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QUALE INTERVENTO IN CAMPO PASTORALE

L’inutile imposizione della legge

di Giordano Muraro
(teologo moralista, esperto di pastorale)
            

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 2000 - Home Page Nella Bibbia e nel Vangelo la famiglia non è un’unità chiusa in se stessa, ma trova il suo senso nel rapportarsi con l’esterno. Per questo, è compito del cristiano comprendere e insegnare l’importanza del rapporto che le unioni di fatto, hanno con la società.

Il riconoscimento delle unioni di fatto è per il cristiano un problema (1). Anzitutto perché, da un punto di vista propriamente cristiano, priva il matrimonio della grazia del sacramento che dona all’uomo e alla donna la capacità di amarsi per sempre «come Cristo ama». In secondo luogo perché da un punto di vista umano non sembra garantire quella durata nel tempo che è indispensabile quando una persona prende in carico la vita e il destino di un’altra persona.

Terzo, perché la società non può essere certa che la coppia svolgerà quei "servizi sociali" che solo un uomo e una donna stabilmente uniti possono assicurarle e che fondano nella coppia il diritto di attendersi dalla società aiuti e previdenze (2). Precisiamo subito che la nostra riflessione è pastorale, cioè muove da una visione cristiana della vita, e segue un processo che parte dall’esame delle unioni di fatto, risale alla Parola di Dio per capire come debbano essere giudicate, per poi ridiscendere alla realtà per orientarla secondo la Parola di Dio.

Non ci occuperemo propriamente delle unioni di fatto, ma della tendenza della società a riconoscerle giuridicamente e a equipararle alle famiglie legali. Dietro l’espressione "unioni di fatto" si celano situazioni diverse, anche se tutte hanno in comune l’assenza dell’istituzionalizzazione. Ci sono almeno tre tipi di unioni di fatto.

Le unioni di fatto "ideologiche", cioè quelle fondate sulla convinzione che spetta alle persone determinare il modo e la durata del loro vivere insieme, e lo Stato deve limitarsi a riconoscerle come una legittima forma di unione che ha pari dignità del matrimonio istituzionalizzato (3).

Le unioni di fatto "obbligate": riguardano le persone che non possono accedere a un matrimonio istituzionalizzato, anche se lo desiderano, come avviene nel caso dei separati, degli anziani che non intendono perdere la pensione di reversibilità, le unioni omosessuali. In questa categoria possiamo inserire anche quelle persone che hanno una profonda avversione psicologica a tutto ciò che risulta obbligatorio o costrittivo, e non sopportano di vivere l’amore in un quadro legislativo.

Le unioni di fatto "transitorie": riguardano le persone che sono sostanzialmente orientate al matrimonio, ma che per motivi di varia natura (casa, lavoro, situazione economica, impegni assunti con contratto) non sono ancora in grado di sposarsi ufficialmente. In questa categoria rientrano le convivenze "di esperimento o di corteggiamento", cioè le convivenze di quei giovani che fanno precedere un tempo di prova prima di prendere una decisione definitiva, e anche le convivenze di quei giovani (spesso immigrati) che si mettono insieme per condividere casa e spese e finiscono col diventare conviventi.

Le unioni di fatto in Italia (4) non sono numerose. Secondo il rapporto Istat 1999 (5) sono 340.000. In un’analisi curata da Barbagli-Saraceno nel 1997, gli autori (6) affermano che non c’è un grande spostamento di cifre e di opinione negli anni. Il censimento del 1991 ne conta 215.631, l’1,6% delle coppie, una cifra non lontana dall’indagine del 1983 che ne aveva stimate 192.000, e dall’Indagine multiscopo del 1993-95 che ne aveva contate 237.000 (7). Guardando dentro le cifre notiamo che le convivenze "ideologiche" non sono numerose. La maggior parte delle convivenze sono "obbligate" o "transitorie", cioè convivenze che si risolvono nel matrimonio o che sono scelte per impossibilità di contrarre nozze regolari.

