Periodici San Paolo - Home page
CONSULENZA GENITORIALE - LA DIFFERENZA TRA "BENE" E "BENI"

La dignità del plurale

di Daniela Scotto di Fasano
(psicologa)

    

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 2000 - Home Page Sempre più spesso ricorriamo agli esperti per far fronte alle normali difficoltà quotidiane. Sembriamo, infatti, privi della capacità necessaria per superare gli ostacoli della vita. Preferiamo modificare la sofferenza ricorrendo a "cose" che altro non sono che "bugie" per dimostrare che non è accaduto niente.

Mi piace prendere avvio, per questa riflessione, dalle parole di Eraclito: «Se non speri l’Insperabile, non lo scoprirai, perché è chiuso alla ricerca, e ad esso non conduce nessuna strada» (Eraclito, Dell’origine). Sollecitano a "sperare l’Insperabile" in un momento storico in cui, nei Paesi a tecnologia avanzata, da un lato tutto sembra già ottenuto sul piano della soddisfazione dei bisogni materiali mentre contemporaneamente, d’altro canto, si registrano forme striscianti e non ben individuate di "mal-essere" sulle quali è difficile ragionare poiché sembrano mancare strumenti adeguati a coglierne il senso in quanto esse si esprimono ubiquitariamente, in più aree dell’esistenza, assumendo un carattere non solo materiale ma esistenziale.

Infatti, su quest’ultimo punto, è sufficiente pensare al proliferare della parola di esperti in ogni area della vita quotidiana, come se fosse diventato impossibile far fronte alle normali difficoltà della vita con strumenti e metodi sedimentati e "a disposizione", per un verso, ma, soprattutto, per un altro come se non ci si aspettasse più di dover affrontare, per il fatto stesso di vivere, difficoltà, tensioni, dolori, in un momento in cui, per altro, condizioni di sufficiente agiatezza media, in cui i bisogni primari sono per tutti più o meno soddisfatti.

Corrispondentemente, si assiste al moltiplicarsi della parola giuridica in aree della quotidianità – la lunghezza di una minigonna per l’ingresso a scuola, la quantità di schiaffi distribuibile a un figlio e così via –, come se non avessimo interiorizzato una sufficiente fiducia nella nostra capacità adulta di governare in spazi domestici, tollerando dubbi, incertezze e la necessità di cercare, di volta in volta, la soluzione nell’hic et nunc più idonea.

Contemporaneamente, d’altro canto, assistiamo a una sorta di "cecità" nei confronti di molte novità, impensabili solo qualche decennio fa, che restano invisibili, comportando a mio parere conseguenze pericolose su molteplici piani, intrapsichici e intersoggettivi. Mi riferisco a una serie di circostanze, che non posso, per ragioni di spazio, prendere in questa sede approfonditamente in esame. Mi limiterò quindi a farvi pochi cenni. È sempre più frequente, ad esempio, leggere di aggressioni in luoghi pubblici che distratti passanti "non vedono".

È sempre più normale essere informati per mezzo dei mass media di torture e atrocità comunicate senza stacchi emotivi insieme con notizie del mondo dello spettacolo, della moda, dello sport, come se i notiziari avessero assunto la natura di un omogeneizzato che tutti trangugiamo senza reagire in modo emotivamente differenziato. Così, è normale che tutti abbiamo dei diritti, persino i pedofili a esercitare la pedofilia...

Si tratta, per noi psicoanalisti, di una difesa inconscia contro un eccesso di angoscia altrimenti non tollerabile, difesa che consiste nel divenire ciechi – se non vedo non soffro – e in quella che Silvia Amati Sas chiama «assuefazione all’ovvio», sorta di processo di agglutinazione con cui si arriva a non poter più discriminare e differenziare.

D’altra parte, mai come in questo momento storico abbiamo assistito al fenomeno – che molta dell’attuale ricerca psicoanalitica è volta a esplorare – per cui le identità sono più confuse e ambigue e i ruoli e le funzioni meno identificabili e più intercambiabili, con la conseguenza di una minore capacità dei singoli di costruire un "vero sé" e, di conseguenza, la diffusione di personalità fragili, incerte, ambigue.

