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LA GIURISPRUDENZA E LE FAMIGLIE DI FATTO

Un’attenzione in crescendo

di Luciano Deriu
(consigliere della Corte di cassazione)
            

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 2000 - Home Page L’attualità dell’argomento induce a una riflessione oculata. L’evoluzione del diritto di famiglia, gli orientamenti della dottrina giuridica, la normativa vigente, le iniziative parlamentari e i disegni di legge del Governo dimostrano come la visione del nuovo non sia del tutto disattesa.

L'art. 29 della Costituzione (Cost.) riconosce il diritto della famiglia come «società naturale fondata sul matrimonio». Secondo una parte della dottrina, questa formula non consentirebbe di apprestare alcuna tutela giuridica a gruppi di genere familiare non fondato sul matrimonio; secondo altri studiosi, invece, il riconoscimento della "famiglia di fatto", non precluso dall’art. 29 della Cost., sarebbe imposto da altre norme costituzionali e in particolare dall’art. 2 della Cost., che impegna la Repubblica a garantire «i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità».

D’altro canto, secondo i dati non ufficiali diffusi dai mass media a seguito del convegno: "Stare insieme: studi, ricerche e proposte sulle famiglie di fatto" (organizzato a Pisa dal "Dipartimento per le pari opportunità"), le coppie che hanno scelto di convivere senza alcun legame formale sarebbero oggi in Italia circa 340.000; da un’indagine a campione sarebbe emerso, inoltre, che negli ultimi quindici anni la formula della convivenza sarebbe stata praticata da circa tre milioni di persone; secondo i più recenti dati Istat, le unioni di fatto sarebbero il 6% del totale (senza tener conto delle convivenze omosessuali). Si tratta, all’evidenza, di un fenomeno che è andato via via assumendo maggiore rilievo anche nel nostro Paese, che richiede particolare attenzione da parte di tutti, che impone valutazioni e decisioni non facili.

Scopo di queste brevi note è proprio quello di offrire ai lettori spunti di riflessione, su un argomento così delicato e così importante, attraverso il richiamo di tre precisi temi: l’evoluzione del diritto di famiglia italiano; l’influenza degli orientamenti giurisprudenziali e dottrinali sulla normativa più recente; i disegni e/o i progetti di legge pendenti dinanzi alla Camera dei deputati e/o al Senato della Repubblica.

L’ultimo periodo del secolo XVIII fu caratterizzato da un’estrema riluttanza del potere pubblico ad affrontare in maniera organica la disciplina della famiglia, i cui rapporti erano regolati da una plurisecolare stratificazione di norme scritte e consuetudinarie (diritto romano e giustinianeo, attraverso le elaborazioni dei commentatori medievali; statuti e norme locali, solo in parte resi uniformi dalla giurisprudenza delle grandi Corti di giustizia; diritto canonico, riformulato sulle soglie dell’età barocca al Concilio di Trento): la struttura era quella della grande famiglia patriarcale, con assoluta preminenza dei maschi (in particolare del primogenito) e con una netta situazione di inferiorità delle figlie di famiglia (promesse o sposate in età giovanissima, inesperte di leggi, prematuramente ossessionate dal timore dello zitellaggio, desiderose di "entrare nel mondo" lasciandosi alle spalle il tempo della custodia familiare o monacale); la donna non poteva contrattare né compiere alcun atto della vita civile senza il consenso da prima del padre e poi del marito; era diffusissimo l’istituto della "dote" (oggetto di pattuizioni tra le famiglie dei nubendi e che spesso, alla morte della donna, ritornava alla famiglia d’origine).

Il quadro statico dell’ultimo ’700 venne sconvolto e scardinato dal dilagare delle armate francesi, attraverso le nuove legislazioni delle varie repubbliche (Cisalpina, Cispadana, Bolognese, Ligure, Lucchese, Romana, Napoletana) e con la successiva ritraduzione del Codice napoleonico: la concezione era essenzialmente quella di «una forte famiglia in un forte Stato» (con un drastico rafforzamento della potestà maritale), il modello femminile ipotizzato era quello della moglie casalinga del militare di carriera o del borghese possidente, l’unico matrimonio valido era quello civile (quello religioso era irrilevante e comunque l’eventuale benedizione delle nozze doveva seguire, e non precedere, il rito civile, sotto pena di sanzioni).

In Italia, le coppie che convivono senza alcun legame formale sono 340.000; negli ultimi 15 anni la convivenza è stata praticata da circa 3 milioni di persone; l’Istat calcola che le unioni di fatto siano il 6% (coppie gay escluse) del totale.

Caduto Napoleone, vi fu un ritorno alle norme del passato, con la restaurazione dei poteri e dei privilegi della nobiltà, con un nuovo rafforzamento della posizione del maschio primogenito, con una rigida chiusura tra le classi sociali (le donne venivano avviate ai conventi, oppure al matrimonio con attribuzione soltanto della dote; venne eliminato il matrimonio civile e rimase unicamente quello religioso).

