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LA FAMIGLIA È UN ’ALLEATA DELLA SOCIETÀ

La forza propulsiva degli affetti

di Alessandro Manenti
(psicologo e psicoterapeuta)
            

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 2000 - Home Page Le tanto detestate crisi familiari non sono causate dal benessere in quanto tale, ma dall’incapacità delle persone di giungere a piena maturazione. Non esistono dunque killer esterni. E il "volersi bene" non va mai banalizzato.

Il benessere di un individuo (e di una famiglia) consiste nella capacità di funzionare bene. Per lo psicologo, questa capacità è una conquista del soggetto e non un dono concesso dall’ambiente. Certo, anche l’ambiente aiuta o frena il buon funzionamento dei suoi abitanti, ma mai in modo determinista. Sta bene chi funziona bene! Questa affermazione è assai problematica. Che cosa vuol dire "funzionare bene"? Chi definisce che un criterio valutativo è discriminante mentre un altro è solo concomitante: la società, l’etica, il consenso? A che funzionamento ci si riferisce: economico, affettivo, noetico? Qual è l’orizzonte etico e antropologico che ispira la definizione di benessere?

La definizione di benessere come buon funzionamento non risponde a questi interrogativi. Si limita ad affermare il primato della soggettività, sia per il perseguimento del benessere personale che per la gestione dell’apporto (positivo o negativo) dell’ambiente su tale obiettivo. Senza ricorrere a orizzonti etici e antropologici che aprono diatribe circa la legittimità dei modelli e teorie a cui i vari orizzonti si ispirano per definire il benessere, la nostra definizione più prassista di buon funzionamento vuole affermare che le condizioni della sua possibilità sono nel soggetto e nella sua capacità di tenere in mano le regole del suo rapportarsi con l’ambiente. Lo psicologo rinnegherebbe se stesso se non mantenesse ferma la convinzione che la chiave di accesso alla felicità è nelle mani degli umani e in quelle mani deve rimanere.

Su questa consapevolezza, la risposta al nostro tema la formulerei così: il potere (realizzante o inibente) dell’ambiente sui soggetti (individui o sistemi familiari) va declassato da fattore determinista a predisponente poiché le sue stimolazioni sono ambivalenti; è compito del soggetto dotarsi di filtri atti a valutare e sfruttare le offerte dell’ambiente e mantenersi il diritto di definire il proprio stile di vita anziché farselo imporre dall’esterno.

Ci sentiamo dire: «oggi la famiglia è meno aiutata di ieri a essere se stessa»; «i genitori devono subire le esigenze che la società detta ai loro figli»; «se vuoi credere in certi valori devi ritirarti sul monte»; «la società impone le sue regole». In queste e altre situazioni, di non immediata alleanza fra soggetto e ambiente, i quattro punti appena detti suggeriscono una risposta di questo genere: condizioni ottimali di vita non sono mai esistite. Cerchiamo, dunque, d’essere realisti. La tua vita sarà come tu la vorrai. Non lasciarla in mano ad altri, neanche alla prosperità della sorte. Un ambiente favorevole può viziarti come uno sfavorevole renderti furbo. Per star bene, rimani tu il pa-drone dei tuoi desideri e delle tue decisioni. Se hai scoperto il vero oro, saprai riconoscere le falsità che ti propinano.

L’ambiente è anche opportunità

Se, come qui sosteniamo, il benessere è una proprietà del soggetto, parlare di "società del benessere" è ambiguo, perché quando il soggetto non la sa gestire, per lui diventa società del malessere. La frase è descrittiva: prende atto di una società dotata, in gran numero, di mezzi, beni, servizi. Non vale come frase interpretativa che, in aggiunta, dichiara che tali mezzi sortiscono nel soggetto un esito da loro sentenziato.

La società del benessere non è né in favore né contro il benessere del soggetto. È ambivalente. Lo stesso dicasi per la cultura di oggi rispetto a quella di ieri: più umanizzante o più alienante? Dipende da come viene usata. Così pure, l’esito di una vita felice non dipende dall’aver avuto certi genitori piuttosto che altri, fortune anziché violenze, ricchezze e non povertà. L’ambiente di vita è meno "serio" di quanto si possa pensare. Non è fatto di sentenze, editti, predestinazioni, ma più banalmente di occasioni, stimoli, provocazioni, chances, che predispongono, ma non causano, un esito piuttosto che un altro. Corteggiamenti nostalgici dei bei tempi passati e lacrime amare sull’oggi danno all’ambiente un potere causale che non ha e sviliscono la signoria del soggetto sulla sua storia. 

