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DOSSIER - LE NUOVE DROGHE

     

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2000 - Home Page

INTERVENIRE È POSSIBILE

GLI ANESTETICI DEL DOLORE

a cura dell’Associazione Comunità Emmanuel - Lecce


Il panorama sulle droghe appare oggi come inedito e decisamente preoccupante. Infatti, più che in passato, la tossicomania si manifesta come un fenomeno complesso e in costante evoluzione. In particolare, gli scenari delle sostanze psicoattive assunte da consumatori giovani e giovanissimi si vanno modificando e trasformando, tanto da apparire come un fenomeno nuovo.

Se il consumo di eroina sembra stabilizzato o in via di leggera diminuzione, alcuni tipi di droghe (come cocaina, crack, amfetamine, psicofarmaci) si ritrovano con maggiore frequenza rispetto agli anni ’80. Ma ciò che contribuisce al mutamento degli scenari è la diffusione delle "nuove droghe", di cui l’ecstasy è diventata la sostanza simbolo, ma che comprendono anche l’Lsd e le amfetamine: nel giro di pochi anni tali sostanze, pressoché sconosciute per molto tempo al grande mercato, sono diventate alla portata di tutti.

In realtà queste "nuove droghe" proprio nuove non lo sono: le amfetamine furono sintetizzate un secolo fa, mentre il principio attivo dell’ecstasy, l’Mdma, nel 1912. A metà degli anni ’80 ci fu una larga diffusione di questa sostanza negli Stati Uniti e soprattutto in Inghilterra, dove si diffusero i rave, cioè feste a base di musica house e techno, in spazi destrutturati e occupati illegalmente (durante i quali l’ecstasy veniva largamente consumata) che diventarono ben presto fenomeno di massa anche da esportare.

In Italia si cominciò a parlare di nuove droghe di sintesi a partire dal 1990, quando si importarono anche da noi i rave, che si tenevano in aperta campagna in capannoni abbandonati, ed esse si cominciarono ad usare in discoteche di tendenza. In entrambi i casi l’effetto euforizzante dell’ecstasy, amplificato dalla musica techno, produceva un rituale di grande fascino, nel quale il giovane viveva "un’esperienza straordinaria". In realtà, i rave illegali rappresentavano e rappresentano tuttora lo spirito di rivalsa, nei confronti della società, delle masse giovanili, e l’utilizzo di ecstasy si presentava oltre che come trasgressione, anche come un desiderio di provocare un’alterazione mentale e un aumento di prestazione fisica.

Per alcuni anni, sia le istituzioni che i mass-media hanno sottovalutato le specificità di questa droga, e probabilmente la mancanza di informazioni e di processi comunicativi condivisi con i giovani sono le cause prime del veloce "contagio" dell’ecstasy.

Secondo stime del ministero per la Solidarietà sociale, le droghe di sintesi vengono consumate abitualmente da 85.000 ragazzi tra i 15 e i 25 anni, mentre sono 300.000-500.000 all’anno i potenziali "sperimentatori" di nuove droghe, anche se c’è probabilmente un mondo sommerso che è difficile valutare (ndr: il farmacologo Enzo Gori parla di 750.000 - 1 milione di presunti consumatori).

Occorre sottolineare come, diversamente dall’eroina e dalla cocaina, le materie prime per la produzione di ecstasy sono liberamente in circolazione sul mercato chimico-farmaceutico, senza che debbano essere reperite e trafficate da mercati lontani; il che rende praticamente possibile che si stabilisca ovunque una produzione locale organizzata. Tuttavia, dal momento che le materie prime non sono accessibili a tutti (grazie all’attenta sorveglianza di tutti gli Stati dell’Unione europea), e poiché la produzione non è sottoposta a controlli di qualità di nessun tipo, succede spesso che arrivino sul mercato pillole di pessima qualità, frutto di sperimentazioni di nuovi principi attivi, che possono portare a morte immediata, come la cronaca ultimamente ci informa. Infatti l’esigenza dei tossicomani attuali verte più sulla intensità delle sensazioni, con uno sfondo di rischio, che sulla ricerca di qualità particolari già provate, come invece faceva il tossicomane classico.

