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ASSOCIARSI PER ESISTERE

Il ventaglio delle biografie

di Alberto Pagani
(sociologo)
            

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2000 - Home Page Ciò che conta è stare insieme ad altri per trovare risposte di identità e di identificazione. La nuova generazione si impegna in micro e macro forme di solidarietà. Ma non sul fronte dei diritti di cittadinanza che aveva, invece, contraddistinto quella passata e che oggi costituisce la fascia degli adulti..

Scrive il sociologo Ilvo Diamanti: «Sembra finita l’era del "mito giovanile". Il tempo in cui i giovani apparivano un’entità specifica ed esemplare, che racchiude in sé elementi di continuità e progetto (...). Oggi i giovani non fanno più moda. Ne costituiscono, al più, un bersaglio. Un segmento di mercato, sensibile alle mode» (Diamanti, 1999). Né il lavoro né la scuola né la famiglia e neppure la politica sono vissuti dai giovani come elementi centrali e come ambiti ai quali riferire valori e azioni. La crescente differenziazione delle società iper-complesse non è più infatti soltanto funzionale, ma anche simbolica, nel senso che si sono moltiplicati i criteri di giudizio e di scelta e gli schemi di riferimento, così che non è più possibile riunire sotto uno stesso significato i diversi settori della vita sociale. Il fenomeno è conseguenza della pluralizzazione dei mondi vitali (1), della pluricollocazione dei singoli individui nelle sempre più numerose formazioni sociali, della concorrenza fra le varie agenzie di socializzazione e della molteplicità delle interazioni all’interno di ciascuna agenzia.

Questa pluralizzazione dei mondi vitali ha investito, secondo alcuni, lo stesso processo di socializzazione primaria, ossia il processo attraverso il quale si compie la formazione di base dell’identità, così che il soggetto non interiorizza più un unico "mondo" possibile, cioè un unico principio organizzativo e selettivo della realtà. Al posto di un "centro" che orienti le scelte e i giudizi, ci sono ora molteplici punti di riferimento ai quali corrispondono realtà molteplici: in nessuna di esse però il soggetto può trovare una "dimora" sicura e definitiva.

La famiglia e il contesto sociale di appartenenza non rappresentano più i soli meccanismi attraverso i quali si formano gli orientamenti culturali e i valori, che si ritrovano anche nelle esperienze associative orizzontali, così che «l’universo soggettivo del singolo è assai più simile a un puzzle in cui si combinano elementi eterogenei in cui la coerenza è un risultato, un’attribuzione di significato data a posteriori che non un albero con una gerarchia immodificabile di ramificazioni, la cui coerenza è definita aprioristicamente» (2).

In altre parole, i giovani d’oggi non costituiscono più un movimento collettivo, o un soggetto politico-sociale-culturale omogeneo e unitario, ma sono dispersi in mille rivoli di attività concrete, in reti associative diffuse (anche su scala planetaria, grazie alle potenzialità connettive e comunicative rese disponibili dalle tecnologie telematiche, come ha dimostrato il caso della recente contestazione di Seattle). Secondo un’autorevole indagine nazionale svolta nell’autunno del 1997 dalla società di ricerche Eurisko per conto dell’Iref (Istituto di ricerche educative e formative delle Acli), quella dei giovani è infatti la classe d’età con il maggior livello di partecipazione alla vita associativa.

Rapportando i dati sulla partecipazione associativa a quelli sull’adesione, si vede che ben il 13,3% dei giovani (cioè il 47% del 28,3% degli associati) risulta partecipare ad attività associative, contro il 12,2% degli anziani (cioè il 45% del 26,8% degli associati) e il 9,9% degli adulti (cioè il 25% del 39,8% degli associati). Inoltre, tra i giovani si è riscontrato un grado di partecipazione alle attività e alla vita delle associazioni a cui aderiscono molto più alto che nelle altre classi d’età. Il 47% dei giovani indica la modalità di frequenza più elevata (almeno una volta alla settimana), a differenza degli adulti e degli anziani che partecipano con minore intensità. Ma si direbbe che anche quando i giovani sono impegnati nell’associazionismo non si tratta di una presenza totalizzante, ma semmai di ricerca di significati "parziali", che contribuiscono ad aggiungere tasselli alla costruzione della loro identità (3).

