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Ogni
decisione sulla qualità e quantità dei servizi deve seguire la logica
dell’utilità, anziché quella dei risultati. La malattia non può,
infatti, limitare l’appartenenza a una società solidale. La
diffusione della demenza è legata allo scenario demografico di questi
ultimi anni: è fenomeno ormai ampiamente riconosciuto l’aumento della
spettanza di vita alla nascita e in età avanzata che si è verificato nei
decenni scorsi. Si tratta di un evento che non ha precedenti nella storia
dell’umanità e le cui cause non sono state chiarite in maniera
analitica: quanta parte è da attribuire specificatamente ai progressi
della medicina e quanta invece al miglioramento complessivo della qualità
di vita nelle popolazioni occidentali? Tuttavia, se il ventesimo secolo ha
testimoniato un drammatico prolungamento della durata media della vita,
pochi progressi sono stati fatti nella prevenzione del declino cognitivo
associato all’età. L’ulteriore allungamento della vita umana, che si
prospetta per il ventunesimo secolo, rappresenterà un progresso svuotato
di significato, se non sarà accompagnato da un’incisiva azione per
contrastare il processo involutivo del declino delle funzioni cognitive e
per migliorare la qualità di vita.
La relazione tra longevità e declino ha già
rappresentato uno dei temi di primario interesse per la medicina del
ventesimo secolo.
La
descrizione da parte di Alois Alzheimer nel 1907 di caratteristiche
patologiche specifiche associate alla demenza portò alla fondazione della
metodologia moderna di studio delle malattie neurodegenerative. Solo negli
anni ’70, tuttavia, la malattia di Alzheimer (Alzheimer Disease, AD) è
stata definita come una malattia, non conseguente al normale
invecchiamento, anche se in qualche modo ad esso legata. Se la AD
rappresenta una variante patologica dei processi d’invecchiamento,
allora lo studio e la comprensione dei meccanismi dell’invecchiamento
cerebrale normale potranno portare a fondamentali acquisizioni sui
meccanismi della malattia.
Anche modesti progressi nel ritardare l’esordio della
AD e di altre malattie legate all’età potranno avere un impatto
clinico, sociale ed economico tremendo.
La AD e le demenze correlate sono malattie a forte
impatto sociale non solo per le complesse dimensioni cliniche e
assistenziali, ma anche per i mutamenti che stanno caratterizzando il
microambiente nel quale vengono usualmente gestite.
La famiglia, attualmente, rappresenta la principale
risposta assistenziale ai bisogni degli anziani non autosufficienti: quasi
il 75% della sicurezza sociale si poggia sulle responsabilità individuali
e familiari. L’età di chi fornisce assistenza è generalmente compresa
tra i 50 e i 70 anni, ma molte persone più anziane si occupano delle
attività di cura, se si considera che più di un terzo dell’assistenza
informale (a carico di familiari e amici) a soggetti
ultrasessantacinquenni è fornita da ultrasettantenni.
Secondo i dati dell’indagine nazionale condotta dal
Censis nel 1999 (ndr, vedi a pag. 50), su 802 caregiver di
pazienti affetti da demenza di Alzheimer (AD), residenti a domicilio, le
attività di assistenza sono prevalentemente svolte dalle donne,
generalmente mogli e figlie che, soprattutto nei casi di malattia grave,
trasferiscono il malato nella propria abitazione. Le figlie dei pazienti
sono i soggetti più attivi rispetto ai coniugi, adempiendo a una funzione
centrale di solidarietà intergenerazionale.
In media, tre quarti della giornata del caregiver sono
assorbiti dalle attività assistenziali e tale impegno aumenta linearmente
con l’aggravarsi della demenza. Il fatto assume un aspetto ancor più
drammatico se si pensa che, in genere, le ore non dedicate all’assistenza
sono destinate all’adempimento di altri ruoli, quali la pulizia della
casa, la cura dei figli, l’attività lavorativa. L’aiuto nell’assistenza
quotidiana proviene principalmente da altri familiari (58,9%), anche se il
37,3% dei caregiver deve ricorrere a personale pagato.