Dietro le convivenze troviamo situazioni diverse che hanno in comune l’assenza di istituzionalizzazione. Non sono numerose; tuttavia, il loro eventuale riconoscimento giuridico è una questione da risolvere.

Anche a livello di opinione pubblica le convivenze non sembrano godere molto favore. L’80% degli italiani, infatti, preferisce il matrimonio e solo il 17% opta per la convivenza; ma di questo 17% solo il 3% considera la convivenza una scelta definitiva, mentre il 14% la ritiene una forma transitoria, che è destinata a risolversi nel matrimonio (8).

Questo breve cenno serve a correggere la convinzione che le convivenze siano una richiesta diffusa, e che siano il frutto di una scelta disimpegnata o di una contestazione del matrimonio istituzionalizzato. Le convivenze scelte come forma alternativa al matrimonio sono poche. Per questo non si capisce perché alcune correnti politiche e grande parte dei mass-media presentino il riconoscimento delle unioni di fatto come la risposta a una domanda che nasce da vasti strati della popolazione. C’è una vera sproporzione tra la campagna a favore delle unioni di fatto e la reale consistenza numerica.

Possiamo ipotizzare delle risposte al perché di questa attenzione sproporzionata. Per alcuni le unioni di fatto sono uno dei tanti risultati della concezione individualistica della relazione tra Stato e cittadino. Il cittadino reclama il massimo di libertà, e pretende che lo Stato dia riconoscimento alle sue scelte, limitando il rifiuto solamente a quelle richieste che compromettono gravemente il bene pubblico (9).

Dietro questa prima motivazione si può nascondere la tendenza (anche se inconscia) a indebolire un modello di famiglia che non è funzionale all’impostazione del lavoro. Oggi la produzione richiede persone che siano libere da vincoli, soprattutto familiari, che impediscono la piena mobilità e disponibilità. L’uomo e la donna sposati diventano un onere lavorativo gravoso, non solo perché si devono prevedere assenze per motivi familiari, ma anche perché ogni richiesta di trasferimenti, straordinari, cambiamenti, cassa integrazione, licenziamenti incidono su tutto un gruppo familiare. È più facile licenziare una persona che «non tiene famiglia» che una persona con moglie e figli.

Possiamo trovare una terza ragione, legata alla situazione familiare di non pochi politici, amministratori locali, giornalisti che non vivono una situazione matrimoniale e familiare regolare. La loro esperienza personale impedisce di vedere e di capire la differenza tra la famiglia fondata sul matrimonio e le "unioni di fatto". Anzi ritengono che sia segno di intelligente tolleranza riconoscerle perché – dicono – sono una forma di solidarietà che dev’essere apprezzata e sostenuta da una società povera di rapporti interpersonali (10).

Il credente vuole sapere se ci sia spazio per queste nuove forme di unione. Dio ha parlato del matrimonio, una prima volta attraverso la natura, nel senso che ha reso l’uomo capace di capire cos’è il matrimonio, leggendo dentro di sé. E ha parlato una seconda volta attraverso la rivelazione, svelando un progetto nuovo che perfeziona il piano naturale, e fa assumere al matrimonio una funzione più alta.

Leggendo e ascoltando la Parola di Dio, vediamo che è abbastanza facile capire come Dio intenda i rapporti interni della coppia e della famiglia; invece non è altrettanto facile capire come Dio concepisca i rapporti tra famiglia e società.

Tanto la ragione quanto la rivelazione presentano il matrimonio come l’unione di un uomo e di una donna, legati tra loro da un amore fedele e fecondo. Questa concezione la troviamo affermata già nella Genesi («saranno due in una sola carne»), confermata nel Cantico dei Cantici, nella letteratura profetica, nella dichiarazione del Cristo («non separi l’uomo ciò che Dio ha unito») e in san Paolo («mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa»). Nello stesso tempo vediamo che Dio non concepisce la coppia e la famiglia come un’intima comunione di vita e di amore chiusa in se stessa. Fin dagli inizi afferma che «non è bene che l’uomo sia solo...», ma aggiunge subito: «crescete, moltiplicatevi, riempite la terra e dominatela...».

