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LIBRI & RIVISTE
    

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 2000 - Home Page Sandro Spinsanti
Chi ha potere sul mio corpo? Nuovi rapporti tra medico e paziente
Ed. Paoline, Milano 1999, pp. 209, L. 24.000

"Chi ha potere sul mio corpo?" è l’interrogativo che si pone chi ha aperto gli occhi su una realtà che d’improvviso appare inaccettabile, angusta, ingiusta. È il cittadino ammalato, che non si accontenta più di essere protetto dal medico-padre; non vuole essere l’oggetto di un giuramento, ma il partner di un patto; non chiede solo una terapia che funzioni, ma esige di sapere perché funziona e perché è stata scelta. I medici stentano ad accettare la novità e tentano di rinchiudersi nel loro sapere fortificato.Copertina de: Chi ha potere sul mio corpo? Nuovi rapporti tra medico e paziente.

Il paziente docile non mette in pericolo una posizione di superiorità ereditata da 2.500 anni di tradizione ippocratica. Ma il medico-re rischia di essere rovesciato e le mura della sua cittadella infrante. Il cittadino di oggi, informato, consapevole, critico, non sottoscrive cambiali in bianco, e anche la giurisprudenza, con sentenze sempre più significative, comincia a dargli ragione. La partecipazione attiva di un paziente informato e consenziente rappresenta il futuro della medicina. Sandro Spinsanti ha riassunto la trama di questa rivoluzione culturale, dalle sue origini sino alle vicende più attuali, che la cronaca consegna alla nostra attenzione. Ma il libro non è solo descrizione di ciò che accade tra medico e paziente, è soprattutto proposta. Le prospettive del nuovo rapporto tra medico e paziente; il riconoscimento del diritto all’informazione e alla personalizzazione del rapporto terapeutico; la posizione a favore della crescita di considerazione per le cure palliative nel territorio insidioso di una tecnologia che offre tentazioni nuove all’antica vocazione del medico di essere un epico cavaliere in strenuo duello contro la morte. Una lettura per tutti, ma soprattutto per loro: medici indecisi e cittadini non più pazienti.

Roberto Bucci

     
Eugenio Lecaldano
Bioetica. Le scelte morali
Ed. Laterza, Roma-Bari 1999, pp. 362, L. 45.000

Il versante laico della bioetica, nel nostro Paese, ha impiegato alcuni anni ad esprimere non una semplice contrapposizione all’etica cristiana, ma una precisa teoria normativa applicata ai problemi bioetici. Alcune recenti pubblicazioni, di cui questo libro è forse l’esempio più riuscito, testimoniano invece un maggiore sforzo costruttivo.

Lecaldano inscrive esplicitamente la sua prospettiva nella tradizione utilitaristica, nella versione "liberale" di J.S. Mill. L’argomentazione poggia sulle seguenti premesse: il bene è rappresentato dalla felicità generale; quest’ultima è massimizzata, solitamente, se si riconosce Copertina de: Bioetica. Le scelte morali.priorità ai diritti di libertà di ogni individuo nelle scelte riguardanti la propria vita. Ne consegue che i diritti da riconoscere, nell’area della bioetica, sono fondamentalmente diritti di autonomia individuale. Per l’utilitarismo, però, a differenza del liberalismo contrattualistico, i diritti possono essere riconosciuti solo nell’ottica della massimizzazione della felicità generale: se un certo diritto, benché invocato da più parti, non conduce a tale felicità, esso non può essere fatto valere.

In questo senso, alcuni diritti specifici (morire, procreare, integrità genetica e un minimo decente di cure) sono posti alla base delle discussioni bioetiche e da essi deriva una posizione in generale critica delle limitazioni alla libertà individuale nell’uso delle nuove tecnologie biomediche. Vengono presentati argomenti a favore, ad esempio, dell’eutanasia, della fecondazione eterologa e (sia pure con qualche cautela) della clonazione. Si tratta di conclusioni in genere coerenti con le premesse, ma queste ultime dovrebbero essere discusse: né il principio di utilità né la connessione fra massima libertà individuale e felicità sono, infatti, esenti da critiche.

