Periodici San Paolo - Home page
DALLA VIOLENZA SIMBOLICA A QUELLA SOLIDALE

L’autogestione che piace ai giovani

di Sandrone Dazieri
(giornalista e scrittore)
            

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2000 - Home Page Rave. Punk. Paninari. Le più svariate aggregazioni non rinunciano ai cortei. Si propongono di fare molto rumore, spesso per nulla. Comprendere le loro attese comporta una visitazione delle tappe storiche a partire dagli anni Settanta.

Oggi come oggi, i centri sociali sono diventati simbolo – reale o mediatico – di molte battaglie condivise da ampi strati della società civile. Negli anni Ottanta contro la speculazione edilizia, negli anni Novanta contro le istanze separatiste e antisolidali della Lega Nord e per l’antiproibizionismo. Nel Duemila, invece, sembrano candidarsi per essere i testimonial dell’accoglienza agli immigrati extracomunitari e dei nomadi. Lo raccontano i riuscitissimi tre cortei di Milano, Firenze e Taranto (dove per la prima volta si sono ufficializzate le pratiche di resistenza passiva non violenta, che fanno ben capire quanti anni siano trascorsi dalle molotov dai tetti), avvenuti sabato 29 gennaio, per la chiusura dei lager di detenzione temporanea.

D’altronde, le battaglie costanti e più riuscite dell’autogestione sono state sempre quelle di stampo solidaristico. Contro la diffusione dell’eroina, contro gli sfratti e gli sgomberi, contro le guerre, per la liberazione dei detenuti politici o malati. Proprio i centri sociali, va ricordato, furono tra i primi, insieme con il volontariato religioso, a offrire assistenza sanitaria e ricoveri agli immigrati, durante le ondate di arrivi che lasciarono impreparate le istituzioni negli anni Ottanta.

Accettati e sostenuti ormai da larghi strati dell’opinione pubblica – spesso anche tra chi ne condanna l’illegalità –, i centri sociali hanno anche cambiato, in buona parte, metodi e rappresentazione. Tute bianche al posto dei passamontagna, ma anche e soprattutto dialogo con le istituzioni, perché la loro funzione sociale venga riconosciuta e sostenuta. Se la vertenza dei centri romani nei confronti della giunta Rutelli o la piattaforma milanese rivolta ai sindaci Formentini e Albertini sono rimaste più o meno nel limbo, a Padova e Venezia gli edifici dei centri sociali Pedro e Morion sono stati affidati ai loro occupanti.

In qualche caso, le cooperative dei centri hanno ottenuto finanziamenti pubblici per iniziative di stampo culturale, e giovani militanti vengono ascoltati, in qualità di consulenti, da assessori e ministri. Insieme con organizzazioni del volontariato come la Lila, si prodigano per la riduzione del danno da stupefacenti, strutturano interventi di strada per i tossicodipendenti, collaborano a campagne "ufficiali" sui rischi per l’uso dei nuovi stupefacenti come l’ecstasy, pur mantenendo la loro impostazione antiproibizionista.

È una strada, quella del dialogo, non condivisa da tutta l’autogestione. Lo si comprende perfettamente anche solo analizzando l’agire dei centri torinesi, fieramente separati da media e politica ufficiale, come di altri sparsi per la penisola, ma è un mutamento che sembra inarrestabile e che non porterà altro che ricchezza al cosiddetto Paese civile. Sempre, naturalmente, che trovino orecchie capaci di ascoltare.

Per comprendere che cosa siano i centri sociali di oggi dobbiamo necessariamente spiccare un salto indietro, almeno fino agli anni Settanta.

Per dirla con le parole di Primo Moroni, compianto teorico dei movimenti e raffinato intellettuale: «(...) Dal 1975 al ’77 (...) muta anche il quadro della compatibilità conflittuale assicurata dai movimenti, si cominciano a votare le prime leggi speciali, si restringono gli spazi di agibilità in fabbrica e nel territorio. I gruppi extraparlamentari entrano in crisi e cominciano a sciogliersi "liberando" migliaia e migliaia di militanti che vanno alla ricerca di altre identità e progetti. Compaiono nuovi soggetti sociali nei grandi hinterland metropolitani che danno vita ai centri sociali e ai circoli del proletariato giovanile (...)» (1).

