Famiglia Oggi.

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n. 3 MAGGIO-GIUGNO 2010

Sommario

EDITORIALE
Un capitale umano da valorizzare
la DIREZIONE

SERVIZI
Quanto costano i figli in Italia
PIERPAOLO DONATI

Un’analisi socio-demografica
GIAN CARLO BLANGIARDO

Preferire una soluzione sussidiaria
GIANFRANCO CEREA

Una scelta di valore e di continuità
LIA SANICOLA

La politica deve riportare la speranza
RENATA MADERNA

DOSSIER
Difficoltà economiche e progetto generativo
LORENZA REBUZZINI

RUBRICHE
SOCIETÀ
Non solo un costo in denaro
BEPPE DEL COLLE

RICERCA
Verso nuovi scenari sociali
ROSANGELA VEGETTI

RICERCA
L’amicizia in età prescolare
LUCIA ELIA

CONSULENZA
Ascolto e orientamento
ANNA MARIA CARUSO

POLITICHE
La ricetta del "familismo"
MARCO ALBERTINI

EDUCAZIONE
Apprendimento e tecnologia
CHIARA BELOTTI

MINORI
Famiglie e affido omoculturale
MARIA GALLELLI

BIOETICA
Lottare per una vita dignitosa
ALESSANDRA TURCHETTI

PASTORALE
Tra le pieghe dei riti familiari
FABIO NARCISI

COMUNICAZIONE
Confini del film di animazione
GIULIO TOSONE

NARRATIVA / RIVISTE

CISF / MONDO / SAGGISTICA

 

 MINORI / PERCORSI DI INTEGRAZIONE

Famiglie e affido omoculturale

di MARIA GALLELLI
(giornalista)

 

Milano e Genova sono alcune tra le città che per prime hanno avviato nuove forme di integrazione rivolte a bambini e adolescenti, figli di immigrati. La strategia innovativa consiste nell’affidare questi ultimi a famiglie straniere già ben inserite in Italia. La partenza dei progetti, minacciata da qualche piccolo intoppo, sta già raccogliendo i primi e positivi frutti.
  

Lasciare la propria terra è quasi sempre un’esperienza traumatica. Anche se si parte perché non ci sono alternative, perché si fugge dalla guerra o dalla fame. Migrare implica la rottura di legami spesso invisibili in patria, quelli che rendono ogni individuo protagonista attivo della propria vita, sostenuto dalla lingua che parla e capisce, dalla mentalità della sua gente, dall’affetto di un saluto amico. Per questo «il migrante è obbligato a percorrere oltre al viaggio da un luogo conosciuto a un altro estraneo, anche un viaggio dentro di sé, nel proprio mondo interno, alla ricerca delle proprie origini:[...] è necessario poter ritrovare in terra straniera un involucro riconosciuto, [...]che consenta di superare la sofferenza identitaria, di riconoscersi nella propria continuità, di dare un senso alle "molteplici disidentità" incontrate nel percorso migratorio e a integrarle in una comune esperienza di vita, in modo da ricostruire una narrazione di senso compiuto»(1).

Alla confusione iniziale deve pertanto seguire un processo di ricostruzione, di equilibrio tra presente e passato. Meta difficile da raggiungere per tutti, percorso irto di ostacoli per un adolescente, protagonista di un processo di crescita in fieri, di un viaggio su due binari paralleli: la definizione di un’identità personale da una parte, di una dimensione collettiva dall’altra. Alto per lui il rischio di emarginazione o devianza.