Se ci si sofferma sulla dimensione economica, diventa
subito chiaro l’impatto negativo dell’assistenza ai malati di AD sulle
famiglie, che, oltre a farsi carico delle spese assistenziali, si vedono
ridotte le capacità di produzione di reddito (abbandono del lavoro,
passaggio al part time, ridimensionamento retributivo).
La decisione di prendersi cura del paziente a tempo
pieno può avere anche gravi conseguenze economiche a lungo termine, dal
momento che il ritorno nella forza lavoro dopo un lungo periodo dedicato
al malato può riservare svantaggi in termini retributivi e pensionistici.
Per effetto delle grandi trasformazioni che stanno
avvenendo sul piano sociale, economico e familiare, le donne, più spesso
che nelle precedenti generazioni, tendono a ricoprire diversi ruoli
(attività lavorativa, cura dei figli, assistenza) e questa tendenza
potrebbe incidere sia sulla scelta di iniziare l’assistenza, sia sulla
sua durata e sul tipo di attività svolte.
A causa, poi, del calo delle nascite, la famiglia si sta
spostando da un’organizzazione orizzontale (le statistiche indicano la
presenza di un figlio per nucleo) verso un asse verticale, che vede
convivere contemporaneamente diverse generazioni. Sarà quindi sempre più
importante la ricerca di forme nuove di aggregazione fondate su ciò che
resta della famiglia, su nuovi rapporti di vicinato, sulle libere
espressioni di generosità individuale e sul contributo determinante di
servizi formali in grado di consentire all’ammalato di rimanere il più
a lungo possibile nel proprio luogo naturale di residenza.
In quest’ottica, lo sviluppo di modalità di
organizzazione dell’assistenza domiciliare, fortemente appoggiata anche
sulle nuove tecnologie telematiche, rappresenta una vera sfida. Inoltre,
sempre più negli ultimi anni una larga parte dell’assistenza e della
sorveglianza all’anziano disabile è affidata ad operatori non
familiari, spesso provenienti da altri Paesi per i fenomeni migratori che
caratterizzano questi anni. Si dovrà prestare attenzione a tali risorse
anche per la programmazione di percorsi formativi e di sostegni adeguati,
affinché siano preparati a fornire un’assistenza di lunga durata.
Tra gli aspetti che stanno ricevendo particolare
attenzione nella ricerca scientifica c’è il rapporto tra l’ammalato e
la sua famiglia, per comprendere quali sono i fattori che permettono il
mantenimento della relazione di cura e quali invece portano all’esplosione
del sistema, con la delega del ruolo assistenziale alle case di riposo e
le conseguenze negative sia per il paziente che per il familiare che
principalmente se ne occupa.
La comparsa di una malattia cronica come la demenza di
Alzheimer determina una crescente dipendenza del malato dagli altri per la
soddisfazione dei bisogni fondamentali. Ne consegue la profonda
ristrutturazione di una relazione stabile: l’assistenza può espandersi
in maniera predominante al punto da occupare interamente la relazione. L’aiuto,
l’assistenza e l’affetto diventano unidirezionali, quasi
esclusivamente dal caregiver al paziente. Ed è proprio la
drammatica e involontaria trasformazione della relazione significativa a
rappresentare la principale fonte di stress.
Le famiglie si assumono il dovere dell’assistenza per
responsabilità filiale o per la volontà di reciprocità, ma con scarso
supporto e informazione; tale carenza può avere conseguenze sia sulla
salute dei familiari che sulla gestione del paziente. Si aggiunga a questo
che la maggior parte degli operatori con cui il familiare entra in
contatto nel lungo corso della malattia è notevolmente impreparata a
valutare sistematicamente le preoccupazioni del caregiver e a
intervenire.