La famiglia non è solo il luogo dove l’uomo e la donna si amano e amano i figli, ma è un’esperienza che si estende alla parentela e a tutto il popolo, con varie forme di intervento e di ospitalità. Interagisce con la comunità ricevendo e donando vita per il bene materiale e spirituale delle persone.

Cosa dice la Parola di Dio

La famiglia della prima alleanza partecipa attivamente alla storia passata e presente del popolo: porta in sé la storia dei suoi antenati, si apre alla storia dei suoi figli e la prepara. La persona singola fa parte della famiglia e da essa riceve leggi, costumi, tradizioni, mentalità; a sua volta la famiglia fa parte del popolo, e da esso riceve le leggi della sua vita. È la prima comunità a cui il legislatore fa riferimento per organizzarsi e per intraprendere grandi imprese, come l’esodo verso la terra promessa, il ritorno in patria dopo l’esilio, la ricostruzione della città e del tempio.

Da questa partecipazione alla vita del popolo la famiglia riceve benefici materiali e spirituali. Giunge alla terra promessa perché resta e collabora con il popolo in cammino; ritorna in patria e ritrova se stessa e il suo rapporto con Dio perché vive nel popolo e con lui interagisce. Non avanza la pretesa di darsi le leggi della sua vita e della durata della sua vita. È nel popolo che la famiglia ritrova le leggi e la vita.

Nella Nuova Alleanza Dio chiede espressamente che la famiglia trascenda se stessa e viva in un orizzonte più vasto che le apre prospettive nuove di vita. L’affermazione: «chi ama il padre, la madre, i figli più di me, non è degno di me», non sminuisce, ma colloca i rapporti familiari in un progetto che li arricchisce nel momento stesso che sembra sminuirli. Nella visione cristiana la famiglia non è una comunità chiusa in se stessa, non obbedisce solo alle sue esigenze, ma accoglie proposte che provengono dall’esterno e che possono essere tali da cambiare profondamente il corso normale della sua vita. Anche san Paolo rivela che la famiglia viene coinvolta in una storia più grande di quella pensata dagli uomini, quando nella lettera agli Efesini chiede che i mariti amino le mogli come Cristo ama la Chiesa. In questa frase non c’è solo il programma di vita della coppia nei suoi rapporti interni (animati da un amore salvifico unico, fedele, fecondo di vita), ma c’è anche l’invito a inserirsi attivamente in un progetto che supera le mura domestiche e la colloca in una particolare comunione con tutti coloro che sono, con lei e come lei, in cammino verso la salvezza. Ogni sacramento, ma in particolare i sacramenti dell’ordine e del matrimonio servono a edificare il Corpo mistico dove ognuno vive non solo per sé, ma per tutti. L’amore che lega gli sposi e tutti i membri della famiglia è l’amore di carità, cioè un amore particolare che si porta principalmente su Dio e da Dio si estende a tutti gli amati da Dio: in primo luogo a coloro con i quali si forma la comunità domestica, ma poi a tutti quelli che con la chiesa domestica formano la grande comunità ecclesiale. La famiglia cristiana accoglie il progetto di Dio dove sono tracciate le leggi delle sue relazioni interne e il modo di aprirsi alla comunità per diventare con essa salvezza per sé e per tutta la comunità umana (11).

Si potrebbe obiettare che questo modo di concepire e di vivere la famiglia dipende dalla cultura dell’Antico Testamento e dalle esigenze della Nuova Alleanza. In altre parole: riguarda solo le persone che credono nel piano salvifico di Dio, realizzato in Cristo. Lo Stato può rispettare questa concezione, ma non può sentirsi vincolato.