Risposte concrete all’accoglienza

C’è chi ha pensato di agire a sostegno delle famiglie e dei minori stranieri, siano essi ragazzi arrivati con genitori migranti o approdati in Italia da soli, ricongiunti al nucleo familiare in un secondo momento o nati in Italia da padre e madre non italiani, con l’etichetta ben in vista di "figli di immigrati". Così in alcune città del Nord sono stati sperimentati interventi molteplici per dare risposte concrete ai bisogni di accoglienza, coinvolgendo a livelli diversi il Terzo settore e le amministrazioni pubbliche. Genova e Milano si sono distinte per le esperienze di affido familiare omoculturale: la naturale predisposizione all’accoglienza di molti popoli migranti è stata messa a sistema preparando le famiglie straniere integrate ad assumere un ruolo sociale rinnovato e significativo nel paese d’approdo, ad aprirsi nei confronti dei ragazzi connazionali bisognosi di sostegno. In altre città, invece, da Padova a Parma, da Ravenna a Venezia, la sperimentazione ha riguardato in particolare l’accoglienza di minori non accompagnati: le famiglie connazionali d’appoggio, degne di fiducia, che i genitori alla partenza hanno segnalato ai ragazzi come punto di riferimento italiano, sono state fatte emergere dall’ombra, invitate ad assumersi formalmente la responsabilità del minore per evitare al ragazzo la permanenza in comunità.

Queste soluzioni hanno mirato a coinvolgere direttamente i migranti ben inseriti, senza stimolare derive identitarie né con l’intenzione di relegare il sostegno ai minori alle comunità di appartenenza: l’omoculturalità è stata semmai vista come un’opportunità non solo per chi è accolto ma anche per chi accoglie, attraverso la quale lo straniero acquista un ruolo sempre più importante nella società in cui si è stabilito e diventa punto di riferimento per i propri connazionali e per le istituzioni. Ecco le iniziative nel dettaglio. A Genova, nel marzo 2007, è partito il progetto Aggiungi un posto a tavola!: 7 i nuclei sudamericani candidati all’affido dopo il corso di formazione, 7 i nuclei arabi; è stato avviato il primo affido omoculturale, è prevista la partenza di almeno altre quattro esperienze di questo tipo.

A Milano, nel febbraio 2005, è stato dato il via al progetto A casa di Amina. Sono stati realizzati tre percorsi formativi che hanno coinvolto 16 famiglie straniere seguite da un’équipe di formatori con la consulenza di mediatrici culturali; attualmente si attende che l’ente pubblico preposto attui gli abbinamenti famiglia-ragazzo. A Parma, il progetto Affidamento omoculturale ha riguardato esclusivamente i minori non accompagnati presi in carico dal Servizi sociali del Comune: dal 2000 a oggi sono stati 270, a fine 2008 un solo minore si trova in una Comunità educativa, 66 sono stati dati in affido familiare.

A Venezia, nel marzo 2008, è partito il progetto Terre di mezzo: gli affidi residenziali di minori stranieri non accompagnati sono aumentati nel tempo, diventando a giugno 2009 ben 560, 167 dei quali riservati a famiglie. Nel Comune di Ravenna sono stati prima collocati in comunità, via via in famiglia, i minori stranieri non accompagnati segnalati dalla Questura; dal 2002 è partito anche il Progetto accoglienza che sostiene le coppie straniere in difficoltà: sette i nuclei disponibili all’affido sul territorio, quattro di questi sono stati già impegnati in affidi temporanei. Infine, a Padova, sono 11 gli affidi omoculturali eterofamiliari realizzati finora, di cui 2 conclusi; il Servizio sociale dispone, poi, di una rete di 10 famiglie straniere in grado di prestare pronta accoglienza a un minore di nuovo arrivo(2). Un insieme di servizi ben nutrito che si spiega con la crescita esponenziale del fenomeno immigrazione negli ultimi anni.