«Educare i figli è più difficile oggi di ieri»; «si stava meglio quando c’erano meno soldi»; «la famiglia non è più protetta da leggi civili, quindi è più esposta alla crisi»; «l’attuale pluralismo confonde la mente dei giovani»; «l’immediato accesso alle gratificazioni impoverisce l’intensità del desiderare». Questi e mille altri lamenti veicolano l’idea che il benessere materiale (welfare) sia intrinsecamente nemico del benessere psicologico (well-being), perché sentenzia aprioristicamente la qualità di vita delle persone. Pensando così viene eccessivamente ridotto il ruolo della consapevolezza e si tralascia di considerare il rapporto soggetto e ambiente nel quadro più ampio dell’esperienza soggettiva, che attualmente il soggetto sta elaborando.

Non è necessario passare all’eccesso opposto (da alcuni psicologi chiamato "creazionismo verbale"), di sostenere che è la mente che costituisce la natura, che non esistono né significati né influenze al di fuori del linguaggio, che l’auto-consapevolezza abroga la causalità e che il soggetto può vivere ugualmente bene in ambienti favorevoli o sfavorevoli. Fra l’irrilevanza dell’ambiente e la sua prepotenza causale c’è lo spazio intermedio del suo essere fattore predisponente.

Ma che significa che predispone? In primo luogo, diciamo che l’ambiente esercita sui suoi abitanti una influenza "dinamica", ossia non solo attiva particolari bisogni, ma anche dà suggerimenti su come quei bisogni possono essere gestiti (quando, ad esempio, diciamo che la pubblicità influisce sul costume degli italiani, le riconosciamo il duplice potere di suggerirci bisogni e di consigliarci – ma non per questo imporci – il modo di soddisfarli).

L’ambiente non solo attiva ma inclina, per cui se la consapevolezza dell’individuo non interviene, costui tenderà a compiere l’azione che l’ambiente gli suggerisce. "Inclina" vuol dire che influisce sulla formazione delle nostre sensibilità. Il denutrito del Bangladesh è molto interessato alle galline del cortile e piuttosto indifferente alle sfilate di moda. A noi le galline interessano meno della nostra immagine narcisista. Se quel denutrito passa miracolosamente nella società del caviale e champagne, continuerà ad avere un’attenzione preferenziale per le sue galline spelacchiate, come il narcisista delle metropoli continuerà a curare il suo look, anche se trapiantato in Bangladesh. L’ambiente li ha predisposti a una certa sensibilità. Che ne sarà di loro? Vivranno da persone sagge o dissennate? La predisposizione ambientale non lo dice.

In sintesi, ogni individuo organizza l’esperienza con dei principi ordinatori interni, ma quale di questi principi verrà attivato dipenderà anche dall’ambiente. Egli potrà organizzare la sua esperienza secondo un particolare principio piuttosto che un altro, perché il contesto stesso in cui vive si presta a essere organizzato in quel modo. Si può quindi sostenere che l’organizzazione dell’esperienza è determinata sia da principi preesistenti, sia da un contesto che, variando, favorisce l’uno o l’altro di tali principi.

La società del benessere, né buona né cattiva, certamente è eccitante, sia perché attiva, sia perché inclina.

Attiva una miriade di bisogni. Da quelli più bassi e indifferenziati a quelli più alti e complessi: lo sballo del sabato sera ma anche la sensibilità per nuovi valori, l’intolleranza etnica ma anche il senso della mondialità, la cultura dell’allegro imbroglione ma anche la solidarietà, nuovi vizi ma anche nuove virtù.

Eccitante perché consiglia come usare i bisogni che attiva, quindi particolarmente disponibile a farsi maestra delle nostre anime e a plasmare le nostre sensibilità (= media cultura). Ad esempio, il valore moderno del volontariato non propone un semplice fare, ma un modo di vivere la socialità, qualcosa – dunque – che entra a modellare l’identità del soggetto, una sensibilità interiore che tende a resistere nel tempo, un tratto dell’identità che una volta fatto presa sarà difficile distruggere. Oppure, l’attivazione dei bisogni narcisisti innesca in noi una sensibilità all’immagine, cioè un modo abituale di predisporci alla realtà ispirato a criteri narcisisti che continuerà a guidarci anche quando lo specchio ci dirà che ormai siamo vecchi e raggrinziti.

