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DOSSIER

COMPOSIZIONE, CONSUMI E STRATEGIE D’INTERVENTO
LE NUOVE DROGHE
     

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2000 - Home Page

Sotto il nome di ecstasy viene spacciato un composto chimico ben definito che è, in realtà, un vecchio derivato dell’amfetamina, ma anche una folla di analoghi, di simili e ora anche di derivati più tossici e francamente allucinogeni. Gli effetti abituali sono psichici e somatici. Anche se non si può parlare di killer-drug, si possono presentare tre gravi quadri tossici che questo composto può, imprevedibilmente, indurre. Ancora non è chiaro se si possa applicare all’ecstasy la qualifica di droga in senso classico. Tuttavia chi ne fa uso, sicuramente, esprime un disagio che non deve lasciare indifferenti. In tal senso le strategie di intervento per far fronte al problema non possono dimenticare il ruolo della famiglia e degli educatori.

QUANDO LA CHIMICA È PERICOLOSA

"ECSTASY" E SOSTANZE ANALOGHE

di ENZO GORI
(presidente del Centro di farmacologia comportamentale
dell’Università di Milano)

Le nuove droghe? Il punto interrogativo la dice lunga sulla pretesa innovatività delle droghe ora in voga tra i giovani, dove di veramente nuovo non è tanto la loro composizione (che anzi si rifà – come tosto vedremo – a tempi ben passati), quanto la modalità del consumo che, per la sua estensione e la sua finalità ricreazionale, mette in crisi il concetto tradizionale di droga, come ben lo prova il rifiuto categorico dei loro consumatori di essere etichettati col termine (volgare, riprovevole, ma pur sempre comune) di "tossici", con implicazioni non modeste per l’avvio al recupero, quand’anche la sua necessità appaia di tutta evidenza. E poiché la posta in gioco, come lo provano anche alcuni clamorosi e recenti episodi di tossicità, è alta, vale la pena di fare chiarezza.

La nuova droga per eccellenza è quella etichettata col nome di Estasi, traduzione letterale dell’inglese Ecstasy o Extacy, da cui anche la sigla Xtc, che ne imita il nome quando venga letta alfabeticamente. Il termine è stato coniato con felice intuito nel 1983 da un giornalista di Los Angeles, che trovava ostico il termine entactogeno (su cui ritorneremo), dato fino allora a una sostanza che, inizialmente utilizzata a scopi analitici dagli psicoterapeuti, cominciava a circolare con successo tra i giovani del Texas e nel 1987 sbarcherà alla conquista del vecchio continente partendo da un sito trendy come Ibiza.

Tale sostanza, con buona pace di chi grida all’innovazione, altro non è che una delle tante e nemmeno una delle più felici modifiche cui può essere sottoposta quella molecola base ben nota per i suoi effetti stimolanti centrali e quindi per il suo effetto dopante e anti-appetito che è l’amfetamina, più nota in Italia col nome di simpamina.

L’esatta dizione chimica dell’ecstasy è Mdma, acronimo di 3,4 Metilen-Diossi-Met-Amfetamina, in cui il gruppo metilendiossi è stato introdotto nella amfetamina rifacendosi alla formula della miristicina, uno dei principi attivi della noce moscata, da molto tempo ben nota come allucinogeno.

La sintesi dell’amfetamina risale addirittura al 1887 a opera del chimico rumeno Edeleaunu; la sintesi dell’ecstasy è del 1912, ma il brevetto come farmaco anti-appetito verrà depositato solo nel 1914 dalla Merck tedesca; solo a metà degli anni ’70 la sua sintesi verrà ripresa negli Stati Uniti dal chimico statunitense A. Shulgin e solo nel 1985 l’ecstasy verrà ufficialmente inclusa tra gli stupefacenti.

Normalmente l’ecstasy si assume per via orale sotto forma di compresse (del peso medio di circa 300 mg, del diametro di 5-13 mm e dello spessore di 3-5 mm), fabbricate come le molte che si vendono abitualmente in farmacia, ma con la variante che esse vengono presentate, per ovvie ragioni commerciali, sotto centinaia di fogge diverse (ne sono state contate finora 930) per colore, spessore e logo impresso: lettere alfabetiche (come E) o sigle; disegni come stelline e triangoli; figure di animali; figurine dei cartoni animati. Il guaio è che nessuno sa bene se a queste differenze corrispondano reali differenze di dosaggio e (come presto vedremo) di purezza.

Poiché l’amfetamina è la sostanza madre, non sorprende che l’amfetamina e l’ancor più potente metamfetamina vengano spesso aggiunte all’ecstasy o spacciate come ecstasy.