Si allevano i figli con «la cultura della complicità: si concede di tutto, di più, in una vertiginosa idea di libertà che annulla i confini, la distanza tra generazioni, le differenziazioni tra ruoli e nega dunque l’infanzia» (Marina D’Amato, La Repubblica, 6/1/2000).

È mia opinione che tale atteggiamento, che ci porta a "tutto assimilare", sia connesso a elevate quote di angoscia relativa ai cambiamenti e alle trasformazioni veramente "strutturali" che stanno investendo le nostre società, per di più avvenuti in lassi di tempo estremamente rapidi, che hanno investito le forme della generatività e della convivenza.

Si tratta però di mutamenti nel mondo esterno, che non corrispondono alle forme di convivenza sedimentate nel mondo interno, le quali, imperniate sulle figure classiche della famiglia tradizionale, non possono che risultarne sconvolte.

È proprio tale sconvolgimento che, a mio parere, è all’origine della invisibilità (speculare ai vuoti riscontrabili nella stessa ricerca scientifica su questi temi) di forme non tradizionali di convivenza, instaurando e rinforzando forme di invisibilità sociale e scientifica delle nuove famiglie, mentre mai come oggi «conflitto, crisi, molteplicità diventano i nuovi punti di riferimento nell’analisi psicologica delle famiglie» (Fruggeri, 1997).

Non tener conto allora del fatto che siamo chiamati a confrontarci con nuove forme sia familiari sia generative "perturbanti" – in quanto rendono reali nel mondo esterno e, quindi, potenzialmente "praticabili" a ciascuno di noi forme arcaiche di sessualità "perversa polimorfa" – significa rinunciare a mettersi nelle condizioni di studiarle per poterle comprendere (Preta, 1999).

Casi clinici

Alcune esemplificazioni cliniche renderanno maggiormente chiaro il discorso. La prima si riferisce al bambino nato in una coppia omosessuale femminile che, a una delle due genitrici, si rivolge chiamandola "babba". Possiamo anche non voler tenere conto di tali realtà di coniugalità, il rischio però è di non potersi confrontare con le esigenze di "ben essere" che presto tali situazioni concrete porranno allo Stato e alle sue istituzioni.

Inoltre, la scienza dovrà porsi una serie di domande, senza le quali diventerà impossibile tentare di comprendere come si diventa, in questa società e in questo momento storico, uomo e donna e in rapporto a quali dinamiche identificatorie, a quali modelli. La nostra, infatti, è anche ormai una società multietnica, che fa convivere diversi stili di coniugalità, famiglia, genitorialità.

Tale realtà, a mio parere, può divenire fonte di arricchimento e di potenziamento delle competenze necessarie ai singoli e ai gruppi per gestire la complessità e il "perturbante", contribuendo a stimolare la capacità di modularsi creativamente in rapporto al nuovo e all’ignoto. Altrimenti, se affrontata in modo solo "ideologico" o mediante scotomizzazioni difensive, essa può dar luogo a impasses e chiusure squilibranti e, sui lunghi tempi, pericolose per i singoli e la comunità (basti riflettere su guerre e tensioni che hanno sempre più la caratteristica di chiusura ad altre etnie).

Penso a una bimba di colore adottata che interagiva tranquillamente nella nursery di un albergo con i compagni di gioco. Questi, colpiti dal colore della sua pelle e dal fatto che non corrispondesse a quella dei suoi genitori, gliene chiedevano ragione con domande franche e dirette. Alla conclusione della giornata, però, uno dei padri, venuto a prendere il figlio, le si rivolse, con umorismo esplicitamente pesante, con l’epiteto di "bella bionda", epiteto ripreso il giorno dopo dal gruppo di bambini, che improvvisamente si comportavano con la piccola in modo xenofobo. Il risultato fu l’estromissione della bambina dal gruppo. I genitori adottivi anticiparono per tale ragione la partenza, non reggendo il clima mutato e non avendo evidentemente la "forza" per affrontare quella situazione.