Direi, allora, che il dato su cui riflettere e da tenere maggiormente sotto controllo non è la miriade di mezzi che la società del benessere ci mette a disposizione ma il suo, mai come oggi immenso, potere di offrirsi sostegno all’elaborazione di nostre predisposizioni interiori alla realtà, sostegno così generoso da rendere addirittura superfluo il contributo della nostra stessa soggettività.

Affascinati e traditi

È questo il fenomeno nuovo: una società che si offre matrice di identità fino a esonerare l’interessato stesso dal prendervi parte. Offre alla gente di stare bene senza che la gente se ne debba prendere cura! Certamente non ci lascia soli ad affrontare la vita. Mai come ora l’ambiente si è tanto preoccupato di affiancarsi a noi e farsi prossimo sulla via del cammino della nostra identità. Abbraccio di vita o di morte? Incontro di Pinocchio con la fatina o con il gatto e la volpe?

La società del benessere è crudele e meravigliosa. Meravigliosa perché le sue proposte sono molteplici. Crudele perché ce le esibisce tutte a pari merito in un immenso supermercato dove il singolo si può smarrire. Meravigliosa perché ci aiuta a modellare il funzionamento della nostra mente. Crudele perché ci impone pensieri e azioni. Meravigliosamente vicina quando si affianca al nostro io, crudelmente vicina quando lo domina.

Che l’ambiente stimoli e sproni mi va bene. Che obblighi, un po’ meno. È bello che i bambini abbiano mille stimoli cognitivi e affettivi a crescere in fretta, ma è triste che siano impediti a soffermarsi troppo a lungo, anche se lo volessero, nel mondo dei sogni e della fantasia. Mi piace una società pluralista che stimola le coppie giovani a trovare convinzioni personali per andare a sposarsi in chiesa e non dal sindaco, ma mi infastidisce quando impedisce a quelle coppie di fidarsi anche della tradizione.

La società del benessere, più che omologare, tiene vivi e sprona: nel male ma anche nel bene. Scuote l’intenzionalità del soggetto. Non ammette astensioni o indifferenze. Obbliga a prendere posizione. Non sopporta i passivi e gli ignavi. Una società che sforna profeti o barboni, ma non mediocri.

Tiene vivi e all’erta. Mi piacerebbe però che lo facesse con più garbo, rispettando i gusti del soggetto. Vorrei che le sue proposte non fossero così coercitive, abbinate allo spauracchio della colpa ed emarginazione nel caso il soggetto non le accolga. Vorrei un fascino meno seducente, delle offerte che si fermassero a essere un incitamento, che ci attraggono perché ce le sentiamo proporre con l’intenzione di farci cosa gradita e non con quella di sedurci.

La società del benessere fa problema quando ti tiene il fiato sul collo e ti detta il ritmo, pena il cacciarti fuori pista. E quando abbandona lo fa davvero. Non è l’abbandono della discrezione che, pur facendosi da parte per favorire risposte convinte, continua a guardarti e proteggerti alle spalle. È l’abbandono ingrato di chi ti ha regalato tutto, ma poi ti caccia via se non rispondi come lui voleva. Diventa allora una società che affascina e tradisce, seduce e abbandona, promette e delude, dà e poi riprende.

Di questa trama del sedotto e abbandonato, tutti i giorni ne vediamo le vittime. La discoteca ti dà la droga, ma quando ti senti male ti butta in strada a morire. Una nuova legge ti rassicura che la malattia mentale non c’è più, ma quando tu hai un pazzo in casa non sai a che santo rivolgerti. Gratifica il tuo bisogno di fare per poi toglierti la gioia della domenica passata nell’ozio. Idolatra il tuo corpo quando è fonte di reddito e te lo uccide quando diventa costo sociale in esubero. Di queste vittime la società non se ne prende cura e le accolla alle associazioni di volontariato, preferibilmente cattoliche perché le costano meno. Tante vittime ma anche tanti eroi: quelli che si accorgono del gioco, ne prendono il controllo e lo fanno girare a loro favore. Vittime o eroi... Ma nasce il dubbio: solo i forti resisteranno? E il principio di sussidiarietà dove è andato a finire?

Per tenere il comando

La società del benessere provoca, ma non deve determinare. Per non farla da padrone deve avere dei padroni. Il padrone è colui che occupa il luogo in cui si produce senso. Entra allora in gioco la capacità dirigenziale del soggetto. È lui che deve mantenersi il potere di discernere e valutare ciò che davvero vale nella vita.