L’amfetamina, peraltro, non solo si sintetizza con relativa facilità in un laboratorio artigianale, ma ora se ne possono anche progettare molte modifiche (a centinaia) con l’ausilio di un computer: da ciò anche la qualifica di designer drugs, che peraltro si può applicare a molte altre droghe di sintesi. Tali varianti stanno di fatto invadendo il mercato come aggiunte o come sostituti dell’ecstasy, e la vera ragione del loro fiorire sta proprio nel fatto che, data la lentezza con cui le varie legislazioni riescono a riconoscerle come stupefacenti, queste possono per un periodo di tempo abbastanza lungo essere prodotte e smerciate senza incorrere in sanzioni.

Questi analoghi, peraltro, vanno distinti in due categorie. Vi è un primo gruppo che potremmo definire di simil-ecstasy, perché tali composti – i più noti sono la Mde o Mdea (N-Metilen-Diossi-Etil-Amfetamina) e la Mbdb (N-Metil-1,3-BenzoDioxol-5-yl-Butanamina) – possono sostanzialmente considerarsi equivalenti all’ecstasy, anche se le loro cinetiche (cioè i tempi di assorbimento e di eliminazione) e le loro potenze certamente differiscono e anche se nulla o quasi è noto circa i loro possibili sinergismi con l’ecstasy stessa. Trova posto qui dal punto di vista strutturale, ma non degli effetti che sono più deboli e della tossicità che è più marcata, anche la efedrina, un ben noto e vecchio anti-asmatico, che, mescolata a sostanze caffè-simili quali cola e guaranà oltre l’ormai immancabile ginseng, è alla base della così detta herbal-ecstasy, una miscela nota anche come Planet X o Buzz, che conosce particolare fortuna perché – si dice, ma non è affatto vero –, essendo un prodotto naturale, non è certo tossica come quella di sintesi.

Vi è un secondo gruppo di analoghi, che potremmo meglio definire di super-ecstasy, costituito da composti, pur potendo sembrare a prima vista chimicamente molto simili all’ecstasy, in realtà (in quanto arricchite di gruppi metossilici lipofili e quindi ad alta penetranza cerebrale) hanno una capacità allucinogena e una tossicità ben più elevata (sono stati descritti addirittura casi letali).

Accanto all’ormai vecchia Mda (3,4 Metilen-Diossi-Amfetamina), contrabbandata a suo tempo come Drug of Love o Mellow Drug of America, cominciano ora a circolare la 2-Cb o Dob (2,5 Dimetossi-4-Bromo-amfe-tamina), nota anche come Erox o Nexus e la 4-Mta (4-Metil-Tio-Amfetamina), nota anche come Special o Flatliner. Il fatto non è poi così sorprendente qualora si ricordi che la mezcalina, il primo degli allucinogeni chimicamente identificato (nel 1898!) nell’ormai mitico cactus indio-messicano noto come peyotl, è giusto una trimetossiamfetamina e che, a partire dal 1970, sono di volta in volta comparse sul mercato della droga e poi scomparse (perché incolpate di effetti letali) una serie di metossiamfetamine più o meno allucinogene come la Pma (Para-Metossi-Amfetamina), la Tma (2,4,5 Trimetossi-Amfetamina), la Mmda (3-Metossi-4,5 MetilenDiossi-Amfetamina) e la Stp (2,5 Metossi-4-Metil-Amfetami-na), spacciata come "Serenità", "Tranquillità" e "Pace".

Sempre sulla stessa linea, non sorprende che l’ecstasy venga spacciata in associazione con l’Lsd (sotto il nome di candyflippin), ma ciò che sorprende è la motivazione addotta: l’ecstasy impedirebbe che l’Lsd, come spesso succede, faccia fare cattivi viaggi. Così non sorprende che tra gli adulteranti dell’ecstasy compaia sempre più frequente il Dxm o Destro-Metorfano, una vecchia molecola anti-tosse che pure essa ad alte dosi si comporta come un allucinogeno; un altro composto chimicamente apparentato al Dxm, la ketamina, un anestetico di uso veterinario, viene spesso associato alla già citata efedrina e spacciato per ecstasy.

Col termine espressivo Look-Alike, che può tradursi come "apparentemente simili", vogliamo segnalare il fatto che vengono aggiunte o spacciate per ecstasy anche solo modesti eccitanti non apparentati chimicamente all’ecstasy come la caffeina e la yoimbina (un vecchio afrodisiaco).

