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MITI E CULTURE GIOVANILI

Dove non entrano gli adulti

di Franco Ferrarotti
(professore ordinario di Sociologia nell’Università "La Sapienza" di Roma)
            

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2000 - Home Page Ricchezza di informazioni e velocità nei cambiamenti caratterizzano ormai la società. In tutto questo vengono a mancare totalmente le istanze pedagogiche, formative e culturali. I ragazzi lasciati a loro stessi seguono le scelte del gruppo dei pari.

Il rapporto dei giovani con la cultura di oggi è ambiguo. Per comprenderlo appieno è necessario, in via preliminare, dare uno sguardo al contesto storico specifico in cui viviamo e al "clima" intellettuale e morale, per così dire, che lo caratterizza. Si sa che i giovani sono naturalmente fotogenici. Oggi, poi, se diamo un’occhiata anche sommaria alle statistiche demografiche, non tardiamo a renderci conto che i giovani stanno rapidamente diventando una merce rara. Gli "over 65" hanno in questi giorni superato gli "over 25".

Come tanti stanchi Enea, i giovani di oggi stanno, controvoglia, portandosi sulle spalle i loro Anchise. Ciò è confermato da una tendenza generale comune a tutte le società industriali tecnicamente avanzate. Ma, attenzione: nel momento stesso in cui i vecchi sopravanzano numericamente i giovani, si negano ai giovani i mezzi per affermare la loro indipendenza in termini economici e sociali.

Le società tecnicamente progredite presentano, infatti, in varia misura, una contraddizione grave, probabilmente strutturale, che dà luogo a due problemi, contrari e simmetrici. Queste società producono, per così dire, un gran numero di vecchi, aumentando storicamente per la prima volta – basti pensare che l’età media al tempo di Cicerone sfiorava appena i trent’anni – la longevità, grazie a migliori condizioni di vita e pratiche igienico-sanitarie, ma poi, essendo orientate all’innovazione e all’iperproduzione, non sanno che farsene dei loro vecchi e li abbandonano ai margini della vita sociale come dei vuoti a perdere. Le stesse società producono ed esaltano i giovani, sono società giovanilistiche, ma i loro giovani li costringono a fare lunghe anticamere, dovendo prepararli a operazioni produttive sempre più complesse, costringendoli quindi a una prolungata dipendenza dalla famiglia d’origine e determinando in essi, comprensibilmente, stati di frustrazione e di rivolta.

Nessuna meraviglia che, secondo modi piuttosto prevedibili, prenda corpo il "mito della giovinezza" (Borgna, 1995), si faccia strada la rivolta contro i padri e non manchino i soliti rètori che cantano le radiose prospettive delle nuove generazioni all’insegna dell’ingannevole parola d’ordine: «Largo ai giovani».

La realtà è meno rosea. Intanto è chiaro che essere giovani non è certo una professione, ma una fase della vita per definizione transitoria. In secondo luogo, si parla e si scrive molto intorno ai giovani. Ma le ricerche serie sull’universo giovanile non sono numerose. Nella maggioranza dei casi si tratta di ricerche sui giovani di città, specialmente su giovani di ceto medio, iscritti, se non regolarmente frequentanti, nelle università. Il motivo è chiaro: sono un oggetto di ricerca che si ha sotto mano, facilmente raggiungibile, interrogabile e osservabile a piacere. Ma non mancano le conseguenze negative: la ricerca risulta riduttiva; intere fasce della popolazione giovanile, specialmente gli appartenenti alla classe operaia e al mondo contadino, sono sottorappresentate (Ferrarotti, 1974).

Nessun dubbio che una società caratterizzata da un cambiamento veloce tenda a creare un certo ingorgo nel dialogo fra le generazioni. Si nota un distacco crescente fra gli adulti e i giovani in termini anche culturali, non solo dal punto di vista dei gusti e degli stili di vita (AA.VV., 1968; Ricolfi, Scamuzzi, Sciolla, 1988; Ferrarotti 1980, 1986). Ciò non dovrebbe eccessivamente sorprendere. Per quanto sia paradossale, avere vent’anni oggi è difficile proprio perché tutto si presenta facile.

Come tanti stanchi Enea, i giovani di oggi portano controvoglia sulle spalle i sempre più numerosi Anchise. Questa situazione, comune a tutti i Paesi industrializzati, priva della possibilità di affermare la propria indipendenza.

