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Esordisce
con disturbi di memoria cui si associano disorientamento spazio-temporale,
dissoluzione del linguaggio, deficit della capacità di giudizio.
Le cause non sono certe. Individuati, invece, i fattori di rischio, tra i
quali la familiarità. La
malattia di Alzheimer (Alzheimer’s Disease, AD secondo la terminologia
anglosassone) esordisce in genere insidiosamente con modesti disturbi
mnesici che, successivamente, si fanno sempre più gravi fino a
interferire gravemente nella vita quotidiana del paziente. Caratteristica
è la comparsa di disorientamento spazio-temporale: il paziente è
incapace di apprendere nuovi percorsi e si può perdere anche nel proprio
quartiere; con l’aggravarsi della malattia può avere difficoltà a
orientarsi nella sua stessa casa, specie di sera, quando diminuiscono i
riferimenti visivi. All’amnesia si accompagnano, con il procedere della
malattia, sintomi legati alla compromissione di altre facoltà cognitive.
Di primaria importanza è la dissoluzione progressiva del linguaggio, che
inizialmente si manifesta con una modesta "anomia", poi si
aggrava e si accompagna con deficit di comprensione e utilizzo di
parole "sbagliate" (parafasie). Altrettanto importante è il
verificarsi di fenomeni "aprassici" e "agnostici".
Anche la facoltà di giudizio viene compromessa; questo deficit appare
evidente nell’incapacità a cogliere somiglianze o difficoltà o
differenze concettuali, a giudicare correttamente prezzi, dimensioni, a
cogliere il significato di proverbi. Con il tempo il paziente diviene
sempre più incapace di sostenere una vita di relazione; possono farsi
frequenti sintomi di tipo psicotico, quali deliri, allucinazioni, nonché
manifestazioni comportamentali di attività senza scopo o inappropriate,
vagabondaggio, aggressività. Assai frequente è l’alterazione del ritmo
sonno-veglia. L’esame neurologico del malato di Alzheimer è
caratteristicamente normale. Nelle fasi più avanzate della malattia si
verificano alterazioni motorie e incontinenza. Possono anche comparire
crisi epilettiche generalizzate e mioclono.
La durata della malattia è variabile: in media è di
7-8 anni, ma sono noti casi di decorso inferiore a 1 anno o fino a 15-20
anni. Il paziente muore in condizioni vegetative, di solito per il
sopraggiungere di infezioni intercorrenti alle vie respiratorie o
urinarie.
Per una corretta diagnosi differenziale di malattia di
Alzheimer sono stati sviluppati dei criteri clinici NINCDS-ADRDA (National
Institute of Neurological and Communicative Disorders and Stroke –
Alzheimer’s Disease and Related Disorders Association), che
consentono di formulare una diagnosi di "AD probabile" o
"possibile". La diagnosi di "AD probabile" si basa sia
sul riscontro di caratteristiche cliniche tipiche, ossia esordio
insidioso, decorso progressivo, normale stato di coscienza e deficit di
due o più aree cognitive, compresa la memoria, sia sull’esclusione di
altre patologie intracerebrali o malattie sistemiche che possono causare
demenza. La diagnosi di "AD possibile" è stata invece proposta
per pazienti con caratteristiche cliniche atipiche (per esempio, un
decorso non uniformemente progressivo o una sintomatologia di esordio
limitata alla compromissione di una singola area cognitiva) e per quei
soggetti che presentano malattie cerebrali o sistemiche coesistenti, che
tuttavia non si ritiene possano essere la causa della demenza.
La diagnosi di AD "definita", ossia certa,
secondo i criteri NINCDSADRDA è possibile solo in base al riscontro
neuropatologico; va comunque precisato che l’accuratezza della diagnosi
clinica di malattia di Alzheimer "possibile" è attualmente
piuttosto alta: la percentuale di diagnosi effettuate in vita e confermate
successivamente all’autopsia varia infatti dal 71 al 100% nei diversi
studi che si sono occupati dell’argomento.
Il raggiungimento di uno standard diagnostico
soddisfacente è dovuto anche allo sviluppo delle tecniche di neuroimaging,
il cui ruolo fondamentale è comunque quello di escludere patologie
diverse dalla malattia di Alzheimer, non essendovi quadri neuroradiologici
specifici per tale malattia (se si eccettuano forse le immagini Pet e Spet
di cui si parlerà più avanti).
