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IL MATRIMONIO È IN CRISI?

Le "unioni" che scuotono i credenti

di Giuseppe De Rosa
(La Civiltà Cattolica)
            

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 2000 - Home Page Ci sono persone che non vogliono sposarsi. Altre lo vorrebbero, ma non possono. Tra le più diverse motivazioni, una le accomuna: la paura del vincolo definitivo. Ma la Chiesa non può escludere questi fratelli. Anzi, deve prendersi cura di loro.

Le "unioni di fatto" (mi sembra preferibile parlare di "unioni di fatto" piuttosto che di "famiglie di fatto", dato che il termine "famiglia" comporta un vincolo, religioso o civile, per sua natura permanente e pubblicamente riconosciuto dalla società) sono l’unione e la convivenza stabile, tra un uomo e una donna, senza nessun vincolo giuridico, né religioso (il matrimonio canonico) né civile (il matrimonio civile). Sono perciò unioni non de iure, made facto. È importante notare che si tratta di una convivenza "stabile" (anche se la stabilità è legata non a un vincolo oggettivo, ma alla libera volontà dei conviventi) tra un uomo e una donna (anche se c’è una tendenza, oggi, a considerare "unioni di fatto" pure le convivenze più o meno stabili che si instaurano tra due uomini o tra due donne).

Le "unioni di fatto" si verificano in due maniere: tra due persone – un uomo e una donna – non legate da nessun vincolo giuridico (religioso o civile), che stabiliscono tra di loro una convivenza stabile more uxorio; tra persone separate o divorziate che convivono con una persona che non è il proprio coniuge, senza aver stabilito un nuovo vincolo giuridico. Perciò, i divorziati risposati non costituiscono "unioni di fatto", avendo contratto un nuovo vincolo giuridico, civilmente riconosciuto.

Sono molti e molto diversi i motivi che oggi spingono le persone a costituire "unioni di fatto". Possiamo raggrupparli sotto due categorie.

La prima è quella delle persone che non vogliono sposarsi, sia perché non comprendono che senso abbia il matrimonio, sembrando loro una semplice cerimonia, costosa e inutile: se due persone si vogliono bene – esse dicono –, che bisogno c’è che, per vivere insieme, si sottopongano a una cerimonia che ad essi non dice nulla e che ha il solo scopo di far conoscere agli altri, che non hanno nessun diritto e nessun interesse a saperlo, il loro desiderio di vivere insieme, cioè un fatto che è soltanto loro, un fatto privato in cui gli altri non devono entrare?; sia perché temono di legarsi per sempre a una persona, perdendo così la libertà di separarsi da essa nel caso che il loro amore finisse o non ci fosse più accordo tra esse: non essendo legate da nessun vincolo, la loro eventuale separazione avverrebbe senza gravi traumi e senza dover ricorrere alle pratiche di separazione o di divorzio, che sono sempre dolorose e costose; sia perché trovano comodo essere senza vincoli, oppure vogliono semplicemente evitare i fastidi e le spese che il matrimonio comporta.

La seconda è quella delle persone che vorrebbero sposarsi, ma non possono, almeno per il momento. Si tratta di persone che non escludono il matrimonio, specialmente se dovessero nascere dei figli, ma per il momento non possono sposarsi: o perché non si sentono ancora pronti e maturi per affrontare le responsabilità del matrimonio; o perché non si sentono ancora sicuri che il loro amore sia sufficientemente forte per affrontare le prevedibili difficoltà del matrimonio e vogliono perciò avere un lungo periodo di tempo per mettere "alla prova" il loro amore; o perché, pur volendosi bene e sperando che il loro amore sia durevole, temono che il loro matrimonio, per difficoltà che possono nascere dalla diversità dei gusti e dei caratteri, per le infedeltà coniugali sempre possibili o per altri motivi, possa fallire, tanto più che vedono naufragare matrimoni attorno ad essi (forse anche nelle loro famiglie di origine); o perché non hanno ancora un lavoro stabile e tale che consenta loro di mettere su una famiglia; o perché non hanno ancora terminato gli studi, che per molti giovani di oggi vanno assai al di là del conseguimento della laurea; o perché non vogliono più restare in famiglia con i genitori, dipendendo da essi, ma vogliono avere una vita propria ed essere indipendenti.