Con riguardo all’Europa occidentale, nessuna guerra sul proprio territorio ha turbato l’ultimo mezzo secolo. Ritenere che ciò significhi una vita tranquilla, se non la favoleggiata "dolce vita", quindi un processo di socializzazione primaria senza scosse, è opinione diffusa, ma insostenibile. Questa opinione ammonta a una illusione pericolosa. L’opulenza non è di per sé una terapia per la rivolta giovanile. Crea l’indifferenza. Contribuisce a determinare un’apatia sociale sotto la quale covano le contestazioni più temibili dalla droga al terrorismo. I giovani si sentono trascurati, traditi, inutili. Viene meno infatti il senso del sacrificio, l’orientamento esistenziale che scaturisce dalla dedizione disinteressata a una causa – anche alla meno probabile, alla meno razionale, se non alla più stolta – delle cause.

I significati di vita non si inventano a freddo. Nascono dalla consapevolezza interiore, che però, per alimentarsi, ha bisogno di grandi esperienze collettive. Fino alla prima guerra mondiale, la guerra era una di queste esperienze. Autori come Max Weber e Thomas Mann ancora scrivono della guerra come di un esercizio di edificazione interiore, come una scuola di Bruderschaft, di fraternità, di coraggio e di sacrificio al di là del proprio benessere personale.

Per affermarsi autonomamente

La generazione dei padri che ha fatto la seconda guerra mondiale, nel trattare con i giovani – figli e nipoti – è stata ricattata da un timore profondo che ne esprime la cattiva coscienza. Ha temuto di apparire "moralistica", se invocava regole morali. Ha preferito tacere. Gran parte dei genitori progressisti, di mente "aperta", non si sono resi conto che la loro mente era così "aperta", così "democratica" e rispettosa dei giovani, figli compresi, che alla fine è risultata una mente semplicemente "vuota". Il timore del moralismo si è riflesso pesantemente sul dialogo giovani-adulti. Per anni le rivendicazioni sociali hanno puntato esclusivamente sui vantaggi economici e monetari nella convinzione che tutto il resto – valori psicologici, spirituali, morali – sarebbe stato dato in sovrappiù. È stato un processo di automutilazione morale di cui i giovani sono le inconsapevoli vittime designate. I problemi della sicurezza materiale hanno sopravanzato quelli della formazione morale.

I giovani hanno bisogno in primo luogo di affermarsi. Per affermarsi devono uscire da se stessi e di credere in un valore sovrastante. Di fronte al silenzio dei genitori, dei professori, dei sacerdoti e dei politici, i giovani escono da se stessi scegliendo gli idoli, i termini di confronto e di identificazione là dove li trovano: nei mass media, nei film, nei loro "giornaletti", negli eroi dello sport e in generale nell’industria dell’intrattenimento.

La cosa più straordinaria e più inquietante nella società di oggi è che, di fronte alla latitanza o alla noia obiurgante di tutte le istanze educative, solo i mass media, tipicamente irresponsabili dal punto di vista etico, il cui solo criterio di eccellenza è dato dall’auditel, esercitano un’effettiva funzione formativa, per meglio dire, deformativa.

Per fortuna i giovani non si danno, come taluni autori hanno temuto, a una sorta di secessio plebis. È vero che oggi vivono per lo più in un loro pianeta sconosciuto, il cui ingresso è proibito agli adulti (Duvignaud, 1990). È il gruppo dei pari, dove vige la legge del branco e si appanna la responsabilità individuale. Ma non è tutto negativo. La ritirata dei giovani dal mondo adulto sta a significare la grave responsabilità degli adulti, presi dalla logica onni-pervasiva della società industriale in cui padre e madre, per far fronte a un tenore di vita rispettabile, devono lavorare fuori casa per tutta la giornata e abbandonare i figli nelle mani di aiuti domestici costosi e non sempre affidabili. I giovani di oggi crescono in case in cui regna il silenzio. Alle loro domande nessuno risponde.

In queste condizioni i giovani hanno riscoperto, nella loro musica atonale spesso cacofonica, apparentemente sgraziata, fatta apposta per rompere i timpani al perbenismo borghese, la loro comunità di vita.

Abitare la musica

I giovani hanno lasciato il conservatorio domenicale dei padri, i loro concerti cui assistere in frac, seduti, al più battendo il tempo con un piede, discretamente sotto la poltroncina. Hanno scelto gli stadi, dove la composizione musicale d’un tempo si scompone nei suoni e nei rumori metropolitani della vita quotidiana. Quanto alla musica classica, credo che i giovani potranno tornare ad ascoltarla e gustarla. Ma la grande differenza dei giovani rispetto ai padri e ai nonni è che la musica, oggi, non si limitano ad ascoltarla, compunti e dignitosamente vestiti comme il faut. La musica è la loro casa. Essi la abitano, vi si muovono dentro; nei grandi raduni negli stadi o nei campi, come a Woodstock, ricollegano la musica alla vita oppure, nelle discoteche, ritrovano una loro tana primordiale, su cui purtroppo si innestano le criminali speculazioni degli spacciatori di morte.

