREZIONE

SERVIZI
Le soluzioni pacifiche richiedono coraggio
FULVIO SCAPARRO

Il paradosso della mediazione familiare
COSTANZA MARZOTTO

Trasformare le linee di confine
GRAZIELLA FAVARO

Un ponte per riconoscersi
FRANCO MARTELLI

Far evolvere le crisi in opportunità
LALLA FACCO

DOSSIER
Un glossario dal conflitto al perdono
DANIELE NOVARA

RUBRICHE
SOCIETÀ
A disposizione da due millenni
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Cosa si apprende dai genitori?
PAOLA MARIA TORRIONI

CONSULENZA
Servizi sanitari innovativi
FRANCESCO OLIVO

CONSULENZA
Uno specchio del mal di vivere
ANGELA RITELLA

POLITICHE
Un aiuto concreto per gli anziani
CRISTIANO GORI E SERGIO PASQUINELLI

EDUCAZIONE
Grammatica: mente e cuore
FEDERICA MORMANDO

MINORI
Un rapporto controtendenza
ISABELLA POLI

BIOETICA
Donare il cordone ombelicale?
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Educare alla fede da piccoli
FABIO NARCISI

COMUNICAZIONE
Media e figura maschile
MARCO DERIU

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

 RICERCA/ADOLESCENTI E FAMIGLIA

Cosa si apprende dai genitori?

di Paola Maria Torrioni
(Docente di Sociologia della famiglia presso la Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino)

  

Comprendere cosa i giovani d’oggi pensano dei loro genitori rappresenta una sfida urgente e non più eludibile. Contrariamente a quanto si pensa, gli adolescenti li apprezzano, li ascoltano e li interpellano nel momento in cui devono compiere scelte decisive. Le difficoltà, invece, sorgono dall’imposizione delle regole e dalla gestione della libertà.
  

L'adolescenza è notoriamente un periodo di trasformazioni intense e complesse in grado di mettere in tensione i rapporti tra giovani e adulti, tra genitori e figli. Innanzitutto l’adolescenza, come specifica fase del corso di vita, è di per sé portatrice di cambiamenti profondi non solo a livello fisico e psichico ma anche a livello di identità personale e sociale. Tanti sono gli aspetti che rendono peculiare questa fase di transizione dall’infanzia all’età adulta: i cambiamenti del corpo, la scoperta della sessualità, la difesa della propria autonomia di giudizio ma anche il mimetismo nel gruppo di coetanei, il distacco dai genitori e il contemporaneo bisogno di affetto e riconoscimento.

In secondo luogo, la profonda trasformazione della società contemporanea, in termini di opportunità e vincoli che strutturano la vita dei singoli, offre ai giovani ampi spazi di libertà ma che richiedono sempre più spesso l’attivazione di comportamenti di autoregolazione e controllo per essere gestiti con consapevolezza. Gli studi psicologici segnalano, inoltre, che non si può parlare in termini generali di una unica e omogenea fase adolescenziale; si tratta piuttosto di un processo di formazione dell’identità personale e sociale che può iniziare molto presto (intorno ai 10-11 con lo sviluppo puberale) e terminare ben oltre la maggiore età, tanto da portare alcuni autori a parlare di adolescenze prolungate nel caso in cui dopo i 20 anni il processo di costituzione dell’identità non sia ancora compiuto(1).

Un processo di costruzione sociale

Esiste, tuttavia, un altro aspetto rilevante che emerge dagli studi sociologici sul tema: si tratta del significato sociale che "l’essere adolescenti" assume nelle società contemporanee(2). La valenza assegnata a questa particolare fase della vita non è sempre stata la stessa nel corso dei vari periodi storici: l’adolescenza, come l’infanzia, è anche il frutto di un progressivo processo di costruzione sociale e di strutturazione del corso di vita degli individui. Nelle società europee tradizionali pre-industriali, il passaggio, scandito da rituali, dall’essere bambini all’essere adulti, non prevedeva fasi intermedie di esplorazione e socializzazione al ruolo adulto. È stata soprattutto la società moderna e contemporanea dal secondo dopoguerra in poi – grazie all’intensa crescita demografica determinata dal baby boom e all’ampio accesso dei giovani all’istruzione – ad aver "scoperto" lo status peculiare dell’adolescenza e della giovinezza come processi in grado di mettere sotto tensione il mondo adulto, modificandone le costellazioni valoriali, svelandone le contraddizioni interne.

