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OLTRE L ’ ASSISTENZIALISMO

I nuovi orizzonti del benessere

di Pierpaolo Donati
(sociologo, curatore dei "Rapporti Cisf")
            

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 2000 - Home Page Occorre fare un passo avanti nel processo di umanizzazione delle relazioni fra le generazioni. Anche le politiche sociali dovrebbero riconoscere meglio e sempre la soggettività del nucleo familiare, del resto primo attore della società civile.

Il sesto "Rapporto Cisf" sulla famiglia (AA.VV., Famiglia e società del benessere, San Paolo, 1999) affronta il difficile tema del "benessere" della famiglia in quella che siamo diventati soliti chiamare welfare society. Le domande che il Rapporto affronta sono: in che cosa consiste il benessere familiare? Come viene generato? Come sta cambiando? Che cosa fare da parte delle singole famiglie e da parte di tutta la comunità per tutelarlo e promuoverlo?

Il Rapporto è interessato a capire come le famiglie definiscano il proprio benessere, come gli operatori sociali (in senso lato) e i policy makers intendano e pratichino il benessere familiare, che cosa si faccia e che cosa si dovrebbe fare per trattare adeguatamente questo problema, che è poi il problema dei problemi, dato che in esso confluisce gran parte delle problematiche familiari.

Data la sua vastità, il tema del benessere familiare viene affrontato secondo alcune direttrici specifiche. Primo: il benessere è qui inteso nelle sue dimensioni materiali e simboliche, anche spirituali, ma senza specifici approfondimenti di natura etica e filosofica, che vengono rimandati alle altre pubblicazioni del Cisf. Secondo: il Rapporto cerca soprattutto di definire il benessere in quanto familiare, cioè attinente al soggetto-sociale-famiglia, per distinzione dal benessere individuale o personale.

Il tema è assai insidioso. Oltre alla vaghezza del concetto di benessere che solitamente viene utilizzato nel linguaggio quotidiano, c’è un’abbondanza di studi che lo affrontano da vari punti di vista teorici, ma mancano studi empirici adeguati. Il Rapporto ha anche una funzione di stimolo in tal senso.

"Benessere" è un vocabolo internazionalmente tradotto il più delle volte con welfare. Ma questa etichetta ("il welfare della famiglia") rischia di portare il discorso sul benessere della famiglia a una precisa ideologia (detta "welfarista") e a forme di misurazione e valutazione assai riduttive e anche distorsive. Infatti, quando parliamo di welfare ci riferiamo tecnicamente al benessere socio-economico materiale della famiglia, misurato con indicatori che fanno riferimento primariamente al reddito e ai consumi, e poi a quei benefici che, direttamente o indirettamente, sostituiscono il reddito monetario o possono essere misurati in termini monetari, come i benefici in termini di "servizi" (alloggio, istruzione, sanità, assistenza, previdenza e sicurezza sociale).

Nel campo delle politiche sociali, welfare indica un pacchetto standard di beni necessari per una vita minimamente decente, che lo Stato dovrebbe garantire a tutti gli individui sulla base del principio di cittadinanza. Sotto questo profilo, l’accezione di benessere è ridotta a quella di soddisfacimento di un insieme di bisogni primari o di base. Con il rischio di lasciare sempre fuori qualche bisogno primario che non può trovare una traduzione in termini materiali di equivalente monetario. Il Rapporto sostiene che, se vogliamo comprendere le altre dimensioni, dobbiamo piuttosto parlare di benessere come well-being, il quale include un senso di soddisfazione dal punto di vista psico-socioculturale. Ma anche questo termine, benché meno riduttivo del precedente, rischia di mettere fra parentesi le dimensioni etiche del benessere. Il concetto di well-being è, comunque, assai apprezzabile, in quanto richiama quelle competenze e abilità nei modi di essere e di agire della famiglia che hanno un risvolto etico.

La lingua italiana usa sempre e solo il concetto generico di "benessere", senza avere neppure la distinzione fra welfare e well-being. Una maniera per indicare la differenza tra aspetti materiali e non-materiali può essere quella di distinguere fra benessere (come welfare) e ben-essere, riferendo quest’ultimo alle componenti psicosocio-culturali, e quindi richiamando – almeno implicitamente – le dimensioni etiche del ben-essere inteso come "vita buona".