Se fin qui il nostro discorso è applicabile sia agli individui che alla famiglia, ora si ramifica perché, rispetto all’individuo, la famiglia ha una carta in più per essere signora dell’ambiente. Per definizione, è un sistema: non la semplice somma di individui che si associano, ma un’entità relazionale il cui prodotto è maggiore della somma dei partecipanti. Grazie alla loro eccezionale disposizione entro il sistema, i singoli individui diventano parti compositive di un tutto e, per questo, capaci di offrire prestazioni qualitativamente superiori alla loro semplice somma quantitativa.

Di questa forza "sistemica" in più la famiglia dovrebbe rendersi conto. A mio parere, dovrebbe usare di più il suo potere d’essere una minaccia per il contesto (sociale, economico, educativo), proprio perché, in quanto sistema, è dotata di un surplus di forza rispetto a quella in dotazione alla somma degli individui. Esercitare il fatto d’essere un pericolo, per non lasciarsi tacitare da una politica che a parole è in favore della famiglia ma con i fatti indifferente se non ostile. In secondo luogo dovrebbe rivendicare il suo diritto d’essere una presenza sociale invadente, indiscreta e importuna: non perché accolta o tollerata, ma perché essa stessa è sicura di avere dei diritti da reclamare anziché elemosine da implorare.

La terapia della famiglia dovrebbe incrementare l’orgoglio per la sua identità sistemica anziché lenire l’ansietà per la sua tenuta. In rapporto all’ambiente, l’orgoglio favorisce una curiosità all’erta, l’ansietà contromisure fobiche. La sicurezza della propria identità pone interpellanze all’ambiente, chiede conto dei suoi meccanismi di regolazione, illumina gli imbrogli dai quali, invece, l’ansietà si lascia intimorire e tacitare. Maggiore è la consapevolezza della propria identità, maggiore sarà la capacità di capire e governare. Se, ad esempio, i genitori coltivassero meno le loro paure e si fidassero di più del loro istinto a generare alla vita, si sentirebbero meno minacciati dalle idee postmoderne del figlio che, anzi, potrebbero usare come occasioni provvidenziali di nuova intimità con lui.

Insisto sul binomio "essere sicuri di sé" ed "essere al centro del mondo" perché ritengo che un problema centrale della famiglia di oggi sia il disagio con la propria maturità. Si pensa – a mio parere erroneamente – che la famiglia sia in crisi perché i tempi moderni tramano contro di essa, per cui la poveretta, suo malgrado, non può procedere sulla strada di maturità. A mio parere, non si tratta di una famiglia adulta che la voce seduttrice del consumismo distrae dalla sua volontà di essere adulta. È piuttosto il caso di una famiglia incapace d’essere adulta e per questo si lascia facilmente distrarre. Di qui la mia convinzione che la famiglia dovrebbe darsi una più ampia intenzionalità e assumersi la paternità della propria situazione (anche quella di estraneazione da se stessa), superando pianti masochisti sullo stato a cui presunti picconatori esterni l’avrebbero ridotta.

Il pericolo non viene dal di fuori ma dall’interno della famiglia stessa: la sua povertà di oggetti interiori cioè di un sistema di convinzioni, aspettative su di sé, filtri interpretativi. La società del benessere non è il suo assassino. Si limita a ricordarle evangelicamente che a chi ha, sarà dato e a chi non ha, sarà tolto anche quel poco che credeva di avere.

Libertà di giocare

Un’altra pista che aiuta la famiglia a essere padrona del suo ambiente la chiamerei quella del raccoglimento. La signoria su qualcosa è resa più facile quando il signore si mantiene a distanza ottimale da ciò che vuole governare. Valore sociale della famiglia sì, ma a patto che il legarsi non sia confondersi né subordinarsi. La famiglia deve mantenersi la libertà di frapporre un intervallo fra se stessa e l’intorno: tutelarsi un suo spazio di invenzione e fantasia dove rileggere le proposte dell’ambiente, non accoglierle come postulati da constatare e subire, ma come eventi da dirigere mantenendosi il lusso di ipotizzare vari modi di pensarli e trattarli. Se consideriamo la famiglia e il suo contesto come due sistemi interagenti, il sistema familiare deve riservarsi un’autonomia che marchi un intervallo fra informazioni dal contesto e dalla propria interiorità. Al progressivo restringersi di questa autonomia corrisponde il progressivo allargarsi dell’ansia familiare (andare in crisi significa infatti non tenere più le debite distanze fra informazione dalla realtà e dall’interiorità).

