Periodici San Paolo - Home page
GIOVANI E INTERNET

Un vero rapporto d’amore

di Roberto Maragliano
(ordinario di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento all’Università Roma Tre)
            

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2000 - Home Page Forma di conoscenza. Esperienza intrisa di affetti. Piacere. Gioco. Sono molti e contraddittori gli elementi che convivono in chi si appassiona a frequentare la piazza virtuale.

Alle molte divisioni che già attraversano le nostre conoscenze e le nostre coscienze se n’è aggiunta una che in poco tempo ha assunto un ruolo forte, anche se non sempre è totalmente visibile. È la divisione tra esperienza e non esperienza di computer e rete. Il più delle volte che ci richiamiamo a questa discriminazione, e ai suoi effetti, lo facciamo in termini sociologici o economici, per marcare la disparità delle condizioni e delle possibilità lavorative in senso lato, ma anche specificamente produttive o commerciali, tra chi si serve abitualmente dei nuovi media e chi no: un problema che le fortune al momento inarrestabili del capitalismo digitale e telematico rendono altamente drammatico.

Ma non è in questo senso che parlo qui della differenza tra l’essere e il non essere utenti dei media della nuova generazione.

L’aspetto che vorrei mettere in chiaro è conoscitivo. È difficile negare che chi sta in un rapporto di scambio e interazione con il suo computer, e poi con gli utenti degli innumerevoli computer a esso collegati in rete, matura non soltanto delle esperienze in più, rispetto a chi se ne tiene fuori, ma soprattutto matura esperienze cognitive (e affettive) di qualità diversa da quelle altrimenti possibili: non sempre ne ha sufficiente consapevolezza, anche perché spesso gli mancano gli strumenti concettuali per definirla, però in qualche modo questa qualità diversa lo condiziona, fungendo da modello se non da matrice per una parte non limitata dei suoi ulteriori rapporti con il mondo.

Propongo un esempio. Riguarda la "cognizione di rete", che fa da supporto, oggi, a una gran quantità di esperienze economiche, comunicative, scientifiche, tecnologiche. La possibilità di comprendere cos’è e come opera una conoscenza reticolare – basata cioè su elementi di informazione, o "nodi", il cui significato è relativamente mutevole, dipendendo dal tipo di contesto entro il quale di volta in volta si collocano, cioè dal tipo di legami, o "collegamenti", che tra di essi e su di essi vengono attivati – sembrerebbe essere alla portata di quanti abbiano una cultura medio-alta: ma non è così, visto che all’utente di Internet, almeno in una prima fase, sarà sufficiente, per avviare la spiegazione di come funziona una cognizione reticolare, richiamare la sua pratica di rete, mentre il non utente dovrà far riferimento o a esperienze troppo lontane da quelle della cognizione riflessa – rete stradale o anche rete telefonica: certo, ma come arrivare di qui alla "logica ipertestuale"? – oppure a definizioni che, come quella tentata qualche riga sopra, rischiano di risultare incomprensibili, o significative solo per gli addetti ai lavori. Certo, si potrebbe obiettare che questo della "cognizione di rete" è un concetto tecnico, di scarso rilievo teorico. Ma non è così: non lo è, o almeno non lo è più nei moltissimi ambiti (su richiamati succintamente) nei quali il modello delle organizzazioni reticolari è andato assumendo il ruolo paradigmatico precedentemente tenuto dalle organizzazioni gerarchiche.

Perché questa mia precauzione? Perché prevedo che quanto dirò in seguito sarà accolto in modo assai diverso dai lettori, a seconda che essi stiano o no "in rete"; sia chiaro, non è scontato che i frequentatori del cyberspazio saranno d’accordo con le mie analisi (le mie ipotesi di analisi), è scontato che avranno più elementi per interloquire con esse.

Dunque, la divisione tra utenti e non utenti c’è, e produce i suoi effetti, anche perversi.

