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INCONTRI - UN PASTORE VALDESE RISPONDE: INTERVISTA A PAOLO RICCA

Le due facce delle convivenze

di Cristina Beffa
    

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 2000 - Home Page L’ampliarsi del fenomeno non dovrebbe scandalizzare, né creare allarme. Ma l’inquadramento matrimoniale rappresenta un aiuto soprattutto se vi sono figli. Sono, infatti, loro la "variante" più importante per indurre i genitori a regolarizzare il rapporto.

«È fondamentale distinguere le coppie di fatto dalle famiglie di fatto, perché la variante "figlio" è importantissima e dovrebbe indurre chi lo ha messo al mondo a volerne il riconoscimento sociale, accettando l’inquadramento giuridico della relazione di coppia».

Lo precisa Paolo Ricca, pastore valdese, docente di Storia della Chiesa ed ecumenica. Sposato con Stella, ha due figli. Nativo di Torre Pellice, vive a Roma dove insegna presso la facoltà valdese. Ricca non si attarda in discorsi vacui. Lo caratterizzano modi cordiali ma spicci, anche se qualche volta indugia nella precisazione del suo pensiero e di quanto ha detto. È un uomo aperto al dialogo con le altre religioni.

  • Che atteggiamento avete verso le famiglie di fatto?

«Nessun nostro Sinodo, che, come lei sa, è la massima autorità, si è pronunciato sulle famiglie di fatto perché noi lasciamo alla libertà individuale ogni decisione in materia di morale sessuale. Tuttavia, le nostre opinioni al riguardo riflettono un sentire comune».

  • Per quali ragioni due persone si promettono fedeltà rifiutando ogni riconoscimento, anche di tipo civile?

«Secondo me, questo orientamento rivela disinteresse, disaffezione, disamore per l’inquadramento matrimoniale. La coppia non si considera parte della comunità e quindi si isola, esce dall’anagrafe, dal gregge. Inoltre, vi leggo anche una certa paura che le giovani generazioni hanno per l’impegno definitivo. La sanzione esterna e controllata le spaventa. Però va tenuto presente che in questi anni si va allargando l’esperienza della mobilità professionale. I contratti a termine sono un’esperienza frequente. E questo incide sulla mentalità».

  • Il fenomeno delle convivenze non è nuovo. A quando risale?

«Durante tutto il primo millennio della sua storia, il cristianesimo ha considerato, nel suo insegnamento ufficiale e nella sua prassi, il matrimonio e la libera unione come due forme legittime di vivere la coppia. Infatti, nel Decreto di Graziano, che è del 1140, si legge: "matrimonio e coppia libera appaiono come due varianti dello stesso genere". La censura morale e legale del concubinato, sul versante cattolico, è da ricondurre al processo di sacramentalizzazione del matrimonio che nel Concilio di Trento (1545-1563) ha avuto la sanzione teologica e giuridica definitiva; sul versante protestante, invece, è da ricondurre al rigore morale che accompagnava la riforma dottrinale e alla valorizzazione del matrimonio civile, promossa dalla Riforma che lo considerava il quadro idoneo per ufficializzare e regolamentare la vita di coppia».

  • Però è in crescita. Come interpretarlo?

«Il fenomeno presenta due facce. Può essere letto come un sintomo di insicurezza affettiva e di fragilità psicologica, ma anche come una singolare forza d’animo tanto da rifiutare la tutela della legge; può essere un rifugio nel privato ma anche una scelta per sottrarre l’ambito della vita di coppia dal controllo dello Stato; un rifiuto a sistemare giuridicamente e socialmente il rapporto di coppia per mantenere intatta la libertà inventiva dell’amore. In questo caso si tratterebbe di una protesta silenziosa contro il grigiore e la mediocrità che affliggono molte coppie sposate».

  • Queste coppie inviano dunque un messaggio positivo alla comunità?

«La scelta di vivere come coppia non è più una necessità sociale, culturale, psicologica come lo era in passato, quando la donna dipendeva completamente dal marito. La fine della dipendenza economica, psicologica, sessuale della donna dall’uomo ha sottratto il rapporto di coppia dal regno della "necessità" per farlo entrare in quello della gratuità. La legge, civile o ecclesiastica, che regola il matrimonio, appare alle coppie di fatto come un corpo estraneo, un intruso indesiderato da respingere».

  • Quanto incidono su queste decisioni i nuovi orientamenti psicologici della relazione di coppia?

«Non c’è dubbio che l’asse portante della vita di coppia sia la coppia stessa. Il rapporto fra i partners è il cardine di queste coppie. Del resto è anche quanto sta facendo la terapia di coppia: aiutare i coniugi a essere e rimanere soggetti di dialogo fra di loro, evitando di incentrare tutto il rapporto sui figli, con il rischio che quando i figli se ne vanno, perché hanno raggiunto la maggiore età, i genitori non sanno parlarsi, non sanno più come rapportarsi poiché tutto ruotava attorno alla prole. Le coppie non sposate mantengono un rapporto di relazione incentrato su di loro anziché sui figli».

  • Bisogna lanciare allarmi?

«L’ampliarsi del numero delle libere convivenze non dovrebbe allarmare e scandalizzare. La scelta di non sposarsi, se letta negativamente, rivela una sfiducia verso l’istituzione; se letta positivamente è la ricerca di un rapporto non garantito dalla legge, ma la cui consistenza, durata e stabilità sono affidate alla forza dei sentimenti».

  • Perché allora tanto clamore?

«Perché è un fenomeno in crescita».

  • Quale valore date voi Valdesi al matrimonio?

«Per noi il matrimonio non è un sacramento e riconosciamo a quello civile validità piena. Ma anche noi abbiamo la celebrazione religiosa e le coppie che la chiedono vengono seguite personalmente e accompagnate in un cammino di fede. La coppia che si fa la promessa deve sapere che la forza della fedeltà, che sfida il tempo e il logorio della routine quotidiana, viene da Dio. Bisogna avvertire i fedeli che il matrimonio, anche soltanto civile, rappresenta la continuità della comunità sia civile che religiosa».

  • Come concludere?

«L’istituzione può essere un peso ma anche un valido aiuto a noi e ai nostri figli. La comunità era prima di noi. Ci sarà anche dopo noi».

Cristina Beffa

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