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EDITORIALE

Serbatoi di umanità piena e ricca

La Direzione
   

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 2000 - Home Page Sarà la stessa coscienza degli uomini e delle donne a decidere quali saranno i rapporti passeggeri e mutevoli, quali i durevoli luoghi dell’amore e del servizio.

Il dibattito in atto, non solo in Italia, sulla regolamentazione o sul vero e proprio riconoscimento delle famiglie e delle unioni (anche omosessuali) di fatto ripropone un dilemma di non facile soluzione. Fino a che punto può spingersi il doveroso rispetto delle persone e delle loro scelte, e fino a che punto è necessaria e doverosa la salvaguardia di alcuni fondamentali valori, che potrebbero essere rimessi in discussione da malaccorti interventi legislativi? Non tutti gli stili di vita, infatti, possono transitare dal piano dei fatti a quello dei diritti riconosciuti e garantiti.

Anzitutto, è interesse della società che vi siano luoghi di stabilità affettiva, di reciproco servizio, di definitiva scelta di fedeltà: valori, tutti, che raramente si incontrano in relazioni che sono dichiaratamente sperimentali e spesso precarie e passeggere (in caso contrario non si comprende perché, venute ormai meno antiche remore ideologiche e introdotto ormai il divorzio, queste unioni non sfocino nel matrimonio).

Inoltre, deve stare a cuore della comunità, assai al di là della semplice riproduzione di un gruppo umano, la continuità nel tempo di una cultura, di una tradizione, di una nazione: continuità che è strutturalmente negata dalle unioni omosessuali e non garantita dalle coppie di fatto, statisticamente assai meno infeconde, in Italia, rispetto a quelle coniugate, esse stesse, già con bassi tassi di fecondità. 

La via da seguire per risolvere situazioni personali complesse e spesso meritevoli di attenzione sembra essere quella del ricorso ai non pochi strumenti che già oggi l’ordinamento giuridico offre, dai patti bilaterali ai testamenti, senza procedere per la via della legalizzazione, in un certo senso forzata, di rapporti che per la loro stessa natura vorrebbero essere di fatto e non di diritto.

Dall’attuale dibattito emerge una sfida alla famiglia che vuole continuare a fondarsi sul matrimonio: dimostrare sul piano dei fatti la non equivalenza, in termini di qualità del rapporto interpersonale e di servizio reso alla società, fra modelli di convivenza diversi, non omologabili fra loro e anzi, nella sostanza, alternativi, dato che sposarsi non è come convivere, incontrarsi nella complementarità ricca e feconda di uomo e donna, non è la stessa cosa che rispecchiarsi in un altro dello stesso sesso.

Fra questi possibili modelli alla fine prevarrà non quello che riscuoterà i maggiori consensi dei grandi mezzi di comunicazione e corrisponderà agli stili di vita di ristretti gruppi, ma quello che si mostrerà più ricco, più significativo, più creativo. Sarà la stessa diffusa coscienza degli uomini e delle donne a decidere quali saranno i rapporti mutevoli e quali i durevoli luoghi di amore, di servizio, di fedeltà, serbatoi di un’umanità piena e più ricca.

LA DIREZIONE

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