Alcuni familiari, nel dover rispondere alle sempre
maggiori richieste assistenziali quotidiane, si sentono sopraffatti dal
loro ruolo. Il loro impegno per modificare l’ambiente stressante e le
loro risposte emotive sono ammirevoli; tuttavia, nonostante gli sforzi per
l’adattamento, alcuni caregiver sono a rischio di sviluppare
profondi effetti negativi sulla salute.
Il coinvolgimento oggettivo e soggettivo del caregiver
nell’assistere un familiare affetto da demenza è importante e muta
nel corso dell’intero periodo assistenziale, dall’esordio delle
responsabilità fino all’istituzionalizzazione e al decesso del
paziente. Alcuni studi, tuttavia, hanno rilevato che il carico
assistenziale può modificarsi con la progressione della demenza, nel
senso che alla maggiore durata dell’assistenza in certi casi corrisponde
un minore livello di carico percepito.
Tipicamente, i familiari passano dall’iniziale
supervisione delle funzioni superiori, come la gestione delle finanze e la
guida, a un successivo aumento di responsabilità per la gestione di
problemi comportamentali e per le attività della vita quotidiana, fino a
un ultimo stadio in cui si trovano a gestire il paziente allettato o
totalmente indipendente, con tutte le implicazioni etiche che ciascuna
fase comporta.
L’istituzionalizzazione del paziente non rappresenta
la conclusione dei doveri dell’assistenza: i familiari riferiscono
ancora un coinvolgimento nelle responsabilità assistenziali, per una
media di 9 ore la settimana. L’istituzionalizzazione non è un sollievo
all’angoscia: è stato dimostrato che se la percezione del carico
quotidiano si riduce, aumentano i sentimenti di colpa e la convinzione di
non aver fatto abbastanza per il malato.
Per troppo tempo i caregiver sono stati i partners
non riconosciuti del sistema assistenziale. I loro servizi gratuiti
sono stati considerati come una risorsa senza considerarne i bisogni. I caregiver
hanno invece tre bisogni fondamentali a cui siamo impegnati a
rispondere: il riconoscimento della loro funzione da parte del personale
sanitario con cui entrano in contatto; l’informazione e la conoscenza
sulle attività da svolgere, sulla malattia e sui servizi; il sostegno
assistenziale e psicologico.
Risposte ai bisogni
Date le potenziali ripercussioni sul sistema sanitario
di un ampio e crescente numero di pazienti affetti da demenza, i caregiver
familiari rappresentano un partner critico nello sforzo di
fornire assistenza di qualità. Sarà quindi necessario nell’immediato
futuro potenziare la ricerca sul caregiving e l’applicazione di
programmi strutturati di intervento che non abbandonino il caregiver a
se stesso per la lunga durata di una malattia progressiva come la demenza.
L’esplosione epidemiologica delle demenze ha posto all’attenzione
di molti Paesi la necessità di sperimentare servizi in grado di
rispondere in modo articolato e sinergico ai bisogni terapeutici e
assistenziali dei pazienti e delle loro famiglie nelle diverse fasi di
malattia. Sulla base della considerazione che i pazienti affetti da
demenza necessitano di uno specifico approccio clinico e assistenziale, in
molti Paesi occidentali sono sorte, a partire dagli anni ’80, strutture
e reti di servizi per rispondere in modo più mirato ai bisogni dei
pazienti e dei loro famigliari.
In particolare, in alcuni Paesi si sono diffuse unità
speciali dedicate alle persone affette da demenza. In realtà gli
obiettivi e l’organizzazione di questi servizi sono molto diversificati.