Un altro episodio concerne un piccolo adottato, anch’egli di colore. Giunti i genitori alla decisione di chiedere il divorzio mentre era ancora in corso l’anno di osservazione per rendere definitiva l’adozione, questi fu reso adottabile e poi di fatto adottato da una delle nonne, passando dal ruolo di figlio a quello di fratello ed ex cognato dei propri ex genitori, da quello di nipote a quello di figlio della ex nonna, da quello di fratello dei precedenti figli biologici della coppia a quello di loro zio. È chiaro che possiamo, in teoria, digerire tutto, sopportare tutto... Lo sforzo richiesto però a questo bambino è stato enorme, tanto più grave se commisurato al passato traumatico di perdita, abbandono, miseria.

Modulare il dolore

In ciascuna delle "vignette" citate è evidente come adulti normali sembrino mancare della vitale capacità di far fronte a fatiche connesse al vivere, preferendo la fuga o lo scambio di ruoli e funzioni che lasciano, in entrambi i casi, i bambini privi della possibilità di imparare ad affrontare gli ostacoli per tentare di trasformarli.

In entrambi i casi assistiamo a uno "scambio" materiale – in cui il dominio è della cosa o della azione che "stanno per", nei termini di una «equazione simbolica» (Segal, 1984) –, non allo sforzo di tollerare un dolore per cercare di trasformarlo in vista di un ben-essere maggiore. Si tratta in ogni caso del prevalere nella mente degli adulti di un’area della mente infantile, in cui si fanno equazioni simboliche per la soddisfazione dei bisogni, senza tollerare, imparando a modularlo, il dolore mentale che le frustrazioni comportano.

Eppure, «cardine della teoria psicoanalitica è l’assioma secondo cui non può esservi sviluppo senza sofferenza. All’interno del gruppo familiare, la funzione di modulare la sofferenza spetta ai genitori» (Meltzer, Harris, 1986). Se invece – come nei casi descritti – il tentativo è quello di "modificare" la sofferenza, si assisterà a un ricorso a "cose" (un altro luogo, mamma e non più nonna, giocattoli al posto della presenza o per farsi perdonare le assenze, in termini appunto di equazioni simboliche), cioè a un «proliferare di bugie, il veleno della mente, per dimostrare che non è accaduto niente di importante, nulla che possa richiedere una ristrutturazione del nostro modo di considerare noi stessi e il nostro mondo» (ibid.).

Il ricorso alla "modificazione" della sofferenza è a mio parere intimamente connesso alla modalità odierna di "avere" (oggetti status symbol; niente che comporti fatica; agio mai sufficiente) secondo una relazione con la comunità sociale parassitaria, che ha come sua caratteristica quella di costituirsi «come barriera contro la verità, temuta come qualcosa che annienta» (Bion, 1973). In tal modo, «la falsità prolifera fino a diventare bugia. La barriera della bugia incrementa l’esigenza di verità e viceversa» (ibid.). È mia opinione che sia proprio tale meccanismo ad alimentare esigenze sempre più "avide" inerenti la soddisfazione di bisogni materiali, che stanno "al posto di" (equazione simbolica) bisogni sempre meno riconoscibili di un ben diverso "ben-essere". Per tale ragione, alimentare il parassitismo anziché far leva sulle risorse di cui i singoli e i gruppi sono portatori è un processo "patologizzante" (si vedano Donati, Pontalti, Fasolo, 1999).

Facendo una digressione in un campo non di mia pertinenza, quello della ricerca sociologica, mi pare che la questione concerna inoltre la perdita, nel momento storico attuale, di un modo "etico" di stare al mondo, un modo cioè in cui éthos sia – secondo il suo primo significato – "dimora". Una casa in cui non si viva secondo il puro arbitrio, fornendo cornici giustificazioniste al dispiegarsi incontrollato di ogni pulsione, bisogno e desiderio.

