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n. 3 MAGGIO-GIUGNO 2010

Sommario

EDITORIALE
Un capitale umano da valorizzare
la DIREZIONE

SERVIZI
Quanto costano i figli in Italia
PIERPAOLO DONATI

Un’analisi socio-demografica
GIAN CARLO BLANGIARDO

Preferire una soluzione sussidiaria
GIANFRANCO CEREA

Una scelta di valore e di continuità
LIA SANICOLA

La politica deve riportare la speranza
RENATA MADERNA

DOSSIER
Difficoltà economiche e progetto generativo
LORENZA REBUZZINI

RUBRICHE
SOCIETÀ
Non solo un costo in denaro
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Verso nuovi scenari sociali
ROSANGELA VEGETTI

RICERCA
L’amicizia in età prescolare
LUCIA ELIA

CONSULENZA
Ascolto e orientamento
ANNA MARIA CARUSO

POLITICHE
La ricetta del "familismo"
MARCO ALBERTINI

EDUCAZIONE
Apprendimento e tecnologia
CHIARA BELOTTI

MINORI
Famiglie e affido omoculturale
MARIA GALLELLI

BIOETICA
Lottare per una vita dignitosa
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Tra le pieghe dei riti familiari
FABIO NARCISI

COMUNICAZIONE
Confini del film di animazione
GIULIO TOSONE

NARRATIVA / RIVISTE

CISF / MONDO / SAGGISTICA

 

 UNA RICERCA CHE FA CHIAREZZA

Quanto costano 
i figli in Italia

di Pierpaolo Donati
(docente di Sociologia della Famiglia presso l’Università di Bologna)
 

Il nuovo Rapporto Cisf sviluppa la questione del costo dei figli, inteso come costo della famiglia. Quindi, non considerato soltanto da un punto di vista economico, ma secondo una prospettiva che include le scelte culturali, sociali e politiche del Paese. Il punto focale mostra l’importanza di considerare un tale costo al pari di un investimento futuro oltre che come un bene relazionale.
  

CCon questo contributo inizia la nuova serie dei Rapporti Cisf sulla famiglia in Italia, che presentano i risultati di una propria indagine speciale, ripetuta ogni due anni, che è in grado di fornire conoscenze sui cambiamenti in atto.

Il tema del Rapporto 2009 (undicesimo della serie) è il costo dei figli, che viene affrontato come costo della famiglia. Il "costo" non è concepito in termini meramente economici, ma in un quadro di scelte culturali, sociali e politiche. Vengono distinti i costi di mantenimento (quelli che fanno fronte alle necessità o bisogni di base: alimenti, vestiario, igiene, istruzione, ecc.) e i costi di accrescimento (o allevamento, che riguardano in particolare le spese per beni oltre quelli indispensabili, e richiedono "tempo dedicato", relazionalità, gestione delle opportunità di vita dei genitori e dell’intera famiglia).

Bene di investimento o di consumo?

Più in generale, il costo dei figli viene qui valutato a partire dall’idea che il figlio è un valore il cui costo varia a seconda che lo si consideri un bene di investimento o di consumo, un bene meritorio o ancora un bene relazionale. A questi modi di considerare il figlio corrispondono costi diversi, e ci si chiede se la società se ne renda conto e come li tratti.

Al di là dei discorsi retorici, nella società odierna sembra che i figli non siano più un bene su cui investire, a causa delle difficoltà e delle incertezze della vita, e diventino solo un bene di consumo, quasi un bene di lusso per chi se li può permettere: ma è proprio così che stanno le cose? Al di là degli aspetti economici, che qui vengono analizzati in grande dettaglio, il costo dei figli emerge soprattutto come un problema psico-culturale, cioè come una questione di scelta valoriale più che di sostenibilità materiale. Capire qual è il costo dei figli ci fa comprendere come l’Italia cambierà nei prossimi anni e decenni. Diventa sempre più essenziale capire come il costo dei figli sia espressione di una cultura e di una progettualità familiare, senza cui un’intera civiltà è destinata a scomparire. Il Rapporto indica quali siano le implicazioni sulle politiche sociali e sul modello di Stato sociale che possiamo e dobbiamo auspicarci. Si tratta di smascherare le ipocrisie di una società che dice di amare i figli, ma è poco disposta a pagarne i costi. Siamo ancora lontani dall’avere una società sussidiaria nei confronti della famiglia con bambini. Il dilemma di fondo è chiaro: se l’Italia non organizza il suo sistema di welfare a misura dei figli, andrà incontro a un progressivo impoverimento dato dall’invecchiamento della popolazione e dalla precarizzazione delle nuove generazioni.