È dato particolarmente preoccupante che l’Europa sia diventata un continente produttore di droghe di sintesi. E il mercato è in continua espansione, assieme al volume d’affari; la differenziazione dei prodotti è sempre più ampia, per accontentare una clientela sempre più vasta.

Buona parte dei consumatori, che tendenzialmente sono di livello sociale e di scolarità medio-elevata, sono degli sperimentatori, e il consumo è legato alla frequenza di discoteche e locali trendy (di tendenza): si è diffuso un certo stile di vita che ruota attorno al sabato sera, quando i giovani si ritrovano ballando sino all’alba e oltre, con musica ad altissimo volume, per valicare il confine della sensazione forte.

Qui il tempo scorre velocemente e lo si vuole vivere più intensamente. Godersela, spassarsela, essere allegri e in forma, ballare più a lungo, fare più sesso, essere sempre più veloci, più duri, più fuori. Ebbene: l’incalzante domanda di alte prestazioni della vita notturna viene soddisfatta proprio dal consumo di tali droghe, perché esse danno l’illusione di essere stimolanti per il corpo e lo spirito, in quanto capaci di migliorare le prestazioni del corpo relativamente al piacere, alla resistenza alla stanchezza e al sonno, oltre ad aiutare apparentemente a sentirsi in sintonia con gli altri, a sentirsi in relazione e magicamente inseriti nel gruppo, condividendone qualsiasi esperienza. L’ecstasy così sembra facilitare la comunicazione interpersonale.

I consumatori di ecstasy o di altre droghe iniziano generalmente col farlo il fine settimana, collegando alla pasticca tutto ciò che è bello e divertente e fissando il loro animo su panorami e orizzonti iperprestativi. Ciò rende grigio e noioso il quotidiano rispetto ai "colori" e alla carica del fine settimana, durante il quale si esagera con le droghe, facendo passare inosservato o privo di valore il resto della vita. Diventa così sempre più difficile gestire il quotidiano; si perde interesse per ogni cosa, in prospettiva dello sballo del fine settimana. Sfuggono dal controllo anche il lavoro, lo studio, le responsabilità in generale. Ci si chiude sempre più in se stessi, finendo col prendere droga anche altre volte, entrando così nella dipendenza psicologica e fisica.

I nuovi utilizzatori di droghe non vogliono essere considerati dei tossicodipendenti, anzi generalmente cercano di tracciare un netto solco con gli eroinomani, i cocainomani e i drogati in generale. Ciò ovviamente rende più difficile qualsiasi intervento di recupero. È evidente come tutto ciò nasconda un disagio ben più profondo. Le ragioni più comuni per cui si inizia a far uso di tali sostanze sono la curiosità e la pressione dei pari che portano i ragazzi a condividere linguaggi, codici, subculture e stili di vita; il tutto si unisce però spesso ai normali impulsi giovanili verso la ribellione o l’evasione, a un desiderio di assumere comportamenti "adulti", od originali o rischiosi, a frustrazioni di una vita quotidiana insignificante o di una vita sociale povera di opportunità, che portano alla sregolatezza, allo scarso rispetto di se stessi, a un bisogno di essere sulla scena comunque, alla paura di non essere all’altezza del gruppo. Le sostanze psicoattive svolgono la funzione di disinibizione ed evasione apparenti.

Sofferenze esistenziali

Dove c’è vita, c’è un trauma. Sempre. Comunque, come qualsiasi parto può testimoniare indiscutibilmente. Non può stupirci, dunque, che uomini e donne continuino ad aggrapparsi agli innumerevoli "anestetici del dolore" che si possono trovare in varie forme, più o meno pericolosi, ma col medesimo compito: zittire qualsiasi tipo di sofferenza, soprattutto quella affettiva ed esistenziale.

