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GIOVANI ALLA RICERCA DI SÉ

Riti e tappe di avvicinamento

di Carlo Castelli e Salvatore La Mendola
(rispettivamente: psicologo della facoltà di Sociologia di Trento e sociologo di Scienze della comunicazione di Padova)
            

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2000 - Home Page Frequentare le discoteche può essere uno dei tanti atteggiamenti, basati sul rischio, tipici degli adolescenti. In questo, tuttavia, vi si ritrova soprattutto il desiderio legittimo di mettersi in gioco e di comunicare attraverso un linguaggio corporeo.

L'attenzione dell’opinione pubblica a ciò che avviene intorno alle discoteche è caratterizzata da allarme, preoccupazione, paura. Si tratta di un fenomeno di vasta portata in quanto, per lo più, il mondo degli adulti – in particolare gli educatori e i mezzi di comunicazione di massa – si occupa dei giovani quasi esclusivamente di fronte ai cosiddetti "comportamenti a rischio" degli adolescenti.

Questi comportamenti, messi in atto da soli o in gruppo, sono segnalati perché contengono elementi di auto o di etero-distruttività: lanciarsi dall’alto legati a un elastico; camminare sui cornicioni; attraversare torrenti in piena; guidare a forte velocità o andare contromano; sfidarsi a chi si toglie per ultimo da una situazione pericolosa, dai binari del treno, da uno scatolone in mezzo alla strada; oppure il gettare sassi dai ponti o contro i treni. In queste poche pagine cercheremo di descrivere alcuni tratti salienti delle esperienze nelle discoteche leggendoli all’interno di questo più generale fenomeno di allarme sociale.

A nostro avviso è corretto inserire il tipo di esperienza fatta in discoteca nell’ambito delle tematiche del rischio, ma in modo del tutto diverso da quanto proposto dall’interpretazione dominante. Per prima cosa cerchiamo allora di chiarire qualche aspetto della tematica del rischio in rapporto ai processi di socializzazione, riprendendo quanto avevamo scritto nel Rapporto del 1997 sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia del Dipartimento per gli affari sociali.

Due sono le letture interpretative maggiormente diffuse dei cosiddetti "comportamenti a rischio" ed entrambe sono sorrette da prospettive d’analisi deresponsabilizzanti.

Da un lato vi è la prospettiva che si potrebbe definire delle mele marce. Implicito effetto di questa prospettiva è di far diventare la qualificazione "a rischio" un attributo dell’individuo, quasi fosse il colore degli occhi, l’altezza, il genere sessuale o la nazionalità di appartenenza. Così non si parla più di comportamenti a rischio, bensì di "persone a rischio" o di "gruppi a rischio". In tal modo si perde di vista che tali comportamenti siano una possibilità, un insieme di azioni cui il soggetto può dare vita e non un automatismo da cui è sospinto. In altre parole, quando si utilizza la locuzione «persone/gruppi a rischio» implicitamente li si caratterizza come guidati da regole che li trascendono, in sostanza come persone eterodirette e, in modo paradossale, contemporaneamente colpevoli.

Date queste premesse, l’unico intervento che la società può fare per il proprio benessere è prendere delle precauzioni contro le persone portatrici di queste caratteristiche. L’unica azione diviene quella di stendere cordoni sanitari per prevenire gli effetti distruttivi che quelle azioni possono avere per la società, ma anche per gli autori dei comportamenti. Siamo di fronte ad un’interpretazione totalmente colpevolizzante verso chi compie quelle azioni, che, tradotta in termini di strategie di fronteggiamento dei comportamenti non desiderati, de-responsabilizza totalmente i protagonisti di queste azioni.

La seconda prospettiva, assolutoria, è riconoscibile in commenti come: «poveretti, con le famiglie che hanno..., nella società in cui vivono...». L’idea di fondo di queste letture è che coloro che compiono questi atti siano delle teste vuote. Pur esprimendo compassione, chi attua questa lettura finisce per assumere un atteggiamento moralistico e paternalistico; non entra in una comunicazione reale con i soggetti delle azioni giudicate, non li prende sul serio, non comprende le loro buone ragioni. In sostanza, in entrambe le prospettive si toglie la possibilità alle persone di essere soggetti, artefici della propria storia.