Realizzata l’unità d’Italia, entrò in vigore nel 1865 (dopo sei anni di esami e discussioni) il Codice Pisanelli: venne riconosciuto come unico matrimonio valido quello civile e se ne riaffermò l’indissolubilità anche per gli acattolici; venne mantenuto l’istituto dell’autorizzazione maritale, anche se con temporaneità (solo per donazioni, alienazioni, costituzione di ipoteche, cessioni e riscossioni di capitali); la patria potestà (attribuita a entrambi i genitori) era esercitata dal marito e solo alla morte di questi passava alla moglie; il regime patrimoniale normale era quello della separazione dei beni, salva per i coniugi la facoltà di pattuire la comunione degli acquisti.

Da Pisanelli alla prima guerra

Nel cinquantennio che seguì l’entrata in vigore del Codice Pisanelli fu portato avanti (soprattutto dai liberal-radicali e dai socialisti) il tema del divorzio, con una decina di progetti di legge che non giunsero alla discussione in aula per la forte opposizione da parte dei cattolici (contro due progetti del 1891 e del 1902 furono raccolte, rispettivamente, 2.000.000 e 3.500.000 di firme!).

Si ebbero convergenze fra cattolici, socialisti e liberal-radicali su problemi di importanza secondaria (una legge del 1877 ammise le donne a testimoniare negli atti pubblici; negli anni ’80 la legislazione sulle Casse di risparmio le ammise a fare depositi e prestiti senza necessità dell’autorizzazione maritale; una legge del 1893 precisò che la donna separata era capace di disporre e obbligarsi senza autorizzazione).

Sullo sfondo di questi lenti progressi vi erano dei grandi movimenti sociali: la moglie dell’emigrante era di fatto capo-famiglia; l’operaia e l’insegnante godevano di remunerazione personale diretta di denaro; parallelamente all’ingresso della donna nella produzione (movimento particolarmente accelerato durante la prima guerra mondiale, giacché gli uomini erano al fronte) si ebbe un largo accesso all’istruzione media e anche universitaria.

Nel 1919 si ebbe l’unica grande riforma attuata dall’Italia liberale in materia di diritto di famiglia, con l’abolizione dell’autorizzazione maritale e l’ammissione della donna a una serie di uffici privati e pubblici.

Spunti tipicamente femministi si ebbero nelle correnti dannunziane e futuriste: negli statuti della reggenza del Carnaro era proclamata l’uguaglianza della donna sul piano civile e politico, incluso l’elettorato passivo; era liberamente ammesso il divorzio; la donna era tenuta a prestare il servizio militare fra i 17 e i 55 anni.

Per quanto riguarda i futuristi, nel programma elettorale del Marinetti (1918) si proponeva una riforma del diritto di famiglia articolato in tre punti: abolizione dell’autorizzazione maritale; divorzio facile; svalutazione graduale del matrimonio e avvento progressivo del libero amore e del figlio di Stato.

La richiesta dell’elettorato femminile attivo e passivo figurava anche nei programmi dei fasci di combattimento (giugno 1919) ed ebbe parziale soddisfazione dopo l’ascesa al potere di Mussolini con una legge del 1923, che concedeva il voto amministrativo ad alcune categorie di donne (l’elettorato politico verrà riconosciuto alla donna solo con un decreto del 1945).

Fra i fatti più significativi della politica fascista nel campo del diritto di famiglia vanno ricordati: il Concordato con la Chiesa cattolica nel 1929; la tendenza a favorire la famiglia sul piano amministrativo e tributario, per dare quella che Mussolini definì «una frustata demografica alla nazione» (basti pensare alla tassa sui celibi!); la difesa della razza, da prima nelle colonie (divieto di matrimonio per le donne bianche con gli indigeni) e poi sul territorio metropolitano (divieto assoluto di matrimonio con appartenenti a razze non ariane).

Lo sforzo legislativo fascista si concretò nel Codice civile del 1942: il marito era capo della famiglia; la donna ne assumeva il cognome e doveva seguirne il domicilio; era esclusa, salvo impedimento del marito, dall’esercizio della patria potestà; non le era riservata alcuna quota di eredità, ma un semplice diritto di usufrutto.

Dopo la caduta del fascismo, l’avvenimento più rilevante nella materia di cui ci stiamo occupando fu l’approvazione della Costituzione (1947), con la riaffermazione in diversi articoli (3, 29, 37, 48, 51) dell’eguaglianza e parità dei sessi.