Avendo assunto come punto di partenza tale ineliminabile realtà, cominciamo ad esaminare alcune delle con-cause della nuova dipendenza da sostanze psicotrope. Il cosiddetto "disagio giovanile" non corrisponde più tanto a situazioni di "povertà" o di emarginazione: tutti, indistintamente, a prescindere dal livello sociale e dall’ambiente di provenienza, hanno un rapporto sofferto con il mondo esterno, con loro stessi. Il male di vivere è normale, fisiologico, uniformemente diffuso, globalmente condiviso da soggetti giovani anche in senso anagrafico, e da soggetti adulti, ma psicologicamente ed esistenzialmente ancora "indefiniti".

«Il disagio giovanile si presenta sempre più in termini di sofferenza profonda, non riguarda più un temporaneo disadattamento, ma è il portatore di una difficoltà di adattamento a un vero e proprio dislivello tra sistema psichico e sistema sociale. (...) Il sistema psichico dei giovani si trova senza efficaci filtri simbolici tra il sé e le cose offerte dal sistema sociale che permettano di attenuare, ridurre, risolvere l’ansia» (Pieretti, 1996).

Il "filtro simbolico", costituito da un collante valoriale, forniva ai giovani un orientamento utilissimo nel processo di integrazione tra loro stessi e il mondo esterno: secondo molti esperti del settore, non esiste più nessun valore di riferimento che dia senso e corposità al percorso di maturazione dei giovani.

Il nostro sistema sociale è formato da tanti sottosistemi autoreferenziali e a volte incompatibili tra loro. Infatti, per esempio, tra il sottosistema scuola e il sottosistema lavoro non c’è abbastanza comunicazione e collaborazione e, soprattutto, al ragazzo vengono richieste competenze specifiche valide solo e soltanto in un sottosistema: ciò che risulta valido nell’iter scolastico, quasi sempre resta inutilizzato dal soggetto nel momento in cui cerca di inserirsi nel mondo lavorativo. L’Italia è piena di giovani laureati col massimo dei voti, che vagano in cerca di un’occupazione: molto spesso, quando trovano lavoro, viene richiesto loro di "dimenticare" ciò che hanno imparato in sede teorica, per assimilare prima e meglio il codice del sottosistema lavorativo. Tutto ciò, giustificabilissimo da un punto di vista pragmatico, lede in modo lacerante la personalità del giovane, il quale comincia a non capire più il senso di questa frammentarietà e, di conseguenza, a indebolire la componente motivazionale del proprio impegno. A che serve studiare una teoria che sarà ritenuta inutile nell’attività pratica?

Uno dei sottosistemi più importanti, la famiglia, ha a sua volta criteri, regole, procedure, modalità e stili comunicativi che valgono esclusivamente all’interno di quella famiglia. Il resto del mondo esterno, comprese le altre famiglie, funziona diversamente. Tutto ciò, a volte, rappresenta un vero e proprio dramma per il soggetto che vive questa situazione in una fase della vita in cui non ha ancora sviluppato una personalità definita, stabilmente strutturata e unica rispetto agli altri.

Avviene così, di frequente, che i giovani assumano come proprio sistema di riferimento quello del mondo dell’economia, il settore che domina le strategie degli altri sottosistemi. Il criterio del calcolo dei costi, del massimo guadagno, del minimo coinvolgimento emotivo e altro, viene adottato anche negli altri campi della vita. La vita affettiva, in senso personale e ampio insieme, è da subordinare alla carriera e all’infinita scalata nel campo della realizzazione come homo laboriosus.

Fino a quando, però, non c’è integrazione tra dimensione lavorativa, partecipato inserimento nella sfera sociale e dimensione privata e affettiva, non c’è progresso nella costituzione di una personalità adulta: si rimane al più un buon esecutore, ma non si diventa qualcuno che crea, che plasma, che si relaziona con se stesso e con il mondo esterno in modo originale e insostituibile.

«Il comportamento giovanile riflette lo stato di tutta la società nel suo complesso» (Eisenstad). Secondo questa società, è normale chi sa entrare e uscire dai vari sottosistemi senza problemi o traumi, adeguandosi alle logiche in esso vigenti, azzerando le proprie capacità critiche. Anormale, disturbato, è invece chi fa fatica a operare questi passaggi in modo imperturbabile ed è quindi spesso vittima di crisi d’identità, problemi esistenziali e depressioni.

