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RELAZIONI FAMILIARI E BENESSERE DELL ’ INDIVIDUO

Costruire le basi giuste

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(pedagogisti)
            

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 2000 - Home Page La prospettiva individualistica conduce al paradosso del malessere se non realizza l’obiettivo del prendersi cura l’uno dell’altra. E ciò vale anche per genitori e figli.

Sono due gli assi su cui scorrono i cambiamenti e le transizioni che richiedono alla famiglia continue ristrutturazioni relazionali: l’asse coniugale e l’asse intergenerazionale. A ciò che accade su ambedue questi assi si può applicare l’assunto generale presente nel sesto Rapporto Cisf sulla famiglia in Italia (ndr, vedi Donati), e cioè che la qualità della relazione e, in generale, delle relazioni familiari costituisce la base del benessere individuale di ciascun membro della famiglia. È quanto cercheremo di mostrare con questo articolo.

Premettiamo la nostra adesione a questo assunto che Pierpaolo Donati esprime così: «il presente Rapporto cercherà di definire il benessere in quanto familiare, cioè attinente al soggetto-sociale-famiglia, per distinzione dal benessere individuale o personale»; «la lingua italiana usa sempre e solo il concetto generico di "benessere", senza avere neppure la distinzione fra welfare e well-being. Una maniera per indicare la differenza tra aspetti materiali e non-materiali può essere quella di distinguere fra benessere (come welfare) e ben-essere (con la lineetta), riferendo quest’ultimo alle componenti psicosocioculturali, e quindi richiamando – almeno implicitamente – le dimensioni etiche del benessere inteso come "vita buona"» (1).

In un nostro testo del 1994, giunto ormai alla quinta edizione, ci siamo mossi, fin dal titolo, nella direzione che indica Donati (2).

Alla premessa sociologica di Donati nel sesto Rapporto fa eco il saggio di Scabini e Regalia (ndr, vedi pagg. 23-28). Come una tale premessa sia (o non sia) stata recepita e declinata dalla psicologia della famiglia nell’ultimo trentennio è, infatti, ben presentato dal terzo contributo del Rapporto: «La possibilità di giungere a una visione unitaria su ciò che qualifica il benessere familiare richiede una riflessione sulla matrice simbolica che qualifica l’identità familiare (...). La matrice simbolica è formata dalle qualità relazionali basilari della famiglia sia sul versante affettivo che etico» (3).

Con il nostro contributo a margine della "Terza settimana nazionale di studi sulla spiritualità coniugale e familiare" (4) intendevamo sottolineare la stretta convergenza tra il mondo della psicologia e il mondo dell’etica e della spiritualità. Una connessione che oggi ha il sapore di una riconquista culturale; infatti può essere detta a voce alta non solo in sede spirituale (dove l’antica convergenza di fede e ragione, almeno in linea di principio, è sempre stata affermata), ma anche in sede di ricerca scientifica sulla famiglia.

L'asse coniugale

Ogni giornata della vita di coppia porta qualcosa di nuovo e quindi qualcosa che può essere fonte di conflitto. Infatti, anche in una coppia che si ama i partners rimangono due, con due storie, con due gusti, con due mentalità, con due opinioni; e l’essere due produce naturalmente un conflitto quando la decisione familiare dev’essere una. Oggi le scienze umane dicono che il problema nei sistemi di interazione umana e in particolare nella famiglia non è tanto il conflitto ma il modo di gestirlo. Noi abbiamo cercato di analizzare questo modo di condurre il conflitto attraverso la metafora del duello (5). I duellanti, mentre si accingono alla lotta, hanno ben chiaro un binario interpretativo di quanto avverrà nella competizione: uno vincerà e l’altro perderà, uno avrà in mano la vittoria e l’altro la sconfitta. Sul piano dell’esperienza ciascuno potrebbe constatare che la sua vittoria sarà solo momentanea e che l’altro non si rassegnerà mai a perdere senza sperare in una rivincita, ma la legge a cui obbedisce ogni duellante è una legge dello stravolgimento del cuore che obnubila la mente, e non la porta a trarre sane conseguenze dai risultati. Nella gestione competitiva del conflitto non ci sono, come sembra, un vincitore e un vinto, ma ci sono due vinti.