Non è vero. Il progetto presentato da Dio alla famiglia è già in qualche modo presente nella natura dell’uomo, perché Dio non è venuto ad abolire, ma a perfezionare quello che già aveva scritto nella natura. Lo capiamo se, invece di partire dalla famiglia, partiamo dalla persona che ha bisogno di famiglia. È la persona con i suoi bisogni che dice come dev’essere la famiglia e in quale rapporto deve stare con la società.

Esaminando la natura dell’uomo vediamo che per esistere e svilupparsi ha bisogno di due luoghi umani, la famiglia e la società. Entrambi sono necessari, anzi indispensabili, perché ognuno dei due risponde a esigenze diverse della vita e della crescita della persona. La famiglia promuove la persona con il grande e originale strumento che possiede, l’amore. Solo l’amore è capace di rispondere ai bisogni della prima personalizzazione e socializzazione; come pure solo l’amore garantisce una presenza continua e attenta nella vita della persona. La società invece perfeziona l’opera iniziata dalla famiglia, creando le condizioni di giustizia che permette a ognuno di trovare risposta ai suoi molteplici bisogni e diritti: il diritto al lavoro, alla sicurezza, alla cultura, alla salute. L’uomo per diventare persona ha bisogno tanto della famiglia quanto della società: nessuna delle due è sufficiente da sola a rispondere a tutte le esigenze della persona.

Per questo la famiglia e la società non solo non devono contrapporsi o ignorarsi; ma devono riconoscersi a vicenda e interagire tra loro mettendosi entrambi al servizio della persona. In particolare, entrambi devono conoscere, apprezzare e rispettare la funzione specifica che ognuna delle due svolge per la formazione della persona. Nello stesso tempo ognuna delle due deve prendere coscienza dei propri limiti e della necessità di essere aiutata dall’altra per svolgere nel modo migliore il compito di formare la persona. La società riceve molto da una famiglia unita e stabilizzata nell’amore fecondo; a sua volta la famiglia riceve molto da una società che vive nell’ordine e nella giustizia, e provvede a dare ad ognuno – comprese le famiglie – il "suo".

Entrambi devono collaborare, cioè devono aiutarsi a svolgere la loro funzione specifica, senza invadere il campo dell’altro. La famiglia deve lasciare alla società quei compiti che superano le sue capacità; la società a sua volta deve lasciare alla famiglia quei compiti che sono di competenza della famiglia e che la società non è in grado di svolgere. Ancora: la società deve aiutare la famiglia a nascere e a svilupparsi con opportune leggi, previdenze, assistenza, servizi. La famiglia a sua volta deve educare i suoi membri al senso del bene comune e al dovere di contribuirvi, mettendosi al servizio della società (12).

L’intervento pastorale

Per intervenire da cristiani sul problema delle "unioni di fatto" dobbiamo partire dalla Parola di Dio e giudicare il comportamento della società verso la famiglia, per poi passare a una proposta per modificare questo comportamento.

Anzitutto dobbiamo costatare che la società non ha ancora preso coscienza della funzione fondamentale che la famiglia svolge nella formazione della persona e – di conseguenza – non ha ancora capito come deve collocarsi di fronte alla famiglia. In genere prende l’atteggiamento di una super-istituzione che ha il potere di decidere la funzione e il destino di tutte le altre, compresa la famiglia. Non ha colto la differenza che esiste tra la famiglia – comunità "naturale" – e tutte le altre istituzioni (scuola, sanità, lavoro, economia, cultura, tecnica). Di conseguenza ritiene di poter trattare la famiglia come tratta qualunque altra istituzione. Dimentica che non ha potere sulla natura della famiglia, e non può arrogarsi il diritto di dire cos’è la famiglia e come la famiglia deve strutturarsi, perché tanto il singolo quanto la società devono limitarsi a interpretare quanto è stato scritto da Dio nella natura dell’uomo e nelle sue istanze autentiche.