Con il termine Pseudo-ecstasy intendiamo, infine, ricordare che, come assai spesso capita nel mondo dello spaccio, al posto dell’ecstasy possono venire rifilati dei veri bidoni, magari innocui, quali lievito di birra o lana di vetro, ma anche pericolosi come un veleno per topi o un vermifugo per cani. Più spesso ci si accontenta di rifilare polveri medicinali fisicamente simili all’ecstasy, ma del tutto privi di effetti psichici, come l’aspirina, il paracematolo e il chinino (tutti noti antipiretici) o il complamin (un vasodilatatore).

Alcuni dati sui consumi

Pur non scalfendo il primato della marijuana, l’ecstasy si assesta al secondo posto tra le sostanze usate dai giovani. La percentuale dei quindici-sedicenni che consuma attualmente ecstasy oscilla dall’1% in Finlandia fino al 9% di Olanda e Inghilterra.

Si ipotizza poi che dal 10 al 40% (con una media, dunque, del 25%) dei frequentatori di discoteche siano consumatori di ecstasy. Così in Italia, dove ogni sabato sera si riversano nelle circa 5.000 discoteche della penisola dai 3 ai 4 milioni di giovani (tra 16 e i 25 anni), i presunti consumatori sarebbero dai 750.000 al milione (il sindacato dei locali da ballo la dimezza). Questa cifra (ndr: l’Associazione Comunità Emmanuel parla di 300.000 - 500.000 potenziali sperimentatori) è praticamente coincidente con quella calcolata per l’Inghilterra, che del resto ha una popolazione totale quasi pari a quella dell’Italia (tra i 57 e i 58 milioni).

In realtà questo è un calcolo conservativo, poiché bisognerebbe aggiungervi le cifre indeterminabili di chi frequenta rave e stadi. Si tenga infine conto che, pur costando ogni compressa attorno alle 50.000 lire, questa cifra (largamente remunerativa per gli spacciatori) è pur sempre abbordabile nei confronti di quel classico psicostimolante che è la cocaina.

Una compressa di ecstasy (detta anche "cala" o "pasta" o "pallina" o "brioche") contiene in media 125 mg di principio attivo con larghe variazioni: da 70 (ma qualcuno parla addirittura di 5 mg) fino a 180 mg. A titolo comparativo si ricorda che una dose attiva di amfetamina è di almeno 10 mg. I suoi effetti cominciano a manifestarsi dopo 30-60’ (il tempo abituale dell’assorbimento di un qualsiasi farmaco preso per bocca), raggiungono l’apice (la così detta "salita") a 60-90’, si mantengono a plateau per circa 2 ore, per esaurirsi (chill-out, lett. "raffreddarsi") entro 4-6 ore.

La dose abituale è una compressa (pari dunque a circa 2m/kg di peso corporeo), ma spesso il consumatore di ecstasy prende un’altra mezza dose o anche una seconda compressa (doubling), appena si accorge che l’effetto della prima dose sta calando. Gli effetti che abitualmente si ottengono possono essere, per chiarezza espositiva, distinti in psichici e somatici.

Anche se gli effetti psichici possono essere molto diversi da persona a persona e sono certamente attenuati se registrati in un ambiente neutro come un ambulatorio medico, si può sempre procedere alla descrizione di un quadro abituale.

In questo quadro spicca come primo e principale effetto quello suggerito dal suo nome d’arte, e cioè una sensazione paradisiaca: non per niente l’ecstasy è stata anche soprannominata Adam e il suo analogo Mdme è stato chiamato Eve, pur restando il sospetto di un malizioso sottofondo sessuale a questi soprannomi.

Di fatto questo effetto paradisiaco consiste nella capacità di facilitare i rapporti sociali, di aumentare il senso di appartenenza alla tribù globale, di provare empatia per chiunque ti stia vicino e quindi anche di aumentare la confidenzialità col rischio di fidarsi di chi non si conosce bene e anche, ovviamente, di indulgere al sesso non protetto. Questo effetto, inoltre, spiega bene perché l’ecstasy sia stata inizialmente utilizzata dagli psicanalisti americani, che si erano visti privati per legge della Lsd fino ad allora utilizzata allo stesso scopo (non si sa bene con quali reali vantaggi).

Un effetto inestricabilmente associato a questa aumentata socialità è il sentirsi in pace con se stessi e con il mondo: da qui anche il difficile termine (già sopra citato) di entactogeno, coniato da D. Nichols a indicare un contatto interno che porta alla sintonia con se stessi. In realtà queste propensioni affettive (non certo facilmente misurabili) non sono esclusivo appannaggio dell’ecstasy: si pensi all’uso ben collaudato dell’alcol come lubrificante sociale nei parties; si pensi allo stato di gioiosa e spesso ilare disposizione d’animo che le prime tirate di "fumo" (inteso come hashish) inducono. Si deve anche ricordare che nel 25% dei casi questo effetto beatifico manca e anzi viene percepito come sgradevole.