Francamente, ci sembra che sia molto difficile, in un contesto del genere, capire dove finisce la normalità e dove comincia il disturbo. Ciò che è indubitabile è che i giovani, adattati o disadattati che siano, vivono un disagio che si presenta sempre più in termini di una sofferenza profonda sperimentata nella difficoltà di adattamento, cioè un dislivello tra sistema psichico e sistema sociale a cui accennavamo in precedenza.

A livello psichico viene adoperato il meccanismo stimolo-risposta senza elaborazione, senza un pregnante significato, senza scelte responsabili, laddove l’essere responsabili significa essere abili rispetto alle cose del mondo relazionale più privato. Senza un valore di riferimento, manca quel simbolo capace di differire le scariche emozionali, inadatte a confrontarsi direttamente con la realtà esterna senza un mediatore. Non è possibile "by-passare" tutti i passaggi intermedi che intercorrono tra il corpo e la psiche, tra il mentale e la realtà tangibile esistente, la materia.

Il disagio giovanile, entro il sistema psichico, è l’espressione della resistenza a compiere passi maturativi, quelli che Freud chiamava sacrifici pulsionali, che caratterizzano la vita adulta. Tale tipo di disagio può presentarsi in maniera del tutto asintomatica e mascherata, quando il soggetto non assume comportamenti socialmente riconosciuti come patologici, ma non per questo è meno lacerante.

Il disagio sintomatico

Laddove, invece, si verifica un problema di dipendenza da sostanze psicotrope, il disagio si definisce come sintomatico.

Il disagio è simile e largamente condiviso: non tutti però reagiscono con il consumo di droghe, vecchie e nuove. La scelta più o meno consapevole di assumere sostanze che determinano un’alterazione del comportamento e dell’umore è, evidentemente, la rivelazione di un calo, di una depressione energetica che va sempre esplicitata e rielaborata.

Qui si tratta di quel faticoso stato psichico, che caratterizza il cammino di un individuo verso la costituzione di una personalità armonicamente strutturata: il processo di identificazione. Io sono, gli altri sono, il mondo è: sono identificato in me stesso e posso relazionarmi con la realtà esterna in modo partecipe e operativamente creativo.

Non è facile raggiungere lo stadio della maturità, ma ciò che è più preoccupante è il fatto che l’uomo moderno si presenta non attrezzato ad affrontare i problemi, addomesticato da una società che accetta e risolve solo i bisogni secondari del consumo, del piacere a tempo determinato e a pagamento, del disimpegno e dell’autogiustificato rifiuto verso rapporti interpersonali diretti e responsabilizzanti.

«Sempre più, oggi, la visibilità della sofferenza appare inaccettabile; essa, al più, deve essere confinata nelle riserve indiane della terapia» (Pieretti, 1996). I primi a mascherare la sofferenza sono proprio gli adulti che cercano di evitarla anche ai propri figli. La "non-volontà" di adattamento al principio di real-tà causa una forte depressione energetica, organica e psichica, che va al di là della patologia clinica e che raccoglie una vasta gamma di atteggiamenti disturbati.

Il malessere profondo vissuto da un soggetto così fragilmente strutturato può spingere al consumo di sostanze psicotrope. Una persona che non riesce a intervenire sul mondo esterno per ottenere quello di cui sente il bisogno (in genere, un riconoscimento affettivo) dirige contro se stesso una parte della propria aggressività. A questo punto la sostanza psicotropa ha il compito di anestetizzare l’indicibile sofferenza e di rivolgere contro sé e contro gli altri quel potenziale distruttivo presente normalmente in ogni individuo, sotto varie forme.

«La dimensione della sofferenza, in negativo e in positivo, fa parte della vita. È il propellente per destarsi, per essere vigili, per non narcotizzarsi, per maturare, per crescere (...). Soffrire serve per capire, per non vivere come bruti» (Pieretti, 1996).

L’esperienza di un giovane vittima del "male di vivere" è comune all’esperienza di ogni bambino: è conseguenza di un passaggio evolutivo e permane nel caso esso non sia stato superato in modo appropriato.