L’introduzione della tomografia assiale
computerizzata (Tac) ha reso possibile diagnosticare facilmente
patologie strutturali quali tumori cerebrali silenti, ematomi sottodurali
o idrocefalo; in un’ampia serie di soggetti dementi sottoposti a
riscontro autoptico tali patologie, potenzialmente curabili, costituivano,
nel loro insieme, il 7% dei casi. Di fondamentale importanza risulta il
ruolo della Tac nell’individuazione di lesioni ischemiche, permettendo
così di differenziare la malattia di Alzheimer dalle forme di demenza
vascolare.
Più controverso risulta il ruolo della risonanza
magnetica nucleare (Rmn): tale esame è in grado di identificare e
caratterizzare eventuali lesioni focali con maggior precisione della Tac;
tuttavia, la sua estrema sensibilità nell’identificare alterazioni
della sostanza bianca, originariamente considerate espressione di danno
vascolare, ma che sono in realtà state dimostrate anche negli anziani
normali e nella malattia di Alzheimer, può indurre a sovrastimare l’incidenza
della demenza vascolare. Un alone di iperintensità periventricolare è di
frequente riscontro nei pazienti con malattia di Alzheimer; l’esistenza
di tali focolai non implica perciò la diagnosi di demenza vascolare.
Il quadro Tac presente nei malati AD è quello di un’atrofia
cerebrale che determina un ampliamento dei ventricoli e un incremento
delle dimensioni dei solchi superiori rispetto a ciò che si potrebbe
attendere in un soggetto normale di pari età. Tuttavia, specialmente
nella fase iniziale della malattia, il grado di sovrapposizione rispetto
ai controlli normali è così elevato che non è possibile utilizzare tale
esame per una conferma in positivo della diagnosi (figura 1).

Figura 1 - Quadro Tac di atrofia cortico-sottocorticale
in un paziente affetto da malattia di Alzheimer.
Indagini neuroradiologiche funzionali, quali la tomografia
a emissione di positroni (Pet) e la tomografia a emissione di
fotoni singoli (Spet), sembrano possedere una maggiore specificità,
rispetto agli esami di tipo morfologico, nell’identificare la malattia
di Alzheimer. Numerosi studi Pet hanno infatti dimostrato in tale
patologia un pattern relativamente caratteristico, consistente in
un "ipometabolismo delle regioni associative" (in particolare,
di quelle parieto-temporali), con risparmio delle regioni sensitive e
motorie primarie, nonché dei gangli della base, del talamo e del
cervelletto. In studi Spet è stata dimostrata una riduzione del flusso
cerebrale regionale avente analoga distribuzione.
Ai fini di un corretto inquadramento diagnostico, a
parte le indagini neuroradiologiche, risulta necessaria l’esclusione,
attraverso l’anamnesi, dell’esame obiettivo e opportune indagini
ematochimiche, di cause secondarie di demenza (ipotiroidismo o carenza di
vitamina B12 e folati).
L’esame del liquor è importante soprattutto
quando si sospetti una causa infettiva di demenza. Nella malattia di
Alzheimer non vi sono alterazioni dei parametri liquorali. La misurazione
dinamica della pressione liquorale è inoltre necessaria quando si pensi
alla possibilità di un idrocefalo normoteso.
L’elettroencefalogramma può contribuire alla
diagnosi, in quanto nella malattia di Alzheimer si ha generalmente un
rallentamento del ritmo di fondo, con incremento dell’attività di banda
theta e delta; tuttavia, l’assenza di alterazioni
elettroencefalografiche non esclude la diagnosi, in quanto vi è una
notevole eterogeneità e alcuni malati di Alzheimer possono non mostrare
rallentamento del tracciato per diversi anni.
Anatomia patologica
La malattia di Alzheimer è caratterizzata, dal punto di
vista macroscopico, da un’esasperazione della graduale riduzione di
sostanza cerebrale che si verifica con l’età; in questa patologia,
infatti, il cervello presenta generalmente una grave atrofia generalizzata
e simmetrica, anche se a volte i lobi parietali e, in misura minore,
temporali e frontali, possono essere più severamente colpiti rispetto
alle altre regioni cerebrali.