Se da un lato sembra più corretto parlare non di persone, ma di comportamenti a rischio, dall’altro lato occorre qualche riflessione proprio sul termine rischio. Nel nostro linguaggio quotidiano, ma anche in molte analisi teoriche, il termine rischio ha progressivamente assunto il significato di elevata probabilità di evento non desiderato, negativo, di sconfitta, catastrofico. In realtà, chi intraprende un’azione "a rischio" si mette di fronte alla possibilità sia di esiti positivi sia di esiti negativi. Il rischio è l’assumersi la responsabilità di intraprendere un corso d’azione che può avere sia un esito positivo – desiderato – di vittoria, sia uno negativo – non atteso – di sconfitta. Tipico l’esempio dell’imprenditore, che si assume il rischio (appunto) dell’intrapresa economica, ossia si assume la responsabilità di mettere in gioco le proprie risorse non certo per perseguire un esito di sconfitta, ma per avere un vantaggio. In sostanza, ritroviamo come parte del concetto di rischio una inevitabile assunzione di responsabilità.

Due linee fondamentali

Lo slittamento semantico del rendere eguale il termine rischio al suo esito negativo indica la paura, l’incertezza che (ancora) nella nostra cultura procura l’assunzione individuale della responsabilità, il mettersi in situazioni in cui l’esito non è scontato, in cui vengono meno non solo gli elementi di garanzia, ma la protezione tout-court. Tutto ciò avviene nell’ambito di una cultura che ha fatto della protezione il proprio assunto di base. Una cultura che, soprattutto nella versione mediterranea, conservatrice e familistica, tende a trasformare la legittima aspettativa di difesa dagli esiti non desiderabili dell’imprevedibilità della vita e di riduzione delle disuguaglianze, in un sistema di protezione che ha in molti casi tolto, proprio a chi è meno dotato di potere, gli spazi per la sperimentazione di nuove soggettività.

Possiamo rintracciare due linee fondamentali dei modelli di socializzazione andatisi affermando e diffondendo mano a mano in tutte le classi sociali del mondo occidentale nel secondo dopoguerra.

La prima linea ha proposto come decisiva la spinta al mettersi alla prova, al mettersi in gioco, al rischiare. Una spinta derivante sia dalla cultura del capitalismo e dell’imprenditorialità, sia dalla cultura propria della democrazia e dell’essere cittadini.

La seconda linea si è invece ispirata a una sempre maggiore dichiarazione di rispetto della psicologia, delle personalità, delle emozioni dei più giovani, di coloro che dovevano essere allevati.

In qualche modo, a monte dell’ambivalenza che le due tendenze creano sia per i giovani che per chi ha compiti educativi, si intravede un precetto molto radicato, ossia l’idea che la convivenza civile si regge soltanto se gli individui adulti e socializzati controllano le proprie emozioni, laddove per controllo deve leggersi "limitino" fino ad annullarne la manifestazione. Soltanto in ambiti appositamente riservati della vita quotidiana le emozioni possono esprimersi in un modo relativamente meno controllato. In particolare, nello spazio comunemente chiamato "tempo libero" e in altri ambiti della cosiddetta vita privata, soprattutto familiare.

Senza affrontare tutte le implicazioni sociali, ci interessa qui indicare nella contraddittorietà delle spinte provenienti dai diversi modelli di socializzazione, e più in generale dalla cultura, una delle cause per cui nel processo di rischio finisce per essere enfatizzato il polo distruttivo, di sconfitta, piuttosto di quello costruttivo, di successo.

Se non si vuole assumere una prospettiva nostalgica di chi rivendica i riti del passato contro l’attuale venir meno di un senso collettivo, occorre riconoscere nelle ritualità contemporanee la "ricerca di senso" anche quando queste assumono forme in cui sono talvolta riconoscibili elementi di caducità o di disperazione.

Andando in discoteca

I giovani frequentatori tendono a identificare il mondo della discoteca come un mondo altro rispetto alla vita quotidiana nella quale la "definizione della situazione", ossia il controllo del sé, delle situazioni e gli scambi relazionali vengono gestiti tramite la dimensione cognitiva e utilizzando soprattutto la comunicazione verbale. Nella discoteca, invece, sarebbero privilegiati i codici espressivi che hanno al centro la dimensione corporea e una parallela riduzione dello spazio del controllo cognitivo. Queste differenti forme di "definizione della situazione" implicano la necessità di elaborare le modalità di uscita dalla routine della vita quotidiana e di ingresso nel mondo della discoteca.