La coppia che si presenta nel nostro studio è paralizzata dalla paura della propria sottomissione che ciascuno giudica unilaterale e avvilente.

Carlotta sente di non poter essere così sottomessa al marito, come lo era stata – ai suoi occhi di bambina – sua madre. «Una donna che aveva sempre guardato con occhi di "rimprovero adorante" il bel marito, che, da vero industriale, arrivando a casa, pretendeva che la villa fosse in ordine, i figli puliti e presentabili, il pranzo pronto...», e poi che – questo l’aveva saputo molto più tardi, ma i prodromi erano ben presenti nell’aria che lei aveva respirato in casa – un bel giorno si era nascosto in giardino perché stava suonando alla porta una donna con cui si era "fidanzato" e che veniva a chiedere informazioni su questo personaggio che le era sembrato un po’ troppo misterioso. La mamma, con la stessa aria assieme sognante, afflitta e distratta, le aveva raccontato che, davanti al disorientamento che stava cogliendo l’ignara fidanzata del marito, l’aveva fatta sedere dicendole: «Se le basta, io sono sua moglie e di là ci sono i suoi figli. Le posso portare volentieri un bicchiere d’acqua. E non si preoccupi per me perché tanto non è la prima volta che mio marito si fidanza con qualcuna!». Carlotta da anni piange perché il marito non l’abbraccia più, facendola «sentire vecchia, brutta e grassa». «Io voglio essere amata e non usata da un marito che invece vuole solo sesso! Io ho tanto bisogno d’affetto, non posso cominciare a far l’amore da un momento all’altro, quando gira a lui!», dice piangendo, dopo quasi vent’anni di matrimonio.

Ludovico, il marito, si gira nella sua sedia cercando di controllare la propria irritazione. Nella nebbia dei suoi ricordi ci sono istruzioni di tutt’altro genere: un padre che non mancava di raccontargli come si comportano gli uomini e come un vero maschio non si fa sottomettere, eccetera eccetera. «Ma c’è anche stato, porca miseria, da parte mia un tentativo di sganciarmi da queste indicazioni e di costruire un rapporto così come lo voglio io, così come andava bene per noi!». Di fronte alle lagnanze della moglie lui dice che sarebbe anche disponibile a farle coccole, e afferma che, dopo aver fatto l’amore, le coccole gli vengono più spontanee. Ma che lei rifiuta ogni approccio. Al punto che lui l’ha minacciata di trovarsi qualcun’altra!

A Ludovico sembrerebbe davvero esagerato partire alla conquista della moglie ogni volta che vuol fare sesso, gli sembrerebbe venir meno alla sua immagine di uomo. Sarebbe un dargliela vinta. E resta fermo sulla pretesa del proprio approccio al coniuge basato su "sesso e poi coccole". Parallelamente a Carlotta fare sesso senza coccole sembrerebbe un abbassarsi. Ferma sull’immaginario che questo sia il presupposto del suo benessere individuale, chiama questa sua richiesta con nomi altisonanti: rispetto, amore, dedizione, eccetera, ma in sostanza dice: «si fa così e basta».

Fermi sulle due posizioni di come ciascuno immagina che il proprio sé potrebbe riposare se avesse un matrimonio decente alle spalle, entrambi credono che l’altro sia il vincente. A: «è lui che è un prepotente e non capisce niente!», corrisponde un: «è lei che è depressa, che ha bisogno di cure e io povero tapino per far l’amore con lei dovrei cominciare una settimana prima con le paroline dolci, manco fosse Sabrina Ferilli!». «Ecco, non fa altro che dirmi che sono vecchia e da buttare!». L’escalation è a portata di mano.