Roberto Mordacci

    
Giampietro Rupolo, Chiara Poznanski
Psicologia e psichiatria del trapianto d’organi
Ed. Masson, Milano 1999, pp. 188, L. 40.000

Il libro, uscito all’inizio del 1999, non ha potuto tener conto del cambiamento intervenuto in Italia nell’ambito della legislazione relativa ai trapianti d’organo. Dopo un dibattito durato un quarto di secolo, nella primavera è stata finalmente varata la nuova legge, che sostituisce quella in vigore dal 1975. I cambiamenti non sono di piccolo conto. Il più rilevante è quello che accetta – in linea di principio – che il trapianto è reso lecito dalla volontà della persona deceduta di offrire i suoi organi dopo la morte. Questo orientamento cambia il ruolo che spetta alla famiglia. Secondo la legge precedente, i familiari – il coniuge nonCopertina de: Psicologia e psichiatria del trapianto d’organi. separato o i figli maggiorenni – avevano diritto a opporsi all’espianto. Oggi si tende a valorizzare la volontà dell’individuo, considerata vincolante anche dopo la morte (anche se si accetta la situazione in cui il silenzio – di una persona informata – possa essere considerato un assenso). La centralità della famiglia non rispecchia più il clima sociale che dovrebbe guidare la nuova pratica dei trapianti.

Queste osservazioni non intendono sminuire il valore dell’opera. Tra i suoi meriti va elencato anzitutto il profondo radicamento nella pratica clinica. I numerosi collaboratori di questo libro hanno fatto convergere le loro diverse competenze – psicologiche, psichiatriche, medico-legali, etiche, pedagogiche – sulla riflessione che accompagna la prassi. Il secondo elemento che rende questo studio un vademecum prezioso per chi opera nell’ambito dei trapianti è proprio l’attenzione al vissuto emotivo delle persone coinvolte, in particolare i familiari. Consigli e indicazioni pratiche, di cui il libro è prodigo, assicurano che la pratica dei trapianti non vada incontro a un fenomeno di "rigetto" sociale.

Sandro Spinsanti

    
Donati Pierpaolo, Prandini Riccardo
Giovani e cambiamenti generazionali. Una ricerca in Emilia-Romagna e Lombardia
Ed. ElleDiCi, Leumann (To) 1999, pp. 159, L. 20.000

Questo volume presenta i dati di un’interessante indagine voluta dalla Cei, desiderosa di fotografare la realtà giovanile (15-29 anni) delle regioni Emilia-Romagna e Lombardia.

Sono state indagate le dinamiche della socializzazione familiare, il coinvolgimento in reti di amicizia e associazionismo, le caratteristiche della vita di coppia, le esperienze scolastiche e lavorative, l’elaborazione dei valori morali, la religiosità, l’utilizzo e il significato del tempo. Copertina de: Giovani e cambiamenti generazionali. Una ricerca in Emilia-Romagna e Lombardia.La novità consiste nel considerare i giovani non un semplice insieme statistico, ma soggetti di scelte. Gli autori del volume hanno cercato di capire se e come i giovani si sentono in grado di generare positivamente la società del futuro. I risultati rivelano una condizione allarmante, nella quale i giovani appaiono come sospesi in un vuoto esistenziale denso di contraddizioni, che è il frutto di una società definita «eticamente neutra», perché non aiuta a fare scelte etiche.

In questa situazione vengono sottolineati i fattori socioculturali che caratterizzano i gruppi giovanili più capaci di elaborare un senso generazionale positivo. Scrive Donati nell’introduzione: «L’ambiente metropolitano e ultra modernizzato in cui questi giovani vivono sviluppa stili educativi molto individualizzati, e la mancanza di reti parentali di sostegno li fa sentire isolati. Soltanto laddove la famiglia riesce a mantenere rapporti durevoli con la parentela si mette in moto un processo positivo per il senso generazionale dei giovani. È assai probabile che il contatto con i parenti, anziani o meno, aiuti i giovani ad elaborare un senso più pieno del tempo e li responsabilizzi a ruoli adulti, di cura e di aiuto nei confronti dei più deboli».