Rischi di mercificazione

L’economia ha mercificato il costo dei figli e fa una grande fatica a uscirne. Se prima il concetto di costo veniva spiegato in termini di sforzi e sacrifici reali, di "fatiche e rinunce", considerate come "prezzo reale" del figlio, oggi la mercificazione dei costi di un bambino avviene attraverso una dottrina economica per la quale il costo per ottenere un certo bene, per esempio un figlio, equivale al mancato godimento di altri beni. Il costo di un figlio viene comparato con quello di altri beni di consumo, quali un automobile, una seconda casa al mare, o fare un bel viaggio in Paesi esotici. Il bambino entra nel mondo delle merci, è una merce scambiabile con altre merci. Ma a che cosa può essere confrontato il costo di un figlio? Chi lo pensa semplicemente come un dono, non sta a calcolare il prezzo.

Questa tendenza implica, quasi inevitabilmente, che il bambino non sia più considerato come un investimento, ma come un consumo che ha esternalità negative per i genitori. Il costo privato dei figli ricade cioè in modo negativo sui genitori e sulla famiglia nel suo complesso, in termini di costi monetari (acquisto di beni e servizi per il figlio), costi "temporali" (tempo dedicato al figlio e non a sé o ad altri scopi), rinunce su scelte di vita (opportunità di carriera cui rinunciare per accudire i figli).

Non v’è dubbio che, specie a fronte della crisi economica del 2008, questa tendenza alla mercificazione del costo dei figli e alla sua valutazione negativa rispetto ai genitori sia cresciuta, almeno in un’ampia parte della popolazione italiana. Tuttavia, in tutte le Regioni si registrano gruppi "marginali" costituiti da famiglie per le quali i costi del figlio non seguono la logica mercificante del consumo, ma non sono neppure un vero e proprio investimento, se non nel senso che il figlio è voluto e mantenuto perché risponde al dovere tradizionale di continuare la catena generazionale. Ma il costo dei figli deve soprattutto essere confrontato con il valore che viene loro attribuito dai genitori e dalla società, alla ricerca di una nuova alleanza che sposti l’attenzione da una valenza strumentale-utilitaristica (come bene di consumo e di investimento) verso quella, più prosociale, del valore del figlio come "bene relazionale" e come "bene meritorio" (figura 1).

Simbolo di continuità

Per la famiglia il figlio è: innanzitutto un oggetto di desiderio di tipo affettivo ed espressivo; è un "consumo espressivo"; e poi è il simbolo della continuità della famiglia, nella reciprocità del dono della vita lungo la catena generazionale. Le ricerche empiriche dicono che le famiglie considerano sempre più rilevante il primo aspetto rispetto al secondo. Prevale la cultura narcisistica del figlio come oggetto del desiderio di autorealizzazione dell’adulto, anche single.

Per la società il figlio è: innanzitutto un investimento collettivo per il ricambio generazionale della popolazione, e in primo luogo come garanzia del ricambio della forza lavoro; e poi anche l’espressione di un valore in sé, come riconoscimento che il bambino è una persona che ha la dignità umana e quindi è un bene meritorio che richiede l’accettazione e il conferimento di un complesso di diritti umani suoi propri (spesso ricondotti al principio di cittadinanza, cioè trattando il "bambino come cittadino", il che è chiaramente riduttivo).