Ho infatti l’impressione che i discorsi sui "pericoli" dei media siano talvolta inficiati, nell’intimo, almeno da parte di coloro che li propongono, dal senso di inferiorità che essi provano nel doversi misurare con situazioni e condizioni nuove, psicologicamente avvertite come insidiose e avverse. È su tale terreno che matura la soluzione di demonizzare l’avversario, frequentemente adottata nel campo della pedagogia dei mezzi della conoscenza. La guida un ragionamento implicito tanto elementare quanto ferreo: dato che l’educando (per definizione e ontologia "non-maturo") intrattiene rapporti con una realtà che io educatore non pratico (per pigrizia, inadeguatezza, incapacità, paura del nuovo; la ragione non importa, importa piuttosto che io mantenga il mio ruolo di "educatore"), non mi resta che proiettare su questa realtà sia il senso di insicurezza da me provato di fronte al nuovo mezzo, sia la parte oscura dell’immagine che ho di individuo incompiuto, non maturo, e quindi darmi di essa (di quel "mezzo di realtà") una rappresentazione fortemente negativa.

Così sta avvenendo per Internet. Lo stesso era avvenuto secoli fa con il libro a stampa, ed è stato, nel Novecento, di volta in volta per il fumetto, il cinema, la televisione, il videogioco. È usuale leggere, sulle diverse gazzette, che computer e rete isolano o fanno perdere il senso di realtà: argomenti plausibilissimi, ma che avrebbero più dignità se venissero ugualmente mossi anche nei confronti del libro, medium isolante quant’altri mai e quant’altri mai proiettante nelle dimensioni del virtuale (come imparano a riconoscere, se pur attraverso percorsi speculari, Don Chisciotte e Sancio Panza!)

Bando dunque alle guerre di religione. Qui non si tratta, ancora una volta, di dividerci tra apocalittici e integrati. Né soltanto di adottare misure descrittive più corrette per migliorare lo stato delle nostre conoscenze in materia, ad esempio facendo ricorso, nel definire le pratiche di altri media, alla stessa angolazione usata per definire le pratiche del computer (anche se non sarebbe male che quanti parlano di «ore e ore davanti ad uno schermo» parlassero anche, con lo stesso tono, di «ore davanti a un mucchietto di fogli di cellulosa», a proposito della lettura di un libro, o di «ore a fissare un gruppo di persone sedute», a proposito dell’ascolto di un concerto in sala!).

Il nuovo soppianta il vecchio

Occorre, io credo, fare uno sforzo in più: lavorare a sdrammatizzare il problema. E questo obiettivo lo si può raggiungere riconoscendo che non è in atto una lotta per la sopravvivenza tra libro e macchina digitale, o tra televisione e Internet, né che ci si chiede di parteggiare per un mezzo o per l’altro (anche se sarebbe un bel passo avanti riconoscere che buona parte delle nostre visioni del mondo sono impregnate delle caratteristiche di un mezzo, piuttosto che di un altro, cioè quello che ce le ha rese nostre!).

Si tratta di riconoscere che stiamo vivendo (tutti: i perplessi e gli entusiasti, i consapevoli e gli inconsapevoli) processi di trasformazione generali che coinvolgono l’insieme del nostro stare con i media e nei media. In altri termini, sta cambiando il sistema dei nostri media e quindi parte del nostro sistema di conoscere ed esperire, ma anche della riflessione su conoscenza ed esperienza. Vi par poco?

Non è la prima volta che accade che un nuovo strumento, entrando in scena, ridimensioni gli altri, dando una diversa configurazione al sistema complessivo dei media; anzi si potrebbe dire che è sempre andato così, le volte che il mezzo nuovo ha avuto la sorte di sopravvivere e conquistarsi un ruolo.

Cerchiamo dunque di essere onesti, quando affrontiamo temi di questa portata: prima di tutto analizzando e interpretando i fenomeni per quel che sono e non per quello che vorremmo che fossero, e poi evitando di interpretare un mezzo attraverso le categorie di un altro mezzo (il cinegiornale non è un giornale animato così come il telegiornale non è un cinegiornale a frequenza più ravvicinata; così come Internet non è una biblioteca o una mediateca, o meglio non è soltanto questo).