Nel Rapporto vengono presentate queste distinzioni, nella consapevolezza che welfare e well-being si richiamano a vicenda e sono connessi fra loro. Lo sono non necessariamente in modo positivo, ma in certi casi anche in modo negativo. Le attuali ricerche sulla condizione giovanile rivelano, per esempio, che il benessere materiale e quello relazionale delle famiglie sono correlati negativamente in molti, anche se non tutti, gruppi sociali. Il Rapporto considera assieme le varie dimensioni del benessere, senza dimenticare, ma anzi enfatizzando le loro relazioni, dal momento che è proprio tale relazionalità che caratterizza il benessere familiare per distinzione da quello meramente individuale.

Oggigiorno, il benessere non può più essere considerato come una mera condizione definita da un numero discreto di fattori materiali (reddito, prestazioni e servizi quantificabili). Un tale approccio semplicistico è ormai largamente superato. Parlare oggi di benessere implica: primo, considerarlo in termini dinamici, più come una capacità che come uno "stato" (o condizione statica); secondo, intenderlo in termini multidimensionali (tenendo in conto sia i fattori materiali sia quelli non materiali); terzo, comprenderlo in termini relazionali, cioè di effetti relazionali fra le varie dimensioni.

Il terzo passo, quello di farne una lettura in chiave relazionale, viene suggerito in questo Rapporto e lo caratterizza. Nella visione del Rapporto, il benessere dev’essere compreso come capacità di relazionamento fra i fattori che danno alle persone la capacità di "fare famiglia" in modo adeguato alle sfide che esse devono affrontare, così da realizzare il bene comune della famiglia.

Per molto tempo, i modelli di benessere hanno fatto riferimento a un atteggiamento di tipo quasi esclusivamente reattivo rispetto ai fattori di malessere: si assumeva implicitamente che il benessere fosse da intendere come l’opposto del malessere, come negazione-cancellazione di quest’ultimo. Oggi, le riflessioni più attente e le osservazioni sui fenomeni empirici mettono in luce come, in realtà, individui e famiglie abbiano un approccio ben più articolato e vasto al tema del benessere, certo in gran parte indotto dal mercato dei consumi, ma anche come modalità di elaborare nuovi stili di vita.

Per evitare il malessere

Il benessere viene sempre più definito non tanto come il puro "opposto negativo" del malessere, o come assenza di quest’ultimo, ma come una realtà che sta in relazione al malessere, dal quale deve "apprendere", se individui e famiglie vogliono migliorare la loro condizione umana.

Il benessere non è più "una cosa" (uno stato "oggettivo" determinato da certi indicatori), né una condizione che si raggiunge solo negando o cancellando i fattori di disturbo (che sono in buona misura inevitabili e crescenti nel mondo post-moderno), ma piuttosto una relazione di equilibrio dinamico con l’ambiente in cui il soggetto familiare riesce a superare i fattori di malessere attraverso risorse e capacità ben gestite. Il benessere nasce dalla capacità di percepire, rappresentare e padroneggiare la relazione con i fattori di malessere, in sinergia con essi. Benessere e malessere, in ogni caso, non possono più essere visti come condizioni astratte, ma come situazioni che sono "costruzioni sociali", le quali richiedono interpretazioni e azioni ad hoc per essere trattate, cioè implicano specifiche abilità cognitive e morali, oltreché risorse materiali e simboliche per sostenerne il dispiegamento.

Il Rapporto si rifà, quindi, ai modelli più complessi per l’analisi del benessere/malessere. Ovviamente, ve ne sono molti. Ciascuno di essi fa assunzioni diverse sulla natura dei termini benessere/malessere, nonché sulle loro relazioni, e quindi sui modi ritenuti validi per perseguire il benessere ed evitare il malessere. I modelli funzionalistici enfatizzano una concezione del benessere come "buon funzionamento", ne valorizzano soprattutto gli aspetti di efficacia ed efficienza (funzionalità) rispetto ai ruoli sociali. I modelli fenomenologici sottolineano soprattutto le caratteristiche del benessere come esperienza di equilibrio psico-fisico legata al vissuto soggettivo, soprattutto nel contesto delle relazioni di gruppo e di mondo vitale. I modelli organicistici vedono il benessere in termini di una fisiologia che è spesso definita come vitalismo biologico. I modelli interattivi pongono l’accento sulla buona comunicazione. Vi sono modelli che pensano il benessere in termini di fattori ascritti e modelli che accentuano i fattori acquisitivi. Spesso, il confronto è fra modelli che vedono il benessere in termini riparativi di condizioni degradate (di riempimento del deficit) e modelli di empowerment ("capacitazione"), che, invece, vedono il benessere come promozione continua di comportamenti preventivi e promozionali di potenzialità non attivate. Esistono modelli più attivi e modelli più passivi. E così via.