Il Codice civile del 1942 rispondeva alla tradizionale concezione gerargica della famiglia, impostata sulla posizione preminente del marito e sulla prevalenza successoria dei vincoli di sangue; le norme della Costituzione sulla parità dei sessi vennero da prima ritenute dalla giurisprudenza come "programmatiche" e non "precettive" (e quindi non immediatamente applicabili); ci fu poi una certa evoluzione, grazie soprattutto alle sentenze della Corte costituzionale.

Pregi e limiti della revisione

La concezione gerarchica della famiglia veniva intanto criticata – e gradualmente abbandonata – dalla dottrina più avanzata, sia in considerazione del rapido processo di emancipazione della donna (piena parità con l’uomo nel godimento dei diritti civili e politici; uguale istruzione; lavoro sempre più spesso extradomestico), sia in considerazione della trasformazione del modello della "grande famiglia patriarcale", che aveva ceduto il posto alla "piccola famiglia nucleare".

Proprio nel quadro appena descritto si giunse all’approvazione del "nuovo diritto di famiglia" (la Legge n. 151 del 19 maggio 1975), particolarmente innovativo sui seguenti temi: uguale dignità e responsabilità fra i coniugi; separazione personale; regime patrimoniale; diritti successori.

In ordine al primo profilo, l’attuale testo dell’art. 143 del Codice civile stabilisce che «con il matrimonio i coniugi acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri», con obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione; entrambi i coniugi sono tenuti, in relazione alle proprie disponibilità e capacità, a contribuire ai bisogni della famiglia.

La donna aggiunge al proprio (e non assume) il cognome del marito (art. 143 bis). I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa (art. 144).

Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole, tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli (art. 147).

I figli sono soggetti alla potestà dei genitori fino alla maggiore età (18 anni) ed entrambi i genitori (non più il solo padre) esercitano tale potestà (art. 316).

In ordine al secondo profilo (separazione personale), è stata eliminata la tassatività dei casi di separazione, prevedendo che «la separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole» (art. 151).

Il giudice che pronuncia la separazione dichiara a quale dei coniugi i figli sono affidati e adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole (art. 155); inoltre, stabilisce a vantaggio del coniuge, cui non sia addebitabile la separazione, il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri (art. 156).

In ordine al terzo profilo (patrimoniale), il regime legale della famiglia, in mancanza di diversa convenzione, è quello della "comunione dei beni" (art. 159), ed è vietata la costituzione di dote (art. 166 bis).

Oggetto della comunione sono sostanzialmente tutti i beni acquistati dai coniugi, insieme o separatamente, durante il matrimonio (art. 177), con alcune eccezioni specificamente indicate (beni già appartenenti al coniuge prima del matrimonio, beni acquisiti successivamente per donazione o successione, beni di uso strettamente personale, beni per l’esercizio della professione, vedi art. 179); gli atti di ordinaria amministrazione dei beni in comunione possono essere compiuti separatamente dai coniugi, quelli eccedenti l’ordinaria amministrazione devono essere compiuti congiuntamente (art. 180).

Un cenno particolare merita l’art. 230 bis (impresa familiare): «il familiare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro nella famiglia o nell’impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell’impresa familiare e ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi dell’azienda, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato...; le decisioni sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano all’impresa...; il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell’uomo...; si intende come familiare il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo; per impresa familiare si intende quella cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo».

Sotto il quarto e ultimo profilo (successione mortis causa) si registra un mutamento radicale: il coniuge superstite ha diritto a una quota di "riserva" in proprietà, mentre per il codice del 1942 aveva diritto solo a una quota di usufrutto; la nuova "riserva" a favore del coniuge (anche contro la volontà espressa nel testamento) è fissata in 1/3 del patrimonio in caso di concorso con un solo figlio (legittimo o naturale), in 1/4 in caso di concorso con più figli (art. 542), in 1/2 in assenza di figli e in concorso di ascendenti legittimi (artt. 540 e 544); in ogni caso è riservato al coniuge il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, «se di proprietà del defunto o comune» (art. 540); al coniuge separato sono riconosciuti gli stessi diritti successori del coniuge non separato, oppure un assegno vitalizio, a seconda che non gli sia stata o gli sia stata addebitata la separazione (art. 548).

Nell’ipotesi di successione "AB intestato" (senza testamento), al coniuge è attribuita la metà dell’eredità o un terzo di essa, a seconda che concorra con un solo figlio o con più figli (art. 581); in mancanza di figli, l’eredità spetta al coniuge per due terzi o per intero, a seconda che concorrano o meno ascendenti legittimi e/o fratelli e sorelle (artt. 582-583).