In vari gradi, questi spazi si rivolgono anche al quartiere e alla città – propongono, per esempio, scuole e feste popolari, asili autogestiti –, ma svolgono soprattutto una funzione logistica per l’attività politica propriamente detta. Vi si tengono assemblee, seminari e riunioni di collettivo, vi si custodiscono gli strumenti per la controinformazione, come le ciclostili e i laboratori fotografici, vi si dipingono gli striscioni.

Accettati e sostenuti da larghi strati della pubblica opinione, i centri sociali hanno cambiato metodi e rappresentazioni. A volte, attualmente, ottengono finanziamenti pubblici e dialogano senza difficoltà con le istituzioni.

Spesso affittati a prezzi simbolici, più raramente occupati, sono un luogo dell’avanguardia politica e, in un clima di mobilitazione generale, nessuno è disposto a spendere troppo tempo nella loro gestione. Le spese immediate sono risolte con le collette, i frequentatori serali si portano birre e panini da casa.

Dopo il ’77, comincia la decimazione. Sgomberati dalla polizia o senza più militanti passati alla clandestinità e alle patrie galere, ben pochi di questi spazi rimangono in vita, divenendo sede soprattutto d’iniziative contro la repressione e in solidarietà con i detenuti.

Insieme con loro chiudono, o vengono chiuse le radio libere, le librerie autogestite, le fanzine, le case editrici underground, le reti di distribuzione di libri e riviste autoprodotte.

«A Milano nel 1979 l’aria era grigia – pesante come cemento armato –, di colpo tutto sembrava invecchiato, i costumi, gli eskimo, le clark e le gonne a fiori; il linguaggio – compagne e compagni, assemblea e cortei –, la musica... Chi aveva dai 18 anni in giù e la potente voglia di cambiare il mondo, poteva scendere in strada direttamente dall’ultimo piano di un megagrattacielo Iacp di Gratosoglio...: il tonfo non l’avrebbe sentito nessuno» (2).

I primi "punk" italiani

Troppo giovani per essere stati protagonisti del ciclo appena terminato, di cui però riconoscono il valore di "rivoluzione tentata", lontani dalle ideologie precedenti, i primi punk italiani trovano nella rivolta dello stile d’oltrefrontiera un’alternativa alla mancanza di comportamenti altri che il passaggio del decennio propone. Non senza qualche equivoco e incomprensione con i fratelli maggiori. Per un militante tradizionale, giovani vestiti in siffatta maniera, con una tale passione per gruppi musicali dagli strani atteggiamenti, sono qualcosa di sospetto, possibilmente da tenere lontano.

Sempre con Primo Moroni (...): «Il corpo soggettivo del punk è di per sé uno strumento di provocazione, un mezzo per affermare la propria diversità e il proprio rifiuto d’integrazione: l’aspetto "luttuoso" sembra celebrare il funerale delle precedenti certezze...» (3).

Stanchi di rimanere nelle piazzette che li hanno visti nascere, anche per una notevole intolleranza da parte delle forze dell’ordine, i punk sono costretti a cercarsi altri luoghi, spesso proponendosi come sangue nuovo nei pochi spazi sociali rimasti. Esemplare, in questo senso è, nel 1981, la nascita del Virus di Milano, spazio autogestito dai punk nei locali vuoti di un’occupazione del decennio precedente.

Nella prima metà degli anni Ottanta, oltre ai punk, altri soggetti cominciano a muoversi: gli studenti.

«Tutto ha inizio a Milano, gli studenti di un liceo artistico vengono sfrattati dalla loro sede (...). Quattordicenni che masticano pochissima politica, almeno quella datata anni Settanta, ma dotati di uno spiccato pragmatismo, nel giro di un mese occupano o entrano in autogestione in tutte le scuole della città (...). La perdita d’ideologia porta questi giovani a scontrarsi tra coetanei più su modelli di comportamento e di appartenenza al gruppo che di analisi sociale e politica. Da qualche tempo, al sabato, paninari (...) e tamarri di periferia (...) si scambiano calcioni davanti ai locali del Burghy o in metropolitana. Gli uni "fascisti", gli altri "cinesi". Ma finché sono scontri tra bande si tratta di ragazzate. Sono tutti «bravi figlioli» o almeno così si affannano a dipingerli i quotidiani del periodo: «In piazza a Milano con gli studenti tra proteste e sorrisi. Studenti in corteo contestano ma con allegria» (Corriere della Sera). L’allegria finisce quando una manifestazione termina in scontri con le forze dell’ordine» (4).