Non è casuale che in discoteca si entri a ora tarda. Si devono infatti percorrere delle tappe di avvicinamento che portino i protagonisti a "indossare la parte" che metteranno in scena in discoteca e che avrà il codice espressivo sul piano corporeo e non verbale.

La cultura adulta mostra l’incapacità di comprensione nel sanzionare come negativo il non poter comunicare, in discoteca, per effetto dell’elevato volume. Questa affermazione manca il bersaglio perché, nel riproporre la non corretta equivalenza comunicazione = parola, svaluta la rilevanza della espressività corporea, mentre il senso della discoteca sta proprio tutto nell’uso di questa comunicazione.

Potremmo anche aggiungere: l’elevato volume presente in discoteca è una conseguenza (e non vogliamo sottovalutare qui gli effetti dannosi che la cosa può produrre) di questa svalutazione presente nella cultura. Lunghi anni di socializzazione nella vita dei giovani, secoli di civilizzazione nella storia della cultura occidentale fanno sì che per dare spazio all’espressione corporea sia "necessario" operare una forzata chiusura del canale verbale. Potremmo in sostanza dire che solo tramite la saturazione del canale uditivo "si mettono in moto la pancia e le gambe".

Dato questo scenario, nell’avvicinarsi alla discoteca, acquista progressivamente sempre più importanza il fare. Fin da casa, quando effettivamente comincia il "rito discoteca", si dedica attenzione al proprio corpo: si scelgono i vestiti, ci si fa il bagno, ci si profuma. Quando ci si incontra con gli altri si tendono a ripetere gli stessi comportamenti di sempre: si mangia una pizza, si beve una birra, si gira per locali, insomma si fa. Si tratta di un vero e proprio rito di transizione in cui sono riconoscibili le tappe (descritte in letteratura) che portano al progressivo distacco dal tempo e dall’identità presenti nella vita quotidiana e all’affermarsi dell’identità che entrerà in gioco durante il rito.

Come ogni transizione, anche questa comporta dei pericoli per l’identità delle persone, tant’è vero che tutti hanno la consapevolezza di evitare di "entrare" in questo rito se ne mancano i presupposti: se non si è dell’umore giusto non si va in discoteca, perché sarà una serata negativa e si può finire col rovinare la serata anche agli amici. Altro indizio della "pericolosità" per l’identità della persona lo possiamo riscontrare nella descrizione che i giovani fanno della loro "prima volta" nella quale hanno scoperto tutta la loro inadeguatezza: uno scacco in termini di profilo di personalità, avendo scoperto la propria mancanza di competenze sociali per gestire quella situazione. In seguito, divenuti frequentatori abituali, non ci sarà più questo senso di inferiorità, ma ogni volta quell’ambiente si propone come un luogo di sperimentazione. Tant’è vero che numerosi sono i racconti di "prove" davanti allo specchio per allenare le proprie capacità esibitive. Il rischio in discoteca deriva, quindi, dal fatto che le forme di presentazione della propria identità e di interazione con gli altri, costruite sulla base di anni di socializzazione dentro e fuori le famiglie e i percorsi formativi scolastici, servono a poco in quell’ambiente.

Bisogna saper elaborare altri codici, che consentano di gestire la relazione col sé corporeo e con gli altri, definendo spazi per le emozioni e l’esibizione, differenti da quelli usuali. Il corpo, in sostanza, non deve più essere relegato al rispetto delle regole del galateo, secondo i dettami del "processo di civilizzazione" – come studiato da Elias –, di cui è figlia la nostra cultura. Sono quindi in discussione le forme dell’"ordine dell’interazione" – per usare l’espressione di Goffman – e, su questa strada, anche i principi dell’ordine sociale. Questo aspetto assume caratteristiche limite quando – per l’ora tarda, per il tanto ballare, per l’eccitazione, per effetto delle luci, per la musica o per l’uso di alcolici o sostanze – le persone sperimentano stati (altri) di coscienza, stati sospensivi; si tratta di quell’insieme di esperienze di parti di sé non conoscibili attraverso la riflessione condotta su base cognitiva, ossia, quando emerge la sperimentazione di quelli che Markus e Nurius chiamano "sé possibili". Siamo allora sul serio in presenza di esperienze di rischio per sé e per le relazioni sociali.