È opinione largamente diffusa tra gli studiosi del diritto che con la normativa appena richiamata (Legge n. 151/’75) il legislatore italiano abbia semplicemente inteso adeguarsi a una concezione più consona e aderente ai tempi: la "famiglia" vista come comunità primaria preesistente allo Stato; come momento propulsivo di una evoluzione e suggello di un nuovo equilibrio di tensioni morali, spinte psicologiche, trasformazioni sociali; come entità che assume a carattere essenziale la subordinazione degli interessi del singolo alla comunità stessa.

I primi della serie.

Affermazioni della giurisprudenza

Al sempre maggiore interesse di dottrina e giurisprudenza per la "famiglia di fatto" e per le problematiche a questa connesse, è significativamente confermato da numerose decisioni civili e/o penali della Corte di cassazione e dei giudici di merito (anche a seguito di pronunce della Corte costituzionale), dalla rilevante quantità di pubblicazioni giuridiche sulle varie tematiche via via emerse, dall’attenzione riservata all’argomento in talune disposizioni dell’ordinamento positivo.

Tralasciando per ragioni di "economia espositiva" ogni richiamo alla dottrina, è opportuno ricordare – anzitutto – alcune affermazioni giurisprudenziali in materia civilistica: per "convivenza more uxorio" (in dottrina si è sempre preferita l’espressione "famiglia di fatto") si intende «quella consuetudine di vita comune fra due persone di sesso diverso, che abbia il requisito subiettivo del trattamento reciproco delle persone, analogo, per contenuto e forma, a quello nascente dal vincolo coniugale e che abbia, altresì, il requisito della notorietà esterna del rapporto stesso quale rapporto coniugale, inteso non in senso assoluto, ma in relazione alle condizioni sociali e al cerchio di relazioni dei conviventi, anche se sempre con un certo carattere di stabilità» (Cassazione 23-4-’66, n. 1041; 23-5-’69, n. 1819; 22-6-’72, n. 2033; 17-8-’83, n. 5373).

Con sentenza 7486 del 13-12-’86, la Cassazione (sezione "Lavoro") ritenne che il giudice – al fine di stabilire se le prestazioni lavorative svolte nell’ambito di una convivenza more uxorio dessero o meno vita a un rapporto di lavoro subordinato – potesse escludere l’esistenza di un tale rapporto solo in presenza della dimostrazione rigorosa di una comunanza di vita e di interessi tra i conviventi (famiglia di fatto), che non si esaurisce in un rapporto meramente spirituale, affettivo e sessuale, ma, analogamente al rapporto coniugale, desse luogo anche alla partecipazione, effettiva ed equa, della convivente more uxorio alle risorse della famiglia di fatto.

Con sentenza 7-4-’88, n. 404, la Corte costituzionale dichiarò l’illegittimità dell’art. 6, comma 1, Legge 27-7-78, n. 392, nella parte in cui non prevedeva tra i successibili nella titolarità del contratto di locazione, in caso di morte del conduttore, il convivente more uxorio; dichiarò, inoltre, l’illegittimità dello stesso art. 6, nella parte in cui non prevedeva la successione nel contratto di locazione al conduttore che avesse cessato la convivenza, a favore del già convivente quando vi fosse prole naturale.

Dopo questa pronuncia, molte sentenze della Corte di cassazione e dei giudici di merito hanno riconosciuto l’applicabilità ai conviventi more uxorio di norme in materia di locazione, e in particolare la successione nel contratto e il beneficio della proroga legale nel caso di decesso del convivente, conduttore dell’immobile.

In tema di risarcimento del danno da fatto illecito, dal quale sia derivata la morte del convivente, è stato da tempo riconosciuto il diritto dell’altro convivente di costituirsi parte civile per ottenere il risarcimento del danno sia materiale che morale, sempre che tra i due vi fosse una relazione interpersonale con carattere di tendenziale stabilità, di natura affettiva e parafamiliare (Cassazione n. 2340/’94).

È stata pure riconosciuta la validità di accordi preventivamente stipulati dai conviventi more uxorio per l’ipotesi di rottura del loro rapporto (Cassazione n. 6381/’93, che ha ritenuto valido un comodato di appartamento, vita natural durante, a favore della convivente, non essendo la causa del contratto – basata sulla convivenza more uxorio – contraria a norme imperative, ordine pubblico o buon costume).

In materia di "impresa familiare", la giurisprudenza di legittimità (vedi Cassazione I, sentenza 2-5-’94, n. 4204) ha escluso la possibilità per il convivente di avvalersi della disposizione di cui all’art. 230 bis del Codice civile (del cui contenuto si è già detto).

Quanto alle pronunce in sede penale, la Cassazione ha ritenuto applicabile la disposizione dell’art. 572 del Codice penale (che punisce i «maltrattamenti in famiglia») e quella dell’art. 61, n. 11, dello stesso codice (che considera aggravato il «fatto commesso con abuso di relazioni domestiche») anche nei confronti dei conviventi more uxorio (vedi ex plurimis: Cassazione VI, sentenza 7073/’90; Cass. VI, sentenza 1067/’91; Cass. VI, sentenza 1999/’93; Cass. V, sentenza 7651/’96; Cass. III, sentenza 8953/’97).