Il risultato concreto di questa competizione è che ciascuno dei due crede che l’altro sia un prepotente vincitore. Prepotente vincitore lui, che vorrebbe solo sesso, da lei che ha un animo così nobile e sensibile. Prepotente vincitrice lei che nega a lui il sesso che poi mostra di gradire.

Ci introduciamo in questa sequenza dicendo: «Sapete che io non vedo nessun vincitore? Io vedo piuttosto due vinti che non hanno né sesso né affetto. Vedo due persone che adorano il loro bisogno così come ciascuno lo idealizza: "io sono uno/una che per darti ciò che chiedi devo prima aver ottenuto ciò che voglio, altrimenti mi sento perdente", e così, per perseguire il proprio fine individuale, finiscono con il non avere niente».

Cominciamo a rileggere con loro quanto hanno detto: per il marito sarebbe possibile la scansione "sesso poi affetto", per la moglie sarebbe possibile la scansione: "affetto poi sesso". Scriviamo su un foglio questa sequenza: sesso + affetto.

La sequenza che ora si presenta come disperante, perché ciascuno la fa iniziare dove non vorrebbe, potrebbe leggersi con una diversa punteggiatura: la signora potrebbe leggerla nel senso che le coccole precedono il sesso e il marito, viceversa, che le coccole seguono il sesso. Cioè, entrambi potrebbero accedere a una lettura della realtà in cui, per lei, le coccole del giorno precedono il sesso della notte così come per lui al sesso della notte seguono le coccole del giorno. Una considerazione più ampia potrebbe essere un contenitore che legge in maniera nuova la scansione per entrambi. Al di là della scansione temporale c’è infatti a monte una relazione che produce ben-essere alla quale entrambi tengono. Se ciascuno fa il tifo per la relazione, allora ciascuno ha fatto anche il tifo per sé.

Non pensiamo che il fenomeno sia legato alla coniugalità e alla famiglia del sangue. Lo stesso problema si presenta in un piccolo convento, dove una consorella vede le altre due suore farle delle richieste a suo parere esose, che non tengono conto della sua sensibilità, offensive. In questi frangenti lei si rinchiude in camera sua e, quali che siano gli impegni che il convento ha, lei non collabora, non fa la sua parte «per non dargliela vinta». Solo quando questa consorella capisce di trascurare la relazione principale che è alla base della sua vocazione, può non venir meno ai compiti che la comunità (in pieno accordo) ha ripartito tra loro tre, pur restando in collera.

La consorella in questione scoprì anzi che proprio questo maggior rispetto delle decisioni comuni per le quali tutte e tre avevano impegnato la loro vita le dava un tale rispetto di sé che poteva, con molta più convinzione di prima, fare valere in una sede opportuna le proprie ragioni. Viceversa, quando prima arrivava alle serate di verifica con addosso la sensazione di avere nuociuto alla comunità con la sua reazione, pur sapendo in cuor suo che la sua reazione irosa aveva un fondo di giustificazione, non riusciva più a far valere nemmeno le ragioni che le erano chiare.

In una navicella spaziale in orbita sopra la terra è possibile che gli astronauti abbiano divergenze di opinioni e conflitti anche gravi; ma se uno cominciasse a sparare, con il rischio di bucare l’astronave, sarebbe finita per tutti.

L'asse intergenerazionale

La prospettiva individualistica del benessere conduce al paradosso di ricadere nel malessere individuale quando non realizza l’obiettivo della cura di ciò che accomuna. Anche l’asse intergenerazionale esemplifica come le relazioni familiari contribuiscano al benessere dell’individuo e come proprio la valorizzazione dell’altro conduca a una maggiore valorizzazione di sé.