Contemporaneamente, sulle ceneri del variegato movimento pacifista, che nell’83 aveva portato alla lotta contro i missili di Comiso, nasce e si coordina su base nazionale un movimento antinucleare e antimperialista che da’ luogo a numerose iniziative contro le basi Nato e le centrali nucleari.

A questa mobilitazione non sono estranee le vecchie strutture dell’Autonomia, anzi, sono l’ossatura della parte più organizzata. Molti dei nuovi collettivi che nascono in quegli anni, composti per lo più di ventenni, si rifanno esplicitamente a tale esperienza.

Ma con altre tensioni e aspirazioni. L’assalto al cielo e la rivoluzione, per quanto non definitivamente accantonati, vengono comunque messi tra parentesi. Occorre, prima di tutto, riaprire spazi di agibilità all’interno del territorio.

Tra i cascami del movimento punk e i nuovi autonomi si forma così un’inedita alleanza. Insieme cercano di rivitalizzare "vecchi" centri sociali rimasti. Poi, insieme, tornano a occupare aree industriali dismesse, vecchie scuole abbandonate per il calo demografico, case sfitte.

Folla davanti alla vecchia sede del Leoncavallo.
Folla davanti alla vecchia sede del Leoncavallo.

Le vicende del Leoncavallo

Dall’86 all’89 un movimento inedito attraversa la penisola in forma sotterranea, con occupazioni in quasi tutte le principali città, a cominciare da Roma (5). Spesso le occupazioni durano pochi mesi, talvolta lo spazio di una notte prima che la polizia bussi alla porta, lacrimogeni in resta, ma qualcuna resiste e si consolida.

L’opinione pubblica se ne accorge soprattutto in un giorno dell’agosto del 1989, quando la giunta Pillitteri decide di sgomberare il centro sociale Leoncavallo di Milano, un’ex industria farmaceutica occupata nel 1975. Il comitato di gestione, composto per la quasi totalità da militanti della nuova generazione, sale sul tetto e risponde con le molotov alla polizia. Stranamente, vista la poca distanza dagli anni di piombo, vi è più solidarietà che riprovazione.

Giovani e vecchi arrivano da tutta Italia per ricostruire l’edificio distrutto dalle ruspe del Comune, intellettuali di tutti gli schieramenti offrono solidarietà agli imputati. Si può dire che vengano riconosciute le motivazioni che avevano spinto gli occupanti: sottrarre un’area dismessa al degrado e all’eroina, difendere un luogo che offre attività sociali e spazi di vita, contestare l’immagine yuppesca della Milano da "bere". Persino il tribunale, che condannerà gli arrestati a pene relativamente miti, riconoscerà come attenuante "l’alto valore morale".

Nel giro di cinque anni dallo sgombero e dalla rioccupazione del Leoncavallo, il numero di aree industriali dismesse trasformate in centri autogestiti passa da una ventina a più di cento (6).

Considerando il clima e i continui sgomberi, i nuovi occupanti pongono in cima alla lista soprattutto l’affermazione del proprio diritto a esistere. La "resistenza" e l’"uscita dal ghetto", come scrivono sui muri e urlano nei cortei, si traduce in mobilitazioni quotidiane per la difesa degli spazi o per farsi accettare in quartieri che li vedono come marziani.

Con un esterno ostile e privo di un Movimento propriamente detto, quasi tutto comincia a spostarsi all’interno. Le librerie autogestite, gli ambulatori popolari, le radio pirata, i cineforum, che nel decennio precedente erano diffusi nella città, vengono riaperti, stavolta dentro i centri sociali. I militanti passano l’intera giornata in quei luoghi, rendendoli delle cittadelle autosufficienti.

I generatori e le bombole sostituiscono la fornitura Enel, di solito negata; i primi telefoni cellulari tengono le comunicazioni. Si organizzano mense, attrezzano stanze abitabili, fondano cooperative di servizio per ricavare reddito. Sopravvivere, per questo soggetto lontano dai padri nobili, significa però anche ricostruire un’identità collettiva.