Tra le previsioni di diritto positivo, vanno ricordati i seguenti interventi legislativi: la disposizione dell’art. 199, comma 3, del Codice di procedura penale (facoltà di astensione dei prossimi congiunti), secondo la quale la facoltà di astenersi dalla testimonianza si estende anche a «chi, pur non essendo coniuge dell’imputato, come tale conviva o abbia convissuto con esso»; la disposizione dell’art. 317 bis, comma 2, del Codice civile, secondo la quale, se il riconoscimento dei figli naturali è fatto da entrambi i genitori, l’esercizio della potestà spetta congiuntamente a entrambi qualora siano conviventi; la disposizione di cui all’art. 17 della Legge 179/’92, in materia di edilizia residenziale pubblica, prevede che nelle cooperative, in caso di decesso dell’assegnatario, il convivente more uxorio e i figli abbiano diritto a subentrare nell’assegnazione; la Legge 302/’90, contenente norme a favore delle vittime del terrorismo, dispone un’elargizione non solo a favore della famiglia delle vittime, ma anche a favore di persone a esse legate da vincoli familiari, compreso il convivente more uxorio.

Impegno del Governo e del Parlamento

Un limitato riconoscimento del rapporto di convivenza è contenuto in due disegni di legge di iniziativa del Governo, già approvati e attualmente in fase di discussione in Parlamento. Il primo (n. 159), presentato al Senato, prevede il ricorso al giudice per approntare una tutela urgente e immediata alla vittima (prevalentemente donna) della violenza domestica, consumata ai suoi danni dal partner o da altri uomini del nucleo familiare (padre, fratello, figlio); in particolare, l’art. 1, comma 1, prevede che, qualora la condotta del coniuge o del convivente sia pregiudizievole all’integrità o alla libertà fisica o morale dell’altro coniuge o convivente, il giudice, su istanza di parte, possa adottare un "ordine di protezione" (immediatamente esecutivo); l’art. 1, comma 4, prevede che il giudice possa: ordinare la cessazione della condotta pregiudizievole; ordinare l’allontanamento dalla casa familiare del coniuge o del convivente che ha tenuto la condotta pregiudizievole; disporre l’intervento dei servizi sociali; determinare, ove occorre, il pagamento di un assegno; l’art. 1, comma 12, da ultimo, prevede sanzioni penali per la violazione dell’ordine di protezione.

Il secondo disegno di legge (n. 4093), nell’ipotizzare una "nuova disciplina in tema di danno alla persona", prevede che ai fini del risarcimento del danno biologico e del danno morale – in caso di morte del danneggiato – al coniuge sia «equiparato il convivente di fatto, unito da stabile comunione morale e materiale con il danneggiato, che ne dia la relativa prova» (artt. 1-2).

Tra le proposte in tema di "famiglia di fatto" (e/o di "convivenza more uxorio"), si segnalano i progetti di legge n. 682 (d’iniziativa dell’onorevole Luciana Sbarbati - Gruppo misto) e n. 5933 (d’iniziativa dell’onorevole Anna Maria De Luca - Forza Italia) e il disegno di legge n. 616 (d’iniziativa del senatore Antonio Lisi - Alleanza nazionale).

Il progetto n. 682 definisce «rilevante», all’art. 1, la «convivenza non occasionale di due persone di sesso diverso che abbiano comunione di vita materiale e spirituale»; l’art. 2 prevede l’iscrizione, nei registri dello stato civile, del rapporto di convivenza more uxorio; l’art. 3 riconosce ai conviventi la possibilità di regolare liberamente i rapporti patrimoniali; il convivente more uxorio è aggiunto tra i beneficiari dell’impresa familiare di cui all’art. 230 bis del Codice civile (art. 4), può subentrare nel contratto di locazione in caso di morte del conduttore (art. 5), ha diritto al risarcimento del danno derivato da fatto illecito che determina la morte dell’altro convivente (art. 6); l’art. 7 attribuisce al convivente, sempre che la convivenza more uxorio abbia avuto durata di almeno tre anni, diritti successori che lo tutelino dalle conseguenze più gravose, stabilendo in suo favore il diritto di abitazione della casa adibita a residenza e l’uso dei mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni; il convivente è inserito tra le vittime del delitto di "maltrattamento in famiglia" (art. 8), compreso tra i "prossimi congiunti" non punibili per il delitto di cui all’art. 307 del Codice penale (art. 9), compreso anche tra le persone non punibili per delitti contro il patrimonio in danno dell’altro convivente more uxorio (art. 10); l’inserimento della dichiarazione di convivenza more uxorio tra le annotazioni da apportare sull’atto di nascita è previsto dall’art. 12.