Infine, è utile segnalare un altro aspetto. Se è vero che gli adulti mostrano da sempre un atteggiamento ambivalente nei confronti dei giovani, celebrando l’adolescenza e la gioventù come una sorta di età dell’oro, di pienezza di energie e di gioiosa irresponsabilità, ma lamentandone l’indolenza e l’immaturità, è anche vero che oggi spesso il lessico utilizzato a vario titolo per parlare di "giovani" e di "adolescenti" rimanda in continuazione un’immagine di immobilismo, di ritardo, di mancanza e spesso di devianza. L’attuale cultura italiana e occidentale considera superate le logiche autoritarie che prevedevano una cieca obbedienza dei giovani agli adulti, dei figli ai padri, ma sembra non avere ancora definito una propria modalità, originale e certa, per insegnare i valori che reputa significativi da una generazione alla successiva, in grado di rispettare la capacità di iniziativa e la creatività dei più giovani, senza scaricare su di loro ogni responsabilità. Per molti adulti, infatti, impegnarsi ad assumere un’attenzione critica ma non svalutativa nei confronti dei comportamenti dei giovani risulta frequentemente troppo gravoso(3).

Si percepisce la tendenza, nel contesto sociale in cui viviamo, a esagerare la portata di episodi negativi di cui giovani di diverse età sono protagonisti. Violenza, stupri, vandalismi, episodi di bullismo sono indubbiamente atti gravemente riprovevoli: la risonanza che i media attribuiscono ad essi, in particolare quando sono attuati da adolescenti, conducono però a giudizi generalizzati di mancanza di valori, di vuoto morale delle giovani generazioni, che non si adattano certamente all’intero universo giovanile. In queste interpretazioni generaliste, predominanti nel discorso mediatico, prevale l’idea dell’esistenza di un "corto circuito" nel processo di "trasmissione" dei valori: genitori e insegnanti non hanno più gli strumenti adatti per rappresentare un punto di riferimento per le giovani generazioni. Siamo, allora, di fronte a una generazione di adolescenti senza padri, madri o maestri in grado di tracciare un percorso etico e morale in cui inserirsi? Per mettere alla prova dei fatti e possibilmente sfatare luoghi comuni di questa portata, che sono ingiusti e contribuiscono a incrementare il sentimento di sfiducia e malessere di cui la società attuale è intrisa, può essere utile studiare cosa pensano realmente i giovani adolescenti dei propri genitori.

I dati provengono da una recente ricerca condotta sul territorio nazionale(4). Ai giovani italiani di età compresa tra i 16 e i 29 anni è stato chiesto di rispondere a questioni concernenti la famiglia, la scuola e il gruppo dei pari. I dati presentati nei paragrafi successivi si riferiscono al gruppo degli adolescenti di età compresa tra i 16 e i 19 anni.

Confronto e dialogo

Il processo di socializzazione a valori, norme e modelli culturali, coinvolge una molteplicità di soggetti, tra i quali la famiglia d’origine gioca un ruolo fondamentale(5). La sua importanza non è limitata ai primi anni di vita ma rimane centrale anche in seguito quando i figli e le figlie si confrontano con altre agenzie di socializzazione, come la scuola, il gruppo dei pari, il mondo del lavoro, il mondo associativo. I dati confermano, innanzitutto, il ruolo predominante dell’ambito familiare come "luogo" in cui avviene la maggior parte del percorso di crescita dei giovani e in cui questi sostanzialmente si riconoscono. La quasi totalità degli adolescenti del campione, (87% circa), vive con entrambi i genitori; circa il 12% con uno solo di essi, quasi sempre la madre(6).

Tabella 1.