L’atrofia si associa a una perdita dei grossi neuroni
corticali e a un accartocciamento (shrinkage) dei neuroni
superstiti con una rarefazione dei dendriti, delle spine dendritiche e a
un aumento della componente astrocitaria. L’interessamento dell’ippocampo,
regione chiave per i processi mnesici, è considerato una delle cause
fondamentali della disfunzione cognitiva presente nella malattia di
Alzheimer. Anche diversi nuclei troncoencefalici sono colpiti dalla
perdita neuronale; tra questi il nucleo basale di Meynert, la principale
fonte dell’input colinergico alla neocorteccia, il nucleo del rafe
dorsale e il locus coeruleus, sedi rispettivamente di neuroni
serotoninergici e noradrenergici, nonché la substantia nigra.
La diagnosi anatomopatologica di malattia di Alzheimer
si basa sulla presenza di peculiari lesioni istologiche, legate all’accumulo
di materiale fibrillare insolubile. I due principali tipi di lesione
istologica sono: la degenerazione neurofibrillare (grovigli
neurofibrillari, Neurofibriliary Tangles, NFT secondo la
terminologia anglosassone) e le placche senili (Senile Plaques,
SP secondo la terminologia anglosassone). Va subito precisato che tali
lesioni possono essere presenti, oltre che nei soggetti affetti da
malattia di Alzheimer, anche in anziani normali, sia pure in misura
inferiore e confinate in determinate regioni cerebrali. La diagnosi
anatomopatologica di malattia di Alzheimer si basa dunque su una
valutazione quantitativa piuttosto che qualitativa.
La degenerazione neurofibrillare è costituita da
masse di filamenti abnormi di forma globosa o a fiamma, situate a livello
del citoplasma perinueleare, che spesso si estendono sino ai dendriti
apicali; al microscopio ottico presentano una struttura fibrillare (figura
2). L’altra lesione microscopica tipica è rappresentata dalle placche
senili o placche neuritiche, che sono strutture di forma
sferoidale, costituite da un deposito centrale di amiloide, circondato da
materiale granulare e filamentoso rappresentato da neuriti rigonfi ed
espansioni dendritiche, frammisti a processi gliali e cellule microgliali
(figura 3). La composizione e la configurazione delle placche
senili variano a seconda del loro stadio di sviluppo.
La sostanza amiloide, componente essenziale delle
placche senili, è una proteina, chiamata BetaA4, che deriva dalla
proteolisi di un precursore di maggiori dimensioni (Amyloid Protein
Pre-cursor, APP).

Figura 2 - Degenerazione neurofibrillare. Impregnazione
argentica X 640.
Rischio parentela
L’eziologia della malattia di Alzheimer è tuttora
ignota. Sempre maggiore importanza hanno assunto, negli ultimi anni, gli
studi riguardanti gli aspetti genetici della malattia; tuttavia, anche tra
gemelli monozigoti la concordanza è solo del 50-60%, per cui è
verosimile che nell’eziopatogenesi dell’AD possano rivestire un ruolo
anche fattori ambientali.
È da tempo noto come la familiarità costituisca un
fattore di rischio per sviluppare la malattia di Alzheimer: diversi studi
epidemiologici hanno dimostrato un’aumentata frequenza della malattia
tra i parenti di soggetti affetti, rispetto alla popolazione generale:
avere un parente di primo grado affetto da malattia di Alzheimer
aumenterebbe il rischio di quattro volte. Esiste poi una percentuale di
casi (circa il 10%, secondo stime conservative) in cui la malattia viene
trasmessa come carattere manogenico autosomico dominante.
In alcune delle famiglie affette da AD familiare (Familial
Alzheimer’s Disease, FAD) a esordio precoce, il gene della malattia
è stato localizzato, mediante studi di linkage, sul braccio lungo
del cromosoma 21. Tale osservazione è apparsa subito particolarmente
interessante in quanto i soggetti affetti da trisomia 21 (sindrome di
Down) sviluppano dopo i 40 anni lesioni anatomopatologiche indistinguibili
da quelle della malattia di Alzheimer e, già a partire dalla seconda
decade, depositi preamiloidi. Anche il gene che codifica per l’APP è
stato localizzato su cromosoma 21, tuttavia, l’ipotesi che la malattia
di Alzheimer potesse essere dovuta a una microduplicazione di tale gene
all’interno del cromosoma 21 è stata smentita da ulteriori ricerche.