Applicare queste diverse concezioni e modelli di benessere alla famiglia non è facile. Si tratta di una nuova frontiera di studi, ricerche e sperimentazioni. In questo Rapporto viene presentata e chiarita la tesi che il benessere familiare, proprio per distinzione da quello individuale, richiede una specifica attenzione agli aspetti relazionali presenti in ogni tipologia di famiglia, che dev’essere valutata in rapporto alla sua composizione, per numero e qualità dei componenti; alle sue rappresentazioni e ai suoi vissuti in quanto famiglia più chiusa o più aperta rispetto alla società "esterna"; alla presenza di regole chiare e di una buona comunicazione, oppure, viceversa, di condizioni anomiche (mancanza di regole) e di cattiva comunicazione; alla valorizzazione di beni più materiali o più immateriali; alla capacità di accedere e utilizzare opportunità esterne, date da servizi pubblici e privati; al suo simbolismo e alle sue pratiche per quanto riguarda l’apertura alla vita umana nascente e declinante i rapporti fra le generazioni, i compiti educativi, in quanto decisivi per il clima familiare che ne caratterizza benessere o malessere. E tutto ciò in termini di differenziazione delle famiglie secondo la loro posizione nella stratificazione sociale, nel mercato del lavoro, nel sistema delle ricompense sociali, nel diverso tipo e grado di rischiosità dei contesti ambientali.

L’accezione del benessere familiare che viene utilizzata è dunque dinamica, multidimensionale e relazionale: essa connette quattro principali dimensioni, quelle culturali, sociali, psicologiche, economiche, riferite alla famiglia (il simbolismo che essa utilizza, le regole, la comunicazione e il clima psicologico che instaura, le risorse dell’economia domestica nel suo complesso) e le pone in relazioni significative (inter-azioni) fra loro.

Le responsabilità dello Stato

Da un lato, vengono analizzate le rappresentazioni che le concrete famiglie hanno di questo "benessere complesso". Lo si fa da parte degli autori del Rapporto soprattutto in riferimento agli eventi di sfida che toccano il mondo familiare. In effetti, i momenti critici, quelli in cui viene messo in gioco il benessere della famiglia come tale, sono quelli più rivelatori. È nel momento di malessere che meglio si rivela il modo in cui viene pensato e praticato il benessere, anche nel confronto fra le diverse visioni di gender e di generazione. È quando insorge una malattia (soprattutto quella psichica), il problema di un handicap, o comunque un deficit più o meno grave, che si manifestano i modi in cui le famiglie – come gruppi e come istituzioni – pensano e praticano il loro benessere. Sotto quest’ottica, il benessere non è più una questione di risorse economiche (di bilancio familiare), ma è un problema di senso della vita, che riguarda la parte più intima dell’essere e del fare famiglia.

Dall’altro, il Rapporto analizza come le varie istituzioni sociali, e in particolare lo Stato e i servizi sociali in senso lato, intendono il benessere familiare e intervengono per esso e su di esso. Accade spesso che alcuni aspetti siano considerati e altri siano ignorati. Perché? Quali selezioni vengono operate nel definire il benessere familiare?

Il confronto fra le concezioni del benessere nelle famiglie e negli apparati di Stato è molto istruttivo. Come pure essenziale è capire in quali modi le istituzioni che dipendono dallo Stato influenzano direttamente o indirettamente il benessere familiare. Le relazioni tra famiglia e Stato meritano un’analisi a sé: quale benessere la famiglia lascia, scarica o delega allo Stato e quale benessere, viceversa, lo Stato lascia, scarica o delega alla famiglia?