In che senso c’entra tutto ciò con il tema dei giovani ce lo dice un’osservazione proposta qualche anno fa da Nicholas Negroponte, il "guru" della multimedialità: «quando incontro un collega che mi dice di aver scoperto i cd-rom», sostiene il nostro, «penso subito che a casa sua ci sia un bambino o una bambina; se mi dice d’aver scoperto Internet penso che a casa sua ci sia un ragazzo o una ragazza. Insomma, come il computer multimediale sarebbe la macchina del bambino, così la rete sarebbe il medium del giovane».

Perché? In che senso? E che si intende per giovane, in questa osservazione di Negroponte che faccio mia?

Il più difficile da affrontare è l’ultimo dei tre interrogativi.

Prendendo in considerazione le più diffuse forme di categorizzazione della realtà giovanile, non solo quelle riflesse nelle definizioni dei dizionari, ma anche quelle incorporate nelle analisi di molti degli scienziati sociali, non è possibile individuare elementi univoci, riguardo l’identità del giovane. Non sono infatti univoche le determinazioni a livello anagrafico: l’essere giovani è lo stare in un’età senza altra determinazione che quella di essere successiva alla puerizia e antecedente alla maturità. Né lo sono le connotazioni valoriali: l’essere giovani richiama idee come entusiasmo, energia, dinamismo, spensieratezza, allegria, amore, ma anche immagini di errore, leggerezza, superficialismo, incompiutezza. E la stessa qualità né fisica né anagrafica ma "ideologica" che si riconosce all’atteggiamento giovanile (o "giovanilistico"), ha determinazioni assai ambigue e trova usi assai difformi.

Può darsi che questa indeterminatezza sia propria di tutte le partizioni e di tutte le categorizzazioni delle età della vita. Può darsi che, come taluno sostiene, ogni età rechi con sé tutte le altre. Può darsi ancora che quello di avere età ben definite (sul piano anagrafico, concettuale, valoriale, ideologico) sia un mito proprio di un ben definito sistema dei media: il sistema che aveva al suo centro, in posizione quasi esclusivizzante, il libro stampato, e che ha fatto la fortuna della visione "scientifica" e "univoca" del mondo; quel sistema che oggi è sempre più difficile ricostituire o vedere agire indisturbato, essendosene affermato (e non da pochi anni, ma da decenni) un altro tipo, caratterizzato da elementi di mobilità e fluidità (dalla durezza del testo stampato alla morbidezza dell’onda sonora, all’impalpabilità dell’elaborazione digitale), dove i mezzi dialogano e si integrano tra di loro e quindi le conoscenze si contaminano; dove insomma è sempre più difficile ottenere definizioni certe, anche di uno stato apparentemente intuibile e facilmente categorizzabile come l’essere giovani. Può darsi che tutto ciò sia vero.

Ma una cosa è indubitabile, al di là di ogni precauzione interpretativa. Che la sintonia tra giovani e Internet, intesa come dato di realtà (Internet e giovani vanno d’accordo), non può non riflettere una sintonia di tipo concettuale (se vanno d’accordo è perché riflettono, almeno in parte, filosofie comuni). C’è qualcosa di profondo, insomma, che li imparenta. E dal dialogo tra i due, dalla semplice osservazione fenomenologica, possiamo, io credo, capire meglio l’uno e l’altro. Esattamente come possiamo, osservando un bambino semianalfabeta, muovere con estrema competenza nel cyberspazio del suo videogioco, capire di più della multimedialità e dei suoi presupposti, ma anche capire meglio che cosa significhi (non solo oggi, e in questo contesto) l’essere bambino.

Allora, cosa potrebbe emergere da un’analisi di questo "rapporto d’amore" tra giovani e Internet?

Beh, intanto, e mi si scusi la banalità, che è un rapporto d’amore, vale a dire una forma di conoscenza e di esperienza fortemente intrisa di elementi affettivi. Molteplici e anche contraddittori, sono questi elementi: dal piacere di essere a contatto con l’altro al gusto che dà il potersi schermare dietro l’anonimato; dal gioco del travestimento psicologico (e dello sperimentare la dissimulazione) all’impegno-passione per le più rarefatte sofisticazioni intellettuali (e per lo sperimentare la simulazione); dall’attrazione per il nuovo, l’ignoto, l’incommensurabile alla sicurezza di poter conservare e riprodurre tutto. La mia opinione è che il giovane e la parte giovane dell’adulto trovino in Internet l’ambiente entro il quale dare una dimensione costruttiva e sperimentale all’impulso a proiettarsi in sempre più numerose e originali "dimensioni di realtà".