In secondo luogo dobbiamo costatare che la società non ha ancora preso coscienza dei benefici che riceve da una famiglia la cui stabilità e continuità non è lasciata all’arbitrio dei contraenti, ma viene garantita da un patto che i coniugi stabiliscono con la società nel momento in cui si sposano. Con questo patto i coniugi si impegnano a prendersi in carico con un amore indissolubile che ha un duplice effetto. Il primo è sui rapporti interni, perché l’amore indissolubile porta ognuno dei due a diventare per l’altro e per i figli sicurezza, protezione, assistenza, conforto, equilibrio, gratificazione, umanizzazione, per sempre. Il secondo è sulla società, che viene sollevata da una quantità rilevante di servizi che dovrebbe prestare ai singoli e che invece vengono assicurati dalla famiglia, con minori spese e con risultati superiori perché ispirati dall’amore.

Da ultimo, dobbiamo costatare che dall’ignoranza dei meriti della famiglia nasce l’atteggiamento apparentemente tollerante della tendenza a riconoscere le "unioni di fatto". Basterebbe fare un semplice confronto tra i servizi offerti alla società dalle famiglie legalizzate e ciò che invece fanno (meglio, non fanno) le "unioni di fatto", per capire l’ingiustizia che si verificherebbe se la società equiparasse le une alle altre. Nulla vieta che la società dia un aiuto a ogni forma di solidarietà; ma l’aiuto dev’essere proporzionale a quello che ognuno fa per le persone e per il bene comune, e soprattutto dev’essere dato quando questa forma di solidarietà non è dannosa per la vita delle persone e della società.

Come agire sulla cultura?

Le convivenze non sono in se stesse un fatto ancora rilevante; è più rilevante l’interesse che la cultura in genere (stampa, mass media, politica) dimostrano per le convivenze. Per questo, l’azione pastorale dovrà essere diretta principalmente alla cultura e solo secondariamente alle persone.

Non basta prendere atto della cecità dello Stato nei confronti della famiglia (13). È necessario prendere coscienza anche che lo Stato sembra restio a cambiare opinione e posizione nei confronti della famiglia. In questo è aiutato dagli stessi cittadini, che sembrano aver perso il senso del bene comune e utilizzano la società come un grande serbatoio di risorse, senza ricambiare in qualche modo il bene che ricevono. In questa mentalità è facile che anche la famiglia venga pensata in termini individualistici, come una esperienza che deve dare molto senza doversi in essa impegnare. Per questo la prima azione pastorale consiste nel far prendere coscienza alle persone singole, alla famiglia e alla società della vocazione a cui Dio le ha chiamate attraverso la voce della natura e della grazia.

Come? Mobilitando tutti gli uomini di buona volontà e in primo luogo le stesse famiglie. Questa azione non può essere il risultato della buona volontà di una o poche famiglie, ma deve essere l’azione congiunta di tutte le famiglie riunite nelle associazioni familiari, perché solo in questo modo possono avere udienza e voce presso gli organismi dello Stato e possono far valere le loro richieste. Ma questo suppone un lavoro previo: la presa di coscienza di tutte le famiglie di quello che sono e di quello che valgono, perché troppo spesso la famiglia – che è trattata da Cenerentola – pensa di non valere più di Cenerentola. E pur faticando per portare avanti tra mille difficoltà il suo compito di amore, non pensa di avere un vero diritto ad essere aiutata, protetta, difesa, sostenuta dalla società. Non si possono avanzare dei diritti se non si ha coscienza di averli.

I gruppi famiglia

Per questo, oltre all’azione educativa che le famiglie associate devono svolgere nei confronti della società, si deve aggiungere l’azione delle famiglie tra di loro. Non è facile per la famiglia capirsi e capire l’importanza che ha come comunità naturale. Anche perché per troppo tempo non si è parlato della famiglia e ancora oggi se ne parla in modo inadeguato. I temi che riempiono le pagine dei giornali e i dibattiti pubblici riguardano l’economia, la tecnica, la scuola, la politica, lo sport, la moda, ma per la famiglia non c’è posto. La famiglia continua a essere confinata nel ruolo di spettatrice senza diritto di parola. Anzi, deve subire le decisioni del mercato, della moda, della tecnica, della politica, dell’economia, della cultura. Non è soggetto, ma semplice oggetto. Oggi diventa indispensabile svolgere un’azione massiccia di presa di coscienza da parte di tutte le famiglie di quello che sono, di quello che fanno, di quanto valgono.

