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n. 2 MARZO-APRILE 2010

Sommario

EDITORIALE
L’arte di costruire ponti in famiglia e ovunque
la DIREZIONE

SERVIZI
Le soluzioni pacifiche richiedono coraggio
FULVIO SCAPARRO

Il paradosso della mediazione familiare
COSTANZA MARZOTTO

Trasformare le linee di confine
GRAZIELLA FAVARO

Un ponte per riconoscersi
FRANCO MARTELLI

Far evolvere le crisi in opportunità
LALLA FACCO

DOSSIER
Un glossario dal conflitto al perdono
DANIELE NOVARA

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Cosa si apprende dai genitori?
PAOLA MARIA TORRIONI

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Servizi sanitari innovativi
FRANCESCO OLIVO

CONSULENZA
Uno specchio del mal di vivere
ANGELA RITELLA

POLITICHE
Un aiuto concreto per gli anziani
CRISTIANO GORI E SERGIO PASQUINELLI

EDUCAZIONE
Grammatica: mente e cuore
FEDERICA MORMANDO

MINORI
Un rapporto controtendenza
ISABELLA POLI

BIOETICA
Donare il cordone ombelicale?
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Educare alla fede da piccoli
FABIO NARCISI

COMUNICAZIONE
Media e figura maschile
MARCO DERIU

NARRATIVA / SAGGISTICA / RIVISTE

CISF / MONDO

 

 BIOETICA / CELLULE STAMINALI

Donare il cordone ombelicale?

di Alessandra Turchetti
(giornalista)

 

La ricerca ha attestato da tempo l’utilità della conservazione del cordone ombelicale quale fonte preziosa di cellule staminali. L’orizzonte delle applicazioni è in costante ampliamento. In Italia è permessa solo la donazione "pubblica" per un uso comune. All’estero dilaga la pratica della donazione privata "per sé" che non si basa, però, su valide ragioni scientifiche.
  

Agli inizi di quest’anno, uno studio pubblicato su Nature Medicine ha messo in evidenza la possibilità di moltiplicare le cellule contenute nel cordone ombelicale, aumentando così le aspettative legate al suo impiego. Gli autori della scoperta lavorano presso il Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, e sono fiduciosi, attraverso il risultato, di poter oltrepassare il grosso limite che attualmente caratterizza l’utilizzo del cordone, ossia il basso numero di cellule ricavabili, finora dimostratisi insufficienti per le necessità di un paziente adulto o di peso corporeo superiore ai 50-60 kg. Non a caso i trapianti di cellule staminali emopoietiche da cordone ombelicale hanno interessato per tanto tempo in modo quasi elettivo i pazienti pediatrici affetti da leucemia, linfomi e altre malattie del sangue, anche se avanzamenti della tecnica stanno permettendo sempre più di allargare il gruppo di possibili beneficiari.

Ma intorno al cordone ombelicale, questo importante elemento che fino a poco tempo fa veniva semplicemente buttato perché non vi era ancora stata evidenziata la presenza di staminali emopoietiche progenitrici di tutti gli elementi del sangue, si snodano altre problematiche che hanno animato il dibattito pubblico anche nel nostro paese. Quando si decide di conservarlo dopo il parto, infatti, ne viene raccolto il sangue in una sacca sterile che viene inviata poi alla cosiddetta "banca del sangue". Qui si procede alla sua lavorazione e successiva conservazione.

In Italia è permessa solo la donazione "pubblica" presso la rete di banche presenti in tutto il territorio nazionale, mentre all’estero si può conservarlo privatamente, ossia per un uso esclusivamente personale, mediante una procedura a pagamento presso i numerosi centri accreditati. Una forte campagna pubblicitaria e culturale ha accompagnato la pratica della donazione "per sé", vista l’ingente quantità di risorse economiche investite da questi centri ma, al di là della libertà di scelta, le ragioni scientifiche per alimentare questo processo secondo autorevoli addetti ai lavori non ci sono. Vediamo perché.