Il secondo effetto psichico importante, spesso non citato, è un’accentuazione (talvolta anche una distorsione) di tutte le sensazioni: il tatto in primis, ma anche l’odorato, il gusto e la vista; e questo spiega perché taluni indulgano a toccare ripetutamente tessuti od oggetti (hug drug) o a fiutare ripetutamente cibi e bevande.

L’implicazione sessuale, tenuto anche conto dell’esplodere dell’empatia e del contatto da danza e della visione delle cubiste, sembrerebbe ovvia, ma vi è anche chi sostiene che in realtà l’ecstasy non induce all’azione erotica. Questo spiegherebbe perché vada ora di moda la sexstasy, una miscela di ecstasy e viagra, associazione che merita di essere indagata perché ha tutta l’aria di essere sinergica non solo sul piano sessuale, ma anche su quello tossico a livello cardiaco.

È importante far osservare che questo effetto di sensibilizzazione sensoriale non porta mai a far diventare l’ecstasy un classico allucinogeno, come, invece, lo sono di fatto i suoi stretti parenti metossimamfetaminici sopra citati delle super-ecstasy. In ogni caso, come per l’Lsd, queste dispercezioni (impropriamente etichettate come allucinazioni) poco hanno a spartire con le classiche allucinazioni uditive degli schizofrenici.

Il terzo effetto psichico che di fatto è quello più cercato è quello che deriva all’ecstasy dall’essere imparentata (tutto sommato una brutta copia se ci si rifà alle dosi) con l’amfetamina, e quindi della sua capacità di promuovere una stimolazione psicomotoria che consente di "attraversare tutta la notte" e cioè di affrontare per ore fino all’alba la fatica del ballo (da ciò l’appellativo di dance drug), rimuovendo così quei preziosi indicatori fisiologici che sono il senso della stanchezza, della fame, della sete e del sonno.

Durante l’effetto, l’eccitazione può essere così alta che il soggetto può ferirsi o contundersi senza accorgersi: se questa sia una vera e propria analgesia farmacologica (da endorfine?) o psicologica è ancora da accertare.

Vi sono, poi, gli effetti somatici. La stimolazione centrale che l’ecstasy induce comporta inevitabilmente anche l’attivazione di quella sezione del sistema nervoso periferico che è l’orto-simpatico (il cui mediatore è la noradrenalina, strutturisticamente apparentata all’amfetamina). Non inattesa, pertanto, la comparsa di un corteo di effetti simpaticomimetici. Non ci si dimentichi, peraltro, che questa attivazione sempre compare già di per sé quando un soggetto si dedichi a un’intensa attività motoria quale il ballo.

Molti di questi effetti vegetativi sono per lo più di grado modesto: la tachicardia (aumento della frequenza del polso); l’ipertensione; l’iperpnea (aumento della frequenza respiratoria); l’iperglicemia (aumento del glucosio nel sangue); la midriasi (dilatazione della pupilla).

Altri sono decisamente disturbanti: la sudorazione profusa; la xerostomia o secchezza di bocca così netta da far venire la lingua a penzoloni, sì che il viso finisce col ricordare il muso dell’elefantino volante; l’urgenza di mingere; brividi e pelle d’oca. Più difficile l’accorgersi del sintomo peraltro più allarmante che è l’ipertermia (aumento della temperatura corporea).

Tra gli effetti collaterali possono anche comparire sintomi decisamente patologici: nausea e vomito; cefalea intensa; atassia (difficoltà di deambulazione); visione confusa; nistagmo (oscillare ritmico dei bulbi oculari); bruxismo (digrignare incontrollato dei denti con possibili erosioni dentarie); trisma (contrazione persistente dei masseteri, con conseguente difficoltà sia di parlare che di aprire la bocca: da ciò la dizione di smascellati); crampi muscolari degli arti, ovviamente dolorosi. I disturbi muscolari in particolare possono durare anche giorni.

Le morti improvvise

Vi sono poi casi di tossicità somatica acuta. Le morti improvvise di consumatori di ecstasy suscitano sempre – ovviamente – una grande eco giornalistica, e questo fa sì che i non tecnici, ma financo gli stessi tecnici (o presunti tali) tendano a fornire un quadro catastrofico (killer drug) che merita di essere ridefinito e lumeggiato.

