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Una
ricerca condotta in tre Paesi europei, relativa al carico socio-economico
delle cure informali per il morbo di Alzheimer, rivela le difficoltà dei
famigliari di chi ne è affetto. Il nostro Paese, in particolare, è
carente di strutture in grado di ridurre lo stress psicologico di chi
assiste giornalmente il malato. Con
il progressivo, rapido invecchiamento della popolazione europea, il morbo
di Alzheimer colpisce un numero sempre maggiore di famiglie. Quali sono i
loro bisogni? Quale il peso che grava su di loro? Quali politiche e quali
servizi dovrebbero essere predisposti per alleviare questo carico?
La risposta a queste domande non è semplice, anche per
la mancanza di studi epidemiologici che forniscano i dati necessari. Ora
questa lacuna comincia ad essere colmata. Ne è un esempio uno studio
condotto in tre Paesi europei, denominato "Uno studio empirico del
carico socio-economico delle cure informali per il morbo di Alzheimer in
Italia, Svezia e Regno Unito", condotto dalla Scuola di economia e
scienze politiche di Londra in collaborazione con la Federazione
Alzheimer Italia, l’Università Bocconi di Milano e il Centro di
ricerche gerontologiche di Stoccolma, e di cui è stato recentemente
pubblicato il rapporto preliminare.
Dall’insieme dei dati raccolti nei tre Paesi, ricavati
dalle interviste ad alcune centinaia di persone che curano i propri
familiari malati, si deducono alcune considerazioni sulle conseguenze che
la cura dei malati di Alzheimer ha sui famigliari che li assistono.
Innanzitutto, viene segnalato lo stress psicologico che colpisce
queste persone: rispetto al gruppo di controllo, essi richiedono più
visite mediche (più 46%) e fanno maggior uso di farmaci (più 71%).
Inoltre, essi soffrono di serie limitazioni nella loro possibilità di
lavorare: solo circa un terzo di coloro che prestano assistenza hanno un
lavoro, a tempo pieno o part time, e il 9% di coloro che non
lavorano lo hanno dovuto lasciare per assistere il proprio congiunto.
Un altro aspetto del rischio in cui incorrono i
famigliari è associato allo stadio raggiunto dalla malattia.
Paradossalmente, il carico viene percepito come maggiore agli inizi,
quando la demenza è ancora lieve, presumibilmente perché le persone
malate sono fisicamente più attive e quindi più sottoposte al rischio di
smarrirsi o di essere coinvolte in incidenti. Nello stesso tempo, è
probabile che coloro che assistono, proprio perché agli inizi, siano più
confusi e meno capaci di adattarsi ai cambiamenti nella relazione imposti
dalla malattia.

Venendo ai dati più specifici per il nostro Paese, si
possono notare alcune situazioni particolarmente significative.
Innanzitutto, vi è una grande differenza nella relazione di parentela
riscontrata tra il gruppo italiano e gli altri due (vedi tabella 1): in
Italia, sono molti di più i figli che si prendono cura dei genitori
malati di Alzheimer che non i coniugi.
Questo può essere dovuto, secondo gli autori dello
studio, a fattori culturali, quali la maggior solidarietà intrafamiliare
presente in Italia. Di conseguenza, le persone che assistono in Italia
sono molto più giovani che negli altri Paesi: l’età media, infatti, è
di 48 anni in Italia, contro i 69 della Svezia e i 67 del Regno Unito. In
tutti e tre i Paesi, le donne sono il doppio degli uomini, mentre in
Italia vi è una maggior percentuale di single (spesso figlie non
sposate). In secondo luogo, gli italiani hanno maggiori difficoltà nel
far fronte alla situazione creata dalla malattia (vedi tabella 2).