La produzione e la fruizione culturale, la creatività, la musica, divengono atti necessari. Servono per aggregare nuovi soggetti e rendere vivi quei luoghi. Le porte degli stessi cominciano a rimanere aperte sette giorni su sette per chiunque abbia voglia di varcarle. Se i circoli del proletariato giovanile erano soprattutto luogo per i militanti, i centri sociali degli anni Ottanta godono di una frequentazione quasi indifferenziata. Alcuni concerti organizzati con gruppi di buon nome internazionale vedono la presenza di migliaia di persone. Cade, un po’ alla volta, anche la pregiudiziale sugli artisti. Non si contestano più cantanti e attori come servi dei padroni, ma il prezzo del biglietto dei locali ufficiali. Se un artista accetta di entrare in un centro occupato, è già una presa di posizione sufficiente a legittimare la sua esibizione.

Questa apertura e questa offerta culturale a tutto tondo creano rapidamente una separatezza tra "gestori" e "frequentatori", separatezza sulla quale i comitati di occupazione non cesseranno mai di interrogarsi.

È evidente che i frequentatori sono in qualche modo simpatizzanti della struttura, ma vi cercano, soprattutto, una socialità non omologata, con servizi a prezzi popolari.

Sono disposti a mobilitarsi in massa, ma solo per manifestazioni dall’alto valore simbolico: contro la guerra del Golfo, contro la Legge Russo-Jervolino sulla punibilità del consumo delle droghe. Già meno successo godono le manifestazioni in solidarietà con i movimenti di liberazione di altri Paesi (Palestina, Irlanda, Paesi Baschi, Chiapas), che spesso vengono agiti in una città per lo più indifferente.

Ancora meno interesse diffuso suscitano le manifestazioni in solidarietà con i lavoratori tradizionali, poco rappresentati nei centri, più che altro per motivi anagrafici. Per questo, anche i tentativi di saldatura con i Cobas, comunque espressione di nuove forme sindacali dal basso, funzioneranno più in termini ideali che di numeri in piazza, salvo nei casi in cui si tratti di contestare le "vecchie" rappresentanze della Triplice.

Diverso è il discorso per quanto riguarda i centri sociali del Sud, divenuti in molti casi sede dei comitati di disoccupati autorganizzati. Le manifestazioni per il lavoro producono mobilitazioni numericamente rilevanti, e molto determinate. Anche troppo, secondo le questure.

Amplificare i messaggi

Visti dall’esterno, molti cortei degli anni Ottanta dei centri sociali sembrano animati da volontà masochistiche. Pur numericamente inferiori alle forze dell’ordine, i militanti dell’autogestione rompono sistematicamente i divieti, bloccano strade, picchettano gli ingressi di manifestazioni ufficiali e università. Esemplari, in questo senso, le mobilitazioni contro la Mostra orafa di Vicenza, contestata per la presenza di espositori del Sudafrica pre-Mandela, le iniziative alla Mostra navale bellica ligure, i blocchi alle centrali di Montalto di Castro e Caorso. I giovani dei centri formano spezzoni turbolenti in manifestazioni pacifiche della sinistra tradizionale, irrompono in celebrazioni ufficiali. Il risultato finale è sempre lo stesso: i militanti incassano botte come zampogne, denunce e arresti.

Ma il loro ragionamento, pur passionale e istintivo, è anche perfettamente razionale. Se si vuole allargare l’agibilità, occorre che i rappresentanti dell’ordine pubblico trovino più vantaggioso concedere l’autorizzazione a una manifestazione piuttosto che vietarla.

Se si vuole estendere la base di consenso, occorre amplificare il messaggio. Un corteo pacifico di un migliaio di persone verrà ignorato da tutti, un po’ di casino finirà sulle prime pagine dei giornali. Si può dire che la lezione della Società dello spettacolo sia stata appresa e digerita perfettamente. Al di là degli allarmismi dei media, che ne stigmatizzano i comportamenti, i volti coperti dei giovani dei centri sociali e i copertoni in fiamme in mezzo alla strada sono molto più uno spostamento sul piano simbolico dell’agire che un richiamo agli anni precedenti.

Non a caso, quando la forza dei centri sociali negli anni a venire sarà consolidata, e le diecimila persone in corteo un fatto normale, spariranno fazzoletti sui visi e passamontagna, sostituiti dalle tute bianche, che rappresentano lo sfruttato senza voce, identico in ogni Paese.