L’immigrazione che cresce

Per averne un’idea occorre intanto partire dai numeri. I cittadini stranieri regolari nel nostro paese sono 3,5 milioni (se si considerano i residenti, dati Istat) o 4 milioni se si calcola l’insieme delle presenze regolari (XVIII Dossier Statistico Immigrazione Caritas/ Migrantes, 2008): 1 ogni 15 residenti, 1 ogni 15 studenti, quasi 1 ogni 10 lavoratori occupati. Sono immigrati che vivono nel nostro Paese, vi si stabiliscono (nel 2007 sono stati 38.466 i casi di cittadinanza acquisita, circa il doppio rispetto a tre anni prima) e creano legami di integrazione importanti (nel 2006 un matrimonio ogni 10 ha coinvolto coppie miste stranieri-italiani)[3]. A fronte di una presenza così massiccia e diversificata, parlare di affido omoculturale ha aperto lo sguardo su una casistica ampia fatta di differenti idee, proprie di ciascun popolo, in merito all’infanzia e alla cura, a un maggiore o minore radicamento delle regole e delle consuetudini nei sistemi di diritto dei vari Paesi del mondo. In Italia l’affido familiare è disciplinato da due leggi: 184/1983 e 149/2001. È uno strumento di aiuto rivolto a minori italiani o stranieri dai 0 ai 18 anni, presi in cura dagli affidatari nella propria casa fino a quando essi non possono rientrare in famiglia. L’affidamento è consensuale, disposto dal Servizio sociale e reso esecutivo con decreto del Giudice tutelare se i genitori o i tutori del minore sono consenzienti; è disposto dal Tribunale dei minori se manca l’assenso del genitore. Anche il minore può avere voce in capitolo e venire ascoltato in merito alla sua capacità di discernimento, in genere al compimento dei 12 anni. L’affidatario provvede all’istruzione, al mantenimento, all’educazione e ha l’obbligo di agevolare i rapporti tra il ragazzo e la sua famiglia d’origine.

L’affido può essere eterofamiliare (famiglia esterna rispetto al nucleo di provenienza) e intrafamiliare (parenti), può coinvolgere neonati o piccolissimi, può essere part-time, svilupparsi nella forma del B&B protetto: alla Regione è assegnato il compito di determinare condizioni e modalità di sostegno verso le famiglie, le persone e le comunità che hanno minori in affido. La presenza di minori stranieri ha portato nel 2004 il Cnsa (Coordinamento nazionale dei servizi affido) a condividere con le associazioni un documento specifico in materia: emerge dal testo l’esigenza che i Servizi formino i propri operatori in merito alle diverse identità culturali e che si attivino risorse anche nell’ambito dell’affido omoculturale, sensibilizzando i diversi gruppi presenti nel territorio a sviluppare forme di collaborazione.

Gruppi che a volte hanno un atteggiamento molto aperto nei confronti dell’accoglienza e dell’aiuto reciproco: in Marocco, per esempio, soprattutto presso la popolazione rurale è attiva la presa in carico informale degli orfani, la Kafala. È una sorta di affido illimitato che rappresenta, nell’ambito della vigente legislazione marocchina, l’istituto giuridico di massima protezione del minore in stato di abbandono: dà al ragazzo il mantenimento, l’educazione e l’istruzione, eccetto il diritto di filiazione, cioè l’acquisizione del cognome e della successione. Ma è l’affido familiare in genere, presso tutti i popoli arabo-islamici, ad avere radici profonde, religiose: Maometto, nato orfano, era stato affidato al nonno Abdul Muttalib; lo stesso profeta, da adulto, si è poi assunto la responsabilità del cugino. Chi si prende in cura un orfano, dice il testo sacro, guadagna il paradiso.

Un ponte tra usi e abitudini

Ponte tra usi e abitudini straniere e operatori italiani in tema di affido e accoglienza è il mediatore culturale: il suo compito è quello di rimuovere gli ostacoli che possono frapporsi tra personale sociale preposto alla formazione e all’istituzionalizzazione della presa in carico e le famiglie immigrate. Straniero egli stesso, il mediatore facilita l’inserimento dei concittadini nel contesto italiano, facendo da tramite tra i bisogni dei migranti e le risposte offerte dai servizi pubblici. Nel progetto genovese la presenza delle due mediatrici (una sudamericana, l’altra araba) è stata significativa fin dal primo momento di conoscenza tra operatori del servizio sociale e famiglia straniera candidata all’affido: «Hanno evitato possibili incomprensioni dovute a diverse esperienze di significato, hanno impedito equivoci nell’interpretazione dei termini, hanno chiarito alle famiglie i concetti più difficili dell’affido familiare, hanno valorizzato ogni esperienza di accoglienza»(4).Il mediatore è diventato garante del percorso, la sua presenza ha reso possibili incontri e colloqui altrimenti difficili da realizzare. Ma come si articola in concreto un progetto?