Sul piano quantitativo, bisogna pur ricordare che nel decennio che termina nel 1997 si sono registrati in tutta Europa un massimo di solo 500 morti, probabilmente riconducibili all’ecstasy e che comunque, fatto il rapporto con il numero presunto di consumatori, il rischio di morte risulta di 1 su 3,4 milioni di consumatori. Tale rischio è stato comparato, con una punta di provocazione, con quello che si corre gettandosi col paracadute, pari a 1 su 85.000 salti.

Sul piano qualitativo, si deve anzitutto osservare che, in mancanza di una precisa identificazione chimica della sostanza assunta, spesso, peraltro impossibile, l’incolpare tout court l’ecstasy come tale, senza chiedersi se non siamo in presenza di simil-estasi o dipseudo-estasi o disuper-estasi o, ancor peggio, delle loro miscele, è quanto meno avventato. Questo spiega perché in taluni Stati europei (come in Olanda e in Austria e forse ora anche in Italia) si cerchi di istituire dei centri che possano pubblicizzare in tempo reale la composizione delle varie pastiglie raccolte dalle forze dell’ordine o inviate da chiunque sotto l’usbergo dell’anonimato: un tentativo di "moralizzare" il mercato.

La seconda osservazione è che è sempre difficile stabilire quanta ecstasy sia stata ingerita per sera: accanto al consumo abituale di 1-2 compresse si registrano consumi fino a 10 compresse. E se è pur vero che con l’ecstasy, come nel caso dell’amfetamina, basta procedere al raddoppio o al triplicamento della dose per andare incontro a reazioni severe e avere (almeno nelle scimmie) alta probabilità di morte, è anche vero che si conoscono soggetti che hanno tentato il suicidio ingerendo almeno 100 pastiglie, senza risultato.

Anche la durata del consumo ha il suo peso: una distinzione sia pur arbitraria classifica come consumatori pesanti coloro che l’hanno consumata almeno 75 volte.

La terza osservazione è che l’assunzione di ecstasy avviene sempre in un contesto di poliabuso, in cui non manca quasi mai né l’alcol (che corre a fiumi specie sotto forma di birra) né l’hashish (che peraltro tenderebbero ambedue a smorzare l’effetto eccitante dell’ecstasy), per tacere delle droghe maggiori come Lsd, eroina e cocaina.

La caratteristica perversa degli effetti tossici dell’ecstasy è che, pur essendo relativamente rari, essi sono pur sempre in massima parte imprevedibili, nel senso che non sono dosecorrelati e che alcuni si sono verificate anche con una sola compressa. Per questo si parla di una supersensibilità individuale (idiosincrasia), forse genetica, che rimane peraltro tuttora inspiegata.

Tra questi effetti tossici, due sono certamente riconducibili a un eccesso di stimolazione orto-simpatica e sono le principali cause di morte: la prima è una crisi di aritmia cardiaca; la seconda è un’ipertermia fulminante (oltre i 41°) o colpo di calore (heat stroke), in tutto simile a quello che possono dare le amfetamine quando usate per doping: si ricordi in proposito la morte tragicamente ammonitrice di quel corridore del Tour de France sulla vetta del Ventoux.

Il quadro è impressionante: collasso cardio-circolatorio, insufficienza respiratoria acuta, convulsioni, rabdomiolisi (distruzione delle masse muscolari), coagulazione intravascolare disseminata, insufficienza renale grave (da crollo del circolo, da liberazione dai muscoli di mioglobina reno-tossica, forse da blocco della diuresi da eccessiva secrezione di Adh, l’ormone ipofisario anti-diuretico). Questa sindrome richiede ovviamente un pronto intervento ospedaliero se si vuole evitare l’esito letale entro poche ore.

A favorire l’ipertermia un ruolo non modesto gioca evidentemente il contesto (setting) nel quale viene assunta la sostanza: sale affollatissime, caldo-umido imperante, difficoltà di reperire acqua. Del resto anche in sede sperimentale è stato provato che la tossicità della Mdma (come quella, del resto, dell’amfetamina) è di molto accentuata nei ratti dall’affollamento nelle gabbie e dalla temperatura ambientale.

L’ipertermia, peraltro, può essere prevenuta con relativa facilità ponendo in atto alcuni modesti accorgimenti: indossare abiti e calzare cappelli che non siano troppo aderenti; bere regolarmente acqua o succhi di frutta o bevande isotoniche, ma non alcol! (non per niente nello zainetto del perfetto raver è sempre presente la bottiglietta d’acqua di scorta); rinfrescarsi uscendo ogni tanto all’aperto e procedendo, se possibile, a spugnature d’acqua. Si deve peraltro ricordare che paradossalmente si è avuta anche qualche morte da ecstasy da eccesso di idratazione preventiva.