Man mano che diminuisce lo spazio intermedio fra i due sistemi, l’ansia aumenta e diventa angoscia quando quello spazio sparisce. Perché certe situazioni appaiono ai genitori così opprimenti da farli sentire in un vicolo cieco? Una spiegazione è, appunto, la claustrofobia. Lasciare uno spazio di respiro svincola, per via sperimentale e con sentimenti di fiducia e serenità, dal determinismo del concreto esistente per imparare a commentarlo.

Lo potremmo chiamare lo spazio del gioco, visto che prerogativa del giocare è, appunto, il saper creare un intervallo inventivo fra soggettivo e oggettivo, dove l’oggetto non soffoca la fantasia ma neanche la fantasia azzera i dati dell’oggetto. Il bambino quando gioca manipola gli oggetti secondo la sua fantasia e così facendo impara a relazionarsi con essi in modo realista e a distinguere il progetto dall’illusione, il possibile dall’impossibile. Il gioco crea interscambio, competenza, maestria. Persa la capacità di giocare, subentra il suo contrario che è l’evasione, cioè la fuga dal mondo oggettivo per incapacità di manipolarlo. La famiglia che sa giocare tiene a freno il benessere. Lo mantiene vuoto di potere decisionale. Sa usarlo come provocazione a riflettere sulle scelte senza lasciargli il potere di decidere la scelta. Non prende troppo sul serio la gravità del tempo moderno, gioca con esso e si mantiene la libertà di chiedersi: «ma io, che cosa davvero voglio?».

Lo spazio intermedio che assicura alla famiglia libertà di decisione e movimento è lo spazio delle relazioni affettive. Applicato alla famiglia, il termine affettivo riflette in sé le caratteristiche sistemiche che definiscono la famiglia stessa, per cui trovare nell’affetto il punto forza del sistema familiare non significa fare un discorso intimista sul tipo: «l’importante è volersi bene».

L’affetto sistemico è molto più che affetto. Non contiene soltanto la caratteristica di legame (volersi bene), ma anche quella relazionale (volersi bene come) e finalista (volersi bene perché). Sono questi due ultimi elementi – il come e il perché – che preservano le relazioni affettive familiari dal deteriorarsi in riflusso intimista. Se il semplice volersi bene può correre il rischio di ripiegamento, il come e il perché sono, in forza della loro modalità sistemica di concretizzarsi, forze propulsive che mantengono il sistema familiare aperto, in necessità di superare continuamente se stesso, sia ristrutturandosi nella propria coesione interna sia collegandosi con altri sistemi.

L’affetto, come forza di coesione del sistema (l’aspetto del come) e come propulsione dello stesso a trascendersi (l’aspetto del perché), fa della famiglia un agente di cambiamento sociale. In quanto forza di coesione fra i membri del sistema, volersi bene assicura alla famiglia solidità dalle invasioni esterne e le lascia la signoria di elaborare i propri filtri interpretativi. In quanto forza propulsiva a trascendersi, l’affetto dà alla famiglia la giusta arroganza di imporsi all’ambiente circostante. Favorire relazioni affettive intime non significa dunque invitare la famiglia a traslocare nel verde di campagna per disgusto delle piazze di città, ma, all’opposto, farla sedere nel bel mezzo delle piazze cittadine perché anche a lei spetta decidere le regole del traffico.

Il rapporto, allora, si capovolge. Non più la famiglia che ha bisogno della società, ma, al contrario, la società che ha bisogno della famiglia.

Se fino a pochi decenni fa la famiglia era rispettata perché svolgeva una funzione in favore della società, oggi può farsi rispettare per la sua capacità di produrre risorse affettive delle quali la società ha bisogno per ricordarsi che i suoi cittadini hanno un’anima. Chissà però se la società ci tiene a questo ricordo, o non tenga di più alla bizzarra idea che il progressivo disinteresse delle istituzioni sociali per le qualità spirituali della vita sia un segno di rispetto civile e lo consideri un servizio metterci nelle condizioni di vivere nelle nostre città da mezzi forestieri, con l’impressione che ciò che è decisivo per la nostra dignità personale è irrilevante per la nostra città.

La famiglia, in forza del suo essere luogo di esperienza affettiva, è in grado di chiedere che l’identità pubblica si fondi anche sul riconoscimento che siamo coscienze, con un cuore e una dignità da garantire e rispettare. A tale richiesta, lei stessa ci tiene davvero? Quando l’affettività familiare perde la funzione sociale non perde solo un suo effetto ma un elemento costitutivo. Qualcosa di vitale si sterilizza. Di conseguenza, il volersi bene è banalizzato dalla famiglia stessa, e – con il tempo – relegato a un passatempo per il week-end.

Alessandro Manenti

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