Anna Fassin

    
Gaetano De Leo, Patrizia Patrizi
Trattare con adolescenti devianti. Progetti e metodi di intervento nella giustizia minorile
Ed. Carocci, Roma 1999, pp. 196, L. 28.000

Gli autori propongono un’analisi orientata alla definizione di una teoria del metodo del trattamento educativo, psicologico e di recupero degli adolescenti che incorrono nella giustizia penale.

La prima parte presenta le teorie relative al concetto di devianza e vengono individuati gli indicatori di rischio che rivelerebbero tre fasi di progressiva apertura psicologica dell’adolescente al comportamento deviante. Gli insuccessi in altre attività aprirebbero la terza fase diCopertina de: Trattare con adolescenti devianti. Progetti e metodi di intervento nella giustizia minorile. stabilizzazione che rappresenta la tendenza dell’individuo e dei contesti in cui agisce ad utilizzare la trasgressione penale con autoefficacia e riconoscimento di sé. Con riguardo all’età evolutiva nell’ottica del recupero del giovane imputato, il criterio psicologico della responsabilità adottato per la valutazione della personalità dell’autore del reato traduce in modo più pertinente l’imputabilità del soggetto.

Gli autori, con la parte seconda, puntano l’attenzione ai sistemi alternativi alla detenzione e al ruolo di coordinamento tra gli organi giudicanti e gli operatori sociali. La finalità è di assicurare al minore assistenza affettiva e psicologica, conoscere la personalità del soggetto e le sue risorse e poter attuare percorsi di responsabilizzazione. È auspicabile una maggior autonomia di intervento dei servizi sociali che hanno l’obbligo di assicurare assistenza al minore, indipendentemente dalle richieste ed esigenze giudiziarie. La valutazione della personalità del minore è il criterio che regola le decisioni di permanenza e uscita dal sistema giudiziario. È ancora in via sperimentale l’istituto della mediazione volto ad evitare l’esperienza processuale al minore.

Ettorina Nigrelli

    
Maria Assunta Sozzi (a cura di)
Lavoro di casa e lavoro in casa
Guerini Studio, Collana promossa dalla provincia di Milano 1998, pp. 248, L. 35.000

La "donna che lavora" è, nel senso comune, quella che ha un’attività remunerata, quasi sempre fuori le pareti domestiche. L’altra, la casalinga, non è considerata una lavoratrice, in quanto il suo lavoro non produce reddito. Nei censimenti è raggruppata con vecchi e bambini, fra "la popolazione non attiva".

Per quanto anche in passato la funzione domestica della donna non fosse molto stimata, diversa era comunque la considerazione di cui godeva nella famiglia patriarcale rispetto a quella nucleare. Un tempo la famiglia era un’unità economica all’interno della quale si lavorava per il sostentamento della comunità familiare e la donna aveva compiti Copertina de: Lavoro di casa e lavoro in casa.primari produttivi ed educativi, compiti che, nella società attuale, è andata quasi completamente perdendo. Mai come ora, il lavoro casalingo, di cui pure si cerca di mettere in risalto la funzione economica, è stato così poco valutato. In un’epoca in cui il lavoro è legato più al guadagno che alla realizzazione personale e alla creatività ed è, soprattutto, un mezzo per affermarsi socialmente, la casalinga è automaticamente esclusa dalla dinamica sociale. Il suo lavoro, caratterizzato dalla gratuità, non consente alla donna autonomia finanziaria e la isola.