La nuova musica è più che musica nel senso tradizionale. Karl Jaspers ha definito la musica di Mozart come "la risata di Dio". La musica dei giovani di oggi, anche nelle sue forme estreme, va vista come il riflesso e insieme il progetto di una nuova socialità. Il rock ha espresso un atto di presenza ribelle, mentre il jazz ha funzionato come "opposizione sociale velata", tipica degli afro-americani, specialmente negli Stati del sud degli Stati Uniti.

Oggi, la musica rap si pone come vera e propria musica del sottosuolo sociale, come ho cercato di documentare in più di uno scritto (Ferrarotti, 1995, 1996).

Non si tratta di recuperare i giovani. Non sono solo pecorelle smarrite. A molte persone la musica dei giovani di oggi appare priva di senso. Essa contiene invece un messaggio significativo, anche se spesso di non facile comprensione, dei loro bisogni più urgenti. È un atto di presenza. È una presa di distanza dalla cultura adulta tradizionale, ma è anche una presa di coscienza. È un’affermazione della propria autonomia. Dietro il "rumore organizzato" e i suoni apparentemente privi di senso è forse possibile intravedere la spinta utopica verso un mondo alternativo che esprime un antico bisogno di trascendenza.

Lungi dal ridursi a mera musica criminale, il rap è un grido d’aiuto; è un atto di presenza da parte del mondo giovanile che la società adulta – pedagogisti, professori, sacerdoti, genitori – dovrebbe attentamente considerare. In questo senso, ciò che è legittimo considerare come la controcultura giovanile non si contrappone, come pura e sterile negazione, alla cultura. Ne invoca invece il rinnovamento (Roszak, 1969). La sua rabbia non è solo distruttiva. Anche nei suoi aspetti, apparentemente più regressivi, la protesta giovanile esprime un bisogno d’amore frustrato, l’esigenza d’essere ascoltati da un mondo adulto spesso latitante.

Persino nei grandi raduni per ascoltare i loro cantautori preferiti, da David Bowie a Lucio Dalla, quando in un campo sportivo migliaia di giovani agitano le braccia in alto come per una muta invocazione al dio ignoto, è facile cogliere in questa specie di rito ancestrale i modi e le angosce di una ricerca di partecipazione e di comunità, al di là di una società tutta giocata e vissuta in termini di calcolo utilitario e di massimizzazione del tornaconto individuale (per alcune intuizioni di grande suggestione, cfr. Goodman, 1964).

Si profila qui un paradosso di grande interesse. I giovani denunciano e rifiutano il vincolo logico della cultura dei padri, non vogliono studiare la consecutio temporum, non comprendono e non apprezzano la logica cartesiana che sottende la logica della scrittura e la civiltà del libro: – una parola dopo l’altra, una riga dopo l’altra, una pagina dopo l’altra e così via.

La logica della scrittura è troppo analitica e quindi lenta per il loro gusto e il loro ritmo. Ma apprezzano invece e si dedicano perdutamente alla logica dell’audiovisivo. Soggiaciono al fascino seducente e medusizzante dell’immagine sintetica. Bisogna prendere nota di questa situazione e cercare di comprendere prima di condannare o compatire. Alla solidità delle vecchie professioni ottocentesche è subentrata, per tutti i giovani, sia ragazzi che ragazze, la grande, endemica incertezza del precariato permanente, la provvisorietà come dato fisso della condizione subalterna, che taluno ama chiamare, non senza eleganza, "flessibilità".

Informatissimi idioti

In una situazione sociale in cui i punti di riferimento tradizionali cominciano a traballare, la lettura perde peso e significato, dato il suo stretto collegamento con la cultura già fatta, già solidificata, stampata. Dalla cultura della scrittura si sta rapidamente passando alla cultura del monitor. Le informazioni si assorbono con le tecniche di una neo-oralità che sta emarginando il libro, privilegiando il suono e l’immagine.

Il paradosso consiste in questo: vanno in auge le cose che stanno scomparendo. Si parla molto di rivoluzione quando la rivoluzione, in una società "totalmente amministrata" e caratterizzata da processi interdipendenti, non è più possibile.