Se lo Stato colloca la famiglia nel luogo del deficit, cioè delle carenze e delle patologie, la famiglia non è attivabile ai fini del suo benessere, o lo è solo parzialmente. Si attivano allora degli interventi, perfino delle pedagogie, che sono inutili e incapaci a produrre benessere familiare. Il Rapporto suggerisce che, affinché lo Stato possa veramente promuovere il benessere familiare, devono essere soddisfatte, fra le altre, due condizioni fondamentali: che lo Stato collochi la famiglia nella trama normale della vita sociale, cioè come soggetto rilevante per la vita pubblica; che lo Stato veda, stimoli e ricompensi le interfacce tra la famiglia come sfera privata e i servizi a essa esterni, in particolare i servizi che lavorano con le reti familiari, le associazioni familiari, e su di esse. Lo Stato sociale ha bisogno di ridefinire i suoi rapporti con la famiglia in termini di co-relazione fra competenze delle famiglie e competenze dei servizi sociali (dalla scuola ai consultori, ai servizi sociali personali), sia che voglia perseguire welfare materiale sia che voglia promuovere l’autonomo well-being delle famiglie. È sul link (legami, connessioni) fra competenze familiari e competenze di chi opera sui bisogni familiari che bisogna agire in termini di empowerment di tutti gli attori che dovrebbero orientarsi reciprocamente. Empowerment non significa solo dare risorse materiali, ma soprattutto creare le condizioni psico-socio-culturali affinché vengano stimolate le capacità di mobilitazione delle risorse umane.

La famiglia finisce nel malessere quando si percepisce incompetente e impotente di fronte alle sfide. Può capitare che siano gli stessi servizi di welfare, pubblici e privati, a farle sentire questo vissuto. Quando ciò accade, la percezione di un rimprovero, più o meno esplicito, si traduce in un senso di colpevolizzazione dei membri della famiglia di fronte ai loro compiti. Del resto, è pure vero che, in una società sempre più complessa, cresce l’incompetenza delle famiglie a gestire i problemi quotidiani. La diminuzione del "sapere familiare tramandato" e la crescita di incompetenza devono essere attese come una probabilità molto elevata, se non proprio statisticamente normale.

Per affrontare questo scenario, occorre un’epistemologia del benessere che distingua nettamente fra benessere individuale e quello familiare, liberandosi dal dominio di un certo economicismo imperante. Ne va del benessere degli stessi individui, i quali dichiarano per primi che avere una famiglia felice è il fattore più importante di benessere personale.

Benessere familiare e società del benessere sono due termini correlativi. Le domande che tale correlazione pone sono evidenti: quale famiglia per quale società del benessere? Quale società del benessere per quale famiglia? Entrare nei complessi meandri di queste correlazioni è il compito che si è posto questo sesto Rapporto. Esso analizza se, in che modo e misura questi termini siano compatibili fra loro, ovvero quali configurazioni li rendano meglio compatibili, e magari sinergici.

Scenari declinabili

Se un’intera società ha come suo scopo ultimo il benessere individuale, può anche avere – contemporaneamente e fattualmente – una famiglia che goda, generalmente parlando, di ben-essere? Probabilmente no, almeno questa è l’indicazione che proviene dalle ricerche sul campo. Il benessere familiare può essere declinato in molti e svariati modi, ma una società che voglia promuovere il benessere della famiglia come tale non può essere definita senza residui da quel complesso "Stato-mercato" che oggi sostiene un individualismo istituzionalizzato, tutto proteso sui consumi individualistici privati. Il benessere familiare è il prodotto di una società che si prende cura dell’altro, una caring society, che promuove concretamente una famiglia che si basa sulla regola del dono e della solidarietà con l’altro.

Questa prospettiva non auspica, in modo romantico o utopico, che tutta la società debba essere per forza di cose definita in termini familiari. Non si intende concedere nulla alla retorica di una società che si dovrebbe concepire e comportare tutta intera come una famiglia. Piuttosto, il Rapporto rivendica il fatto che, tra i tanti modi di declinare la società, debbono essere concretamente rico-nosciuti spazi e momenti in cui l’ottica del benessere familiare abbia la propria consistenza e autonomia, fattuale e non puramente verbale o da fiction. È questo possibile? Il Rapporto dice a quali condizioni ciò sia desiderabile e possibile, e quali siano le scelte di valore da compiere, in particolare per quanto concerne le politiche pubbliche e sociali in senso lato.