Come si può notare, in Italia complessivamente oltre il
70% degli intervistati manifesta gravi difficoltà o l’impossibilità di
far fronte al carico imposto dalla cura, contro il 34% e il 25% degli
altri Paesi (da notare come in Svezia nessuno manifesti il disagio più
grave). Questo dato riceve una spiegazione dalla struttura dell’accesso
ai servizi disponibili nei vari Paesi. Se il dato relativo all’assistenza
domiciliare è abbastanza costante (si va dal 48% dell’Italia al 58% del
Regno Unito), molto maggiori sono le differenze per gli altri servizi: in
Italia si ricorre a cure mediche extradomestiche per oltre l’80% dei
casi, contro circa il 50% degli altri due Paesi (che viceversa ricorrono
di più a cure domestiche in casa), e soprattutto è quasi completamente
assente il ricorso a due tipologie di servizi che sono invece
massicciamente utilizzate in Svezia e Regno Unito (complessivamente tra l’80
e il 90%): la respite care ("cura di sollievo", cioè che
interviene nei momenti di maggior stress), e la day care ("cura
di giorno", in strutture esterne alla famiglia).
Le conseguenze per le politiche di assistenza che si
possono ricavare da questa pur sommaria presentazione dei risultati dello
studio citato sono evidenti: in Italia siamo carenti di strutture
cosiddette family friendly, "a misura di famiglia", che
consentano di ridurre la gravosità psicologica del lavoro di assistenza
informale fornito dalla famiglia, la quale si vede costretta piuttosto a
ricorrere massicciamente all’intervento medico, la cui efficacia è
notoriamente molto limitata.
La stessa ricerca segnala, peraltro, che, malgrado le
difficoltà incontrate, molti famigliari desiderano mantenere la
responsabilità primaria del compito di cura del loro congiunto. Essi non
possono però essere lasciati soli a sostenere il carico di tale
assistenza, il cui valore economico è stato calcolato mediamente in quasi
25 milioni di lire all’anno per ogni paziente.
Attualmente, gran parte di questi costi grava sulle
spalle delle famiglie, e in futuro la situazione si aggraverà sempre di
più, se non interverranno politiche mirate che – senza sostituirsi a
quanto esse generosamente già fanno – integrino e sostengano con il
loro apporto un lavoro di cura che altrimenti rischia di essere devastante
per le relazioni familiari.
Pietro Boffi

| VERSO LA
PARITÀ
Per una scuola aperta, autonoma,
solidale e competitiva, la parità scolastica è solo il primo
passo. Ora l’attenzione è rivolta alla ripresa del dialogo con
tutti i soggetti della scuola per continuare sulla strada del
rinnovamento culturale e metodologico. Ma con quali progetti
culturali e formativi sarà riempito il contenitore delle riforme
che vanno dall’autonomia al riordino dei cicli, alla parità? «Per
ora le Regioni si sono dimostrate più intelligenti del
Parlamento, hanno messo in cantiere una legislazione più avanzata
di quella nazionale e più rispondente alle esigenze della gente»,
dichiara Stefano Versari, presidente dell’Agesc (Associazione
genitori scuole cattoliche), ammettendo la sua delusione al
XII Congresso nazionale su Scuola e promozione della Società
civile (chiuso ad Assisi il 19 marzo) nei confronti dei
politici che non osano andare oltre un primo passo.
Monsignor Cesare Nosiglia,
presidente del Consiglio nazionale della scuola cattolica, avverte
che «scuola cattolica e scuola dello Stato non sono due realtà
separate, non tendono a omologarsi o ad assorbirsi, si muovono
invece sul terreno comune del dialogo, del confronto, dell’emulazione
e della concorrenza. Il punto di partenza sono i valori educativi
proposti e la qualità dei progetti formativi».
Alla conclusione, l’Agesc ha
consegnato i fondi raccolti per le scuole cattoliche dell’Umbria
e delle Marche danneggiate dal terremoto e ha assegnato il premio
Mario Macchi a Gianfranco Garancini, docente dell’Università
statale di Milano.
Maddalena Buonfiglio |
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