L’uso di droghe che innalzano eccessivamente il tono dell’umore e favoriscono la confusione mentale è il sintomo di un percorso di separazione tra l’io bambino e l’io adulto, tra se stessi e la famiglia, e di autodefinizione rispetto alla realtà esterna, vissuto con un’ansia eccessiva e con un netto rifiuto della sofferenza che ogni passo maturativo porta giustamente con sé.

Le sostanze anestetiche o eccitanti, le nuove droghe, servono a stordire e fare ammutolire, col pretesto di un sollievo momentaneo dal dolore di uno stato depressivo largamente inteso, quel processo di consapevolezza che costituisce l’iter esistenziale del soggetto. È fondamentale quindi riconoscere il proprio dolore e dargli parole e gesti che contribuiscano all’autoaffermazione costruttiva e non alla distruzione di se stessi.

La normalità non significa eufunzionalità, assenza di conflitti, di drammi, di tensioni, di squilibri. Senza crisi non c’è crescita; senza sofferenza non c’è evoluzione. Inoltre per le giovani coscienze, e non solo, sarebbe auspicabile un sostegno sociale solido e significativo (che dà significato), che invece non c’è.

Ciò con cui interagiamo invece è un sistema scolastico in ribasso qualitativo; una congenita difficoltà nell’organizzazione del tempo libero in modo che risulti più significativo di una sala giochi o di una discoteca, dove il ballo e la musica sono subordinati allo stordimento e alla perdita di coscienza; un sistema di potere economico che spinge ad adoperare il denaro come sostituto di stimoli culturali e creativi originali, che non si possono comprare.

Tutto questo quadro sociale non fa altro che svalutare, indebolire il potenziale del singolo, a favore di un sistema consumistico che, alla fine, non rende veramente, esistenzialmente e significativamente felice nessuno, nemmeno chi sacrifica la propria esistenza ad esso e alle sue leggi. I ragazzi parlano di droga in termini di "sballo" poiché in una società proiettata verso l’iperprestazione a tutti i costi e in ogni campo, trovano nelle sostanze stupefacenti quella sorta di magici poteri capaci di farli sentire audaci ed efficienti rispetto alla realtà esterna.

Se la società, invece, permettesse e favorisse la formazione di strutture e criteri valoriali e morali, garantirebbe ai giovani le condizioni necessarie allo sviluppo del loro sistema psichico, etico e affettivo.

Disporre di un insieme di strutture che diano senso, che ordinino, che informino le pulsioni primarie e il processo di maturazione psichica, costituisce un orizzonte auspicabile perché i giovani possano attuare, pienamente e costruttivamente, tutti i passaggi evolutivi necessari al raggiungimento di una fase adulta, che permetta una coerente e originale risposta creativa del singolo e del gruppo sociale rispetto alla realtà esterna e alla cosmica sofferenza del vivere. Ogni dolore diventa una valida prestazione esistenziale, se è rivestito di senso, di significato, di valore.

L’importanza dei genitori

La famiglia rappresenta il modello di riferimento privilegiato rispetto all’individuazione dell’identità del bambino e certamente influenza le modalità di adattamento alla realtà interna (vissuti, emozioni, affettività) ed esterna (relazioni, modalità comunicative, socialità, eccetera).

Ma essere padre ed essere madre non è mai stato così difficile, verrebbe voglia di asserire. In realtà dovremmo correggere dicendo: «È sempre stato difficile e in questo momento storico lo è in modo particolare». Da diverso tempo, ormai, in famiglia si sono abbandonati i vecchi modelli genitoriali. Abbiamo detto no al padre-padrone tutto proibizioni e niente affetto; al padre-chiuso, che teme le debolezze dei figli e, soprattutto, le proprie. Abbiamo salutato l’ormai lontana madre-matriarca, irraggiungibile, silenziosa e giudicante. Ad essi, nell’ultimo trentennio, hanno fatto seguito nuove modalità di relazione e, insieme a queste, sono sopraggiunte nuove e inaspettate complicazioni legate al cambiamento della società. Abbiamo compreso che va detto «no» anche al padre-mammo, tutto coccole e niente regole, pronto a dare, regalare, comprare, concedere, ma anche dimenticare, rimandare, evitare; e dall’altra parte rinunciamo volentieri alla madre-imprenditrice, assente, logorroica e sorda.