La lettura di questo testo, ricco di studi di carattere sociologico, dati statistici ed esperienze di persone valide e competenti, permette di comprendere come, ancora una volta, la questione femminile sia in realtà la chiave di lettura di tutti gli aspetti sociali, politici, culturali che trasversalmente percorrono la nostra società. Con questo volume, inoltre, si aggiunge un nuovo titolo al percorso che la Commissione consultiva sui temi della donna della provincia di Milano ha intrapreso fin dal ’90, inaugurando una collana che approfondisce tematiche relative alla parità uomo-donna.

Maria Rosaria Gavina

    
Nancy A. Crowell, Ann W. Burgess (a cura di)
Capire la violenza sulle donne
Ed. Scientifiche Magi, Roma 1999, pp. 339, L. 36.000

Ogni anno negli Stati Uniti, millecinquecento donne vengono uccise dai loro mariti, compagni o fidanzati. Una vera e propria guerra da cui non differisce molto la realtà nostrana. Anche i Paesi che si illudono che la violenza sulle donne non li riguarda, dimostrano piuttosto che nella loro società il problema è semplicemente sommerso.

In questo testo sono proposte due ricerche, quella promossaCopertina de: Capire la violenza sulle donne. dall’Accademia nazionale delle scienze statunitense (su incarico del Congresso) nel 1994, e quella dell’Istat del 1997/98 sulla sicurezza dei cittadini entro cui sono state rilevate anche molestie e violenze sessuali. Vi si trova, inoltre, un’ampia bibliografia statunitense e italiana e un contributo diretto di Differenza Donna sull’attività dei Centri antiviolenza in Italia con notizie relative al profilo sociale dell’autore della violenza e della donna che la subisce.

La commissione di ricerca americana ha stilato un programma di lavoro per migliorare la comprensione del fenomeno e controllare la violenza nel contesto della vita delle donne; ha censito un vasto numero di studi e documenti sul tema per il decennio ’84-’94; ha elaborato dei confronti su aspetti culturali, psicologici e legali concernenti la questione.

Malgrado l’attenzione tributata al fenomeno in tempi recenti, la ricerca nel campo è relativamente giovane e molti aspetti restano sconosciuti.

Stati Uniti e Italia possono essere accomunati per quanto riguarda la diffusione di stereotipi culturali che colpevolizzano la donna, per la valutazione del trauma che lascia tracce indelebili sulla vittima, per le responsabilità educative e informative dei media e le discordanti interpretazioni di giudici e legislatori rispetto alla "reazione" della donna.

Rosangela Vegetti

    
Di seguito segnaliamo gli articoli pubblicati sul tema Un adolescente in famiglia e consultabili presso il Centro documentazione del Centro internazionale studi famiglia (Cisf).