Bisogna discutere l’opinione diffusa secondo cui il figlio non sarebbe più un investimento per i genitori, e che lo diventerebbe, semmai, solo per la società. Ciò deve essere discusso, perché:

se è vero che nelle ultime generazioni il senso del debito generazionale dei figli verso gli ascendenti è assai diminuito, a causa della mobilità sociale (i figli si allontanano sempre più dai genitori, sia per la residenza sia per la cultura e la mentalità, e fanno più di un tempo la loro strada, si autonomizzano, si individualizzano), tuttavia resta da vedere il fatto che, in certi strati sociali, i genitori possano abbandonare del tutto l’idea di potersi attendere un aiuto dai figli come reciprocità fra le generazioni; nelle culture tradizionali, in particolare quelle degli immigrati, a prescindere dai livelli di reddito, i genitori investono nei figli, anziché in altre cose;

bisogna vedere fino a che punto la società postmoderna, quella che sta cercando un nuovo ordine mondiale, possa mettere sulle spalle delle istituzioni statuali i costi di investimento sulle nuove generazioni.

Un dato relazionale

Quando si mette l’accento sulla diffusione di una cultura che considera il figlio prevalentemente come consumo si coglie solo un aspetto, del tutto parziale, della realtà. Eppure la presenza di costi monetari e non monetari (tempo, opportunità di vita) costringe a pensare che se è vero che i figli hanno dei costi, non hanno però un prezzo, perché non sono beni vendibili o acquistabili sul mercato. Il costo dei figli deve essere cioè trattato come un "dato relazionale", vale a dire calcolato in relazione al valore attribuito al bene perseguito. In questo senso la dignità e l’identità del bambino non hanno prezzo, sono valori "non negoziabili" (tanto meno in Borsa…), anche perché i figli richiamano necessariamente la logica del dono, che non prevede un corrispettivo.

Dal punto di vista sociologico, il costo dei figli rimanda a dei titoli di spesa che possono avere un valore diverso a seconda che il bambino sia considerato rispettivamente come un bene di consumo privato, un bene di investimento, un bene meritorio, un bene relazionale. Esplicitiamoli in grande sintesi (figura 2).

Il costo dei figli come consumo privato: il bene di consumo privato (consumption good) è quello che sta in competizione con altri beni, come la casa, l’automobile, una vacanza all’estero, e così via.

Il costo dei figli come bene di investimento: il bene di investimento (capital good) è quello che riguarda il ricambio e l’equità fra le generazioni; diventa sempre più difficile per le singole famiglie, e allora deve diventare una finalità della sfera pubblica e in particolare delle comunità locali.

Il costo dei figli come bene meritorio: il bene meritorio (merit good) è quello che la comunità riconosce come meritevole di essere perseguito come fine in sé, a prescindere da calcoli di utilità o da altre considerazioni di convenienza (lo sono, per esempio, la salute e l’educazione: a maggior ragione il bambino è un bene meritorio in quanto persona umana e in quanto cittadino).

Il costo dei figli come bene relazionale: il bene relazionale (relational good) è quello che si riferisce alle relazioni generate dal figlio o riferibili al figlio, ovvero il figlio in quanto è considerato come generatore di sue relazioni (il secondo figlio non è una replica del primo, non è "un individuo in più", ma è il generatore di un bene – detto relazionale – che consiste nella maggiore ricchezza di relazioni di cui gli altri membri della famiglia fruiscono: per esempio, evita la solitudine e le patologie del figlio unico), ma che per ciò stesso ha un costo (il costo delle relazioni "aggiuntive", specie laddove esse possono creare rischi, problemi, patologie e anche "mali relazionali"). Di fatto, le misure cosiddette di sostegno al costo dei figli sono piuttosto, ancor oggi, specie in Italia, interventi volti a combattere la povertà e la disuguaglianza sociale, che non hanno dato grande prova di efficacia e di equità. Ecco perché bisogna ripensare alle politiche pubbliche di sostegno al costo dei figli con nuovi criteri. È essenziale che ci si orienti nella seguente direzione.