Più recentemente, altri studi di linkage hanno
dimostrato un’associazione tra marker presente sulla parte
distale del cromosoma 14 e casi familiari di malattia di Alzheimer a
esordio precoce. Per quanto riguarda le forme familiari a esordio tardivo,
ulteriori studi di linkage hanno sostenuto l’ipotesi di una
possibile localizzazione del gene per la malattia di Alzheimer familiare
sulla porzione prossimale del braccio lungo del cromosoma 19. In questa
stessa regione si trova il gene che codifica per l’apolipoproteina E (Apo
E), una lipoproteina che riveste un ruolo fondamentale nella
mobilizzazione e nella ridistribuzione del colesterolo nell’ambito dei
processi di riparazione e crescita della mielina e delle membrane
neuronali; l’Apo E si ritrova inoltre in corrispondenza della
degenerazione neurofibrillare e delle placche senili, insieme con la
beta-amiloide. È chiaro dunque come gli studi genetici appaiano,
nonostante le limitazioni legate all’eterogenicità della malattia, il
campo di ricerca più promettente per gettare ulteriore luce sui
meccanismi eziopatogenetici non solo delle forme familiari, ma anche di
quelle sporadiche.
Traumi cranici con perdita di coscienza o traumi cranici
ripetuti, come nel caso dei pugili, aumentano il rischio di sviluppare l’AD,
secondo ricerche epidemiologiche, di 2-3 volte. Tali risultati sono stati
talora contestati, perché attribuiti a un ricordo selettivo da parte dei
famigliari dei pazienti; tuttavia, la concordanza su tale argomento di
diversi studi, nonché l’analogia, sul piano neuropatologico, della
demenza pugilistica con la malattia di Alzheimer, sostiene l’ipotesi che
i traumi cranici siano un fattore causale per la malattia.
Si discute da molti anni sulla possibilità che l’alluminio
possa essere implicato nella patogenesi della malattia di Alzheimer. Tale
ipotesi è stata suggerita dall’evidenza sperimentale che l’iniezione
intratecale di alluminio nel coniglio induca e la comparsa di
degenerazione neurofibrillare, specie in determinate aree cerebrali.
Tuttavia non tutte le specie animali reagiscono allo stesso modo; inoltre,
la degenerazione neurofibrillare indotta dall’alluminio è differente da
quella presente nella malattia di Alzheimer, in quanto è costituita da
masse di neurofilamenti chimicamente e morfologicamente nonnali. Vi sono,
infine, evidenze assai scarse su un possibile rapporto tra un agente
virale e la malattia di Alzheimer.

Figura 3 - Placca senile "classica".
Impregnazione argentica X 360.
Trattamento farmacologico
Abbiamo visto come nell’ambito delle manifestazioni
cliniche dell’AD si distinguono un disturbo cognitivo (o primario) e un
disturbo comportamentale (o secondario).
Nell’ambito dei disturbi cognitivi, le funzioni
compromesse comprendono: la memoria, l’attenzione, il pensiero astratto
e la capacità critica, il linguaggio, la prassia, la gnosia, il calcolo e
le abilità costruttiva e visuo-spaziale. Mentre l’identificazione e lo
studio del disturbo cognitivo è di stretta pertinenza del
medico-specialista, il disturbo "secondario", comportamentale,
è quello meglio conosciuto dal famigliare che assiste il malato in
quanto, soprattutto nelle fasi più avanzate della malattia, crea maggiori
difficoltà di gestione del paziente specie in ambito familiare. Il
sintomo comportamentale può essere molto complesso e variare da un
disturbo del tono dell’umore a vere psicosi con deliri e allucinazioni.
L’approccio terapeutico farmacologico delle demenze
sarà pertanto finalizzato al trattamento dei sintomi cognitivi primari e
al trattamento dei sintomi comportamentali secondari.
Le strategie terapeutiche comprendono: farmaci aventi
quale bersaglio di azione i neurotrasmettitori; farmaci anti-infiammatori;
estrogeni; farmaci anti-ossidanti.