RIVISTE ITALIANE

  • Andreoli Simonetta, I nuovi servizi per l’infanzia e le famiglie in Europa, La famiglia, n. 190, 1998, pp. 46-62.
  • Ballerini Angelo, Nascita di una ludoteca, Vivereoggi, n. 4, 1999, pp. 48-51.
  • Bertotti Teresa, Merlin Francesca, Ricerca e operatività del servizio sociale nella tutela dell’infanzia, Politiche sociali e servizi, n. 1, 1997, pp. 179-188.
  • Carlino Giovanna, Centenaro Marina, Un progetto a tutela dei minori, Prospettive sociali e sanitarie, n. 14, 1998, pp. 16-18.
  • Casari Ezio F., Moroni Patrizia, Gambino Caterina, Sieropositività e asilo nido, Prospettive sociali e sanitarie, n. 11, 1995, pp. 14-16.
  • Comunicci Chiara, 0-3 anni: i più piccoli in Parlamento, La famiglia, n. 194, 1999, pp. 69-73.
  • Coordinamento operatori sociali della provincia di Milano, Il punto "M", Vivereoggi, n. 7, 1997, pp. 50-55.
  • Corvo Paolo, Mazzi Domizia, Bisogni "emergenti" e servizi socio-sanitari a Milano: un’analisi delle risposte, Politiche sociali e servizi, n. 2, 1995, pp. 83-129.
  • Gagnarli Lilia (e al.), Interazioni tra il bambino e il suo ambiente: il bambino osservato e il bambino ricostruito, Interazioni, n. 1, 1998, pp. 7-136.
  • Guida Dafne, Promuovere la creatività infantile, Pedagogika.it, n. 2, 1997, pp. 41-43.
  • Mazzi Domitia, Dall’osservatorio sui servizi sociali: minori, disagio e servizi sociali, Politiche sociali e servizi, n. 2, 1997, pp. 107-135.
  • Ministero per la Solidarietà sociale, Perché e come completare il disegno di legge del governo sull’infanzia e l’adolescenza, Prospettive assistenziali, n. 118, 1997, pp. 18-23.
  • Monaco Rosaria, Promozione di diritti e opportunità per l’infanzia e l’adolescenza, Pedagogika.it, n. 6, 1998, pp. 12-14.
  • Nanni Walter, Turco Livia, Coordinamento studi, ricerche e documentazione della Caritas italiana, Dossier Minori, Italia Caritas, Documentazione, n. 1, 1999, pp. 33-63.
  • Pinna Andrea, A vent’anni dal DPR 616. Servizi e giustizia per la tutela del minore, Prospettive sociali e sanitarie, n. 21, 1998, pp. 10-14.
  • Punto M. (a cura di), La tutela del minore nell’attuale assetto istituzionale e organizzativo dei servizi alla persona, Politiche sociali e servizi, n. 1, 1997, pp. 265-272.
  • Romani Paolo, Migliorare i servizi per l’infanzia, Famiglia oggi, n. 1, gennaio 1996, pp. 70-71.
  • Rossi Cairo Annalisa, Lorenzo Raymond, Di Pierdomenico Lina, Una nuova infanzia, Vivereoggi, n. 2, 1996, pp. 56-62.
  • Stenico Alberto, Le mamme di giorno in cooperativa. L’esperienza di Bolzano, Impresa sociale, n. 32, 1997, pp. 54-57.
  • Ternegren Eva, La cooperazione per l’assistenza all’infanzia, Impresa sociale, n. 28, 1996, pp. 24-27.

     
RIVISTE STRANIERE

  • Banach Mary, The Best Interests of the Child: Decision-Making Factors, Families in Society, vol. 79, n. 3, 1998, pp. 331-340.
  • Bosse Suzon ( e al.), Assistantes maternelles: la professione s’affirme, L’ecole des parents, n. 2, 1997, pp. 28-57.
  • De Bernardi Vivien, Family Support Services in Sweden, Journal of Comparative Family Studies, n. 3, 1995, pp. 459-466.
  • Leon Ana M., Family Support Model: Integrating Service Delivery in the Twenty-First Century, Families in Society, n. 1, 1999, pp. 14-24.
  • McClelland Jerry, Sending Children to Kindergarten. A Phenomenological Study of Mothers’ Experiences, Family Relations, n. 2, 1995, pp. 177-183.
  • McGurk Harry, Child Care in a Caring Society, Family Matters, n. 46, 1997, pp. 12-17.
  • Millward Christine, Explaining Patterns of Urban Child Care, Family Matters, n. 43, 1996, pp. 12-17.
  • Nash James K., Fraser Mark W., After-School Care for Children: A Resilience-Based Approach, Families in Society, n. 4, 1998, pp. 370-383.
  • Torrémocha Christina (e al.), Les vrais besoins des enfants de 2 ans, L’ecole des parents, n. 3, 1998, pp. 26-55.
  • Tyson Katherine, An Empowering Approach to Crisis Intervention and Brief Treatment for Preschool Children, Families in Society, n. 1, 1999, pp. 64-77.
  • Van Ijzendoorn Marinus H. (e al.), Attunement Between Parents and Professional Caregivers: A Comparison of Childrearing Attitudes in Different Child-care Settings, Journal of Marriage and the Family, n. 3, 1998, pp. 771-781.
  • Werrbach Gail B., Family-strenghts-based Intensive Child Case Management, Families in Society, n. 4, 1996, pp. 216-226.
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