Il contributo di Scabini e Regalia dice che nella società contemporanea diventare genitori rappresenta probabilmente il fondamentale "rito di passaggio" all’età adulta. Certamente la generatività biologica non coincide con la generatività psichica; si potrebbe ricavare, dalle tesi di Boszormenyi-Nagy (6) sul sistema delle lealtà familiari, tutta una serie di indicatori per interpretare i comportamenti del geni-tore che, permanendo in maniera principale nella condizione di figlio dei propri genitori, offre un sé dimidiato al figlio in quanto resta impigliato in una serie di "lealtà" verso la famiglia d’origine o verso il suo immaginario di famiglia di origine.

Ho presente una madre che, identificandosi con il suo bambino di un anno e mezzo, non lo metteva «per principio» mai a letto d’autorità perché non lo voleva «costringere», come avevano fatto i genitori con lei adolescente, con la conseguenza che questo povero bimbo cadeva dal sonno, ma non riusciva a esprimere questo bisogno perché nessuno glielo aveva mai accolto. È chiaro come la presenza principale della relazione tra questa madre e i propri genitori ne ingabbi le possibilità genitoriali. Allo stesso modo, se il genitore più o meno consapevolmente intende curare le sue anti-che ferite attraverso il suo dare al figlio quanto non ha ricevuto lui come figlio, finisce con il vietarsi alcune possibilità estremamente formative in quanto genitore.

Ad esempio, non potrà nemmeno "concepire" di fare al figlio richieste oblative: dalla banale richiesta di sopportare il cuginetto che fa i dispetti fino alla richiesta di fare qualcosa per gli altri o di spendere per gli altri quanto ha ricevuto sul piano dell’istruzione. Questo genitore gli offrirà un potente alibi per non fermarsi a considerare che quanto ha ricevuto non gli era dovuto ma gli è stato do-nato, non lo ha ricevuto solo perché lui è troppo intelligente ma perché qualcuno si è occupato di lui, oppure non prenderà mai in considerazione quanto l’insuccesso di un fratello sia stato determinante per la sua riuscita. In modo analogo, le relazioni di riparazione e di perdono potrebbero essere giocate sull’unica corda del benessere personale e non aprirsi a un mondo relazionale più vasto di cui l’individuo ha bisogno per considerarsi veramente umano.

Il piccolo Carlo di otto anni è in affido presso una famiglia. Il bambino ha una lunga storia di affidi in famiglia che si concludono sempre negativamente, per l’incapacità della famiglia di tollerare le sue cosiddette crisi. Si parte da un piccolo rimprovero o da un diniego di modesto significato e nel giro di pochi minuti il comportamento di Carlo arriva ad un’escalation di provocazioni che bloc-ca tutte le attività della famiglia che lo ospita; passa poi generalmente attraverso piccole fughe e nascondimenti per terminare infine con un ritorno all’ovile altalenante, misto tra il provocatorio e il remissivo. Un giorno nella nuova famiglia, quella che viene chiamata "crisi" finisce nella rottura di una porta a vetri. Il pomeriggio dello stesso giorno la famiglia affidataria aveva in programma di accompagnare i propri figli, e Carlo, a pattinare sul ghiaccio, visto che papà e mamma si erano da tempo organizzati con mezza giornata di ferie. Il racconto della coppia parentale si snoda secondo il copione del ripetersi della "crisi" perché Carlo non vuole andare a pattinare. Il leitmotiv della loro cura parentale è legato al: «Fa niente quanto è successo stamattina con la porta a vetri... Adesso andiamo a divertirci!».

I genitori insistono su questo loro potere di annullare la conseguenza di un’azione di Carlo e si sentono perfino eroici. Ma l’azione distruttiva di Carlo pesa come un macigno sul suo vissuto, in quanto egli sta veramente impegnandosi in un suo rapporto filiale con la nuova famiglia. Dove sta l’equivoco individualistico in cui cade la coppia? Sta nel pensare di essere i fondatori dell’universo etico familiare o, meglio, che nell’universo familiare non ci sia niente che non sia coeso con la loro individualità. Ma non è in loro potere annullare l’esigenza di riparazione di Carlo! E Carlo, saggiamente, non può permettersi il regalo del pomeriggio di pattinaggio; lui vive una profonda esigenza di lealtà alla famiglia, che esprime con la riparazione: «voglio stare a casa!».