C’è poi il caso – forse non tanto raro – di chi vorrebbe celebrare il matrimonio religioso, perché pensa che sia l’unico matrimonio vero; ma non ha la possibilità di contrarlo, perché non ha mai avuto e non ha ora la fede cristiana e perciò gli sembrerebbe di essere ipocrita e incoerente con se stesso se volesse o chiedesse di sposarsi in chiesa.

Il fenomeno delle unioni di fatto è il segno della crisi che nel nostro tempo il matrimonio attraversa, in quanto comunione stabile di vita fino alla morte. L’instabilità e il cambiamento fanno parte del mondo moderno, in cui in realtà tutto cambia con estrema rapidità e in cui pare che non ci sia nulla di solido e di immutabile, e il futuro sia incerto e assolutamente imprevedibile. Per tale motivo non si possono fare progetti a lungo termine, potendo le condizioni su cui un progetto si basa cambiare in tutto o in parte nel breve o nel medio periodo. Ora il matrimonio è, si potrebbe dire, un progetto a lungo, anzi, a lunghissimo termine, perché dura fino alla morte. Esso, infatti, richiede un impegno incondizionato e duraturo, un impegno "per sempre". Si comprende perciò che esso possa far paura. D’altra parte, il matrimonio è fondato sull’amore, cioè su un sentimento che, per quanto forte e profondo possa essere, tuttavia può venir meno per i più diversi motivi: per stanchezza, per incompatibilità di caratteri, per infedeltà coniugali, per il fatto di trovare in un’altra persona l’affetto e le soddisfazioni che il proprio coniuge non sa più dare.

Un legame che spaventa

Quello che oggi più spaventa nel matrimonio è il fatto che esso obblighi due persone a stare insieme anche quando l’amore tra loro è finito. Infatti, l’obiezione più forte che si muove al matrimonio religioso, per sua natura indissolubile, è che esso dura anche quando tra i coniugi non c’è più amore. È vero che in tal caso può esserci la separazione; ma essa non è una soluzione, perché il matrimonio è indissolubile, e dunque il vincolo matrimoniale permane anche con la separazione; lo stesso si dica del divorzio che, se scioglie il matrimonio cristiano dinanzi allo Stato, non lo scioglie dinanzi a Dio e alla Chiesa.

In altre parole, da una parte il matrimonio fa paura per l’impegno irreversibile e fino alla morte che esso comporta per la sua indissolubilità; dall’altra è visto come un legame che limita la libertà di fare in futuro scelte che potrebbero scoprirsi migliori e più confacenti al proprio carattere e ai propri sentimenti.

C’è poi da tenere presente il fatto che i giovani di oggi sono assai più insicuri dei giovani del passato proprio perché vivono in un mondo in continuo mutamento, in cui non ci sono punti di riferimento stabili e sicuri, in cui cioè si vive all’insegna della precarietà anche per quanto riguarda i propri sentimenti più profondi come l’amore per un’altra persona, che oggi c’è e in futuro potrebbe non esserci più. Il sentimento d’insicurezza nei giovani di oggi è poi confermato e accresciuto dai molti fallimenti di matrimoni a cui essi assistono e di cui parecchi di essi sono vittime. D’altro lato c’è nei giovani una maggiore fragilità psichica, anche per l’educazione che hanno ricevuto e che non li ha abituati al sacrificio, ad affrontare le difficoltà che ogni genere di vita comporta e che nella vita matrimoniale sono particolarmente forti.