Un secondo aspetto che a mio avviso emerge con nettezza è che nello stare in Internet dei giovani c’è l’inverarsi di (e il coltivare) dimensioni archetipiche diverse da quelle agite dall’adulto che fa la stessa esperienza. In attesa di disporre di linguaggi più appropriati, quelli metaforici hanno il sopravvento nelle regioni della telematica e del digitale. Il che esprime oltre che il desiderio di misurarsi con il nuovo anche la volontà di riportarlo ad aspetti del noto che siano carichi di valore simbolico (quante navigazioni e quante piraterie nel mondo, da dieci anni a questa parte!). Bene, le metafore più frequentemente utilizzate per dar conto di Internet sono la biblioteca, la piazza, il mercato, l’inconscio, l’ascesi.

Di queste mi sembra che le metafore della piazza, dell’inconscio e dell’ascesi esprimano in modo più appropriato non solo le pratiche d’uso di Internet da parte dei giovani, ma anche il loro modo di viverle. La rete tende a essere intesa dal giovane come una piazza virtuale entro la quale condividere esperienze, aggregarsi, ma anche separarsi senza traumi (almeno apparenti), come un’occasione per tirare fuori quel che si è, anche quella parte che risulta difficile controllare, come luogo "spirituale" entro il quale dare prova di se stessi, delle più rarefatte e sofisticate propensioni al conoscere e all’esperire. Se nel cosiddetto "uomo maturo" sollecita la fisica dell’azione, ho l’impressione che nel giovane Internet solleciti una vocazione alla metafisica.

Il terzo e ultimo aspetto su cui vorrei attirare l’attenzione è che il giovane sembra essere particolarmente sensibile a un aspetto che si accompagna a tutte le tecnologie, ma che in quelle di rete assume dimensioni fin qui impensabili. Alludo al fatto che i media non ci influenzano soltanto con i loro contenuti, ma anche con la forma che è propria di questi contenuti, e che così modificano la geografia dei nostri rapporti con l’altro, il nostro stesso "stare in situazione".

Le possibilità di comunicare con chiunque senza ostacoli di tempo e di spazio, di viaggiare in tutte le direzioni senza barriere di ordine epistemologico o materiale, di rappresentarsi il mondo come un palinsesto personale perennemente in movimento, di dar vita a mondi "altri" e soprattutto di abitarli, e mille altre, che chi ha consuetudine con la rete sa di non poter escludere (anche se di tutte non ha esperienza diretta), vanno a configurare un territorio virtuale, ma psicologicamente e sociologicamente ben reale, la cui mappatura sarà sempre più difficile che riesca ad ignorare chiunque vorrà porsi interrogativi su chi sono i giovani.

Roberto Maragliano
   

BIBLIOGRAFIA

  1. Bollorino F., Rubini A., Ascesa e caduta del terzo stato digitale. Un promemoria politico per il terzo millennio, Apogeo, Milano 1999.
  2. Carlini F., Lo stile del Web. Parole e immagini nella comunicazione di rete, Einaudi, Torino 1999.
  3. Lévy P., Cybercultura. Gli usi sociali delle nuove tecnologie, Feltrinelli, Milano 1999.
  4. Maragliano R., Nuovo manuale di didattica multimediale, Laterza, Bari 1998.
  5. Parrella B., (a cura di), Gens electrica. Tendenze e futuro della comunicazione, Apogeo, Milano 1998.
  6. Pedemonte E., Personal media. Storia e futuro di un’utopia, Bollati Boringhieri, Torino 1998.
  7. Picci L., La sfera telematica. Come le reti trasformano la società, Baskerville, Bologna 1999.
  8. Stefik M., Internet Dreams. Archetipi, miti e metafore, Utet, Torino 1997.
   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2000 - Home Page