In un universo soggettivo così percepito, il processo di costruzione dell’identità si svincola dai ruoli e dalle istituzioni, per caratterizzarsi invece come ricerca di una diversità da costruire un poco alla volta, nelle scelte quotidiane.

La variabile età

La ricerca di identità è emersa come elemento centrale nelle ricerche sulle aggregazioni e sui nuovi movimenti giovanili, laddove accanto ai diversi contenuti manifesti, che stanno alla base di tali aggregazioni, ne è stato individuato anche uno latente – la ricerca di identità appunto – che le attraversa tutte. L’aggregazione – luogo dove non sembra tanto importante ciò che si fa, quanto piuttosto il farlo insieme ad altri – altro non sarebbe che il canale attraverso il quale si cerca di trovare una risposta ai bisogni di identità e identificazione. Questo è confermato da un altro insieme di dati del già citato rapporto Iref, che riguarda le "motivazioni" che portano ad aderire a una realtà associativa. Da questo punto di vista la variabile "età" pare essere veramente discriminante. Dai dati si evince una correlazione positiva tra fase del corso di vita e motivi che spingono all’adesione associativa. La classe di età degli adulti mostra una forte polarizzazione verso motivazioni di tipo strumentale, la voce: "unire forze per obiettivi comuni" viene indicata da circa la metà degli adulti (49,2%) contro un terzo dei giovani e degli anziani. Questi ultimi, invece, mostrano un’incidenza maggiore della voce: "stare con gli altri", che esprime chiaramente una motivazione di tipo espressivo.

Infine, la classe d’età dei giovani presenta tassi di risposta più elevati alle voci: "fare nuove amicizie" e: "condividere esperienze" che segnalano motivazioni di tipo relazionale. Da segnalare, inoltre, la quasi totale assenza di giovani (1,5% delle risposte) che indica motivazioni di tipo individualistico, rappresentate dalla voce: "ottenere risultati vantaggiosi" (che viene scelta dal 6,3% degli adulti e dall’8,3% degli anziani).

Circa un giovane su dieci ha dichiarato di svolgere attività volontaria (10,8% dei giovani intervistati). Se proiettiamo sull’universo di riferimento le percentuali rilevate nel campione, si ottiene il quadro seguente: 2.280.000 giovani associati, di cui circa la metà (1.071.000) presso associazioni sportive; 1.353.000 giovani che partecipano regolarmente alla vita associativa; 1.099.000 giovani che svolgono attività volontaria. Si tratta, a ben vedere, di entità non irrilevanti, che contraddicono l’immagine stereotipata di giovani edonistici, consumatori passivi, orientati all’ego.

L’azione volontaria dei giovani è orientata verso la propria generazione (adolescenti e minori, come nel caso degli scouts) o verso quelle precedenti (in particolare verso gli anziani). Come sostiene Andrea Bassi: «è probabile che l’attività volontaria di servizio e di aiuto svolta dai giovani miri a ricostruire relazioni dotate di senso verso figure non più presenti nell’ambito familiare: gli adolescenti, che rivestono il ruolo di fratelli minori, sempre più rari, e gli anziani, nei cui confronti i giovani proiettano le figure di nonno, spesso lontani» (4).

Dai dati empirici esce dunque una dimensione strettamente individuale dell’impegno dei giovani per produrre la solidarietà. Questo è il punto debole: essi vivono in modo problematico e senza continuità il rapporto tra pubblico e privato, e tra locale e globale.