Una proficua distinzione

Si tratta di differenziare fra loro tre tipi di politiche, diverse per finalità e configurazione: le politiche di emergenza (per le famiglie povere), le politiche contro la disuguaglianza sociale e le politiche dei costi dei figli nelle famiglie in condizioni di normalità, senza confonderle o appiattirle le une sulle altre. Per demercificare il costo dei figli occorre puntare su una società realmente sussidiaria verso la famiglia. Occorre quindi rivedere il senso del "costo" dei figli ponendo all’ordine del giorno delle politiche sociali, pubbliche e private, l’adozione di un approccio comprendente, che pensi il costo del figlio come espressione di un legame sociale. Certamente il figlio è anche un investimento, un consumo e un bene meritorio. Ma queste dimensioni vanno coniugate con quelle del bene relazionale, in ragione del fatto che questo bene è prioritario per l’integrazione sociale della famiglia e del tessuto sociale. Occorre promuovere una nuova cultura (figura 1) per la quale il costo del figlio come consumo (sotto l’aspetto meramente economico: A) sia giustificato dal valore in sé del figlio (come bene meritorio: L), e sia commisurato sul figlio come bene di investimento (la finalizzazione del costo: G), nel contesto relazionale della famiglia, che ha nel figlio una risorsa fondamentale per rigenerarsi come bene relazionale (il figlio come ricchezza delle relazioni sociali, e quindi del capitale sociale, della famiglia: I).

La figura 1 interroga ogni famiglia: qual è il bene meritorio del proprio figlio? Perché investire su di lui? Come rendere il consumo finalizzato al senso dell’investimento? Come l’investimento si accorda con il valore che il figlio ha nell’arricchimento o impoverimento della relazionalità familiare? Come queste dimensioni si rapportano fra loro? Il Rapporto cerca di rispondere a queste domande attraverso una originale ricerca sul campo.

A fronte della situazione appena descritta, quali misure concrete vengono avanzate dal Rapporto? Le proposte si incentrano su due grandi scenari: la costruzione di un welfare per i figli" e l’equità fiscale fra le generazioni mediata dalla famiglia.

Nuovo "welfare"

Esso dovrebbe presentarsi come sussidiario, societario e relazionale. Occorre, infatti, che, a livello nazionale così come a livello locale e regionale, le istituzioni pubbliche e private promuovano delle nuove politiche sociali che sostengano le relazioni familiari e la soggettività sociale della famiglia come tale nella cura dei figli, anziché nel sollevare gli individui dalle responsabilità verso i figli. In molti Paesi d’Europa, dalla Gran Bretagna alla Scandinavia, si è finora andati in senso contrario, ma con grandi effetti negativi, per cui in questi stessi paesi si ritorna pesantemente a porre nuove responsabilità sui genitori, fino a criminalizzarli, perché la collettività non riesce a farsene carico. Le misure di lotta contro la povertà dei minori sono state finora perseguite dirigendo la titolarità degli aiuti ai minori stessi, per evitare di avere a che fare con il caos delle relazioni genitoriali. Si può capire la buona intenzione, ma bisogna anche considerare gli effetti perversi di tale impostazione, la quale finisce per rendere indifferente, se non irrilevante, la famiglia.

Cosicché misure che sono vantaggiose in termini economici e monetari per i figli, finiscono per ripercuotersi negativamente sulle relazioni umane e sociali tra i figli e i genitori. Tocchiamo qui i limiti delle misure fiscali, e in generale della monetizzazione delle politiche per i figli, anche se prese con buone intenzioni a loro favore. In realtà, al di là delle politiche di sostegno al reddito, il problema del sostegno ai figli passa attraverso la demercificazione del costo dei figli.

Un welfare "amico dei figli" (non di un’infanzia indifferenziata) dovrebbe avere le seguenti caratteristiche:

essere sussidiario alle famiglie anziché assistenzialistico; quindi non sostituirsi alla famiglia, ma promuovere la libertà-responsabilità primaria dei genitori o di chi ne fa le veci;

essere societario, cioè realizzato attraverso la costruzione di istituzioni e misure di welfare che vedano, quali "soci" su un piano di parità, le diverse sfere sociali (stato, mercato, terzo settore, famiglie) in relazioni di reciprocità fra di loro;

essere plurale: ogni intervento dovrebbe avere una pluralità di attori che operano come partner associativi o in rete. I costi del welfare sono coperti da una diversità-varietà di attori, tutti da valorizzare nelle loro specifiche funzioni, e il benessere delle famiglie non è più solo una responsabilità dello Stato, ma anzi, vengono riconosciuti come attori di welfare istituzionale anche le molteplici organizzazioni del Terzo settore e i soggetti del Quarto settore, costituito dalle famiglie e dalle loro reti sociali;

essere relazionale: autoregolarsi in base al criterio per cui gli interventi devono incidere sulle relazioni genitori-figli in modo da "capacitarle" anziché renderle indifferenti o rimuoverle. Welfare relazionale significa che il "benessere" del figlio consiste primariamente in relazioni valide e significative. I costi vanno riferiti al benessere relazionale, che consiste nel produrre o meno una condizione relazionale positiva per lo sviluppo delle capacità di vita di un figlio.