In secondo luogo, dalle risposte dei figli, la famiglia d’origine si qualifica come uno dei principali punti di riferimento. La quasi totalità del campione, infatti, si riconosce nel sistema di valori che ritiene di aver appreso dai genitori (cfr. tabella 1). L’identificazione con i modelli ricevuti rimane alta anche in relazione ad altri ambiti, come il modello di famiglia che hanno costruito, il giudizio che madre e padre danno della società, il modo in cui concepiscono il lavoro. I figli sono, invece, un po’ meno propensi a identificarsi nel modo di vivere il rapporto di coppia e l’orientamento politico espresso dai genitori(7). Altri segnali sull’importanza della famiglia per gli adolescenti italiani emergono dal fatto che il 71% degli intervistati nutre molta fiducia nei propri familiari e poco più della metà del campione colloca la famiglia al primo posto tra gli aspetti della vita per cui "vale la pena impegnarsi anche a costo di sacrifici"(8). Già questi pochi elementi tratteggiano una certa convergenza tra figli e genitori. Per capire, però, quanto sia pacificato questo luogo d’interazione quotidiana è opportuno soffermarsi anche su altri aspetti, come il tipo di comunicazione esistente in famiglia, il clima, le pratiche educative, gli insegnamenti ricevuti, il grado di coerenza dei genitori percepito dai figli.

Iniziamo dalla comunicazione tra genitori e figli; il dialogo in famiglia sembra orientarsi principalmente su tre versanti:

  1. uno più progettuale e strumentale, rappresentato dalle confidenze delle proprie aspirazioni future (indicato come tema di discussione da circa il 74% del campione) e dalle questioni di denaro (76%);

  2. uno più relazionale e affettivo, rappresentato dai rapporti vissuti in famiglia (66%);

  3. uno riguardante la sfera pubblica, rappresentato dalla discussione di fatti di cronaca (61%) e dei fatti di interesse collettivo (41%). I figli interpellano meno i genitori su questioni concernenti i rapporti tra amici (26%), la sessualità (16%) e su come trascorrere il tempo libero (11%). Per questi ambiti specifici sono le reti amicali a rappresentare il principale punto di riferimento. Alcuni elementi, rintracciabili nelle risposte date dagli intervistati, sembrano indicare l’esistenza di un "registro di comunicazione" differente tra padre e madre: è quest’ultima ad essere descritta generalmente più vicina, più flessibile, più attiva e più "nuova" del padre, che la supera solo sulla dimensione della forza.

In secondo luogo, quando i giovani hanno bisogno di consigli, eleggono al ruolo di confidente e consigliere più spesso la madre (74%) che il padre (47%). Infine, il comportamento della madre è con più frequenza giudicato coerente con i princìpi che ha cercato di insegnare ai figli. Al di là di queste differenze nella percezione di madre e padre, la maggior parte dei figli adolescenti (75%) sceglie di confrontarsi con i genitori quando è necessario prendere una decisione importante che riguarda la propria vita, e i genitori, secondo quanto raccontano i figli, in questi frangenti si comportano nello stesso modo (85%).

Se si combina la propensione al dialogo dei figli con quella dei genitori (cfr. figura 1), emerge chiaramente un meccanismo prevalente (71%) di interazione tra genitori e figli impostato su modelli di reciprocità e dialogo.

Negli ambiti familiari in cui, dalla ricostruzione che i figli fanno, vi è assenza di reciprocità, una quota consistente è costituita da famiglie in cui sono i giovani a non ricercare il confronto con i genitori (19%). Infine, solo una minoranza di giovani indica la presenza di relazioni autoritarie in cui i genitori impongono le proprie scelte o delegano la decisione ai figli. La scolarità dei genitori svolge un ruolo decisivo nell’influenzare il tipo di relazioni esistenti in famiglia: quelli con capitale alto e medio-alto sono più orientati a stabilire relazioni di dialogo di quanto non accada nelle famiglie in cui i genitori hanno un livello di istruzione medio o basso (73% contro 63%).

Figura 1.