Sentire la "res publica"

Ciò, specularmente, ha trovato nel messaggio (non esplicito e pertanto molto più efficace – a sua stessa insaputa – e pericoloso) del welfare state (si veda Donati, 1999) un rinforzo alla tendenza inconscia del pensiero primario che esige tutto e subito. In tale logica arcaica il seno dev’essere, nella fantasia infantile, sempre a completa disposizione del neonato, in un succhiamento ininterrotto. Ma, come mostra il mito dell’Eden, non c’è assunzione del limite né costruzione del senso di responsabilità né differenziazione se niente costa lo sforzo – e il piacere! – di essere desiderato e conquistato. «Un discorso di fondamentale importanza, su cui oggi le politiche sociali concordano nel riconoscerne gli aspetti disfunzionali sia per la spesa pubblica sia per la crescita di quella che potremmo definire "comunità disimpegnata", riguarda il fenomeno del parassitismo. Il parassitismo, che ha come sua caratteristica quella di autoalimentarsi, spegne infatti, nei gruppi e negli individui, la capacità di pensarsi "proprietari" oltre che potenzialmente "produttori" di risorse della collettività» (Francesconi, Scotto di Fasano, 1998; si veda anche Pontalti, Fasolo, 1999).

Come dunque, in tale logica, sentire la res publica come propria dimora, in un modo eticamente duttile ed elastico, ma fermo oltre che aperto al nuovo che bussa e attende che gli sia aperto? Sperare l’Insperabile, in questa luce, e dare dignità al plurale, significa a mio parere impa-rare a muoversi anche nell’oscurità anziché reagire all’angoscia che essa suscita in modo denegatorio e maniacale. Infatti, «quando il viandante canta nell’oscurità, rinnega la propria apprensione, ma non per questo vede più chiaro» (Freud, 1924).

Daniela Scotto di Fasano
   

LA FAMIGLIA SECONDO IL CENSIS

I mariti si defilano dalle faccende domestiche, solo le mogli vanno a parlare con i professori e fissano gli appuntamenti con i medici, i figli sono accontentati in tutto. Tutti amano la buona cucina, lo shopping, l’automobile: è la famiglia del 2000 "fotografata" dall’ultima indagine del Censis che ha registrato, però, la crescente corresponsabilità dei coniugi nell’acquisto di casa ed elettrodomestici, nella programmazione di viaggi.

I nuclei tradizionali rappresentano l’80% delle realtà familiari e appaiono nell’insieme solidi e aperti. Le preoccupazioni riguardano la disoccupazione, la criminalità, l’immigrazione, le tasse.

Principali "luoghi" d’incontro sono la tavola e davanti alla Tv (il resto della giornata è un andirivieni dei vari componenti). Non si rinuncia a mangiare bene anche durante la settimana lavorativa, soprattutto se ci sono i figli. Si cucinano piatti semplici e veloci (95% delle famiglie) o una sola pietanza (82,7%), ma il "no" a surgelati o cibi di rosticceria è netto.

La ricerca conferma la tendenza degli italiani a diventare proprietari della casa (in affitto ci sono i single o i neo-sposi) e a mettere radici. Il 55,6% delle famiglie, infatti, ha detto di trovarsi bene nella propria città e nel proprio quartiere e pensa di rimanerci anche in futuro.

   

BIBLIOGRAFIA

  1. Bion W.R., Attenzione e interpretazione, Armando, Roma 1973.
  2. Donati P., Famiglia e società del benessere: paradossi e controparadossi, mito e anti-mito, in Donati P. (a cura di), Famiglia e società del benessere VI Rapporto Cisf sulla famiglia in Italia, San Paolo, Milano 1999.
  3. Eraclito (Fr. 125), Dell’origine (traduzione e cura di A. Tonelli), Uef, "I classici", Milano 1993.
  4. Francesconi M., Scotto di Fasano D., Divenire famiglia: nuovi scenari alla luce di nuovi bisogni, Strumenti, 3, Guerini Studio, Milano 1998.
  5. Freud S. (1924), Inibizione, sintomo e angoscia, Osf, 10, Bollati Boringhieri, Torino 1989.
  6. Meltzer D., Harris M., Il ruolo educativo della famiglia, Centro Scientifico Torinese, Torino 1986.
  7. Pontalti P., Fasolo F., Dimensioni familiari e comunitarie del disagio psichico: quale cultura dei servizi per quale benessere?, in Donati P. (a cura di), cit.
  8. Preta L. (a cura di), Nuove geometrie della mente, Laterza, Bari, 1999.
  9. Segal H., Note sulla formazione del simbolo, in "Scritti psicoanalitici", Astrolabio, Roma 1984.
   Famiglia Oggi n. 4 aprile 2000 - Home Page