Ciò che importa è riuscire a vedere il benessere familiare al di là di come è stato definito nelle società del passato, e attrezzarsi per il futuro. C’è stato un tempo in cui il benessere familiare era definito per ceti o strati sociali, era socialmente stratificato. Poi è venuto un tempo in cui il benessere familiare ha avuto una definizione "di massa", una sorta di welfarismo della famiglia media, in cui si condensavano finzioni statistiche (sui redditi e consumi medi), e modelli culturali massificati, uniformizzati, standardizzati. Oggi siamo in bilico fra un benessere definito da meccanismi di inclusione/esclusione nei processi di globalizzazione e un benessere definito da dinamiche più personalizzanti, là dove le famiglie diventano soggetti di nuove reti auto-organizzate di un benessere non alienato e non estraniante, guidato dal loro stesso agire. Il Rapporto cerca di chiarire questi scenari e invita a fare delle nuove scelte.

Sintesi dei contenuti

Per sintetizzare il Rapporto può essere utile vederne i contenuti capitolo per capitolo. Nel primo si sostiene la necessità di superare l’ideologia tipicamente moderna del benessere, di carattere individualistico, e di giocare i paradossi del benessere familiare come via di sviluppo di forme alternative di benessere propriamente familiare. La tesi è che il welfarismo familiare (l’ideologia, a sfondo economicistico, che fonda il benessere familiare sui consumi) si presenta oggi come un progetto denso di paradossi. Occorre saperli smascherare. Se vogliamo comprendere i falsi dilemmi che provengono da una concezione mitica del benessere familiare, dobbiamo vedere ciò in cui propriamente consiste il benessere della famiglia in quanto tale, cioè in quanto specifica relazione umana. La società attuale aiuta sempre meno la famiglia in questo compito. Essa si basa su un assetto (che viene definito come lib/lab) che è falsamente "amico della famiglia". L’idea, allora, è quella di esplicitare i contro-paradossi che la famiglia contiene come benessere alternativo a quello definito dal "complesso Stato-mercato" (lib/lab) che oggi domina in Italia e in Europa. E poi, su tali contro-paradossi, fondare delle politiche sociali che promuovano il benessere della famiglia come soggetto di una cittadinanza societaria che si regge sui principi della sussidiarietà e dell’associazionismo (vedi la figura sotto).

Nel secondo capitolo, Paola Di Nicola svolge un’analisi della stratificazione sociale delle famiglie in Italia dal punto di vista dei bisogni di welfare. Tale analisi è necessaria se si vogliono definire i problemi e le priorità di scelta nelle politiche sociali. La tesi dell’autrice è che tali bisogni siano oggi in gran parte riconducibili ai processi di invecchiamento della popolazione, che, causati da una bassissima natalità, sono all’origine delle debolezze e delle implosioni delle famiglie. Non è vero, come spesso si sostiene, che le famiglie di anziani, le coppie senza figli, i singles e perfino le famiglie con un solo genitore siano quelle più bisognose di interventi di welfare, dal momento che non sono quelle che stanno più male, almeno in termini di redditi e consumi. Se è vero, come qui si sostiene, che il "fattore generazionale" è quello che spiega in grande misura il "nuovo" dei cambiamenti strutturali e dei bisogni familiari, e che le famiglie con figli sono quelle più a rischio di malessere e povertà, allora è evidente che le politiche di welfare dovrebbero dare priorità agli interventi per le famiglie che hanno figli o che ne vogliono avere.

Nel terzo capitolo, Eugenia Scabini e Camillo Regalia affrontano il tema del benessere psichico, in relazione alla qualità dei legami e delle transizioni familiari. La loro tesi centrale è che il benessere della famiglia non vada tanto osservato in superficie, come soddisfazione soggettiva, quanto nella realtà che "sta sotto" la soddisfazione emozionale e i suoi vissuti, cioè la realtà che genera la qualità familiare come essere e sentirsi adeguati al contenuto etico della famiglia. Essere in pace con le proprie responsabilità, saper rispondere con lealtà e fiducia: questo determina la qualità del legame e quindi produce benessere. Le transizioni familiari rappresentano i momenti cruciali in cui tutto ciò viene messo in crisi, e quindi è in questi momenti che si può meglio osservare la forza o debolezza del benessere di una famiglia. I passaggi e le transizioni sono sempre "gruppali" e svelano i punti solidi e fragili delle relazioni che fanno il benessere familiare.