In Inghilterra, nel 1983 ha preso avvio la prima Memory Clinic,
servizio ambulatoriale per l’identificazione delle cause del decadimento
cognitivo nei soggetti anziani; si tratta di strutture di supporto ai
servizi geriatrici e psicogeriatrici esistenti. Negli Stati Uniti si sono
diffusi in numerosi Stati gli Alzheimer’s Disease and Related
Disorders Centers, centri a prevalente organizzazione ambulatoriale
che forniscono un supporto alle strutture sanitarie (dal medico di
famiglia all’ospedale) per l’identificazione e la diagnosi dei casi di
demenza, per l’impostazione di programmi terapeutici, di servizi di
supporto, per la formazione del personale e per la ricerca.
Più recentemente si sono sviluppate, prevalentemente
negli Stati Uniti e in Canada, le Special Care Unit nelle case di
riposo, con l’obiettivo di fornire un più adeguato livello di
assistenza ai dementi ospiti delle case di riposo e gestire in modo più
efficace i problemi di questi pazienti. In realtà, sotto questa
definizione si cela una serie molto diversificata di servizi, con modelli
assistenziali, organizzativi, di personale, gestionali diversi fra di
loro. Ciò che unifica le diverse esperienze è la presenza nelle case di
riposo di un settore chiaramente distinto dalla restante struttura,
dedicato in modo esclusivo ai soggetti dementi, con standard di
personale e programmi di intervento specificamente rivolti alla gestione
di questi pazienti.
Nel tentativo di unificare le esperienze sopra
delineate, alcuni anni fa ebbe inizio il progetto sperimentale della
Regione Lombardia sui servizi diagnostico-terapeutici, con la finalità di
garantire un continuum assistenziale capace di fornire risposte in
grado di coprire le esigenze dei malati dementi e dei loro famigliari.
Il Piano Alzheimer (ndr, vedi Dossier)
ha istituito 9 Centri regionali Alzheimer, ai quali sono attribuite
quattro funzioni tra loro integrate: ricerca, assistenza,
prevenzione-formazione-educazione e valutazione della qualità degli
interventi. Il piano prevede, inoltre, servizi territoriali
semiresidenziali (Centri diurni integrati) e la sperimentazione dei
servizi di spedalizzazione domiciliare e di assistenza domiciliare
integrata. Attualmente anche altre regioni stanno elaborando progetti che
prevedono reti di servizi, in vari modi collegate con l’esistente
sistema sanitario e socio-assistenziale.
L’organizzazione della migliore risposta al bisogno
della persona ammalata dev’essere la linea guida di ogni comportamento,
senza peraltro rinunciare a far valere l’importanza di un approccio
qualitativamente elevato. Se si realizzerà a tempi brevi una serie di
piani regionali predisposti e in via di attuazione, ci si potrà attendere
una diffusione su tutto il territorio nazionale di una modellistica
condivisa, con grandi vantaggi per i pazienti e la creazione di spazi
professionali adeguati per chi ha competenze ed esperienza. In questo modo
si arriverà a costruire un reticolo di centri esperti, in grado di
assumersi in ogni territorio la leadership nella gestione dei
problemi clinici, nella stesura di protocolli di intervento e nella
formazione del personale, il tutto nell’ambito di bilanci di area con
precisi finanziamenti.
La demenza, anche nelle fasi più avanzate, non modifica
la dignità del paziente. Ogni persona acquisisce con la nascita il
diritto a uno spazio nella città adeguato ai suoi bisogni; la malattia
non può essere un metro per limitare l’appartenenza di un uomo o di una
donna alla società e quindi per rifiutare una protezione nel momento di
grave difficoltà. Nessuna malattia, anche quella che pregiudica le
capacità della mente, è di per sé motivo di esclusione da interventi
mirati. Anzi, in una società solidale dovrà essere dedicato il massimo
di attenzione alle fragilità, cioè quelle condizioni nelle quali l’individuo
è incapace di una difesa autonoma e quindi è completamente dipendente
dai servizi di supporto.