La presenza di reciprocità in famiglia rappresenta un elemento influente per quanto riguarda alcuni esiti del processo educativo, quali la fiducia nei familiari, il giudizio fornito dai giovani sul comportamento dei genitori e il livello di identificazione dei figli con i modelli proposti da padre e madre. I giovani che condividono con i genitori un orientamento al confronto, indicano con più frequenza (76%) di avere molta fiducia nei familiari(9). Inoltre la quasi totalità (95%) considera il padre e la madre un punto di riferimento morale, sostiene che sono stati in grado di offrire fiducia, sicurezza e di stimolarli a dare il meglio di sé.

Infine, sulla natura del clima familiare e in particolare sulla propensione dei figli a confrontarsi con i genitori, agisce anche il grado di coerenza espresso da padre e madre tra ciò che hanno cercato di insegnare ai figli e come si comportano quotidianamente. Se entrambi i genitori sono coerenti, la disponibilità al dialogo è molto elevata e riguarda l’80% degli adolescenti, mentre scende in tutti gli altri casi(10). La coerenza dei genitori è fondamentale inoltre per favorire l’identificazione dei figli nei modelli educativi ricevuti: se i genitori sono entrambi coerenti con i valori insegnati, il processo di socializzazione si configura maggiormente lungo un’asse di ereditarietà e il livello di identificazione aumenta.

Diritti e doveri, regole e sanzioni

Reciprocità e dialogo non sono, come si potrebbe obiettare, sinonimo di permissivismo e di assenza di regole. Oltre a dialogare e a confrontarsi con i genitori, i figli devono fare i conti con le regole di comportamento da rispettare. La norma più citata è il rispetto per i genitori, indicata da un intervistato su due; sono specificate anche da una buona parte dei giovani il rispetto degli orari (39%) e il rispetto degli impegni (22%). Sembrano, invece, meno rilevanti nell’educazione ricevuta - secondo quanto ricordano i figli - il rendere conto del comportamento in pubblico, l’uso responsabile degli spazi domestici, la gestione del tempo libero e la partecipazione a momenti familiari.

Emergono, inoltre, differenze nelle risposte di ragazze e ragazzi: le figlie sottolineano di più il controllo rigido degli orari di rientro stabiliti dai genitori e le persone che frequentano; devono, inoltre, collaborare in misura maggiore alle faccende domestiche. Nell’educazione dei figli prevalgono, invece, regole attinenti l’acquisizione di uno status sociale riconosciuto (per esempio, in termini di rispettabilità) come il rispetto per gli impegni presi e la capacità di gestire in modo oculato la futura indipendenza economica.

Una convergenza di intenti

Ma quanto le scelte dei genitori sono condivise dai figli? Un chiaro indizio dell’esistenza di una convergenza, emerge già dal fatto che il 61% degli intervistati considera un dovere il rispetto delle regole di convivenza familiare. In secondo luogo, alla domanda: "Quali ritieni siano i tre più importanti diritti di un/una figlio/a quando vive in famiglia?", la possibilità di contrattare le regole familiari è relegata all’ultimo posto.

Tra i diritti più citati ci sono avere il sostegno affettivo dei genitori, avere i propri spazi di libertà, essere rispettati per le proprie idee e valori, poter decidere del proprio futuro.

La generale convergenza di intenti che esiste tra genitori e figli non è, però, dovuta alla presenza di regole lasche, la cui infrazione non comporta serie conseguenze. Di fronte a una violazione delle regole, infatti, solo una minoranza di giovani non ricorda particolari punizioni da parte dei genitori: il restante 76% dichiara invece l’esistenza di sanzioni, sia di tipo materiale – imposizione di restrizioni – che psicologico, quali l’ammonizione severa o la scelta dei genitori di sottolineare quanto sono stati male per il comportamento scorretto tenuto dal figlio/a. Solo una piccola minoranza (3%) sottolinea l’utilizzo di punizioni fisiche. Riconoscersi e identificarsi nei genitori non rappresenta quindi un’operazione a basso costo per i figli. Il clima di reciprocità, inoltre, non implica affatto un rapporto tra pari, un declino del rispetto dell’autorità dei genitori; l’autonomia e la cooperazione tra genitori e figli sono sì regole importanti da insegnare ai figli, ma coniugate con il riconoscimento che i genitori in quanto tali hanno anche una particolare responsabilità, da cui discende il dovere-diritto di esercizio di un’autorità.