Questo piccolo episodio collocato sull’asse intergenerazionale del rap-porto genitore-figlio allarga il concetto precedente che per la piena fruizione del benessere individuale il partner genitore deve richiamarsi alla realta più ampia del benessere familiare, e ci mostra che a fianco o, meglio, a fondamento di questo benessere familiare ci sono delle coordinate esistenziali ineludibili. Anche il piccolo Carlo può essere portatore di queste coordinate, in questo caso sotto la voce riparazione e perdono.

Il "corpo familiare"

Scrivono ancora Scabini e Regalia nel sesto Rapporto: «A livello di ricerca una tematica emergente, che segnala una nascente e particolarmente promettente attenzione nei confronti dei problemi etici nelle relazioni familiari, è quella del perdono. A lungo ignorata per via delle implicazioni etico-teologiche a essa connesse, la disponibilità a perdonare gli altri è stata analizzata nel corso dell’ultimo decennio soprattutto da studi clinici volti a valutarne gli effetti benefici in soggetti sottoposti a terapia di coppia o familiare, e da ricerche di psicologia dello sviluppo dirette a cogliere come tale disponibilità si evolva nel corso dell’adolescenza e dell’età giovanile».

Questa considerazione assume tanto più peso quanto più, davanti alla sintomatologia genitoriale o di coppia, non ci si voglia arrestare a considerare il malessere come prodotto da una particolare gestalt genitore/figlio o di coppia, ma si rileggano i comportamenti di un genitore/partner come schegge impazzite di bombe che sono esplose nella famiglia d’origine anche se lasciano poi nella nuova famiglia i segni più potenti e distruttivi.

Anche in questa indicazione, a ripercorrere il cammino intergenerazionale che qualifica nella maniera più piena le transizioni della famiglia, troviamo segnali e risorse per uscire dal malessere individuale, allargando il campo alla più vasta rete di relazioni che possono sostenerlo, ma che possono anche guidare a rileggerlo in senso positivo. In questo filone di lavoro si segnalano i frutti di una proficua collaborazione tra Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli (7).

In particolare, due espressioni di Cigoli sono pregnanti di significato: l’espressione "corpo familiare" che è insieme metafora (tutt’altro che organicistica!) e paradigma di ricerca volto a superare l’individualismo attingendo a una considerazione delle «persone come membri di un corpo che li trascende, nel mentre abbisogna delle loro singole azioni che si distribuiscono nel tempo e che disegnano uno spazio; il concetto di riconoscenza verso la famiglia d’origine nel senso di "conoscere di nuovo".

Riconoscere la famiglia in cui si è cresciuti come famiglia di origine comporta un salto generazionale di imprescindibile valore. Comporta non attestarsi sul ricevere cura soltanto (con qualche vago grazie) ma il divenire capaci di cura, iniziare a curare il «bilancio tra il ricevere e il dare cura», cominciare a dismettere abiti logori e consunti appesi ad attaccapanni di rabbia e di lagnanze per rico-noscere l’aspetto positivo che da qualche parte quegli abiti hanno conservato.

Tutto questo ha risvolti operativi per ciò che riguarda l’approccio al cliente: l’aiuto non è un pacchetto già confezionato, ma è mettere la famiglia e il singolo nella convinzione che ricercare è un’azione originale. Talmente originale che nessuno può farla al posto di un altro e che nessuno può nemmeno indicare, se non l’ha già percorsa (8). È ora di trovare i punti fermi di questa riconoscenza come avventura che ci rende più umani.

Riconoscenza non è farsi schiavi di un debito insolvibile che ci incatena e che ha ben altre ragioni della gratitudine: quella di mantenere, ad esempio, intatta la propria immagine presso i genitori o quella di tenerli in ostaggio, come è proprio del figlio "drogato di onnipotenza".

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini

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