Il disegno di legge n. 616 definisce, invece, la famiglia di fatto riconoscendo rilevanza giuridica ai «rapporti fra due persone di sesso diverso legate da comunione di vita materiale e spirituale perdurante da almeno tre anni» (art. 1); prevede una disciplina sostanzialmente analoga a quella appena esaminata (progetto n. 682), in ordine ai rapporti patrimoniali, all’impresa familiare, alla successione nel contratto di locazione, alla possibilità di chiedere al giudice di provvedere per l’affidamento e il mantenimento dei figli minori (in caso di cessazione della convivenza more uxorio), al delitto di "maltrattamento in famiglia", alla non punibilità per il delitto di cui all’art. 307 del Codice penale e per i reati contro il patrimonio.

Prevede, inoltre, che i conviventi siano tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità lavorativa professionale, a contribuire ai bisogni della famiglia di fatto (art. 1); che il convivente sia inserito tra gli obbligati a prestare gli alimenti (art. 1); che, in caso di cessazione della convivenza senza addebito di colpa, il convivente che si trovi in stato di bisogno abbia diritto di ottenere dall’altro un contributo al mantenimento (art. 7); che si estenda a favore del convivente anche il disposto dell’art. 570 del Codice penale in tema di «violazione degli obblighi di assistenza familiare» (art. 8).

Il disegno di legge prevede, infine, la tutela dei diritti successori dei conviventi, pur preoccupandosi di salvaguardare quelli spettanti ai coniugi: inserisce, infatti, il convivente fra i "legittimari" (e cioè fra le persone alle quali la legge riserva comunque una quota di eredità o altri diritti nella successione); prevede che sulla quota di riserva prevista per il coniuge separato (che, almeno di norma, ha gli stessi diritti successori del coniuge non separato; delle relative quote si è già detto nell’esaminare la normativa introdotta dalla legge 151/75) concorra anche il convivente del coniuge defunto (in misura di due terzi al coniuge separato e di un terzo al convivente); nella stessa proporzione (due terzi e un terzo) è previsto il concorso fra coniuge separato e convivente in caso di successione "AB intestato", e cioè senza testamento (le quote previste per il coniuge in tal caso dalla normativa vigente sono state anch’esse già indicate).

Il progetto di legge n. 5933 definisce rilevante ai fini successori la «convivenza, perdurante da almeno quattro anni, tra due persone legate da comunione di vita materiale e spirituale, che sia stata esteriorizzata nei rapporti sociali»; prevede che, in caso di successione testamentaria, a favore del convivente superstite che si trovi in stato di bisogno, sia riservata «un’indennità..., gravante sul patrimonio ereditario..., in misura pari a un sesto delle quote riservate dalla legge al coniuge legittimario»; sia inoltre riservato «il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare per un periodo di cinque anni»; spetti il «diritto di proprietà sui mobili di uso comune che corredano l’abitazione» (con esclusione dei mobili «di rilevante valore economico»); prevede che, in caso di successione "AB intestato", al convivente more uxorio che si trovi in stato di bisogno competa un sesto delle quote di eredità che la legge riconosce a favore del coniuge erede legittimo (nonché il diritto di abitazione e la proprietà dei mobili, nei limiti già indicati); prevede, infine, a favore del convivente che si trovi in stato di bisogno, il diritto di reversibilità della pensione e/o del trattamento di fine rapporto spettante al convivente defunto (in caso di concorso con l’altro coniuge, e/o con i figli minori nati dal matrimonio, tale diritto è pari a un sesto della quota spettante ai primi).

Tabella: Le unioni libere in Italia.

Il registro delle "unioni civili"

Alla regolamentazione dei rapporti fra le "parti di un’unione civile" (intese per tali due persone, anche dello stesso sesso, legate da comunione di vita materiale e spirituale perdurante da un certo tempo e risultante da iscrizione anagrafica o da atto pubblico) sono diretti – con proposte in buona parte analoghe, sì da renderne opportuna l’illustrazione unitaria – il progetto di legge n. 1020 (d’iniziativa dell’onorevole Nicola Vendola --Rifondazione comunista), il disegno di legge n. 935 (d’iniziativa del senatore Luigi Manconi - Verdi-Ulivo), il disegno di legge n. 1518 (d’iniziativa del senatore Ersilia Salvato - Rifondazione Comunista), il progetto di legge n. 2870 (d’iniziativa dell’onorevole Gloria Buffo - Sinistra democratica-Ulivo), il disegno di legge n. 2725 (d’iniziativa del senatore Graziano Cioni - Sinistra democratica-Ulivo).