Certamente parliamo di eccessi e amplifichiamo volontariamente aspetti in cui non si riconosce, forse, più nessuno. Pur tuttavia si può dare l’idea di quanto i ruoli genitoriali siano stati e siano tuttora estremamente fluttuanti. In tale contesto i ragazzi si trovano ad avere alle spalle una famiglia che delega all’esterno il proprio compito educativo e formativo.

Il rischio di eccessi e incoerenze è forte e per questo, oggi, troppo spesso nei giovani l’autonomia diventa solitudine; la consapevolezza delle proprie capacità, arroganza e presunzione; la pluralità e il confronto, frammentazione; la responsabilizzazione, nevrosi e ansia; la consapevolezza dei propri limiti, depressione e difficoltà di relazione.

In questo modo, ci si può ritrovare a un certo punto della propria vita, senza strumenti, persi e senza bussola, con pochi codici e poco chiari. Viene da sé che si pensi di trovare giovamento in semplici, comuni, tascabili e pulite "pillole di benessere" per ritrovare la quiete. «Posso sentirmi bene ora , al resto... ci penserò domani!».

Occorre perciò ripensare a nuovi modi di essere oggi padre e madre. In poche parole, discernendo dal nostro passato, potremmo cogliere alcuni princìpi comunque validi dalle nostre radici e renderli vitali e nutrienti per il futuro.

Tali princìpi potrebbero essere i seguenti: le regole e l’affetto (l’amore non è assenza di frustrazioni né regola rigida); il silenzio e le parole (l’ascolto e il dialogo); l’essere attivi ma presenti (creativi e intraprendenti, e in contatto reale con il resto delle dinamiche familiari); l’essere aperti ma in grado di selezionare e scegliere, confrontarsi e ripensarsi (spesso, princìpi e valori, per essere vissuti con coerenza, richiedono sacrifici; essi non possono e non devono corrispondere all’opportunità del momento); avere e riconoscere ogni debolezza, ma non per questo sentirsi inermi; essere in grado di rinnovarsi, di rischiare e di crescere, senza divenire disorientati e senza meta (non è vero che "tutto va bene"..., purché ci si senta forti e potenti!). Lasciar fare ai nostri figli, e fare noi stessi, esperienze di "luoghi" e "cose", ma insieme ad esse e principalmente di "persone" e "significati" (non solo praticità, ma recupero dell’elevatezza, di una dimensione spirituale della vita, dell’umano e di ciò che è attorno a noi).

Prevenire, informare e curare

Le strategie che possiamo pensare nell’intervento contro l’uso di sostanze psicoattive (ecstasy) dovranno mirare, secondo quanto abbiamo premesso fin qui, a rilevare e prendersi cura di un malessere e un disagio enormemente più diffusi e poco appariscenti, prima che si giunga a gesti e situazioni eclatanti.

Segnali rilevanti possono riguardare le difficoltà a comunicare, i comportamenti di evitamento, gli elementi depressivi, le deresponsabilizzazioni. Tutti questi sono sintomi tali da richiedere un’attenzione particolare a qualcosa che non si vuole etichettare come "malattia", ma come necessità di relazioni che diano sostegno e orientamento.

Essere aperti, oggi, significa accettare che vi possano essere alcuni di questi segnali nei nostri ragazzi e aiutarsi a comprenderne il senso. Chiedere sostegno a chi può darlo (psicologi, educatori, altri genitori) è il passo successivo. Pretendere qualità nell’educazione dei nostri figli è cominciare a pretenderla per noi stessi.

Cosa impedisce di "confrontarci"? La paura delle proprie debolezze o, peggio, di "vedere" le difficoltà dei nostri ragazzi, sentendosi, di fronte a queste, senza strumenti. Eppure, la forza vera sta proprio nel fare i conti con i propri limiti avendone maggiore consapevolezza, piuttosto che divenire abili nel nasconderli. Essere genitori e/o insegnanti informati e preparati può voler dire essere disposti a un confronto con altri genitori, educatori, insegnanti senza sentire per questo sminuita la propria autorità e/o professionalità. Non è vero che sappiamo cavarcela da soli, sempre!