Le politiche relazionali

Se guardiamo al panorama europeo, vediamo che le politiche relazionali per i figli sono già in atto, secondo modalità sia trasversali (generali) che specifiche (mirate).

Le politiche relazionali in senso trasversale o generale sono quelle che, qualunque sia la materia di politica sociale in questione (politica della casa, del reddito minimo, della scuola, dei servizi di assistenza, delle tariffe urbane, ecc.), applica il criterio familiare al sostegno dei figli. L’intervento ha come unità di riferimento la famiglia, non il singolo bambino. Le relazioni familiari costituiscono una variabile indipendente per la strutturazione dell’intervento.

Ci si chiede se l’intervento che viene proposto per il minore tenga conto o meno, e in che modo, della variabile-famiglia, e se venga configurato in modo che tale aspetto venga debitamente considerato, nel senso di valorizzare le relazioni familiari.

Gran parte delle leggi (nazionali e regionali) e delle delibere comunali non rispettano questo criterio. In molti casi sembra che i minori, destinatari delle politiche sociali, non abbiano famiglia o che, se l’hanno, essa sia rilevante solamente se e quando è debole, povera, patologica, incapace di adempiere i suoi compiti. Esistono invece esempi positivi a livello europeo che valorizzano le relazioni di reciprocità tra famiglie e altre sfere nella società civile, come le "Alleanze locali per la famiglia".

Le politiche relazionali in senso specifico, o mirato, sono quelle che operano attraverso misure finalizzate a risolvere i problemi mediante la costruzione di sistemi di osservazionediagnosi-guida relazionale delle persone e delle famiglie coinvolte in una situazione di bisogno (e non solo di disagio). Esempi operativi li troviamo in quelle buone pratiche nei servizi alle famiglie che si basano sul seguente criterio: una pratica è buona se, e nella misura in cui, mira ad aumentare il capitale umano e sociale della famiglia. Sulla base degli studi di caso, possiamo affermare che esistono buone pratiche che aumentano il capitale sociale interno delle famiglie utilizzando il capitale sociale nelle relazioni esterne, com’è il caso delle "Alleanze locali per la famiglia", che usa le reti esterne per rafforzare la solidità delle famiglie; ci sono inoltre buone pratiche che usano il capitale sociale interno per alimentare quello esterno, come è il caso delle famiglie molto solidali al loro interno perché hanno membri deboli da sostenere, per esempio figli diversamente abili, o in situazioni di disagio, famiglie affidatarie e adottive, le quali fanno rete con altre famiglie e creano beni relazionali rilevanti per tutta la comunità.

Cambiare la "definizione" del sistema di welfare permette di scoprire immensi serbatoi di risorse inutilizzate. Non si tratta solamente di risorse economiche, ma soprattutto di risorse che si generano dalla reticolazione tra i diversi attori del sistema.

Verso il sistema a rete

La famiglia stessa non è più considerata un "carico", un "peso", ma un investimento e una risorsa se è considerata come "soggettività sociale" capace di progettare ed erogare servizi alla persona. In particolare, è possibile identificare le nuove risorse nelle reti di famiglie che vanno formandosi, nelle organizzazioni di Terzo settore, nella collaborazione tra Pubblica Amministrazione, scuola, aziende, così come in una nuova concezione e strutturazione dei tempi.

Queste nuove risorse debbono però essere riconosciute dal "sistema-a-rete" di welfare per poter operare secondo le proprie logiche. In prevalenza, invece, la pubblica amministrazione è ancora legata alla cultura del "coinvolgere" e del "rendere partecipi" gli altri attori del welfare, come se il problema fosse quello di includere in un centro-vertice politico le periferie del sistema. Sempre più, invece, le famiglie lottano in prima persona per un riconoscimento sussidiario che permetta di condividere, secondo le loro capacità e funzioni, le nuove responsabilità pubbliche di creazione del benessere.