I neurotrasmettitori sono molecole che consentono
alle cellule nervose di «parlarsi e comunicare tra loro»; permettono,
cioè, la trasmissione di informazioni lungo i circuiti nervosi. Esistono
molti tipi di neurotrasmettitori (acetilcolina, serotonina, noradrenalina,
Gaba, somatostatina) e ciascuno di essi è impegnato in una particolare
funzione nervosa; è noto, ad esempio, che i circuiti della memoria
impiegano maggiormente quale neurotrasmettitore l’acetilcolina. Nell’AD
sono stati riscontrati livelli ridotti di molti neurotrasmettitori, ma il
sistema maggiormente deficitario risulta essere proprio quello colinergico.
Non a caso, quindi, il deficit della memoria nell’AD rappresenta
il sintomo principale e anche quello che compare più precocemente.
Il riscontro di un grave deficit colinergico nell’AD
ha aperto la strada a una serie di tentativi terapeutici volti a
ripristinare livelli normali di acetilcolina a livello cerebrale partendo
dal principio che il potenziamento o il ripristino della funzione
colinergica possa ridurre significativamente la gravità del
deterioramento cognitivo. Sono perciò stati intrapresi trial farmacologici
con diverse sostanze note per essere in grado di potenziare la
neurotrasmissione colinergica. I risultati migliori sono stati raggiunti
con inibitori della colinacetiltransferasi (AchE), un enzima che inattiva
l’acetilcolina una volta che essa viene liberata dalle terminazioni
nervose: inibendone l’azione si permette al neurotrasmettitore di
rimanere attivo più a lungo a livello delle terminazioni sinapsiche.
La Tacrina è stato il primo farmaco a essere
sperimentato negli Usa e poi anche in Italia. Si è dimostrato che i
malati di AD trattati con tacrina presentavano (in un periodo di 6
settimane) un declino significativamente inferiore delle funzioni
cognitive rispetto a pazienti trattati con placebo. Vi erano tuttavia
degli effetti collaterali importanti: alterazione degli indici di
funzionalità epatica, disturbi gastrointestinali, come nausea e vomito.
Per tutti questi effetti collaterali e le precauzioni che ne
accompagnavano l’impiego, la tacrina è stata sostituita da un altro
farmaco della stessa classe: il Donepezil, che a differenza della
tacrina non presenta una significativa epatotossicità e può essere
somministrato una sola volta al giorno data la sua lunga emivita. L’effetto
collaterale più frequente è rappresentato da modesta nausea o pirosi,
frequenti soprattutto a dosaggi maggiori. I risultati ottenuti con il
donepezil sono sovrapponibili a quelli della tacrina, con il vantaggio che
gli effetti collaterali sono più modesti.
Va precisato che entrambi i farmaci sono considerati
utili solo per i pazienti con gravità di malattia da lieve a moderata,
questo per l’importanza di iniziare il trattamento quando ancora vi sono
cellule nervose sane e circuiti nervosi funzionanti. Inoltre, va
sottolineato che questi farmaci non curano l’AD, ma sono solo in grado
di rallentare la progressione della sintomatologia. Infine, non tutti i
pazienti con AD cui vengono somministrati gli inibitori dell’AchE
rispondono positivamente: si calcola infatti che il donepezil abbia
effetto in circa il 40% dei pazienti.
Un altro farmaco della medesima classe è la Rivastigmina;
il meccanismo d’azione è analogo ai precedenti. Dev’essere
somministrato due volte al giorno e ha una minore tossicità e interazione
con altri farmaci.
Esiste una categoria completamente diversa di farmaci,
il cui meccanismo d’azione è rivolto a "spegnere" processi
infiammatori che, secondo recenti osservazioni sia di carattere
neuropatologico che epidemiologico, rivestirebbero un ruolo importante
nella patogenesi dell’AD. Nel cervello dei pazienti con AD sono presenti
alcune proteine infiammatorie ed elementi del sistema immunitario che
sembrano coinvolti nella genesi del danno neuronale e nella deposizione di
amiloide.
