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TRA BENESSERE E FELICITÀ

Una bella cornice non basta

di Giorgio Campanini
(docente f.r. di Sociologia)
            

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 2000 - Home Page Per dipingere anche un bel quadro bisogna riscoprire la qualità della vita in rapporto alle persone. Diventa perciò basilare l’utilizzo del tempo. Non centellinato, ma donato con generosità agli altri. Solo così nasceranno luoghi autenticamente umani.

Uno storico delle idee francese ha una volta affermato che l’idea di felicità (bonheur) è un’idea decisamente moderna, nata e affermatasi a partire dall’illuminismo, e che gli uomini delle età precedenti, nella sostanza, la ignoravano. E in effetti, se si esamina la tradizione di pensiero cristiana, si constata che ivi, seppure ricorrentemente, non si parla tanto di felicità quanto di beatitudine. Ancora oggi, in pressoché tutte le traduzioni correnti, quelle annunziate da Cristo sono le beatitudini e non la felicità. E dunque la cultura dell’Occidente, impregnata di cristianesimo, avrebbe da sempre annunziato la beatitudine, ma non la felicità.

Al di là della ricostruzione di questa difficile pagina della "storia delle idee", un punto può essere considerato acquisito, e cioè che – a partire da una specifica stagione della nostra cultura, e cioè con l’illuminismo – la categoria dominante non è stata più quella di beatitudine (con il suo implicito richiamo all’aldilà, e dunque al Trascendente), ma quella di felicità, nella sua duplice accezione, meglio espressa dal termine francese di bonheur, di "benessere" e/o di "felicità". Fino a che punto benessere e felicità coincidono fra loro?

Nell’impostazione del sesto Rapporto Cisf sulla famiglia (AA.VV., Famiglia e società del benessere, San Paolo, 1999) si è optato per il primo termine, piuttosto che per il secondo, perché ci si è posti in una prospettiva essenzialmente sociologica: e la sociologia può osservare e in qualche misura verificare il benessere, ma non può che arretrare di fronte alla questione della felicità. Non si può tuttavia negare che tra benessere e felicità intercorra una relazione non epidermica e non casuale, sulla quale mette conto di soffermarsi. Se infatti la felicità – intesa come pieno appagamento, come compiuta auto-realizzazione di sé, come equilibrato rapporto con gli altri, a partire da se stesso, e con la natura – è tutt’altra cosa rispetto al benessere (soprattutto se questo sia inteso in senso materiale), tuttavia non è a esso estranea. È infatti possibile – come la vita di alcuni grandi personaggi attesta – essere felici anche in una situazione di profondo malessere materiale: basti pensare alla "perfetta letizia" di un Francesco d’Assisi; ma normalmente la via per la felicità passa attraverso un ragionevole benessere. La politica non può rendere felici gli uomini e le donne, perché questo sorpassa largamente le sue potenzialità e capacità, ma può creare le premesse della felicità, rimuovendo i condizionamenti materiali negativi e dando salute, possibilità di realizzarsi attraverso il lavoro, accesso ai beni della terra necessari per una "vita buona".

Di tutte queste cose anche la famiglia ha bisogno; anzi senza di esse non potrebbe nemmeno responsabilmente formarsi né aprirsi al dono della vita. Ed è in questo senso che una buona politica, una società giusta, un’economia sana, garantendo il benessere, non danno felicità ma la rendono possibile.

E tuttavia un autentico benessere della famiglia va assai al di là del soddisfacimento di queste condizioni minimali di insieme assicurate dalla buona società: lo attesta in modo assai chiaro la storia stessa dell’Occidente sviluppato, che è insieme storia di un diffuso benessere e, spesso, di una diffusa infelicità.

Il fenomeno delle crisi coniugali, e conseguentemente delle separazioni e dei divorzi (talora dei nuovi matrimoni e dei nuovi divorzi), sta ad atte-stare questa divaricazione, soprattutto quando si constata che solo raramente le crisi coniugali sono legate all’effettiva mancanza di beni materiali. La cornice, insomma, è assicurata dalla "società del benessere", ma manca il quadro.

Le buone relazioni possono essere certamente favorite da saggi interventi di politica sociale, ma essi non bastano a garantire quell’efficacia che deriva soprattutto dall’altruismo come modo di essere nel rapportarsi a chi ci vive accanto.

Si pone qui il problema della "qualità" delle relazioni che si pongono all’interno della famiglia; relazioni che sono certo favorite da saggi interventi di politica sociale e da una buona organizzazione generale della società, ma che fanno riferimento anche a un modo di essere delle persone che entrano nella vita di relazione, modo di essere che solo in parte è frutto dell’organizzazione complessiva della società. È questo il limite "drammatico" della politica, con la smentita dell’illusione, cara agli utopisti di tutti i tempi, secondo la quale buone istituzioni renderebbero automaticamente buoni gli uomini (e buone le relazioni fra gli uomini).

La domanda che si ripropone, anche nella società del benessere, è dunque quella di sempre: come promuovere una buona qualità delle relazioni nella famiglia? Per riprendere l’immagine in precedenza adottata, una volta che la politica avrà fatto la sua parte, predisponendo una "cornice", e una buona "cornice", come dipingere il quadro, in modo che sia un bel quadro?

Rispondere seriamente a questa domanda implicherebbe un’approfondita riflessione sulle caratteristiche, la struttura, la qualità della vita personale. Nell’impossibilità di sviluppare, qui, questo tema, ci si limiterà a due indicazioni di fondo.