Di fronte a questo scenario, chi ha una visione allarmistica, demonizzante, catastrofista, può trovare le sue buone ragioni, ma dimostra tutta l’insicurezza e la debolezza dei propri valori e del proprio orientamento culturale. Chi ha un atteggiamento più laico, di problematizzazione dei comportamenti sociali e quindi con un orientamento più solido – proprio perché non ha timore di discutere le proprie posizioni – coglie, insieme ai pericoli impliciti in ogni percorso di rischio, le buone ragioni dei protagonisti.

Il rischio si ripresenta all’uscita dalle discoteche. Come ogni transizione è intrinsecamente pericolosa. Ogni transizione implica infatti l’abbandono (la morte simbolica) di una parte di sé – del self proprio della situazione precedente – per far spazio a un’altra parte di sé. Mentre abbondano le indicazioni dell’attivazione di procedure, più o meno diffuse tra i soggetti, per la gestione della transizione in entrata, risulta evidente la carenza di modelli di controllo e di facilitazione della transizione in uscita.

Una transizione certamente più problematica innanzitutto perché si tratta di un ritorno a un mondo meno attraente perché più routinario che, in secondo luogo, prevede minore centralità della propria persona; i soggetti infatti sono meno protagonisti della scena e provano quindi meno emozioni, parte pregnante del "sentirsi vivi". Inoltre la stanchezza gioca un ruolo nella riduzione delle capacità di controllo. Riduzione della capacità di controllo secondo i parametri della vita quotidiana che, d’altronde, è uno degli effetti cercati proprio per dar vita a quella parte di sé fondata sulle emozioni e l’espressione corporea che è propria dell’esperienza della discoteca. La mancanza di forme di ritualità in uscita è dunque un segno di forte esposizione agli esiti negativi del percorso di rischio nella transizione verso la vita quotidiana.

A questo proposito anni fa indicammo – si vedano i numeri 125 e 126 del 1994 della rivista Psicologia contemporanea – la necessità di elaborare delle "camere di compensazione", ossia di chiedere a tutti gli attori presenti sulla scena di pensare e partecipare all’elaborazione di forme di ritualità di varia natura che aiutassero ad accompagnare questa transizione in uscita più pericolosa per gli aspetti sopra indicati. Dopo anni di dibattito in cui alcuni opinion leaders sono intervenuti con un certo pressappochismo per la mancanza di un serio confronto con la realtà e con le ricerche sul campo, si è iniziato a parlare di "camere di decompressione" e recentemente il governo ha adottato questa formula.

A noi sembra necessario rilevare il cambio di definizione, perché le parole sono importanti. Parlare di "decompressione" significa attribuire a un mondo – quello della discoteca – la caratteristica dell’essere compressi, caratteristica che sarebbe mancante all’altro mondo, quello della vita quotidiana. Una prospettiva ben diversa da quella implicita nel concetto di compensazione, dove non si produce una gerarchia tra mondi e tra codici espressivi, ma si indica soltanto l’esistenza di un diverso "incorniciamento" dell’esperienza di sé e del mondo. Del resto con eguale superficialità si erano già mosse, di fronte alla problematicità della transizione in uscita, alcune "pubblicità-progresso" degli anni passati. Per esempio, in uno spot televisivo del 1996 le parole pronunciate da un giovane alla fine della serata sono: «E ora cornetto e cappuccino», seguite dal rumore di uno scontro automobilistico, a connotare l’attività di far colazione insieme come connessa agli esiti catastrofici. Viene così disconosciuta l’importanza di un (nuovo) fare collettivamente organizzato, che potrebbe invece costituirsi come un’utile forma di ritualizzazione in uscita e di reingresso nella vita quotidiana.