Si spiega così che molti giovani e ragazze o non desiderino affatto sposarsi o rinviino il matrimonio a tempi migliori, quando cioè saranno più sicuri che il loro amore potrà durare e saranno nelle condizioni migliori per formarsi una famiglia, avendo un lavoro stabile e sufficientemente remunerato e una casa in cui poter vivere con quel minimo di agiatezza che oggi è ritenuto indispensabile.

Possiamo aggiungere che se oggi il matrimonio attraversa una grave crisi, non meno forte è la crisi del divorzio. Ricordo che quando il divorzio fu introdotto in Italia e, soprattutto, quando fu celebrato il referendum sul divorzio, si pensava che questo sarebbe stato la sanatoria dei fallimenti matrimoniali. Oggi le cose sono abbastanza cambiate. Certo, il numero dei divorzi è alto ma in calo, mentre il numero delle separazioni è in forte aumento, come è in aumento il numero delle persone separate che convivono di fatto. Ciò significa che molte – oltre il 50% – tra le persone sposate e separate preferiscono non chiedere il divorzio per poi risposarsi civilmente, ma vanno a convivere con altre persone senza risposarsi in Comune.

Come si deve giudicare, dal punto di vista religioso e cristiano, il fenomeno delle "unioni di fatto"?

Dal punto di vista dottrinale – dogmatico e canonico – le unioni di fatto non sono ammissibili. Secondo l’insegnamento della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio, l’unica forma di convivenza stabile tra un uomo e una donna battezzati è il matrimonio monogamico e indissolubile, cioè la comunione di vita tra un solo uomo e una sola donna che non può essere dissolta fino alla morte, sempre che, evidentemente, il vincolo sia stato contratto validamente, cioè consapevolmente e liberamente dai due coniugi, alla presenza di un ministro della Chiesa e di testimoni. In un mondo che è sempre più incerto sui grandi valori dell’esistenza umana, tra i quali il matrimonio occupa un posto di massimo rilievo, la Chiesa ha il compito di «evangelizzare il matrimonio» nella sua valenza cristiana e umana, anche se è cosciente che il messaggio incontra nella cultura attuale resistenze e opposizioni.

In realtà, almeno in Italia, il matrimonio, come forma di comunione di vita tra un uomo e una donna e come fondamento della famiglia, è accettato dalla massima parte degli italiani, anche se si devono notare due fatti: negli ultimi dieci anni i matrimoni sono diminuiti costantemente, anche se lentamente, passando dai 298.525 del 1985 ai 283.025 del 1995; le separazioni legali sono in continuo aumento, essendo passate dalle 36.163 del 1985 alle 52.323 del 1995, cioè dal 97,9 ogni 1.000 matrimoni nel 1985 al 158,4 nel 1995; si può osservare una maggiore tendenza delle coppie che si dividono a rompere l’unione nei primi anni di matrimonio: così, per i matrimoni celebrati nel 1990 i quozienti di separazione sono stati dell’8,1% dopo i tre anni; del 9,3% dopo i quattro anni e del 9,7% dopo i cinque anni.

Nonostante queste difficoltà, il matrimonio è ancora assolutamente maggioritario in Italia. Invece, le "unioni di fatto" sono ancora una piccola minoranza, anche se in crescita: erano 102.000 nel 1983; 264.000 nello scorso anno; attualmente, sono 340.000, su 21 milioni di nuclei familiari.

Il valore del vincolo

In questa situazione, il compito della Chiesa non è solo quello di dire di no alle "unioni di fatto", in quanto sono incompatibili con quanto la Chiesa insegna; è anche quello di mostrare il valore cristiano e umano del matrimonio tra due battezzati.