In vari momenti anche nel nostro Paese è stata avanzata la proposta di legge di costituire banche private per la conservazione del sangue del cordone ombelicale, nell’intento di adeguare la legislazione italiana a quella di altri Paesi europei, ma proprio dall’Europa arrivano importanti considerazioni a sfavore. Nel 1997, un autorevole ginecologo inglese del St. Mary Hospital di Manchester, Leroy Edozien, dalle pagine del British Medical Journal ha rilanciato la discussione sollevando forti dubbi sul mercato delle banche commerciali sviluppatosi a fianco di quelle del sistema sanitario nazionale per motivi etici, ma anche scientifici e medico-legali. Il ginecologo si chiede se il servizio sanitario nazionale debba o meno incoraggiare questa procedura dal momento che sempre più donne nel Regno Unito chiedono la conservazione delle cellule staminali del cordone ombelicale per utilizzarle come possibilità terapeutica per il proprio figlio o per i suoi consanguinei.

A livello scientifico i dati non giustificano la pratica: l’American Academy of Pediatrics ed altre importanti associazioni internazionali del settore lamentano la bassa probabilità di utilizzo del sangue conservato ("le stime variano da 1/1.400 a 1/20.000"). E addirittura le alternative possibili – come la donazione del midollo o l’utilizzo di cellule conservate nelle banche pubbliche – sarebbero migliori: mutazioni genetiche preleucemiche possono essere presenti nel sangue del cordone di bambini che poi sviluppano leucemia.

Ma l’aspetto etico rimane centrale. Edozien sottolinea che i titolari della decisione dovrebbero essere infatti i genitori, mentre invece spesso sono i medici a intervenire e a dare "consigli promozionali". I genitori inoltre, nel loro desiderio di fare il meglio per il bambino, «sono recettivi a qualsiasi messaggio persuasivo», come quelli contenuti negli opuscoli distribuiti dalle banche commerciali dove si legge che «la cura di numerose malattie oggi dipende dal trapianto di cellule staminali». E, soprattutto, conclude affermando che «se i campioni di sangue cordonale vengono conservati nelle banche commerciali non sono disponibili per altre persone che ne potrebbero aver bisogno».

Una risorsa per tutti

Se la scienza, dunque, dice che la probabilità di utilizzare per sé le cellule del proprio cordone è molto bassa, la donazione pubblica consente, invece, di mettere a disposizione una risorsa che potrebbe curare altre persone. «È da sconsigliare fortemente la raccolta privata del cordone perché non ha alcun razionale scientifico», aggiunge Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Oncoematologia pediatrica al Policlinico San Matteo di Pavia. «Oltre a essere molto bassa la probabilità di utilizzare per sé le cellule del proprio cordone, c’è da dire che l’uso di cellule cordonali proprie non ha alcuna utilità nella cura di malattie genetiche poiché hanno lo stesso difetto responsabile della malattia. Né servono nella terapia di leucemie o altri tumori, in questo caso perché le cellule proprie del paziente non sono in grado di distruggere i bersagli tumorali». Ma il rischio maggiore rimane la mancanza di un’informazione chiara e onesta che genera messaggi illusori molto pericolosi. «Fondamentale è salvaguardare quella cultura della solidarietà che ha permesso di salvare molte vite grazie al trapianto da donatore estraneo compatibile rinvenuto nelle banche dati consultabili a tutti», conclude Locatelli.

Le donazioni pubbliche vanno dunque incoraggiate ricordando anche che i campioni depositati possono essere comunque rintracciati. Ciò significa che, se viene fatta una donazione pubblica e il donatore ha poi bisogno di un trapianto autologo, potrebbe comunque accedere alle sue stesse cellule senza però impedire il grande beneficio di metterle a disposizione anche di altri.

Alessandra Turchetti








 

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