Nel quarto capitolo, Corrado Pontalti e Franco Fasolo continuano l’analisi precedente, affrontando il tema delle dimensioni familiari e comunitarie del disagio psichico. Essi criticano duramente, e con buone ragioni, la nostra cultura del benessere, nonché il modo di operare dei servizi, per il fatto che continuano a organizzare un sapere centrato sull’individuo, dimenticando che la malattia e il disagio psichico sono il prodotto di una matrice familiare e vanno risolti in relazione a quella. Gli autori si chiedono: quale cultura dei servizi per quale benessere familiare? La risposta, in grande sintesi, è che occorrono delle interfacce "familiari" fra l’individuo patologico e i servizi (pubblici o privati che siano), mentre oggi le mediazioni di cultura relazionale sono sempre più scarse. Il nostro sistema sanitario nazionale usa la famiglia per gestire l’individuo malato, ma non vede il carattere familiare e comunitario della malattia, e quindi tende a cronicizzare l’individuo e la sua patologia. L’assistenzialismo produce e rafforza la cronicizzazione del malato così come quella del povero. Tra i segnali positivi, gli autori vedono con speranza il fatto che cresca il numero delle associazioni familiari che gestiscono il disagio psichico, mantenendo il malato nel seno della famiglia oppure in servizi che vedono una larga e costante partecipazione delle famiglie stesse.

Nel quinto capitolo, Giovanna Rossi e Andrea Maccarini proseguono questa pista di analisi e intervento. I due autori affrontano direttamente il tema del Rapporto fra benessere familiare e associazionismo delle famiglie. Dai dati della loro originale ricerca sul campo emerge che anche le associazioni familiari, in linea generale, tendono a rimuovere il pensiero relazionale, cioè la consapevolezza delle dimensioni comunitarie del bisogno e dei modi di affrontarlo. Spesso le associazioni familiari enfatizzano la propria solidarietà interna, e non vedono le funzioni che esercitano per la società più ampia. Vivono l’associazione come una estensione del privato-familiare. Non vedono la relazione fra benessere "interno" alla famiglia e benessere "esterno". Tra la sfera del particolare (diritti concreti e situati del benessere familiare) e la sfera universale (i diritti astratti di welfare) c’è una scarsa articolazione di mediazioni. Però, laddove le associazioni familiari sono consapevoli di questa loro funzione di mediazione e la esercitano, lì il benessere delle famiglie cresce e matura secondo un nuovo senso umano.

Nel sesto capitolo, Luisa Ribolzi affronta il tema dell’educazione dei figli e della scelta della scuola da parte dei genitori come un caso specifico in cui il benessere della famiglia deve concretizzarsi in relazione all’uso di un servizio esterno. La scelta scolastica costituisce certamente una sfida al benessere della famiglia, anche se spesso i genitori non si rendono interamente conto delle ragioni pratiche per cui le cose stanno così. La tesi dell’autrice è che sarebbe necessario, in Italia, passare dai discorsi astratti sulla riforma della scuola a valutazioni precise e concrete di come la libera scelta educativa dei genitori possa essere esercitata e diventare un fattore di crescita del loro benessere, anziché fonte di disagi e malesseri.

Nel settimo capitolo, Luigi Campiglio affronta il tema del benessere economico della famiglia con riferimento alla distribuzione dei redditi, consumi e risparmi delle famiglie. La tesi centrale dell’autore è che una politica di sostegno del welfare economico della famiglia richiede una riforma del sistema fiscale che ne preveda in qualche modo la soggettività tributaria. Una autentica politica fiscale di riconoscimento delle funzioni sociali della famiglia, a sua volta, richiede il riconoscimento di relazioni stabili (perché matrimonio e famiglia sono progetti a lungo termine) e il riconoscimento di relazioni non manipolabili (di coniugio e genitorialità), nelle quali le scelte di un membro influenzano sempre quelle degli altri membri.

Tabella.