Qualche nota finale

Andare in discoteca è un’attività impegnativa e piacevole che riguarda una consistente parte dei giovani. Se ha senso vedervi un’attività di sperimentazione di altri sé possibili, ha senso anche ammettere l’implicita presenza di rischio per i diversi livelli di incertezza che il giovane sperimenta, su di sé come Io-corporeo e come Io-in-relazione (segnatamente con l’altro sesso). Accettare l’incertezza e il rischio come parte di un mettersi alla prova non rivolto solo a un qualche tipo di trasgressione, ma anche alla genuina ricerca di nuove declinazioni di identità in ambiti (corporeo, relazionale) poco noti o controllati nelle pratiche quotidiane, significa porre le basi per accettare le buone ragioni dei giovani e per identificare interventi di contenimento degli esiti negativi, lasciando a loro l’assunzione di responsabilità e il potere istitutivo delle loro azioni.

Carlo Castelli e Salvatore La Mendola
   

NUOVE DROGHE: DATI PREOCCUPANTI

Musica-afro e cannabis il giovedì, musica-techno ed ecstasy venerdì e sabato. Sono le combinazioni preferite dai giovani fra 15 e 30 anni che frequentano le discoteche. L’alcol continua però a mantenere ovunque il primo posto ed è in aumento l’abitudine di combinare più sostanze in cocktail micidiali per la salute.

Si tratta dei dati preliminari relativi al primo studio italiano sull’uso delle droghe sintetiche nelle discoteche, condotto da osservatori regionali e dall’Istituto superiore di sanità. Alcol, ecstasy, Lsd, cocaina, cannabis e amfetamine sono le sostanze più diffuse nelle discoteche. In particolare, secondo gli esperti, fra i giovani sono in deciso aumento i consumi di cocaina, anche per la facilità con cui si acquista questa sostanza, la cui presenza nelle discoteche è costante e si assesta intorno al 20% del totale dei consumi di droghe. Anche tra gli studenti delle scuole superiori la cocaina (provata da circa il 7% dei giovani) ha battuto l’ecstasy (4%).

Tra le nuove droghe, inoltre, l’Osservatorio nazionale sulle tossicodipendenze invita a non sottovalutare le colle inalanti, o Popper rush, un fenomeno di cui non si parla, ma i cui consumi sono così alti da battere quelli di cannabis.

Preoccupazione la destano anche i cocktail di più droghe. Dalla ricerca è emerso che tutti coloro che frequentano le discoteche almeno una volta combinano due sostanze. Spesso le scelgono affini: ecstasy e cocaina, oppure ecstasy e amfetamine. Le conseguenze possono essere di varia entità, ma sempre gravi: dal collasso alla distorsione delle percezioni sensoriali e senza assistenza medica si rischiano traumi psichici. Su questo fenomeno è in programma una ricerca nelle strutture di Pronto soccorso di tutta Italia.

Altro fenomeno emergente è l’aumento del consumo di droghe nelle donne, che se nell’adolescenza è circa quattro volte inferiore rispetto a quello degli uomini, intorno ai 20 anni il dato pareggia.

   

I LUOGHI DI CONSUMO

In Umbria è la discoteca, per l’87% degli intervistati, il principale luogo di consumo di ecstasy. Seguono le feste private (47,2%), l’assunzione per strada (14,4%) e allo stadio (11,1%). A dirlo sono proprio i giovani intervistati dall’Agenzia per la promozione e l’educazione alla salute nell’ambito di una ricerca a livello regionale su di un campione di 1.110 giovani fra i 14 e i 24 anni. Dall’indagine risulta che al 16,1% di questi è stata offerta ecstasy (un giovane umbro su sei), il 70% pensa che non sia difficile acquistarla, mentre 31 intervistati su 100 conoscono persone che ne fanno uso. Il 94,6% ne ha sentito parlare, e nove soggetti su dieci sanno che l’ecstasy è sul mercato sotto forma di pasticche. Se da un lato la maggior parte colloca l’ecstasy, come livello di pericolosità, subito dopo l’eroina e alla pari dell’Lsd, dall’altro quote consistenti del campione reputano l’ecstasy meno pericolosa della sigaretta, dell’alcol e della marijuana. Il rischio di diventare dipendenti della sostanza, infine, è segnalato dal 70%, a fronte di un 11,7 che pensa che tale possibilità non sia reale.

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