Ricerche epidemiologiche hanno evidenziato che i
pazienti affetti da artrite reumatoide, e che perciò assumono per lunghi
periodi farmaci antinfiammatori (FANS), hanno una prevalenza ridotta di
AD: l’utilizzo di antinfiammatori sembra, quindi, ridurre il rischio di
sviluppare AD. Questo dato ha promosso uno studio clinico con un
antinfiammatorio (l’Indometacina) nell’AD. Questo studio,
effettuato però su un piccolo numero di pazienti (28), ha mostrato un
miglioramento delle funzioni cognitive nei pazienti trattati con
indometacina contro un peggioramento in quelli che assumevano placebo. Va
sottolineato tuttavia la comparsa di importanti effetti gastrointestinali
nei pazienti trattati con indometacina. I gravi effetti gastrointestinali
limitano fortemente l’impiego dei FANS in questa malattia. La ricerca è
attualmente tesa alla scoperta di una nuova classe di farmaci
antinfiammatori che non abbiano tale azione: gli inibitori della
cicloossigenasi (Cox-2).
Gli estrogeni possono influenzare positivamente le
funzioni cognitive. Questo ha suggerito che un deficit estrogenico
possa contribuire contro l’atrofia e la morte neuronale che si verifica
nell’AD, in particolare per quanto riguarda i neuroni colinergici.
Alcuni studi recenti hanno inoltre rilevato una riduzione del rischio di
sviluppare AD nelle donne che hanno ricevuto una terapia ormonale
sostitutiva rispetto alle altre. Questi dati aprono interessanti
prospettive sia per quanto riguarda la prevenzione dell’AD, sia per il
suo trattamento farmacologico, specie nelle donne. Sarebbe inoltre
possibile anche l’associazione con altre categorie di farmaci
considerati, ad esempio, gli inibitori dell’AchE. Rimane, tuttavia, il
dubbio di un aumentato rischio di trombosi o di tumore alla mammella.
Recenti osservazioni sembrano dimostrare che l’accumulo
degli effetti dannosi provocati dai radicali liberi sulle membrane e sul
materiale genetico delle cellule possa favorire i processi di
invecchiamento e di degenerazione. Questo accumulo sarebbe legato sia a un’aumentata
produzione di radicali liberi che a un difetto nel loro smaltimento. Dati
interessanti sono emersi da uno studio che ha messo in rilievo come la
somministrazione di vitamina E o di selegilina sia in grado di rallentare
la progressione della malattia. La vitamina E, o tocoferolo, agisce come
"spazzino" dei radicali liberi, favorendone i processi di
inattivazione. La selegilina è un inibitore selettivo delle Mao-B (enzimi
coinvolti nella degradazione delle catecolamine) e ha anch’essa un
potere antiossidante.
Esistono, inoltre, terapie "futuristiche":
agenti anti-amiloidogenici; agenti anti-taugenici. Scopo di tali farmaci
sarebbe prevenire, o limitare o, ancora, rimuovere i depositi di sostanza
amiloide o proteina Tau a livello delle cellule nervose, ritenuti
responsabili del danno neuronale in questa malattia. Su di esse si deve
ancora molto lavorare. Se ne stanno studiando le applicazioni sugli
animali.
I disturbi comportamentali sono uno dei maggiori motivi
di peggioramento della qualità di vita dei parenti del malato e di
istituzionalizzazione dello stesso. L’agitazione, l’aggressività e l’insonnia
possono essere trattate con tranquillanti appartenenti alle classi
farmacologiche delle benzodiazepine. Tra le benzodiazepine vanno preferite
quelle a breve emivita, in quanto quelle a emivita lunga possono
accumularsi nel sangue determinando un aggravamento della confusione
mentale. I neurolettici sono efficaci nei confronti dei deliri e delle
allucinazioni. Tra i neurolettici è preferibile dare la precedenza a
quelli a bassa potenza che meno degli altri determinano la comparsa di
effetti extrapiramidali, quali la rigidità, disturbi della deambulazione,
o discinesie tardive. Recentemente sono stati introdotti nuovi
neurolettici che presentano un minor rischio di indurre effetti
extrapiramidali, quali il risperidone e la clozapina; questi farmaci sono
di scelta in quel sottogruppo di pazienti in cui la demenza si associa a
segni di tipo parkinsoniano. L’uso della clozapina è tuttavia limitato
dalla possibile insorgenza di agranulocitopenia (=grave riduzione dei
globuli bianchi), per cui sono indispensabili frequenti controlli dell’emocromo.