Nell’ottavo capitolo, Carla Collicelli allarga il discorso all’intero sistema statale di welfare, analizzando i rapporti tra famiglia e sistema di protezione sociale in Italia (previdenza, sanità, servizi alle persone). L’autrice lamenta il fatto che la spesa sociale per le famiglie sia ancora residuale (specie poi se comparata con gli altri Paesi europei: vedi tabella sopra), che i trasferimenti alle famiglie siano iniqui, che i servizi alle famiglie siano ancora poco valorizzati, che vi sia una complessiva invisibilità fiscale della famiglia, e che i problemi di assistenza ai membri deboli delle famiglie (donne, anziani, bambini) subiscano una crescente sanitarizzazione. Nel contempo, l’autrice suggerisce modi diversi di pensare il welfare familiare dal punto di vista di politiche sociali innovative.

Nelle conclusioni propongo nuovi scenari e orientamenti culturali per ridefinire il benessere della famiglia in termini "dopo-moderni" e per riorganizzare le politiche familiari di conseguenza (vedi tabella sopra).

Il messaggio da accogliere

Pensare al benessere familiare nell’orizzonte del XXI secolo significa ridefinire il progetto di società in modo da uscire da un assistenzialismo che ha fortemente distorto sia il senso sia le pratiche del benessere familiare, e così ha generato effetti negativi e addirittura perversi che oggi si mostrano nel crescente malessere delle famiglie, come assenza vuoi di welfare materiale, vuoi di well-being.

La società italiana, paragonata con gli altri Paesi europei, è ancora tra quelle più assistenzialistiche e paternalistiche nei confronti delle famiglie. Lo Stato italiano continua a interessarsi del benessere della famiglia come se quest’ultima fosse sempre e soltanto un soggetto sociale debole e problematico. Beninteso, tutte le società europee fanno questo in una certa misura. Ma, da noi, è meno forte la componente di riconoscimento del valore sociale della "famiglia ordinaria" e quindi meno diffusi e salienti gli interventi per le condizioni normali di esistenza e vitalità della famiglia, specie se il confronto viene condotto con i Paesi del centro-Europa, cioè Francia, Germania e Benelux. La conseguenza è che il benessere della famiglia è da noi un concetto più passivizzato e assistito che altrove.

Il messaggio del Rapporto sta dunque in questo: primo, occorre fare un passo in avanti e ridefinire il benessere nei termini di un processo di umanizzazione delle relazioni familiari; secondo, le politiche sociali (in senso lato) dovrebbero adottare una definizione di benessere specificatamente familiare che conferisca una maggiore soggettività sociale alla famiglia in quanto attore di società civile.

In una parola, occorre lottare contro il ritorno all’assistenzialismo. Un ritorno che, negli ultimi anni, si è fatto ancora più evidente, sia a livello centrale sia a livello locale, e che rischia di accentuare la stagnazione e l’emarginazione delle soggettività familiari, accentuando il malessere delle famiglie, anziché risolvere i loro problemi.

Pierpaolo Donati
    

INDICE DEL SESTO "RAPPORTO"
  1. "Famiglia e società del benessere": paradossi e controparadossi, mito e antimito (Pierpaolo Donati).
  2. La stratificazione sociale delle famiglie di fronte alle politiche sociali (Paola Di Nicola).
  3. Benessere psichico, qualità dei legami e transizioni familiari (Eugenia Scabini e Camillo Regalia).Copertina del libro: Famiglia e società del benessere - 6° rapporto
  4. Dimensioni familiari e comunitarie del disagio psichico: quale cultura dei servizi per quale benessere (Corrado Pontalti e Franco Fasolo)
  5. Benessere familiare e associazionismo delle famiglie (Giovanna Rossi e Andrea Maccarini).
  6. Educazione dei figli e scuola: la scelta familiare tra identità culturale ed equità sociale (Luisa Ribolzi).
  7. Famiglia, redditi e sistema fiscale (Luigi Campiglio).
  8. Famiglia e sistema di protezione sociale (Carla Collicelli).

Conclusioni.