Le finalità del nuovo welfare per i figli devono essere orientate a potenziare le possibilità di scelta delle famiglie e la flessibilizzazione-individualizzazione dei servizi per i figli.

Questi obiettivi debbono essere coniugati nel quadro della creazione di un tessuto di relazioni sociali affidabili (capitale sociale) capaci di "rigenerare" un territorio tendenzialmente in forte crisi di socialità. Non si tratta di "privatizzare" il welfare, bensì di concepire in modo nuovo il carattere "pubblico" degli interventi (i servizi di interesse generale), mediante una regolazione di tipo normativo (e non "concessorio") che riconosca le funzioni svolte dai molteplici attori e le specifichi secondo la loro identità.

La cultura del nuovo welfare per i figli può essere definita come "personalizzazione" dei servizi e dei dispositivi di welfare; si passa perciò da un sistema statalistico di protezione sociale a uno di "attivazione individuale", sino a uno di "valorizzazione e generazione di relazioni". Qui la persona del figlio è pensata come "situata", posta in uno spazio-tempo che è un luogo fatto di relazioni, diversamente da quanto accade laddove i servizi sono improntati a una logica di mero accrescimento delle opportunità individuali.

L’equità fiscale

Il tema dell’equità fiscale verso la famiglia (e da essa mediata) riguarda il fatto che essa sostiene i costi della riproduzione e della popolazione, ossia del ricambio fra le generazioni, e dovrebbe essere riconosciuta in questo suo ruolo sociale. Lo Stato italiano, invece, non solo non riconosce questo ruolo alla famiglia, ma penalizza la famiglia che ha figli, e la penalizza quanti più figli ha. Si spiega così anche il fatto che le famiglie con figli in Italia siano diventate meno del 50%. Benché negli ultimi anni si sia cercato di rimediare un po’ a questo stato di cose (aumentando leggermente deduzioni e detrazioni fiscali, e altre agevolazioni in tema di Irpef e di tariffe), l’Italia rimane in una situazione paradossale, da vero suicidio sociale e demografico dell’intero Paese, soprattutto da quando, con i Governi dalla metà degli anni 1980, si è iniziato a tagliare le misure universalistiche degli assegni familiari.

Il problema non è quello di incentivare ideologicamente o politicamente le nascite, ma di permettere alle coppie di avere i figli che desiderano. Il problema non è quello di fare della beneficenza, di dare sconti e agevolazioni alle famiglie, in particolare quelle numerose, ma è quello di realizzare la giustizia sociale nei confronti di chi, con il proprio reddito individuale, deve mantenere una famiglia, cioè dei figli oltre che, eventualmente, un coniuge che non lavori.

Esiste uno spartiacque decisivo: c’è chi pensa di valorizzare la famiglia per scopi "politici" strumentali (aumentare le nascite, combattere la povertà, ecc.) e chi invece ritiene che la famiglia meriti semplicemente l’equità e la giustizia sociale che le sono dovute per ragioni etiche e sociali che stanno peraltro scritte nella nostra Costituzione repubblicana (art. 29, 30, 31). Dobbiamo dunque ripensare completamente il tema dell’equità fiscale verso la famiglia, che è un tema complesso non solo in ragione dei criteri costituzionali che deve rispettare, che sono sia di proporzionalità che di progressività, e non solo a motivo della distribuzione della spesa sociale italiana sbilanciata sul lato assistenziale, ma anche perché non può essere raggiunta con una sola misura.

Essa richiede l’adozione di una pluralità di misure che debbono essere composte fra loro. Configurare l’equità fiscale per le famiglie è un compito urgente, che però deve essere affrontato in maniera graduale, stanti i vincoli di bilancio e la configurazione della spesa sociale dello Stato italiano, fino a ottenere un sistema ottimale dal punto di vista equitativo.

Le proposte più ragionevoli prospettano tre fasi progressive di misure, su equità fiscale generale, revisione dei tributi e delle tariffe locali, revisione dell’Isee, tutti da rivedere "a misura di famiglia".