L’esempio di Genova può essere chiarificatore. Ventotto mesi di lavoro preparatorio, diciassette persone coinvolte tra educatori, mediatori ed esperti di comunicazione: il testo è stato scritto da un’associazione di promozione culturale, una cooperativa sociale di tipo A e tre associazioni di stranieri. Quattro gli obiettivi: promuovere l’integrazione sociale di cittadini immigrati, l’educazione e la tutela dei minori, la mediazione culturale, l’empowerment di comunità. Nel 2006 sono arrivati i finanziamenti da parte della Fondazione Vodafone, del Comune di Genova e della Regione Liguria. Si è partiti nel 2007.

Il Privato sociale si è così inserito in un servizio di affido da trent’anni appannaggio del Comune: i rappresentanti stranieri hanno organizzato incontri per presentare l’iniziativa alle comunità, la proposta ha suscitato interesse. «Noi eravamo gli estranei», riferisce la coordinatrice del progetto, «cui si consentiva di entrare in contatto con le comunità, e la comunità si apriva e si presentava coi suoi ruoli e le sue professionalità»(5). Sono nate anche le prime difficoltà: il progetto si proponeva il coinvolgimento di ragazzi in termini di prevenzione, non di intervento su situazioni gravemente compromesse, ma i Servizi generavano diffidenza iniziale perché le famiglie straniere erano abituate a vedere in essi coloro che "portano via i bambini".

Da qui la necessità di creare rapporti reciproci di fiducia, l’invito all’emersione delle difficoltà familiari, dei bisogni spesso taciuti per paura. Tutti gli affidi del progetto sono stati consensuali, il mediatore si è posto da tramite con le famiglie di origine: «Siamo abituati che la zia, la nonna, la vicina dà una mano», riferisce la mediatrice marocchina, «si prende in casa il bambino di un’altra per un po’, se c’è bisogno. Solo che le figure che si occupano di questo affidamento non stanno sotto la norma [...]. Loro da una parte sono contenti di sapere che saranno sostenuti ma, dall’altra, questo controllo crea problemi... Che magari viene l’educatrice a dirmi le cose»(6). Si è avviato quindi un primo percorso formativo, a gruppi separati, poi un secondo con l’unione del gruppo latinoamericano e arabo-musulmano che, insieme alle due mediatrici e alla psicologa, hanno dato vita a momenti di arricchimento reciproco.

«Una delle signore arabe ci ha raccontato che nelle loro case il cibo che viene preparato per la cena o per il pranzo è sempre di più di quello sufficiente per i componenti della famiglia. Si cucina anche per eventuali ospiti [...]. E così come il cibo devono abbondare anche le sedie, i piatti, i bicchieri, tutto deve essere pronto per l’ospite, che venga o non venga»(7). Da qui la scelta del nome del progetto: Aggiungi un posto a tavola!. Molti gli incontri, i temi affrontati, i problemi emersi: dall’analisi della migrazione, alle difficoltà, al loro superamento.

Dopo il percorso di formazione e i colloqui di selezione le famiglie sono state proposte ai Servizi territoriali per gli abbinamenti: un affido a oggi è già partito, destinataria una mamma equadoriana. La donna va a casa tutte le mattine, quando la connazionale madre di due bambini va a lavorare: «Quando sono andata il primo giorno i piccoli erano spaventati, e anche io avevo paura [...], pian piano ci siamo conosciuti, loro hanno perso la paura e l’ho persa anch’io»(8). «Mi sento soddisfatta di contribuire a fare qualcosa per questa famiglia»(9), conclude l’affidataria. Un aiuto che alla fine si istituzionalizza e funziona, diventa amicizia, accoglienza, ricordo di quel buon vicinato che la città ingoia tra i pianerottoli dei palazzi a più piani. Diventa affetto.

Maria Gallelli

 








 

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