Lungo queste dimensioni, rese sempre più astratte e decontestualizzate dalla società complessa della postmodernità, vanno configurandosi, con confini sempre labili e mai definiti una volta per tutte, le identità e le appartenenze di una generazione che soffre, secondo Ardigò, di una «mancanza di vocazione al cambiamento autodiretto tra privato e pubblico. (...) Il cambiamento dovrebbe pur comportare sforzi di uscita, almeno intenzionale, dal solo privato e dai problemi esistenziali solo personali del giovane, per cogliere anche una dimensione di pubblico, di presenza pure nel politico, non necessariamente partitico. Con capacità di donare e di generalizzare non solo attraverso un pur meritorio impegno diffuso per solidarietà interpersonali e "corte" di volontariato» (5).

Invece il coinvolgimento soggettivo non arriva fino al punto di "giocarsi sino in fondo", ma si muove su un terreno di sperimentazione avendo alle spalle una base di stabilità a cui poter eventualmente tornare (Altieri e altri, 1995; Tarozzi, Bongiovanni, 1992). Si delinea cioè «una strategia di adattamento che tende a distribuire su più situazioni, con l’assunzione di più rapporti, l’insicurezza e il timore di giocare la propria vita su un solo obiettivo» (Ardigò, 1992).

Questa ricerca d’identità, sperimentale e nello stesso tempo cauta, è stata attribuita alle nuove forme che l’affettività ha assunto nei giovani e che si concretizza in un atteggiamento tendente a evitare il coinvolgimento delle zone più profonde del sé, in modo particolare nelle relazioni con la famiglia, il lavoro, le istituzioni politiche, le grandi ideologie e i movimenti collettivi a sfondo ideologico. Piuttosto, il giovane d’oggi «tenta una definizione delle proprie differenze solo nell’ambito delle microrelazioni amicali, della quotidianità, delle esperienze interpersonali minute (...) e, in ogni caso, è consapevole del fatto che le sue identità possono essere ormai soltanto contingenti, sperimentali, equivalenti e molteplici nella loro autonomia di circostanza» (Piazzi, Cipolla, 1991).

In assenza dunque di canali privilegiati per l’acquisizione di un’identità stabile, emerge un’immagine di soggetto che esplora luoghi diversi, in ciascuno dei quali raccoglie pezzi di sé che cercherà poi di riunire in modo coerente.

La strategia che adottano, sulla base delle ricerche considerate, è un tipo di comportamento ispirato al paradigma di reversibilità delle scelte. Giovani che non "ipotecano" il loro futuro perché vogliono poter scegliere, domani, fra diverse mete, per non restringere drasticamente il ventaglio delle proprie biografie possibili. Considerano la sperimentazione come un programma piuttosto che come una necessità, in una "sospensione continuamente rinnovata", governata da un principio di reversibilità delle scelte, dalla preoccupazione, si potrebbe dire, di non imboccare strade senza ritorno o senza ramificazioni (Ricolfi, 1994). Tutte le scelte sono revocabili, la vita intera sembra revocabile, almeno finché il tempo non arrivi a escludere una parte delle possibilità (Luhmann, 1996).

Adottare uno stile di vita basato su scelte reversibili significa quindi poter tornare sempre sui propri passi, evitando per quanto possibile le decisioni sbagliate, quelle che ne precludono altre e ha come corollario una diversa rappresentazione del tempo: il futuro cessa di essere un traguardo da raggiungere attraverso una serie di tappe intermedie che corrispondono all’attuazione di un progetto di vita, per diventare invece l’orizzonte che orienta le scelte, ma senza poter essere mai raggiunto.

Il tempo che conta diventa allora quello presente, mentre il passato e il futuro tendono ad appiattirsi. La rappresentazione del tempo nei giovani è l’oggetto specifico di una ricerca, condotta sulla base di un’ipotesi relativa alla comparsa di una «sindrome di destrutturazione temporale», riscontrabile sia nell’assenza o nella frammentazione della memoria storica, sia nella labilità dell’orizzonte temporale dei progetti che coinvolgono la definizione dell’identità personale, sia nell’assenza di criteri relativamente persistenti di allocazione del tempo quotidiano.