Ancora più recente è l’introduzione di un altro farmaco della stessa
classe, l’olanzapina, che non presenta questo problema.
Talvolta anche alcuni antidepressivi sono utili nel
ridurre i disturbi comportamentali dei pazienti con AD. Tra i sintomi
psichici più frequenti nell’AD vi è la depressione, che compare
soprattutto nelle fasi iniziali della malattia. Anche in questo caso è
spesso possibile un trattamento farmacologico efficace. Vanno preferiti
gli antidepressivi di nuova generazione, in quanto i capostipiti di questa
classe farmacologica, gli antidepressivi triciclici, sono dotati per la
maggior parte di uno spiccato effetto di tipo anticolinergico. Vanno
perciò utilizzati gli antidepressivi che agiscono selettivamente sulla
serotonina, eventualmente associandoli a una benzodiazepina per non
peggiorare l’agitazione.
Appare pertanto chiaro l’importanza che il malato di
AD venga regolarmente seguito presso un centro neurologico specializzato,
e non solo al momento della diagnosi. Soltanto in questo modo potranno
essere adeguatamente controllate le manifestazioni più disturbanti della
malattia e il paziente potrà beneficiare di opportune terapie che si
rendano eventualmente disponibili.
Claudio Mariani
| ALL’INIZIO VI
ERA ALOIS ALZHEIMER
La malattia di Alzheimer
rappresenta la causa più importante di decadimento mentale in
età senile: nel 50% dei casi di demenza sopra i 65 anni
sottoposti a riscontro autoptico, infatti, viene formulata questa
diagnosi. In realtà, la malattia è relativamente frequente anche
in età tardoadulta e presenile (tra i 45 e i 65 anni): la
paziente descritta da Alois Alzheimer nel 1907 morì all’età di
51 anni e sono stati segnalati casi di demenza aventi
caratteristiche anatomo-patologiche compatibili con la malattia di
Alzheimer in giovani adulti. Un tempo si distingueva la forma
presenile della malattia (malattia di Alzheimer propriamente
detta) da quella senile, che veniva definita "demenza senile
di tipo Alzheimer" (Senile Dementia of Alzheimer’s Type,
SDAT); tuttavia successivi studi anatomopatologici e clinici non
hanno dimostrato differenze sostanziali tra le due forme, per cui
esse vengono considerate come un’unica entità.
I tassi di prevalenza della
malattia sono maggiori nelle donne in tutte le fasce di età. |
| L’ASSOCIAZIONE
ARD
L’Associazione per la ricerca
sulle demenze (Ard) è un ente senza scopo di lucro (Onlus),
fondata a Milano nel 1994, con la finalità di promuovere la
ricerca scientifica sulle cause, la prevenzione, la diagnosi e la
terapia delle demenze. Fondatore e presidente è Claudio Mariani.
Nell’ambito delle sue finalità
a favore della ricerca, l’Ard conferisce premi e/o borse di
studio a giovani ricercatori che operino nel campo delle demenze;
acquista apparecchiature e materiali da destinare a scopi di
ricerca. Svolge inoltre un ruolo di formazione e informazione
sulle demenze, promovendo incontri, seminari e conferenze. L’Ard
opera nell’ambito del reparto di Neurologia della Fondazione Don
Gnocchi (via Capecelatro 66 - 20148 Milano. Tel 02/ 400.900.33),
avvalendosi di specifiche competenze del personale medico e
paramedico.
In questa struttura, svolge la
sua attività un "Ambulatorio per la diagnosi e la terapia
delle demenze"; vi è inoltre la possibilità di eseguire
ricoveri in Day Hospital per diagnosi e valutazioni
cliniche di casi particolarmente complessi. La ricerca sulle
demenze sostenuta dall’Ard si svolge negli ambiti neurobiologico
e neuropsicologico. Nell’ambito del filone neuropsicologico,
vengono organizzati corsi di training per la prevenzione e
la riabilitazione dei disturbi cognitivi (Memory Training).
Nel settore neurobiologico, sono in corso studi per indagare il
ruolo dell’infiammazione e del profilo genetico nella patogenesi
dell’Alzheimer. |
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