Percorso di riforma

Rispetto all’equità fiscale generale, in particolare, si propone un percorso di riforma sviluppato su tre passaggi successivi:

1. Prima fase: Aumenti degli assegni al nucleo familiare e detrazioni Irpef. Gli assegni al nucleo familiare per i dipendenti e i parasubordinati dovrebbero essere aumentati e riformati attuando una regolare progressività in modo da eliminare gli attuali scalini. Nei nuclei in cui vi siano minimo tre figli, gli assegni dovrebbero essere erogati anche ai figli di età compresa tra 18 e 21 anni qualora studenti oppure apprendisti. Dovrebbe essere estesa l’area dei beneficiari degli assegni al nucleo familiare elevando il tetto di reddito fino al quale si percepiscono gli assegni. Cambiando aliquote di imposta e scaglioni di reddito, devono crescere i risparmi di imposta (si verificano detrazioni, cioè abbassamenti delle imposte, sia per produzione del reddito che per carichi di famiglia) e devono aumentare gli assegni familiari, che dovrebbero essere estesi anche alle famiglie con redditi medio-alti.

Il risultato di queste tre operazioni messe insieme (scaglioni, riduzioni di imposta, assegni) è finalizzato a fare crescere il reddito disponibile per i redditi medi e i redditi bassi, recuperando risorse per sostenere i bilanci delle famiglie che hanno figli.

2. Seconda fase: Adozione del sistema delle Deduzioni Familiari Corrette (Dfc). Il sistema degli assegni e detrazioni familiari non assicura un livello ottimale nell’effettivo raggiungimento dell’equità fiscale amica della famiglia. I difetti di equità verso le famiglie possono essere superati adottando il sistema delle deduzioni.

Si tratta di introdurre una deduzione sul reddito imponibile (che potrebbe esse pari a una cifra, supponiamo, intorno ai 6-8.000 euro all’anno per ogni figlio a carico).

La deduzione dovrebbe essere generale, senza preclusioni di categoria, fissando solo un tetto di reddito massimo che, però, dovrebbe essere sufficientemente elevato per escludere solo le famiglie benestanti, alle quali questo trattamento non interessa.

Non annullerebbe la progressività dell’imposizione fiscale, ma anzi assicurerebbe una maggiore equità tra famiglie con redditi analoghi e differenti carichi familiari. Il sistema dovrebbe essere corretto per non sfavorire le famiglie con redditi medio-bassi, introducendo il concetto di "tassa negativa sul reddito", cioè del trasferimento monetario diretto dal fisco al cittadino della parte di deduzione non godibile perché eccedente il carico imponibile. In tal modo, le famiglie che stanno intorno o sotto la soglia di povertà verrebbero grandemente aiutate, e in maniera giusta, stabile e non provvisoria a non cadere nell’area della povertà. Il principio delle "Deduzioni familiari corrette" è quello secondo cui lo Stato lascia alle famiglie, oppure versa per le famiglie più povere, le risorse che sono loro necessarie per crescere i figli.

I costi dell’operazione possono essere coperti riordinando il sistema dell’imposizione fiscale e concentrando risorse eccessivamente disperse.

3. Terza fase: Adozione del Quoziente Familiare Pesato (Qfp). Lo strumento che maggiormente realizza l’equità fiscale generale per le famiglie è il "Quoziente Familiare" (il modello francese offre un esempio positivo sperimentato da tempo), in quanto adegua l’imposizione fiscale al numero dei componenti e alle loro caratteristiche (età e condizioni fisiche).

Il quoziente familiare è un indice di equità familiare perché ridistribuisce il reddito in senso orizzontale tra le famiglie che hanno maggiori carichi (numero di figli, anziani a carico) e quelli che ne hanno di meno a parità di reddito. Tuttavia, come nel caso delle deduzioni, se adottato in maniera semplicistica, ha effetti negativi in termini di redistribuzione del reddito dagli strati sociali più bassi a quelli più alti. Pertanto deve essere corretto "pesando" il quoziente al fine di essere equitativo verso le famiglie con redditi più bassi.

La correzione (Quoziente Familiare Pesato) avviene adottando una metodologia che eviti gli effetti perversi sulla redistribuzione verticale dei redditi dal basso verso l’alto.

Pierpaolo Donati


    

L’Associazione Genitori Ancòra

L'associazione GeA-Genitori Ancòra è nata nel 1987, prima in Italia, per zione GeA.

(Via Legnano 26 Milano; assogea@associazionegea.it;
www.associazionegea.it)








 

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