Il risultato della destrutturazione temporale assume l’aspetto della presentificazione oppure quello della rivalutazione del presente: il primo termine indica un modo di vivere il tempo senza sguardi al passato nè sguardi al futuro, in quanto vi è un’assenza totale di progettualità collettiva; il secondo termine indica invece uno stile di vita che non nega il futuro e il passato, anche se li lascia sullo sfondo, cercando di arricchire il presente facendolo diventare il luogo privilegiato di ricerca e sperimentazione della propria identità.

Ma sul tempo che passa sembra esserci una "sospensione del giudizio", fino a quando non succeda qualcosa che rammenti che la vita non è infinita: allora la donna che ha rinviato la decisione di fare un figlio può rendersi conto che il tempo a sua disposizione è scaduto; il precario per scelta, diventato adulto, può accorgersi che delle cento diverse biografie in cui si era immaginato non c’è traccia nella sua vita reale come il protagonista del racconto Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann, che, nel corso della sua esistenza reversibile: «Mai, neanche per un attimo, aveva temuto che il sipario potesse alzarsi come ora sul suo trentesimo anno, che toccasse a lui pronunciare la battuta, che un giorno avrebbe dovuto dimostrare ciò che realmente era capace di pensare e di fare, e confessare di che cosa gli importasse davvero. Non aveva mai pensato che di mille e una possibilità forse già mille erano ormai sfumate e perdute, oppure che sarebbe stato costretto a perderle perché una sola era la sua».

Alberto Pagani
       

BIBLIOGRAFIA

  1. AA.VV., Complessità sociale e identità, Franco Angeli, Milano 1983.
  2. Altieri L., Caselli C., Faccioli P., Tarozzi A., Tempo di vivere, Franco Angeli, Milano 1995.
  3. Ardigò A., Crisi di governabilità e mondi vitali, Laterza, Roma 1987.
  4. Ardigò A., Cipolla C., La costituzione e i giovani. Un’eredità da riscoprire, Franco Angeli, Milano 1988.
  5. Ardigò A., Condizione giovanile e nuova politica per l’occupazione nel mezzogiorno: problemi e prospettive, Franco Angeli, Milano 1992.
  6. Bassi A., "Tra associazioni e volontariato", in Ilvo Diamanti (a cura di), La generazione invisibile. Inchiesta sui giovani del nostro tempo, Il Sole 24 Ore, S.p.A., Milano 1999.
  7. Cavalli A., "Gli occhi appannati degli adulti", in Ilvo Diamanti (a cura di), La generazione invisibile, Milano 1999 (già citato).
  8. Diamanti I., "Invisibili per forza", in Ilvo Diamanti (a cura di), La generazione invisibile, Milano 1999 (già citato).
  9. Garelli F., La generazione della vita quotidiana, Franco Angeli, Milano 1993.
  10. Grinberg L. e R., Identità e cambiamento, Armando, Roma 1976.
  11. Luhmann N., Sociologia del rischio, Mondadori, Milano 1996.
  12. Melucci A., L’invenzione del presente, Il Mulino, Bologna 1982.
  13. Piazzi G., Cipolla C., Il disincanto affettivo, Franco Angeli, Milano 1991.
  14. Ricolfi L., Il paradigma della reversibilità, Il Mulino, Bologna 1994.
  15. Ricolfi L., Sciolla L., "Fermare il tempo", in Inchiesta, 54, 1981.
  16. Sciolla L., "Differenziazione simbolica e identità", Rassegna italiana di sociologia, XXIV, 1, 1983.
  17. Sciolla L. (a cura di), Identità, Rosenberg & Sellier, Torino 1983.
  18. Tarozzi A, Ruckfahrkarte - biglietto di ritorno, Franco Angeli, Milano 1991.
  19. Tarozzi A., Bongiovanni G., Le imperfette utopie, Franco Angeli, Milano 1992.
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