L’"unione civile" è registrata dall’ufficiale di stato civile in apposito registro comunale, è riconosciuta quale titolare di autonomi diritti, non può essere motivo o fonte di discriminazione; sono cause impeditive alla certificazione dello stato di unione civile, sia la sussistenza di un vincolo matrimoniale, sia la sussistenza del vincolo derivante da altra unione civile; lo stato di parte di un’unione civile è equiparato a quello di membro di una famiglia ai sensi e per gli effetti della Legge 24-12-’54, n. 1128; l’unione civile cessa con la morte di una delle parti, ma può cessare tutti i suoi effetti attraverso una dichiarazione consensuale di separazione dei partecipanti (resa all’ufficiale di stato civile) o nel caso di richiesta di separazione presentata da una delle parti (in tale ipotesi gli effetti dell’unione civile sono protratti per un anno dalla data di presentazione della domanda); in caso di cessazione per volontà (consensuale o unilaterale) la parte economicamente più debole può chiedere al giudice la determinazione di un importo a titolo di mantenimento.

Il regime patrimoniale deve essere scelto dalle parti dell’unione civile, con convenzione stipulata per atto pubblico o con dichiarazione resa all’ufficiale di stato civile al momento della richiesta di iscrizione dell’unione nell’apposito registro (esso regime è modificabile con atto della stessa forma): in mancanza di scelta si applica il regime di comunione legale.

All’unione civile sono estesi tutti i diritti spettanti alla famiglia legittima (con piena equiparazione in ordine ai diritti dei figli, all’adozione o all’affidamento di minori, all’assistenza sanitaria e all’ordinamento penitenziario, all’interdizione o mobilitazione di una delle parti, alle decisioni relative allo stato di salute, al regime fiscale, ai diritti successori correlati alla qualità di coniuge).

Sono previste norme analoghe a quelle del progetto n. 682 e del disegno n. 616 (vedi sopra) in tema di risarcimento danni da fatto illecito con conseguenze mortali, di successione nei contratti di locazione, di impresa familiare, di non punibilità per il delitto di cui all’art. 307 del Codice penale.

L’equiparazione fra "unione civile" e "nucleo familiare" è espressamente prevista anche per esoneri e agevolazioni relativi al servizio militare, per le graduatorie di assegnazione di alloggi di edilizia popolare, per l’inserimento in graduatorie occupazionali, per i diritti e le facoltà derivanti dal rapporto di lavoro, per la facoltà di astenersi dal deporre (ex art. 199 del Codice di procedura penale).

Alla specifica disciplina delle relazioni tra persone dello stesso sesso (in Italia, secondo indagini di istituti specializzati, gli omosessuali sarebbero circa tre milioni) è rivolto il progetto di legge n. 4657 (d’iniziativa dell’onorevole Soda e altri deputati), che definisce «unione affettiva» il rapporto fra «due persone di maggiore età, dello stesso sesso, legate da vincoli affettivi, di solidarietà e di reciproca assistenza, morale e materiale» (art. 1).

Iniziative per gli omosessuali

La costituzione e lo scioglimento delle unioni affettive sono iscritti in appositi registri comunali; il rapporto fra i contraenti delle "unioni" è assimilato alla "relazione di coniugio", e alle unioni affettive si applicano le norme civili e penali relative al matrimonio (artt. 2-3).

La natura dell’unione comporta la sua irrilevanza sullo stato dei figli dei contraenti; è esclusa la disciplina delle adozioni dei minori; non si estende alle unioni affettive, se non prevista espressamente, la disciplina dettata dai trattati internazionali per il rapporto matrimoniale (art. 3).

Gli artt. 5-6 disciplinano la prevenzione e la repressione della discriminazione motivata dall’orientamento sessuale. L’art. 7 garantisce il diritto alla riservatezza sessuale (comunicando sanzioni penali per l’eventuale violazione). L’art. 8 vieta – nell’ambito dei corsi di formazione o educazione sessuale nelle scuole di ogni ordine e grado – qualsiasi manifestazione di intolleranza, dileggio, disprezzo, discriminazione o colpevolizzazione, nei confronti di scolari o studenti omosessuali. L’art. 9 prescrive l’esclusione, nei contratti sanitari assicurativi, di qualsiasi incidenza dell’orientamento sessuale (ai fini della determinazione dei premi da corrispondere e delle prestazioni da ricevere), sotto pena di sanzioni pecuniarie (art. 10).

Luciano Deriu
    

PREVALGONO LE GARANZIE

Diritti garantiti

In materia di rapporti con i figli, non ci sono differenze tra famiglia legittima e famiglia di fatto, poiché dal 1975 la situazione giuridica dei figli legittimi e dei figli naturali è stata del tutto equiparata. Però, se si rompe la convivenza, i genitori devono affrontare due giudizi: uno per l’affidamento e l’altro per il mantenimento.