Uno dei luoghi in cui è possibile realizzare questa operazione può essere il gruppo. Oggi i gruppi si stanno moltiplicando, ma non possono limitarsi a svolgere un’azione di formazione delle persone ai rapporti coniugali e familiari e alla loro crescita spirituale, anche se questa azione è indispensabile per mettere la famiglia in grado di svolgere quella funzione di testimonianza con la quale è possibile convincere l’opinione pubblica che il vero luogo di crescita della persona è la famiglia fondata sul matrimonio. Devono preoccuparsi anche della formazione sociale e far capire che la famiglia oggi non può demandare ad altri la sua promozione e difesa. Lo Stato ci pensa poco, e l’opinione pubblica, pur avendo una tacita stima per essa, non leva mai la voce per difenderla quando è necessario. Sono le famiglie stesse che devono assumersi questo compito. Devono aggiungerla alla fatica dell’essere e del fare famiglia.

Educare al sociale

Non è possibile riscoprire il valore della famiglia e la sua funzione essenziale verso la società se prima le persone non vengono educate a riscoprire la dimensione sociale presente nella loro natura. L’uomo si realizza in una rete di relazioni, e tra queste le relazioni familiari e quelle sociali sono le fondamentali. Ma è proprio questa dimensione sociale che comporta un superamento della visione puramente individualistica e il passaggio a una dimensione collaborazionista. L’uomo non può limitarsi a esibire i suoi diritti e i suoi bisogni, aspettando che "qualcuno" li esaudisca. La risposta ai suoi bisogni la trova nel bene comune, che è detto "comune" proprio perché tutti ne hanno bisogno, ma nessuno può da solo costruirlo: è costruito con il concorso di tutti e deve poi essere ridistribuito a tutti in misura proporzionale al bisogno di ognuno. Questo vale per il bene comune della società come per il bene comune della famiglia.

Per questo a poco servirebbe insistere sulla necessità del rito se questo non è accompagnato dalla convinzione che il rito è l’espressione esteriore della consapevolezza e dell’impegno a vivere l’amore anche nella sua dimensione sociale. Il riconoscimento delle "unioni di fatto" può radicare ancor più quella concezione individualistica che tende a ignorare il principio della crescita attraverso la collaborazione e la conseguente autolimitazione. Il cristiano interpreta questa tendenza come un ritorno al peccato originale, dove la dissoluzione della persona e della società ha portato a un individualismo esasperato, che è la premessa alle lacerazioni che portano l’umanità alla sua dissoluzione.

Se non si ritorna al concetto di bene comune non è possibile costruire né la famiglia né la società; ma si scatenerà una lotta in cui prevarrà chi è più forte.

È possibile intervenire in più modi. Ne ricordiamo in particolare due. Il primo – animato da spirito di difesa e di conquista del consenso perduto – utilizza le armi della dialettica e della legge, allo scopo di ricondurre tutta la società alla famiglia fondata sul matrimonio. Il secondo – animato da uno spirito di proposta e di tolleranza – punta sull’annuncio fatto con la persuasione e con l’esempio della vita. Questo può valere anche nel nostro caso.

