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INCONTRI - PARLA MARIO BENUSIGLIO, PADRE DI GIORGIA

Una sola pasticca può uccidere

di Orsola Vetri
    

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 2000 - Home Page Le informazioni date ai giovani sulle droghe sintetiche sono scarse e fuorvianti. Il padre di una delle vittime dell’ecstasy invita a non sottovalutare il rischio e la diffusione e propone un disegno di legge semplice e realizzabile. Purtroppo sin’ora resta ignorato.

Giorgia, diciassette anni, milanese, una faccia pulita, una famiglia per bene: ha rischiato la vita per aver ingerito una sola pasticca di ecstasy. Era l’ottobre del 1999. Si è salvata grazie ad un repentino trapianto di fegato e da allora suo padre, Mario Benusiglio, si batte perché l’ecstasy e tutte le nuove droghe vengano considerate quello che sono, cioè sostanze stupefacenti meno terrorizzanti, per l’aspetto e il modo con cui vengono assunte, dell’eroina ma ugualmente pericolose.

È una dura lotta. Giorgia dal suo letto d’ospedale si era coraggiosamente assunta le sue responsabilità e aveva dichiarato che sarebbe andata in giro a spiegare nelle scuole il pericolo che si corre, ma è sfiduciata e delusa, poiché percepisce che pochi suoi coetanei hanno capito la gravità del problema. «Da quel che vedo – spiega suo padre – solo i più giovani, quelli che hanno meno di diciotto anni, hanno compreso il discorso di mia figlia. Paradossalmente i maggiorenni la considerano "sfigata". È stata sfortunata perché ha assunto la pasticca sbagliata».

  • Che cosa hanno imparato gli amici di sua figlia?

«Come le ho detto, i giovanissimi hanno assimilato immediatamente l’avvertimento di Giorgia. Non hanno avuto bisogno di ulteriori prove. L’esperienza di mia figlia è bastata loro per credere e comprendere il pericolo. I grandi non vogliono capire. Ma non è colpa loro. Hanno dei "cattivi maestri"».

  • Che cosa intende dire?

«Questi giovani sono totalmente disinformati o, peggio, malinformati su questo argomento. Chimici e patologi sono stati chiari nel dire che il pericolo è reale e drammatico. I casi come quello di mia figlia, che ha dovuto subire il trapianto del fegato, non sono migliaia, ma si può morire anche per infarto miocardico o andare incontro a numerosi altri problemi di salute. Nonostante questo gli opuscoli informativi sull’uso delle droghe chimiche, approvati dal ministero della Sanità, e la stampa stessa danno informazione di cui i giovani come Giorgia si fidano. Non si vuole ammettere, anche giuridicamente, la pericolosità dell’ecstasy che è da paragonare all’eroina. Anzi è più pericolosa dell’eroina ma, ripeto, pochi lo dichiarano ad alta voce».

  • Non vogliono vedere una realtà che hanno sotto gli occhi?

«È così. Recentemente il ministero degli Affari sociali è uscito con un dépliant in cui non dice la cosa più importante. Cioè che non c’è bisogno di essere iperallergici: una sola pillola può uccidere chiunque. Davanti a queste prese di posizione io come papà e come cittadino non sono affatto tranquillo».

  • E come spiega questo atteggiamento?

«Credo che si tratti di cattiva fede e del desiderio di applicare la teoria del "meno peggio" per ottenere consensi. È un modo di pensare e di "governare" che ci ha portato alla attuale situazione del nostro Paese. Mi sembra che come accade per altre cose (l’obbligo d’uso del casco per i minorenni o il divieto di parcheggiare in doppia fila), si preferisca lasciare correre perché tutto sommato nella confusione si ottengono consensi generalizzati».

  • Il legame discoteca-ecstasy esiste?

«È reale per i giovanissimi che percepiscono come immagine dai media il mito delle modelle anoressiche e sanno che con una sola pastiglia di ecstasy possono ballare per cinque ore consecutive perdendo peso e avendo anche inappetenza. Alle ragazze di oggi non sembra vero di poter avere tutto questo con una sola pastiglia. La discoteca è inoltre il luogo dove girano più facilmente pasticche e i gestori delle discoteche ne sono al corrente. Giorgia e i suoi amici mi hanno detto che è veramente facile reperirle».

  • Tra scuola e famiglia, chi ha maggiori responsabilità nell’educare e nel prevenire comportamenti a rischio

«In teoria entrambi. Purtroppo in Italia funziona bene, anzi ottimamente, solo la scuola materna. Già alle elementari cominciano le prime carenze educative. Le medie inferiori e superiori, da quel punto di vista, sono allo sfacelo. Per questo il ruolo della famiglia è diventato ancora più importante. Se non intervengono i genitori, non so chi possa aiutare i ragazzi. E poi che modelli di riferimento hanno nella società? Uno sciatore che tira le coppe in testa ai fotografi e che supera ad alta velocità le colonne di macchine approfittando della divisa da carabiniere e non prende neanche una sanzione? Un campione di motociclismo che viaggia con una ruota sola e dice, per mettersi a posto la coscienza: "fatelo solo in autodromo". Un ciclista dopato?».

  • Che cosa si può fare?

«Io avevo fatto una proposta di legge, basata sull’uso del buon senso, di cui l’eco è arrivata persino in Francia. Purtroppo di questa proposta non se ne fa nulla, ma la cosa che più mi ferisce è il fatto che nessuno mi ha mai detto in faccia che è una "scemenza". Semplicemente tutti, anche i giornalisti di una certa area politica, preferiscono ignorarla nonostante sia di una semplicità estrema».

  • Di cosa si tratta?

«Innanzitutto non si basa sulla repressione che è una parola che aborrisco. Ha due punti fondamentali, l’equiparazione dell’ecstasy a tutti gli altri stupefacenti e la possibilità di elevare sanzioni amministrative nei confronti dei genitori quando la pasticca viene trovata nelle mani dei minorenni. Inoltre prevede l’estensione della stessa sanzione ai maggiorenni (senza sporcare la fedina penale) e, nel caso non siano in grado di pagare, l’invio ad attività socialmente utili. La sanzione ha come "pregio" di mettere le famiglie al corrente della situazione e crea, inoltre, somme consistenti da reinvestire in progetti di informazione». 

Orsola Vetri

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