Un’ulteriore preoccupazione nasce dalla recente constatazione che anche il Dxm, ormai frequente, contaminante se non addirittura sostitutivo dell’ecstasy (vedi sopra), può portare a un colpo di calore e questo perché al suo inatteso effetto sulla serotonina, che l’apparenta all’ecstasy (vedi poi), aggiunge il suo ben noto effetto anti-colinergico che blocca la sudorazione.

La terza evenienza tossica può anche avere come concausa l’ipertermia, ma che in realtà è una patologia indipendente, è la necrosi epatica, denominata anche impropriamente epatite tossica (ne sono state contate finora in tutto 23), che può essere fulminante ma anche tardiva, che spesso recupera spontaneamente, ma può anche richiedere un trapianto (vedasi il recente caso italiano di Giorgia). Tali necrosi non sono specifiche dell’ecstasy, perché sono state descritte anche per altri psicostimolanti quali le amfetamine e la cocaina, e questo perché da tutte queste molecole potrebbero formarsi, proprio per intervento epatico, dei composti ossidanti altamente reattivi.

Un secondo e preoccupante aspetto tossicologico è la psicotossicità cronica, ancora in fase di definizione, che si articola in una serie di rilevazioni cliniche e di dati sperimentali.

Cessato l’effetto stimolante, subentra sempre uno stato di profonda spossatezza con sonnolenza (come-down) (con ovvie conseguenze per la guida), che taluno descrive come un vero quadro patologico, ma che si può forse più semplicemente interpretare come un recupero fisiologico. Comunque per taluni il disagio è così alto che cercano di mitigarlo o ingerendo un tranquillante benzodiazepinico (preferito il tenazepam) o respirando protossido d‘azoto (il ben noto laughing gas).

Le turbe più interessanti sono però quelle, che pur potendo comparire anche durante l’effetto stimolante, si evidenziano soprattutto nei giorni successivi alla somministrazione: in un buon numero di casi si sono registrate crisi, sia pur relativamente brevi e modeste, di insonnia tenace, di ansia, di panico, di depressione strisciante.

Più rari sono i veri e propri stati alterativi: paranoia persecutoria; depersonalizzazione (uno non si sente se stesso), derealizzazione (l’ambiente gli sembra estraneo), busy head syndrome o Pandora syndrome, una dizione espressiva per indicare che la testa è piena di immagini che vengono dall’inconscio ma nel quale, giusto come nel vaso di Pandora, non possono essere ricacciate; flash-back (sensazione di avere già vissuto una certa esperienza traumatica), peraltro molto più frequente con la Lsd.

Poiché molte delle descrizioni appaiono anedottiche e poco rigorose sul piano scientifico e poiché tutte le sindromi descritte (compreso i flashback) sono presenti anche nella popolazione generale che non consuma droghe, la loro effettiva rilevanza è sotto discussione.

Comunque, come per le molte analoghe segnalazioni pervenute a seguito del consumo delle classiche droghe, resta irrisolto il problema se le droghe stesse siano la diretta causa di queste turbe psichiche o non si debba più semplicemente attribuire loro il ruolo di agenti slatentizzanti di una già soggiacente turba psichica (effetto patoplastico). In questo senso la cannabis è ormai ben nota per esacerbare le crisi di schizofrenia.

Una lesione biochimica

A rendere intricato il problema si aggiungono alcuni dati biochimici rilevanti che sono sì univoci, ma non vengono univocamente interpretati. Dobbiamo soprattutto a un autore, G. Ricaurte, una serie di contributi successivi, con cui si è giunti alla dimostrazione che l’ecstasy ha una sua peculiarità biochimica, nel senso che, anche se somministrata per pochi giorni, è capace di depletare selettivamente e persistentemente (anche fino alla distanza di 7 anni) i neuroni degli animali da esperimento (dai ratti fino alle scimmie) di quel particolare mediatore che si chiama 5Ht o serotonina (scoperta dal farmacologo italiano Erspamer). Tali neuroni sono per lo più assemblati nei nuclei del bulbo (detti del rafe), ma le terminazioni assonali possono estendersi fino alla corteccia frontale e all’ippocampo: da qui l’implicazione che la 5Ht abbia importanti funzioni fisiologiche.