  • Il partner può succedere nel contratto di affitto in caso di morte del titolare del contratto (sentenza n. 404, Corte costituzionale).
  • Può ottenere il risarcimento del danno in caso di morte del partner per incidente (sentenza n. 2340, Cassazione).
  • Il convivente può fare visita al partner in carcere (il nuovo regolamento penitenziario, in fase di preparazione, prevede un ulteriore ampliamento di questo diritto).
  • In caso di processo il partner può astenersi dalla testimonianza (art. 199, c omma 3, Codice di procedura penale).
  • Le coppie di fatto possono utilizzare i servizi dei consultori familiari.
  • In varie regioni la convivenza è titolo valutabile ai fini dell’assegnazione dell’alloggio popolare.

Diritti negati

  • Nessun diritto al mantenimento in caso di rottura della convivenza.
  • Avere i congedi dal lavoro per il partner ammalato.
  • Chiedere il visto di ingresso e il permesso di soggiorno per motivi familiari (con l’ultima legislazione è previsto solo se ci sono figli).
  • La pensione di reversibilità.
  • Non si può essere eredi, se non per testamento, e fatta salva in ogni caso la quota legittima spettante ai parenti.
  • Non si può scegliere il regime patrimoniale comune dei beni.
  • Non si può adottare né avere in affidamento bambini (è stato consentito in qualche caso solo alle single, e solo in casi particolari).

    

ANCHE IN ALTRE LEGGI

La Corte costituzionale ha riconosciuto alla famiglia di fatto, pur distinguendola da quella tradizionale, il valore di formazione sociale della personalità umana (art. 2 della Costituzione). Del resto, il sempre maggiore interesse della giurisprudenza per la famiglia di fatto e le sue problematiche sono confermati dalle numerose sentenze civili e/o penali della Corte di cassazione.

Le unioni di fatto sono considerate anche dalla legge sui consultori (L. 405/’75), dall’ordinamento penitenziario (art. 30, L. 354/’75), dalla normativa antimafia (art. 14, L. 646/’82) e antiterrorismo (L. 302/’90), dalle normative sulle cooperative a proprietà indivisa (art. 17, L. 179/’92).

   

"FAMIGLIA OGGI" NE HA GIÀ PARLATO

Il tema delle famiglie di fatto non è venuto alla ribalta recentemente. Già nel 1989 Famiglia Oggi vi aveva dedicato un numero monografico (maggio-giugno). Nonostante i dati di allora parlassero di 1,2% di coppie non coniugate, era stata indovinata la graduale espansione del fenomeno.

È interessante, quindi, osservare come è cambiata la situazione in dieci anni, ricordando che le coppie di fatto sono divenute 340.000, circa l’1,7% sul totale di quelle coniugate, e che l’approvazione della legge francese (Pacs) ha dato vita all’intensificarsi del dibattito anche in quei Paesi europei, come il nostro, dove tardava a esplodere. Nel numero dell’89 sono stati pubblicati i due progetti di legge presentati in Parlamento (dai partiti laici e dal Pci), testi su cui Ombretta Fumagalli Carulli si è dichiarata poco convinta. Giorgio Campanini sottolinea come tali unioni siano un sintomo di crisi della famiglia. Pierpaolo Donati riflette sulle conseguenze che deriverebbero dal riconoscimento di queste da parte dello Stato; mentre Giordano Muraro invita le giovani coppie all’ottimismo verso il futuro e a vivere l’amore riconoscendone il valore sociale. Paolo Ricca, pastore valdese, ha condotto la tematica nell’ambito del protestantesimo, dove il riconoscimento del matrimonio civile porta ad una maggiore tolleranza di fronte alla convivenza e arriva a individuare in essa un’unione dove prevale la forza dei sentimenti piuttosto che quella della legge. L’intervento del sociologo francese Louis Roussel, infine, riguarda i dati dell’Ined (Institut national d’études démographiques) relativi alla tendenza dei giovani europei verso la convivenza, che considerano comunque un’unione caratterizzata dall’obbligo di fedeltà.

Altre considerazioni e utili dati si possono trovare nel contributo di Giulia Paola Di Nicola (Come cambia la società in Italia, n. 45, 1990, pp. 14-27) e nel dossier di Alba Dini Martino (I divorziati risposati in Italia, n. 3, 1994, pp. 45-68). Più recente l’articolo di Alfredo Carlo Moro (Quale famiglia oggi?, n. 1, 1999, pp. 14-21), che applica le sue vaste conoscenze giuridiche al problema del riconoscimento delle famiglie di fatto. Nella stessa monografia, interamente dedicata alla famiglia italiana, il giornalista Beppe Del Colle (Le ambiguità della regolamentazione, n. 1, 1999, pp. 74-75) commenta il dibattito francese svoltosi alla vigilia del voto che ha approvato il Pacs (vedi pag.42).

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