Il valore cristiano sta nel fatto che l’amore umano è elevato alla dignità di sacramento, cioè di segno dell’amore di Cristo per la Chiesa e quindi del dono totale e definitivo che Cristo fa di se stesso alla sua Chiesa. In altre parole, per mezzo della grazia sacramentale, propria del matrimonio cristiano, l’amore con cui un cristiano e una cristiana si amano è rinnovato ed elevato, in quanto partecipa ed è un riflesso dell’amore che unisce Cristo alla sua Chiesa, in modo tale che l’amore umano, che tende sempre a divenire un amore egoistico, per l’influsso della grazia sacramentale, diviene sempre più "oblativo" e si trasforma in "carità coniugale", che è la pienezza e il vertice dell’amore tra due persone.

Il valore umano del matrimonio cristiano sta poi nel fatto che esso crea tra due persone un vincolo definitivo che nulla potrà mai spezzare e che dovrà sussistere «nella buona e nella cattiva salute, in ogni circostanza, felice o avversa»: un vincolo perciò che dà agli sposi la gioia del dono di sé, totale e reciproco, e la sicurezza di poter trovare, l’uno nell’altro, l’amore, il sostegno, la forza di cui si ha bisogno nelle difficoltà della vita, che sono sempre affrontate in due. In realtà, solo nel matrimonio cristiano, che per sua natura è monogamico e indissolubile, si può avere la sicurezza di un amore costante e incondizionato di cui ogni persona umana ha bisogno, e solo nel matrimonio cristiano i figli possono crescere nella certezza che i loro genitori saranno sempre con loro. Le "unioni di fatto", in cui l’impegno dei conviventi è per sua natura temporaneo, non possono dare tali sicurezze né ai due conviventi né agli eventuali figli che dovessero nascere.

L’impegno della Chiesa

Ma la Chiesa non può limitarsi ad affermare l’incompatibilità delle unioni di fatto con il suo insegnamento. Deve anche prendersi cura di quei cristiani che sono impegnati in tali unioni. Infatti, anche se essi si trovano in una situazione irregolare, non per questo sono esclusi dalla Chiesa o sono da essa rigettati: essi sono e restano sempre figli della Chiesa. Questa perciò, per mezzo dei sacerdoti in cura d’anime e dei laici che sono in contatto, per amicizia, con persone unite di fatto, deve anzitutto far comprendere loro che non sono esclusi dalla Chiesa né messi fuori di essa: che devono pregare e partecipare alla vita liturgica, in primo luogo alla celebrazione eucaristica settimanale e alle attività della parrocchia, anche se, per la loro situazione attuale, contraria all’insegnamento stesso di Gesù e della Chiesa, non possono ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia.

In secondo luogo, con grande spirito di comprensione umana e cristiana, la Chiesa deve informarsi dei motivi che hanno portato i conviventi a scegliere la convivenza invece del matrimonio cristiano, cercando di appianare le eventuali difficoltà che essi possono avere a celebrare il matrimonio religioso.

Certamente, la cosa è molto delicata e anche assai difficile: perciò va fatta con molto rispetto della coscienza e delle convinzioni delle persone; ma è compito della Chiesa aiutare i cristiani che si trovano in situazioni irregolari ad uscire da tali situazioni, prendendo coscienza delle esigenze della vita cristiana. È detto nel Direttorio di pastorale familiare in Italia, approvato dalla Conferenza episcopale italiana (maggio 1993): «L’individuazione precisa delle vere ragioni che hanno condotto alla semplice convivenza permetterà di offrire contributi più efficaci e mirati per aiutare le persone conviventi a chiarire la loro posizione, a superare le difficoltà incontrate, a spianare la strada verso la regolarizzazione del loro stato: rimane questa, infatti, la meta verso cui tendere.

Attraverso un fraterno dialogo e una paziente opera di illuminazione, i pastori e i laici che fossero a conoscenza di tali situazioni si adoperino, quindi, affinché esse, quando sono unioni con un solido fondamento di amore reciproco, si risolvano con la celebrazione del matrimonio» (n. 228).

Giuseppe De Rosa

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