Tali neuroni non solo perderebbero sotto ecstasy la preziosa capacità di reimmagazzinare la 5Ht da loro stessi secreta (blocco del trasportatore serotoninergico), ma consentirebbero anche l’ingresso di metaboliti tossici di quell’altro importante mediatore che è la dopamina, con conseguente morte cellulare. Del tutto recentemente è stato dimostrato con una tecnica sofisticata denominata Pet (Positron Emission Tomography) che la concentrazione di tale trasportatore è significantemente diminuita sia nei babbuini che negli uomini che hanno in precedenza (ma non al momento della misurazione) consumato ecsatsy (da 100 fino a 400 volte per almeno 4 anni).

Anche se il dato non viene negato, vengono mosse almeno due obiezioni. La prima è che, nel caso del ratto, la dose tossica è molto elevata (almeno 10 volte quella umana), ma qui ci si giustifica osservando che il ratto ha un metabolismo molto più elevato di quello dell’uomo (e infatti un ratto è capace di mangiare in un solo giorno una quantità di cibo pari al proprio peso). La seconda è che la dimostrazione che i neuroni effettivamente muoiono o si deteriorano, sul piano morfologico non è sempre inequivoca: mancherebbe in particolare quel segno cicatriziale che è la gliosi, cioè la proliferazione di quelle cellule che circondano e nutrono i neuroni, che sono gli astrociti gliali. Al che si obietta che la morte si può dimostrare in vitro e che, se è pur vero che si può avere spesso rigenerazione, questa continua a mancare del tutto in alcune regioni cerebrali o può anche essere aberrante.

Il vero nodo del problema è che questa lesione biochimica continua a restare senza significato, se non si riesce a dimostrare che questa perdita mediatoriale porta a conseguenze comportamentali. Ora bisogna pur ammettere che su questo piano vi sono carenze.

La prima obiezione che una molecola, quale la destrofenfluramina capace di dare una lesione biochimica molto simile e se non addirittura sovrapponibile a quella dell’ecstasy, viene usata da oltre venti anni come farmaco antiappetito nell’uomo senza che mai siano giunte segnalazioni di suoi effetti psiconeurotossici. È peraltro vero che il farmaco viene usato a dosi molto basse e che sul piano sperimentale si è sempre avuto il recupero della perdita della 5Ht.

La seconda è che per vedere effetti certi si dovrebbe avere una deplezione di 5Ht molto massiccia: se, infatti, ci rifacciamo al caso del morbo di Parkinson, non è possibile svelare danni funzionali se non quando la concentrazione della dopamina (che è il mediatore implicato in questa patologia) è scesa almeno del 70-80%. D’altro canto la metamfetamina, che pure è un depletore selettivo di dopamina, non ha mai dato casi di Parkinson. Quanto poi al fatto di recente enfatizzato anche in Italia che anche l’ecsatsy potrebbe dare Parkinson, il dato merita un’attenta riconferma.

La terza obiezione è che anche quando si vada a cercare con molto puntiglio (ma i test già di per sé sono dubbi) eventuali anomalie comportamentali nei consumatori di ecstasy, si ritrovano tutt’al più modifiche modeste e temporanee: calo della memoria (visuale e verbale), diminuita capacità di attenzione, una minor capacità di ragionamento, ma anche minor ostilità e minore impulsività. Pure il sonno avrebbe una più breve durata nella fase non-Rem. Il dato sulla memoria è ovviamente quello che desta più interesse, soprattutto quando si menzioni il dato – peraltro poco noto – che anche nell’Alzheimer si registra un calo dei recettori serotoninergici, così detti pre-sinaptici. La contro-obiezione è che tutti i consumatori di ecstasy fumano cannabis e che questa è ben nota per il suo effetto amnesiaco.

Ci si deve infine anche chiedere se il quesito continui ad avere senso a fronte del fatto che l’ingegneria genetica è riuscita ora a produrre topi privi vuoi di dopamina vuoi di 5Ht a livello cerebrale, ma che in nessuno di questi animali (così detti knock-out)– certo non molto espressivi data la loro bassa corticalità – sono state notate, contro ogni attesa, evidenti anomalie comportamentali.

Proprietà tossicomaniche

La domanda finale che bisogna porsi di fronte all’ecstasy è se la molecola possegga quelle che sono considerate le proprietà patognomiche (cioè caratterizzanti) di una vera droga: la tolleranza, la dipendenza fisica, la dipendenza psichica.

Quanto alla tolleranza è probabile (ma non certo), possibile che l’ecstasy (al pari, del resto, con la Lsd), se ripetuta, perda presto il suo magic empatico, mentre sembra conservare il suo effetto psicostimolante.