Sempre per quanto pertiene alla comunicazione, i centri sociali sono tra i primi a sfruttare gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione, come telefoni cellulari e computer. Prima dell’arrivo di Internet un computer in ogni città fa circolare files di messaggi, volantini, convocazioni di manifestazioni, notizie, chiacchiere (7).

La sopravvivenza degli spazi autogestiti è legata, quindi, a una costante sperimentazione, ma nei primi anni Novanta lo stesso concetto di centro sociale viene sottoposto a severa revisione da parte delle ali più creative. All’idea di cittadella che si difende, dall’identità "forte", viene contrapposto quella di area in fluido movimento, di mordi e fuggi, di identità "mutante". Senza rinnegare niente delle conquiste ottenute, si cercano in sostanza nuovi modi di irrompere nella città e nell’immaginario. Uno dei fondamenti teorici dell’analisi è nel pensiero di Hakim Bey, filosofo della controcultura americana, il cui testo, Taz, ottiene una grandissima eco all’interno del nuovo underground italiano.

«La Taz è come una sommossa che non si scontra direttamente con lo Stato, un’operazione di guerriglia che libera un’area (di tempo, di terra, di immaginazione) e poi si dissolve per formarsi in un altro dove, in un altro tempo prima che lo Stato la possa schiacciare» (8).

"Rave" in quantità

L’analisi delle Taz (Zone temporaneamente autonome) riapre il dibattito, arricchisce il concetto di comunità telematica che comincia a formarsi su Internet (dove le identità sono fluide per definizione), e porta alla realizzazione dei primi rave autogestiti. I rave sono un fenomeno nato in Inghilterra alla fine degli anni Ottanta.

Le musiche house e techno, costruite con campionatori elettronici e computer, accompagnano il ballo di migliaia di persone radunate in un qualche luogo, portandole in uno stato che da molti studiosi viene paragonato alla trance. In questi raduni, che presto fuoriescono dai club per spostarsi in aree postindustriali, cominciano a circolare massicciamente nuove sostanze stupefacenti, come l’ecstasy, che moltiplicano la resistenza dei ballerini, anche se a caro prezzo per il fisico. In Italia i primi rave arrivano attraverso il circuito ufficiale, nel giugno 1990.

«Lo spirito organizzativo è decisamente professionale, gli obiettivi sostanzialmente economici, i luoghi (...) regolarmente affittati con tanto di obolo alla Siae. Dopo il primo evento "storico", The Rose Rave nei pressi di Aprilia, il 15 settembre ’90 al World Beat Dance Festival ci scappa il morto per una rissa a sfondo calcistico» (9).

I rave sembrano un’aggregazione puramente ludica, però proprio le aree contigue ai centri sociali, o addirittura i centri sociali stessi, raccolgono l’esempio dell’underground inglese, sopravvanzando "a sinistra" le offerte ufficiali. Soprattutto a Roma, dopo il 1994 si cominciano a organizzare rave in quantità. Si occupano aree dismesse, ma solo per una notte o un paio di giorni, facendovi confluire migliaia di persone, allertate attraverso volantini sparsi nei luoghi caldi, o annunci alle radio di movimento.

La diffusione dello "stile" rave, però, non si limiterà all’area antagonista. La musica farà breccia in tutti i locali di tendenza, e un po’ alla volta diventerà difficile distinguere, se non per il luogo utilizzato, un rave illegale dalla serata in una discoteca. Forse l’unica reale differenza sarà rispetto alle sostanze stupefacenti. L’area autogestionaria s’interrogherà sull’uso delle droghe, cercherà d’impedire lo spaccio e di informare i partecipanti sull’effetto delle varie sostanze. Nelle discoteche questo non avverrà mai, se non per opera di volontari esterni. Oggi come oggi, comunque, se le idee di Hakim Bey rimangono un punto di riferimento per l’azione politica, possiamo però affermare che i rave hanno cessato la loro spinta innovativa, rimanendo una delle tante attività "istituzionalmente" proposte dai centri sociali.

Terminiamo qui questa ricostruzione, consci della sua limitatezza e parzialità. Occorrerebbero, infatti, libri interi per scrivere la storia di ogni singolo luogo, figurarsi l’intero arcipelago.

Sandrone Dazieri

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2000 - Home Page