La prima indicazione riguarda una componente essenziale della vita di relazione fra le persone, anche nella famiglia, e fa riferimento a un prezioso e insostituibile modo di essere, e cioè all’altruismo, dal quale nasce e si sviluppa la solidarietà. Si può vivere in famiglia come individui casuali che si incontrano, coabitano, condividono gli stessi spazi e magari fanno talora anche le stesse cose; ma che hanno ciascuno come punto di riferimento se stessi, la propria autorealizzazione, il proprio successo, la propria felicità. In questo caso, il punto di partenza e la prospettiva alla quale si guarda è sempre quella dell’io e tutto viene posto in essere in ordine alla convenienza, o non convenienza, che ogni gesto, ogni comportamento, ogni scelta ha per l’io. Viene conseguentemente meno l’attitudine al dono, l’apertura all’altro, soprattutto la capacità di gratitudine; e le relazioni si fanno utilitaristiche e strumentali, sia che esse riguardino la sfera sessuale sia che concernano la vita quotidiana, perché tutto è posto in essere in funzione di se stessi e giudicato positivamente o negativamente non dal punto di vista dell’altro, ma dal proprio punto di vista.

È possibile che, per qualche tempo, i vari egoismi trovino un punto di incontro e di equilibrio. Ma quando i rapporti fra uomo e donna e fra genitori e figli sono soltanto un intreccio e una realizzazione di contrapposti egoismi, la vita di relazione fa poca strada, e la crisi, almeno nella forma dell’indifferenza e della opacità dei rapporti, è dietro l’angolo. Ben diverso è invece lo scenario quando, nella relazione familiare, si assume il punto di vista dell’altro e si è disponibili a sacrificare, per l’altro, qualche cosa di se stessi. Quando ci si pone in questa logica si constata che, con un apparente paradosso, quanto più si dona tanto più si riceve, quanto più ci si spoglia di sé tanto più si è colmati e arricchiti dall’incontro con l’altro. L’orizzonte rappresentato dalle cose è relativizzato ed emerge l’importanza e la ricchezza della "qualità" della relazione.

La seconda indicazione concerne un’attenta revisione di quello che potrebbe essere chiamato il "sistema delle attese". Molte situazioni oggettive di benessere (anche materiale) vengono considerate soggettivamente di malessere, per la sproporzione che si determina fra ciò che si ha e ciò che si vorrebbe: è questa la nemesi dello Stato sociale che, quanto più offre, tanto più attese sollecita, dando luogo a un circolo vizioso dal quale è impossibile uscire, anche perché le risorse non sono mai infinite. Ma, analogamente, molti rapporti di coppia vengono considerati insoddisfacenti, in quanto essi vengono caricati di attese eccessive e diventano quindi promesse che non possono essere mantenute. Ciò che ieri era considerato fonte di una ragionevole felicità, diventa domani uno stato di cose insopportabile e intollerabile, dal quale si vorrebbe uscire, alla ricerca di un irraggiungibile ideale di relazione di coppia (o anche di parentalità, legata al mito del figlio bello, sano, geniale).

Per una pedagogia della relazione

È dunque necessario attivare, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni – le più esposte a una confusione di campo fra "benessere" e "felicità" –, una vera e propria pedagogia della relazione che riproponga al centro della vita delle famiglie il dialogo fra le persone, piuttosto che la ricerca e l’acquisizione delle cose. È diffusa l’illusione che sia la mancanza delle cose a mettere in crisi la relazione, quando invece è evidente che è l’assenza delle persone a determinarne l’impallidimento e alla fine la caduta. Ci si attende che il benessere porti automaticamente la felicità e si imputa la mancanza di felicità, vera e presunta, all’assenza del benessere atteso e sperato; mentre, al di là di particolari situazioni di marginalità, benessere e felicità non coincidono e talora possono apparire come realtà antitetiche, al punto che a un massimo di benessere può corrispondere un minimo di felicità.

La fondamentale scelta di campo che occorre compiere è l’opzione per le persone; senza escludere ovviamente le cose, ma solo nella misura in cui esse servano realmente la causa delle persone. Fondamentale, in questo difficile e complesso gioco, è la modalità di utilizzazione della categoria del tempo.

Tempo per le persone o tempo per le cose? Si ha a volte l’impressione – osservando uomini e donne, adulti e ragazzi che sembrano "non avere mai tempo", mentre il tempo è uguale per tutti – che la maggior parte della vita degli uomini e delle donne di oggi, e dunque del loro tempo, sia condizionata e anzi dominata dalle cose; al limite, si ritiene si servire meglio le persone, con un atteggiamento di apparente altruismo, nella misura in cui le si colmino di cose, in una sorta di contorta logica del dono all’interno della quale al centro sta non colui che riceve, ma colui che dà: come se il dare qualche cosa esimesse dal dare, e prima ancora dall’impegnare, se stessi.

Riscoprire la qualità della vita di relazione nella famiglia – e passare dal piano del "benessere" a quello della "felicità", di una umana e ragionevole felicità – significa prima di tutto e fondamentalmente porre su basi nuove l’uso del tempo e lo stesso atteggiamento nei confronti del tempo. Ciò che per la famiglia è essenziale, nel dialogo fra uomo e donna e fra genitori e figli, è innanzitutto il tempo: un tempo non centellinato ma sparso a piene mani; non aridamente razionato, ma donato con generosità; un tempo non avocato per se stessi e per la propria realizzazione o il proprio successo, ma donato agli altri e condiviso con gli altri.

Solo in questa prospettiva la "società del benessere" potrà diventare, o ridiventare, una società della relazione piena e profonda e dunque anche il luogo di una non illusoria né utopica, ma ragionevole e, alla fine, autenticamente umana felicità.

Giorgio Campanini

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