I genitori devono mostrarsi autorevoli e coerenti per ottenere il rispetto dei figli. Da un breve sguardo d’insieme su quanto emerso finora, appare chiaro, infatti, che le scelte educative dei genitori sembrano privilegiare uno stile democratico in cui sostegno e controllo rappresentano due dimensioni ugualmente importanti del processo educativo. La maggior parte dei giovani (65%), infatti, indica che i genitori sono orientati sia a confrontarsi con i figli (sostegno) che a punirne le trasgressioni (controllo).

Valori appresi e da insegnare

Un ulteriore e importante elemento da sottolineare è quello rappresentato dalle finalità ultime degli insegnamenti ricevuti in famiglia. Cosa pensano di aver imparato dai genitori gli adolescenti?

Si tratta di insegnamenti che puntano sostanzialmente su tre dimensioni:

  • stimolare autodeterminazione e capacità di riuscire;

  • interagire responsabilmente con gli altri (in particolare, rispettare gli impegni presi, insegnamento indicato dal 46% degli intervistati);

  • incentivare le buone maniere e l’obbedienza (circa sette giovani su dieci indicano che dai genitori hanno imparato ad essere educati e cortesi).

Un’educazione, quindi, giocata molto sulle capacità di riuscita dei figli: "imparare a essere autonomo", ad esempio, è un insegnamento riportato dal 57% dei giovani. In famiglia si impara a essere educati e responsabili verso gli altri senza però troppe aperture: solo un intervistato su cinque, infatti, ha ricevuto insegnamenti volti a promuovere la fiducia e solo uno su quattro è stato incentivato a confrontarsi con gli altri.

Gli insegnamenti ricevuti dai genitori si differenziano, inoltre, da quelli appresi dagli insegnanti e dagli amici: i primi educano, secondo i giovani, alla cooperazione, al confronto e al rispetto delle autorità; gli amici invece stimolano a confrontarsi liberamente e con fiducia negli altri, pur senza rinunciare al valore delle proprie idee.

Se si considerano anche gli insegnamenti che i giovani trasmetterebbero se fossero a loro volta genitori, la convergenza tra genitori e figli, pur non scomparendo, assume contorni più sfocati. Gli adolescenti, infatti, mettono meno enfasi sull’educazione alle buone maniere e spostano l’orientamento generale delle scelte educative soprattutto verso l’autonomia e il confronto con gli altri. Un’ultima precisazione è a questo punto importante: la prevalenza di rapporti fondati sulla reciprocità e sul dialogo non implica assenza di conflitto tra genitori e figli.

I conflitti possono essere anche aspri talvolta. Si tratta, però, di perturbazioni del rapporto familiare contenute che non mettono in discussione gli orientamenti valoriali appresi dai genitori (nei quali i figli e le figlie si identificano) e che non prefigurano lo scenario di un conflitto generazionale.

I fatti più delle parole

Bisogna sottolineare, inoltre, che l’orientamento alla reciprocità, al dialogo, alla negoziazione implica un riconoscimento dell’altro come interlocutore di pari livello e di pari dignità (pur nella diversità dei ruoli ricoperti).

Si tratta di modalità di interazione complesse che richiedono agli attori in gioco di attivare risorse di varia natura (cognitive, affettive ed emotive).

La richiesta di una maggiore autonomia, per esempio, ha come corollario l’assunzione di maggiore responsabilità circa il proprio comportamento. Una famiglia che intrattiene un basso livello di conflittualità, quindi, ma a condizione che i genitori sappiano legittimare la propria autorità e siano capaci di mettere effettivamente in pratica quanto hanno cercato di insegnare. Per i giovani adolescenti italiani, quindi, più delle parole in famiglia contano i fatti.

Paola Maria Torrioni








 

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