L’impegno personale vale in modo particolare oggi, perché nella situazione della multietnicità e della multiculturalità non è possibile chiedere che i problemi vengano sempre risolti attraverso gli interventi legislativi. È vero che il legislatore non può permettere ciò che offende la dignità della persona e della convivenza sociale, ma è anche vero che oggi è difficile stabilire il confine tra il lecito e l’illecito, tra il giusto e il conveniente, tra ciò che bisogna ad ogni costo imporre e ciò che invece è lecito tollerare. Per questo devono essere gli stessi cittadini a convincere con l’esempio della vita quello che la legge non può ottenere con l’imposizione. È un cammino più difficile e faticoso, ma è anche il più convincente. Il "guardate come si amano" ha un potere di convinzione infinitamente superiore alle imposizioni della legge!

Giordano Muraro
   

ACCETTARE LE NUOVE REALTÀ FAMILIARI

Famiglie monogenitoriali, ricostituite, unipersonali: sono termini che coloro che studiano o lavorano nel sociale hanno imparato a conoscere. Si tratta di fenomeni relativamente recenti ma in continua espansione, che rappresentano, comunque, l’ineluttabile trasformazione della nostra società che si è rivelata, forse suo malgrado, pronta ad accettare le novità e le diversità.

«Non esiste un modo di essere e di vivere che sia il migliore per tutti [...]. La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse»: sono le parole che il sociologo francese Emile Durkheim scrisse nel 1888 e che Anna Laura Zanatta, anch’essa sociologa, riporta nell’introduzione del suo saggio Le nuove famiglie (Il Mulino, Bologna 1997), ritenendole, a ragione, attuali e lungimiranti.

La Zanatta si riferisce a una rivoluzione demografica che ha le sue radici nelle profonde trasformazioni socioeconomiche e culturali, coinvolge, tra l’altro, tutta l’Europa e portando a mutamenti familiari considerevoli.

Per questo la studiosa ricorda che le nuove realtà, caratterizzate dal declino del matrimonio, sono aspetti concreti difficilmente contestabili con cui bisogna fare i conti. E sottolinea che se le famiglie di fatto rappresentano certamente la crisi del matrimonio, non sono, tuttavia, sintomo di una crisi della vita di coppia.

   

"COS’È PER ME LA LIBERTÀ"

Dopo il successo riscosso lo scorso anno la Fondazione Benedetta D’Intino annuncia la III edizione del concorso "Disegna tu la copertina: da’ colore alla vita". Si tratta di un’iniziativa rivolta agli alunni delle scuole elementari, che potranno partecipare come classe o individualmente.

I temi da cui trarre ispirazione sono: cos’è per me la libertà; realizzo un fumetto per aiutare i bambini del mondo; invento uno spot per non abbandonare gli animali. Una volta deciso il titolo, i ragazzi potranno realizzare il loro lavoro con la tecnica che preferiscono. Saranno premiate l’originalità e la fantasia. Nella giuria, oltre a Cristina Mondadori, presidente della fondazione, figura anche Vincenzo Nisivoccia, noto pittore milanese, che darà un giudizio tecnico sugli elaborati.

Scopo dell’iniziativa è quello di sensibilizzare gli alunni delle scuole elementari sui molteplici problemi dell’infanzia disagiata e aprire, in modo simbolico, una finestra sul mondo dei bambini portatori di handicap.

Il disegno più bello verrà pubblicato come copertina del Notiziario della Fondazione e del Centro Benedetta D’Intino, l’house organ attraverso cui vengono informati amici e sostenitori sulle attività svolte e su quelle in progettazione. Gli elaborati dovranno pervenire presso la fondazione "Benedetta D’Intino" - via della Signora 4 - 20122 Milano, entro il mese di aprile 2000 per la valutazione.

La premiazione, a cui sono invitati i compagni di classe dei vincitori, insieme con i genitori e gli insegnanti che hanno coordinato la realizzazione dei lavori, avrà luogo entro la fine dell’anno scolastico nella sede della fondazione. Per l’occasione sarà allestita una mostra in cui verrà esposta una selezione degli elaborati. In palio per i primi tre classificati una coppa, dei libri offerti da Arnoldo Mondadori Editore e alcuni programmi didattici per Pc messi a disposizione sempre dalla Mondadori Informatica.

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