   

I PRECEDENTI CINQUE RAPPORTI

A partire dal 1989 il Cisf (Centro internazionale studi famiglia) ha avviato la pubblicazione del "Rapporto sulla famiglia in Italia", giunto alla sesta edizione (Famiglia e società del benessere, San Paolo, 1999), e divenuto punto di riferimento per chi affronta la realtà familiare nel nostro Paese. Il Rapporto, coordinato fin dall’inizio dal sociologo Pierpaolo Donati, ha utilizzato due approcci metodologici sinergici: l’adozione di un’ottica rigorosamente multidisciplinare, grazie alla compresenza di esperti dei diversi punti di vista scientifico-disciplinari (psicologi, sociologi, demografi, giuristi, economisti), l’uso di una parola chiave, attorno a cui gli estensori si interrogano. Il Rapporto, quindi, non è tanto un analizzatore di indicatori staticamente ripetitivi, quanto uno strumento sensibile ai mutamenti della società e della famiglia italiana. Il percorso dei Rapporti può essere dunque sintetizzato attraverso le parole chiave relative.

Famiglia autopoietica (1989); la famiglia, nel bene e nel male, è capace di riprodurre se stessa, anche di fronte a una società che non è assolutamente "amichevole" nei suoi confronti; non è la "famiglia fai da te", ma è la famiglia che offre ai propri membri sicurezza, protezione, "relazioni calde", intimità, confidenza e aiuto reciproco. In negativo, essa può anche essere la famiglia autoreferenziale (familismo amorale), chiusa in sé. Come strumento interpretativo, un’accezione prevalentemente positiva dell’autopoiesi della famiglia consente di vedere meglio le risorse della famiglia, anziché concentrarsi sui suoi problemi (pur presenti).

Equità intergenerazionale (1991): la famiglia e la società garantiscono una giusta distribuzione di risorse tra le generazioni? È emerso che sia la società che la famiglia sono prevalentemente "occupate" dalla generazione di mezzo (adulti attivi), che utilizzano le risorse presenti e future, a danno degli anziani e, soprattutto delle giovani generazioni (previdenza, sistema pensionistico, debito ambientale). Anche "dentro" la famiglia lo scambio appare ineguale, sempre a favore degli adulti. Tuttavia la famiglia sa mediare tra le generazioni più efficacemente di quanto non faccia la società.

Verso una cittadinanza della famiglia (1993): con il terzo Rapporto si è chiarita la rilevanza sociale della famiglia, sia perché svolge funzioni sociali (cura dei propri membri deboli, educazione dei figli, controllo sociale), sia perché essa è luogo di filtro nella relazione individuosocietà. Quindi si richiede una politica per la famiglia (e con la famiglia), per superare politiche sociali che nel migliore dei casi ignorano la dimensione familiare (politiche a base individuale), nel peggiore la penalizzano (assegni familiari, usati per le famiglie solo per un terzo del loro valore effettivo). Centrale, in questo discorso, la maggiore responsabilizzazione delle famiglie alla partecipazione socio-politica, attraverso l’associazionismo familiare.

Una nuova alleanza tra famiglia e società per un nuovo patto tra le generazioni (1995): il quarto Rapporto riprende i temi del secondo e del terzo, a partire da giudizi abbastanza pessimisti sulla capacità/possibilità della famiglia di continuare a svolgere un ruolo adeguato di mediazione intergenerazionale. La trasmissione dei valori, la ripartizione delle risorse, le comunicazioni genitori-figli, nonni-nipoti sembrano funzionare, dentro la famiglia, privatisticamente, e solo per alcune sfere dell’esistenza. La società del resto non è in grado di garantire il legame intergenerazionale (anzi, accresce le distanze); il Rapporto chiede quindi che si adottino politiche generazionali, a livello nazionale, regionale e locale, capaci di sostenere e promuovere nuovamente la famiglia come legame/canale tra le generazioni.

Uomo e donna in famiglia (1997): l’indagine sviluppata nel quinto Rapporto mostra come la famiglia sia ancora il luogo sociale in cui in modo privilegiato somiglianze e differenze dell’identità di genere trovano i loro significati più profondi, e una possibilità di riconoscimento e di accoglienza reciproci. Il maschile e il femminile trovano proprio nella famiglia l’ambito in cui tale identità viene confermata e trasmessa attraverso le generazioni. Al di là della parità tra i sessi, valore ormai condiviso a livello sociale, anche se non sempre garantito concretamente, le persone ricercano in primo luogo proprio nelle relazioni familiari quella reciprocità tra i sessi che sola consente un positivo incontro tra il maschile e il femminile.

Francesco Belletti

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