Nell’epoca in cui i contenuti da comunicare sono sempre più poveri, appiattiti, emotivi, semplificati – sequenze di cartoni animati più che ragionamenti –, la comunicazione e i suoi processi tecnici, dal computer al word processor, a Internet, alla Web e alla Web of Webs, o "rete di reti", diventano l’oggetto del desiderio per una grande moltitudine di giovani. I videogiochi li incantano. "Navigano" a tutte le ore del giorno e della notte nel cyberspazio. Si esaltano alle prospettive aperte dalla realtà virtuale. La distinzione fra interno ed esterno, fra realtà reale e realtà fittizia si offusca. L’emozione, il sentire tendono a prevalere sul ragionare, sulla sequenza logica. Le immagini, fulminee e sintetiche, con l’istantanea emozione che le accompagna, sostituiscono i sillogismi. Il nastro magnetico rende superflua, o così sembra, la memoria. La dimensione storica, più che elisa o cancellata, viene semplicemente trascurata come irrilevante. Ma senza l’esame critico dell’antefatto diviene difficile, se non impossibile, comprendere la situazione presente, quindi anticipare l’avvenire.

Il rischio di trovarci con un popolo di informatissimi idioti è un rischio vero. Torrenti di notizie e dati piovono sugli utenti di Internet. Peccato che manchi il tempo o forse anche la capacità per un’elaborazione critica e un’assimilazione ragionata dei dati disponibili. L’adolescenza si prolunga indefinitamente. Si entra nel regno del relativo indifferenziato. Non c’è più dramma vero, non c’è scadenza, non c’è il momento del decidere, del tagliare, prendere posizione. Il senso del problema e dell’intenzionalità va diluendosi (Ferrarotti, 1997, 1999).

Che cosa fare? Siamo in una fase di interregno. Capirla fino in fondo, non esorcizzarla con scandalo farisaico. La riscoperta della personalità della persona non può essere che un’impresa personale. La crisi delle ideologie globali non comporta affatto la liquidazione degli ideali. Essa è, anzi, la riaffermazione della funzione sociale dell’utopia, la quale ha in primo luogo bisogno della generosità dei giovani.

Franco Ferrarotti
   

UN VIAGGIO TRA PASSIONI E TRASGRESSIONI

Leggendo questo scorrevole testo (Diego Miscioscia, Miti affettivi e cultura giovanile, Franco Angeli, Milano 1999, pp. 123), il cui autore è psicologo-terapeuta, si intraprende un viaggio all’interno di varie realtà relative agli ideali e alle mode dei ragazzi rilevandone le potenzialità creative e apprendendone le eventuali deviazioni pericolose.

Oltre alla musica e al fascino per il cyberspazio, troviamo degliMiti affettivi e cultura giovanile. interessanti capitoli riguardanti atteggiamenti, forse di ribellione, recentemente diffusi tra le nuove generazioni come la body-art (piercing, tatuaggi e capelli colorati), i writers e bombers ("i graffitari"), gli sport estremi. Queste manifestazioni, comunque le si interpreti, sono segnali enigmatici e difficili da decodificare. Ritrovare le radici dei miti giovanili è quindi importante per gli adulti che possono, in tal modo, interagire con i giovani e aiutarli a ridurre sofferenze più o meno nascoste.

All’interno di una collana che vuole essere uno strumento di lavoro e di aggiornamento per tutti coloro che presidiano l’area della crescita adolescenziale, questo saggio agile e di facile lettura è un utile strumento per comprendere la cultura giovanile di fine millennio.

o.v.

   

BIBLIOGRAFIA

  1. Gianni Borgna, Il mito della giovinezza, Laterza, Bari 1995.

  2. Franco Ferrarotti, I problemi della gioventù lavoratrice, in "Idee per la nuova società", Vallecchi, Firenze 1974, pp. 260-268.

  3. AA.VV., Lo Stato democratico e i giovani, Edizioni di Comunità, Torino 1968.

  4. Luca Ricolfi, Sergio Scamuzzi, Loredana Sciolla, Essere giovani a Torino, Rosenberg e Sellier, Torino 1988.

  5. Franco Ferrarotti, Giovani e droga, Liguori, Napoli 1980.

  6. Franco Ferrarotti, Studenti, scuola, sistema, Liguori, Napoli 1986.

  7. Jean Duvignaud, La planète des jeunes, Stook, 1990.

  8. Franco Ferrarotti, Homo sentiens - la rinascita della comunità dallo spirito della nuova musica, Liguori, Napoli 1995.

  9. Franco Ferrarotti, Rock, Rap e l’immortalità dell’anima, Liguori, Napoli 1996.

  10. Theodore Roszak, The Making of a Counter-Culture, Anchor Books, 1969.

  11. Paul Goodman, Growing up absurd - Problems of youth in the organized System, tr. it., Einaudi, Torino 1964.

  12. Franco Ferrarotti, La perfezione del nulla, Laterza, Bari 1997.

  13. Franco Ferrarotti, La verità è altrove, Donzelli, Roma 1999.

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