Resta da stabilire se questa perdita sia semplicemente dovuta al fatto che manca l’effetto novità (e sarebbe quindi una tolleranza psicologica) o una vera tolleranza farmacologica (cioè una difesa dell’organismo che in qualche modo ritira i suoi recettori). Il perché il dato sulla tolleranza non sia sicuro, può anche dipendere dal fatto, finora non preso in considerazione, che, come nel caso della Lsd, questa si instaura solo se le somministrazioni sono ravvicinate.

Quanto alla dipendenza fisica, non si riesce a descrivere un quadro somatico da astinenza da ecstasy che sia tipico come per l’eroina, a meno che, come per la cocaina, non si voglia interpretare come quadro astinenziale la prostrazione che segue alla sua ingestione (vedi sopra).

Che l’ecstasy, infine, dia vera dipendenza psichica, che è poi il segno più rilevante (si pensi al craving imperioso della cocaina), è altrettanto dubbio: un dato italiano ipotizza un massimo dell’8-10% di consumatori incalliti; una ricerca australiana sul campo scende al 2%. Si fa peraltro osservare che anche per l’amfetamina nei primi anni della sua comparsa si è sempre negata la sua capacità di dare dipendenza.

A fronte di queste considerazioni riesce difficile etichettare l’ecstasy come vera droga: da qui la proposta innovativa (vedi riquadro alle pagine 56-57) di classificarla come sostanza di evasione, non senza peraltro sottolinearne la sua spesso imprevedibile tossicità, con tutta la conseguente problematica della liceità legale del suo consumo.

Enzo Gori
   

Per una nuova terminologia

Il consumo esplosivo delle nuove droghe sintetiche pone il problema di un rinnovo dei termini (in lingua inglese, se vogliamo sperare in un’accettazione internazionale) e delle corrispondenti definizioni: queste proposte, lungi dall’essere definitive, vogliono essere semplicemente uno stimolo alla riflessione e alla discussione.

Iterative substance: ogni sostanza il cui effetto psichico porta alla sua riassunzione. In questo modo si evita di stigmatizzare come droga ogni sostanza il cui consumo sia anche pesantemente iterativo (caso classico del tabacco) e si evita anche il termine difficilmente quantizzabile di abuse.

Un termine alternativo potrebbe essere quello di Evasive substance, dal momento che nella stragrande maggioranza dei casi ciò che si cerca con la sostanza è di evadere dal grigiore quotidiano, sia del proprio io che di quello ambientale.

Consumer: ogni soggetto che consuma senza disturbi un’iterative substance. Questo consumo può essere quotidiano o ricreazionale (ad es., negli weekends).

Abuser: è un consumer che assume senza disturbi apparenti sostanze o in quantità o in frequenza nettamente superiore alla media (ad es., un fumatore di due pacchetti al giorno di sigarette).

Una recente indagine statunitense su scala nazionale (1997) ha evidenziato che il 70% dei soggetti che hanno ammesso di consumare continuava ad essere un lavoratore a tempo pieno.

Problematic consumer: ogni consumer o abuser il cui il consumo, apparentemente controllato, porta pur sempre a disturbi fisici o a turbe comportamentali con conseguenze evidenti sul piano relazionale (di coppia, sul lavoro ecc.).

Compulsive consumer: è il consumer o l’abuser in cui il craving per la sostanza è così alto da riuscire incontrollabile: è il caso classico del cocainomane.

Dependent consumer: è quel compulsive consumer in cui la cessazione del consumo porta a una crisi astinenziale somaticamente ben identificabile: è il caso classico dell’eroinomane e dell’alcolista.

Compulsive e dependent consume si identificano nei classici tossicomani o tossicodipendenti o drogati.

Compulsive e dependent consume trovano il corrispondente nel termine classico di addiction.

Illegal iterative substances: questo termine vorrebbe sostituire i due termini che compaiono nelle convenzioni internazionali volte a impedirne lo smercio: il primo è quello di narcotic (in italiano "stupefacente"), assolutamente improprio sul piano degli effetti (si pensi alla psicostimolazione da cocaina), il secondo è quello troppo generico di psychotrope, che di fatto spetta anche ai farmaci psicoterapici (si pensi agli antidepressivi).

La filosofia che sta alla base è che deve essere proibito non tanto il consumo di una sostanza in sé (pur non potendosi sottacere la sua non eticità, affidata alla responsabilità individuale), quanto un consumo che sia dannoso (e quindi tossico) per l’integrità psico-fisica dell’utente: del resto nessuno trova illecito che lo Stato emani disposizioni per impedire la diffusione di medicinali tossici o di sostanze nocive all’ambiente.

  Segue: Gli anestetici del dolore

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