È ovvio che questa posizione richiede un consenso
collettivo molto elevato, che può essere raggiunto solo partendo dalla
condivisione di un concetto di dignità legato alla nascita e non agli
eventi vitali. Ogni decisione quindi sulla qualità e quantità dei
servizi da destinare al paziente demente deve seguire una logica
intrinseca, collegata alla loro utilità relativa, e non a un’ipotetica
scala assoluta di risultati in termini di salute.
Marco Trabucchi
| CENTRI PER LA
DIAGNOSI DELLE DEMENZE
Istituto di Neurologia,
Università di Parma Strada
del Quartiere 4 - 43100 Parma Ambulatorio
per lo Studio del Deterioramento cerebrale: responsabile: Paolo
Caffarra
Dipartimento di Scienze
Neurologiche, Università "La Sapienza",
Roma Viale Università 30 - 00185 Roma
Ambulatorio delle
Demenze: direttore: Gian Luigi Lenzi responsabile: Giuseppe Bruno
IRCCS Santa Lucia UO
di Riabilitazione neurologica Via Ardeatina 306 - 00179 Roma
responsabile:
Carlo Caltagirone
Centro studi per l’invecchiamento
Policlinico Gemelli, Roma
Largo Gemelli 00100 Roma
direttore: P.
Carbonin
Dipartimento di Neuroscienze,
Università di Genova Via
A. De Toni 5 - 16132 Genova
responsabile:
Massimo Tabaton
Irccs "San Giovanni di
Dio-Fatebenefratelli" Unità operativa Alzheimer,
Via Pilastroni 4 - 25123 Brescia
responsabile:
Orazio Zanetti
Ospedale Nuova Poliambulanza Via
Bissolati 57 - 25124 Brescia
UO di Geriatria:
responsabile: Renzo Rozzini
Istituto Clinico Ancelle della
Carità Centro per le
Demenze UO di Medicina Via Aselli 14 - 26100 Cremona
responsabile:
Angelo Bianchetti psicologa: Tiziana Metitieri
IRCCS-Fondazione Pro
Juventute Don Carlo Gnocchi -
Università di Milano Unità di Neurologia riabilitativa Via
Capecelatro 66 - 20148 Milano
primario: Claudio
Mariani
Istituto Neurologico C. Besta Via
Ponzio 32 - 20133 Milano
Ambulatorio
Alzheimer responsabile: Orso Bugiani
Centro Alzheimer - Ospedale di
Passirana - Rho Via
Settembrini 1 - 20017 Rho
(Milano)
responsabile: Carla Pettenati
Fondazione Istituto Neurologico
Casimiro Mondino Via
Palestro 3 - 27100 Pavia
responsabile: Giuseppe
Nappi
Centro Universitario per lo
Studio dell’invecchiamento cerebrale Cattedra
di Geriatria Ambulatorio di Neuropsicologia Geriatrica -
Policlinico Piazza G. Cesare 11 - 70124 Bari
direttore:
Antonio Capurso
Dipartimento di Scienze
Neurologiche e Psichiatriche - Clinica Neurologica I --Università
di Firenze Viale Morgagni 85 - 50134 Firenze
Centro per lo studio e
la diagnosi della malattia di Alzheimer e dei disturbi cognitivi
dell’adulto: responsabile: Laura Bracco
Università degli Studi di
Perugia Policlinico Monteluce Istituto di Gerontologia e Geriatria
Via Eugubina 42 - 06122 Perugia
Day Hospital
geriatrico: direttore: Umberto Senin
Università di Torino, Ospedale
San Giovanni Molinette Istituto di Geriatria Corso
Bramante 88 - 10126 Torino
direttore:
Fabrizio Fabris
Policlinico Universitario, Centro
per l’invecchiamento cerebrale Via
Giustiniani 2 - 35128 Padova
direttore:
Gaetano Crepaldi
II Policlinico di Napoli
Cattedra di Geriatria Via
Pansini 5 - 80131 Napoli
direttore: Franco
Rengo Ambulatorio per l’invecchiamento cerebrale: responsabile:
Enzo Canonico. |
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