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SOCIETÀ & FAMIGLIA - RAMMARICO E DELUSIONE IN FAMIGLIA

Il rifiuto della "modernità"

di Beppe Del Colle
    

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 2000 - Home Page Ammettere, confessare o accettare la "convivenza" di un figlio è spesso, per la generazione di mezz’età, uno sforzo. Si tratta di un disagio basato sulla difficoltà di comprendere il nuovo che avanza e sulla presunzione di volere spiegare a tutti i costi i motivi di una scelta che si scontra con certi valori e princìpi.

Se è vero quanto affermano le statistiche, le famiglie "normali" in Italia non arrivano oggi al cinquanta per cento. Intendendo per famiglie "normali" i nuclei costituiti da un uomo e una donna sposati, con relativi figli, si deve dunque considerare che esse sono oggi minoranza, sia pure cospicua, in una società in cui prevalgono famiglie composte da una sola persona, da un solo genitore con uno o più figli, da coppie cosiddette "di fatto", cioè da unioni libere (anche omosessuali), senza vincoli civili o religiosi.

Fra i molti problemi che questa situazione comporta, prima di tutto dal punto di vista di una legislazione civile e sociale progressivamente costretta a prenderne atto, anche sotto la spinta di correnti di pensiero e partiti politici che si fanno carico dei bisogni di un numero crescente di cittadini coinvolti in tante diverse forme di vita affettiva, ne esiste uno, solitamente non ricordato: lo scontro che essa suscita fra le generazioni, nell’ambito di una medesima famiglia, a volte addirittura fra i figli di una medesima famiglia, appena distanziati di qualche anno.

A molti sarà capitato di cogliere un senso di amara tristezza negli occhi e nella voce di uomini e donne di mezza età che alla domanda: «Come sta suo figlio, vostra figlia?», si trovano a dover rispondere: «convive». È un verbo pronunciato normalmente con rammarico e una punta di disgusto, come se colui o colei cui si riferisce siano incappati in un incidente facilmente evitabile, e un po’ vergognoso. Segnala un distacco psicologico, un giudizio negativo, una delusione che ha fatto soffrire e che si continua ad accettare in silenzio, qualche volta un inconfessato, non desiderato allentamento affettivo.

Quel "convive" è, anche, l’ammissione di un senso di colpa: come mai da noi, da questa casa, da questa tradizione di famiglia, da questa cultura, da questa educazione, da questa adesione mai messa in discussione a principi etici e a valori anche religiosi, da questi comportamenti fedelmente conservati fin qui di padre in figlio, e soprattutto di madre in figlia, è uscita questa "convivenza"? Dove abbiamo sbagliato? Come è cominciata questa storia, senza che ce ne accorgessimo? Perché non siamo stati capaci di impedirla?

Una situazione paradossale

Quel "convive" rappresenta la sintesi di un rifiuto: il rifiuto di una particolare modernità che irrompe dall’ultima generazione, in questo passaggio di secolo e di millennio, assieme a tante altre particolari modernità che invece accettiamo volentieri, anche se la nostra età fatica a condividerle.

La situazione è qualche volta paradossale e irridente: la generazione che oggi ha i capelli grigi è precisamente quella che si è entusiasmata, nel dopoguerra, per la costruzione dell’Europa, per la libertà di circolazione delle persone oltre le frontiere, per l’avvento di un sistema di comunicazione globale, per la possibilità di offrire ai propri figli esperienze, viaggi e vacanze di studio e di conoscenza in Paesi prima da essa soltanto sognati.

Ebbene, uno dei frutti di tutta questa modernizzazione emancipatrice da antiche costrizioni è proprio il ribaltamento del concetto di famiglia, fino alla "convivenza", che la società italiana ha assorbito molto rapidamente dal mondo che la circonda. Se oggi più di metà dei bambini che nascono nelle nazioni del nord Europa sono figli di donne che vivono sole, è evidente che qualcosa è cambiato in profondità nei costumi sessuali della parte più evoluta e più ricca dell’umanità. Questo cambiamento è, a sua volta, frutto dell’emancipazione femminile, e in particolare della donna che lavora e che si è liberata della millenaria dipendenza dall’uomo.

Chi dice "convive", parlando della propria figlia o del proprio figlio, lo dice con quel rassegnato rammarico negli occhi e nella voce non perché non sappia come vanno le cose nel mondo, ma perché rifiuta intimamente la fine di un ordine che ha "tenuto" per millenni («dal dì che nozze e tribunali ed are», come scrisse il poeta dei Sepolcri) e ha tessuto la trama dei rapporti sociali, giuridici e familiari sulla quale la società è vissuta fino ad oggi, limitando per suo mezzo i danni delle naturali tendenze degli uomini a farsi del male: in modo che, ricorda appunto ancora il Foscolo, fosse consentito «alle umane belve esser pietose – di se stesse e d’altrui».

Naturalmente nessun essere umano può andare oltre la propria autonoma capacità di capire il mondo; e soprattutto a nessuno può essere chiesto di rinunciare ai propri principi e ai valori ai quali ha improntato la propria vita. Per questo è vagamente ipocrita anche il tentativo di spiegare a uomini e donne "di mezza età" perché le cose siano andate in un certo modo: inutile dir loro che non potevano andare diversamente, date le premesse. Le premesse erano: maggiore libertà; maggiori disponibilità di denaro; maggiori conoscenze; conquistata parità fra uomo e donna; permanenza nella famiglia d’origine prolungata ben oltre l’antica soglia della maturità, e dunque diminuita propensione ad accettare impegni, doveri, vincoli giuridici; immaturità psicologica dilatata fino ad età che una volta erano considerate più che adulte e adatte a qualsiasi assunzione di responsabilità, anche pubblica.

Esiste una risposta?

Date queste premesse, era impossibile che si continuasse a vivere come si era sempre vissuto. Le polemiche che hanno accompagnato in Francia l’iter parlamentare della legge sul Pacs, il Patto civile di solidarietà destinato, nelle intenzioni dei promotori, a dare status semi-matrimoniale a tutte le convivenze (a partire da quelle omosessuali, va ricordato), si stanno ripetendo pari pari in Italia. Mi riferisco alle numerose iniziative, per ora isolate, di questa o quella amministrazione locale (non solo nei Comuni, ma anche nella Regione Piemonte, ad esempio) per anticipare, in qualche modo, una legislazione nazionale che vada nella medesima direzione. Anche ora si comincia, come si iniziò per introdurre il divorzio, dai "casi personali", tanto più se "bisognosi" o "dolorosi": il diritto a un alloggio popolare, l’assistenza al partner malato, la reversibilità della pensione al compagno superstite.

Tutto giusto, tutto umano, tutto comprensibile: ma perché tutto questo deve passare per il rifiuto del matrimonio anche quando nulla lo impedirebbe? È a questa domanda, cui non sanno rispondere, che uomini e donne dei capelli grigi vorrebbero una risposta sensata dai loro figli "conviventi". Ma una risposta sensata – dotata di senso – non c’è. È forse, semplicemente, l’età dell’insignificanza che viene avanti.

Beppe Del Colle

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