L’esperienza, a contatto con i ragazzi, ci mostra come essi siano a volte gioiosi, sereni e forti ma anche, troppo spesso, chiusi e sprezzanti, a volte presuntuosi, altre volte inavvicinabili, disorientati e tristi.

Sarà necessario far maturare un rapporto di reciprocità e collaborazione tra alcune agenzie: la scuola, la famiglia, attraverso cui proporre nuove strategie educative mirate all’intervento su tematiche di crescita personale e sociale. Obiettivo importante sarà il sostegno e mai la sostituzione di alcuna delle figure di riferimento educativo.

Occorrerà inoltre fare formazione ai formatori, educare chi educa attraverso gruppi di confronto; bisognerà creare servizi disponibili a tutti e fruibili da tutti... Occorrerà fare formazione per fare prevenzione. In più, sarà necessario che nella scuola le materie diventino strumento per accrescere le competenze sociali e personali, la cooperazione (la vita di gruppo contro la solitudine e la competizione), la responsabilità. Sarà opportuno creare centri di aggregazione con attività tese al potenziamento e al recupero delle proprie risorse e della propria capacità di agire e relazionarsi positivamente con la realtà; potenziare e aumentare i servizi per l’autoaiuto (tra pari, per le famiglie), utili anche nei casi di gruppi di ragazzi che hanno fatto o fanno uso di sostanze che alterano lo stato di coscienza (ecstasy, alcol, marijuana).

Riassumendo, occorre, di fronte a tale panorama che è in continuo divenire, investire sugli aspetti preventivi, educativi, riabilitativi e di promozione socio-culturale che permettano un cambiamento qualitativamente migliore delle condizioni esistenziali dei giovani e delle famiglie.

A cura dell’Associazione Comunità Emmanuel - Lecce

Per informazioni: Equipe CPA-Associazione Comunità Emmanuel, strada Provinciale Lecce-Novoli km. 4,5 - 73100 LECCE - tel. 0832/35.13.40 int. 208/211. 
E Mail emmsgen@tin.it

    

Famiglia Oggi ne ha già parlato

Il crescente uso di droghe, alcool e tabacco tra gli adolescenti allarma gli esperti da tempo, per questo Famiglia Oggi aveva già dedicato il numero 11 (novembre ’95) al tema Giovani a rischio. Definiti «superman del sabato sera» i ragazzi apparivano comunque vittime, facili alla dipendenza da quei composti cheCopertina de: Giovani a rischio. producono illusioni e false sicurezze. Il panorama di allora viene descritto ampiamente dai validi contributi dello psichiatra Italo Carta, dal farmacologo Enzo Gori, dal sociologo Campedelli. Inoltre Daniela Rossi, dell’Osservatorio permanente sui giovani e l’alcol, riporta interessanti dati sul consumo, e Giancarlo Caselli, allora Procuratore della Repubblica di Palermo, illustra le rotte del traffico internazionale di stupefacenti. Dal Dossier Le Comunità terapeutiche, a cura di Mario Cagossi e Orsola Vetri, emerge il nuovo "tipo" di tossicodipendente direttamente dalle voci degli addetti al lavoro. Nella rubrica Incontri, don Mazzi esprimeva le sue perplessità verso il "metodo di disintossicazione rapida"; un tema, allora, di grande attualità.

   

BIBLIOGRAFIA

  1. Amendt G., Walder P., Le nuove droghe, Feltrinelli, Milano 1998.
  2. Bagozzi F., Generazione in ecstasy, Ega, Torino 1997.
  3. Gatti R.C. (a cura di), Ecstasy e nuove droghe, Franco Angeli, Milano 1998.
  4. Lai Guaita M.P. (a cura di), Famiglia e tossicodipendenza, Laterza, Roma-Bari 1996.
  5. Pieretti G., Il disagio sommerso, Quattro Venti, Urbino 1996.
  6. Opuscolo a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Ufficio del Ministro per la Solidarietà sociale, 1998.
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