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L’attenzione
agli aspetti cognitivi, comportamentali e affettivi riveste grande
importanza per progettare modelli di intervento sinergici che migliorino
la qualità della vita dei pazienti. Anche
se, attualmente, non ci sono terapie in grado di interrompere il
progressivo declino cognitivo e funzionale che caratterizza la malattia di
Alzheimer (AD) e le altre demenze, diversi interventi riabilitativi hanno
dimostrato la loro efficacia nel rallentamento del declino cognitivo, nel
controllo dei disturbi comportamentali, nel mantenimento delle abilità
funzionali e nel miglioramento della qualità di vita dei pazienti e dei
loro famigliari.
La riabilitazione si prefigge il duplice obiettivo di
limitare l’impatto di condizioni disabilitanti e di stimolare e
potenziare le capacità residue, incentivando e supportando le motivazioni
e i bisogni attraverso l’intervento che si attua sull’individuo e sull’ambiente.
Si configura come un approccio multidimensionale, che coinvolge il
paziente, diverse figure professionali, la famiglia e l’ambiente in cui
il paziente vive per portarlo a raggiungere la migliore qualità di vita
possibile sul piano fisico, funzionale, sociale ed emozionale, riducendo
al massimo le restrizioni alle sue personali scelte operative.
L’approccio riabilitativo e psicosociale prevede una
serie di interventi specifici e stimolazioni che, considerando il rapporto
tra grado di pressione ambientale e caratteristiche della risposta
comportamentale del paziente, strutturano l’ambiente fisico e
interpersonale dell’anziano disabile in modo da promuovere un nuovo
equilibrio. Un adattamento positivo si manifesta, abitualmente, entro
limiti ottimali di stimolazione ambientale; una scarsa stimolazione, al
pari di una eccessiva, si traducono in uno scompenso emotivo e in un
adattamento negativo. Nel decorso della demenza lo spazio di adattamento
positivo si restringe, parallelamente all’aumentare della dipendenza.
Pertanto le sollecitazioni – sia quelle dirette sia quelle ambientali
– devono essere rapportate al grado di abilità residue ed essere solo
di poco superiori al livello di domanda al quale il soggetto si è
adattato.
L’approccio riabilitativo alle funzioni cognitive nel
paziente demente – contrariamente a quanto avvenuto per l’afasia, il
trauma cranico o l’ictus cerebrale – ha sofferto di un atteggiamento
pessimistico derivante dal carattere progressivo della AD e delle demenze
correlate, e dalla preminente compromissione delle capacità di
apprendimento. I tentativi di un approccio riabilitativo alla demenza,
fino a una decina di anni fa, disponevano di presupposti teorici e
metodologie poco definiti, sulle cui basi si sono sviluppati interventi
indifferenziati, con valutazioni di efficacia grossolane e una prassi
riabilitativa ispirata principalmente a modelli protesici o a una
stimolazione globale aspecifica. Nell’ambito della riabilitazione
cognitiva e psicosociale è pertanto necessario uno sforzo che coinvolga
ricercatori di base e clinici affinché possano essere superate le
difficoltà che ostacolano un corretto sviluppo di strategie e modalità
di intervento.
Soltanto recentemente attraverso tutta una serie di
evidenze sperimentali si è dimostrato che i pazienti, sebbene negli stadi
più lievi di malattia, possono acquisire abilità motorie, percettive e
cognitive, per il risparmio di aree del cervello deputate a particolari
aspetti della memoria.
Le manifestazioni cliniche, oggetto di specifici
interventi riabilitativi, sono molteplici e riguardano i deficit cognitivi
(memoria, linguaggio, attenzione), i deficit sensoriali, i sintomi
depressivi, le alterazioni del ciclo sonno-veglia, i disturbi dell’alimentazione,
i deficit motori e la disabilità nelle attività della vita
quotidiana.
Gli interventi riabilitativi possono essere applicati
sia individualmente sia in gruppi; entrambi gli approcci hanno maggiore
probabilità di efficacia se integrati in un piano di intervento che
comprende, accanto ai farmaci, l’attività motoria e l’educazione del
paziente e della sua famiglia.
| Gli interventi riabilitativi
sono applicati sia individualmente che in gruppo. In entrambi i
casi garantiscono maggiore efficacia se integrati in un piano che
comprenda, oltre ai farmaci, l’attività motoria, l’educazione
del paziente e della famiglia. |
Nell’ottica di una sempre maggior richiesta di servizi
per il demente, oltre alla maggiore definizione teorica e applicativa di
interventi non farmacologici specifici e mirati, è urgente provvedere
alla formazione di personale adeguatamente preparato. Inoltre, l’intervento
riabilitativo rivolto al paziente demente deve trovare applicazione nei
vari ambiti di vita (domicilio, strutture riabilitative ospedaliere, case
di riposo).
I programmi di stimolazione come la terapia
occupazionale, la musicoterapia e l’arte-terapia possono migliorare il
tono dell’umore e la qualità di vita dei pazienti. La terapia di
valorizzazione, la reminiscenza, la psicomotricità e l’integrazione
sensoriale sono utilizzate per ridurre i disturbi comportamentali e
migliorare il tono dell’umore.
Gli approcci cognitivi, come la terapia di
riorientamento alla realtà e i programmi di stimolazione della memoria,
si sono finora dimostrati efficaci nel migliorare lo stato cognitivo e
funzionale.
Pianificare le attività
La terapia occupazionale è indicata nelle fasi
moderate di malattia. Si propone di recuperare e potenziare il più a
lungo possibile le capacità intellettive, affettive e le abilità
funzionali residue, e di favorire la socializzazione, attraverso il
coinvolgimento dei pazienti (piccoli gruppi di 4-5 persone) in molteplici
e varie attività (arti, mestieri).
Per la pianificazione dell’intervento vanno
identificate quelle attività della vita quotidiana per le quali esistono
delle potenzialità residue, spesso inespresse; vengono quindi impostati
programmi terapeutici specifici per stimolare la riacquisizione di queste
abilità con il fine di migliorare l’autonomia.
La musicoterapia si basa sulle possibilità di
comunicazione non verbale e può essere attiva (uso di strumenti) o
passiva (ascolto di brani). È indicata nella fase moderato-severa di
decadimento cognitivo, con disturbi del linguaggio associati. Obiettivo
della musicoterapia è la stimolazione cognitiva (nella fruizione
musicale, indipendentemente dal livello di competenza degli individui,
operano processi di segregazione, categorizzazione, confronto) e il
miglioramento del tono dell’umore.
La psicomotricità è basata sul riapprendimento
degli elementi del mondo circostante e delle relazioni tra essi; la
comunicazione non verbale aiuta i pazienti con disturbi di comprensione e
l’uso di ritmi ripetuti stimola le capacità attentive. È indicata per
pazienti con demenza di grado moderato-severo. Attraverso la
psicomotricità si cerca di impostare una rieducazione prassica e
psicosociale per far riscoprire lo schema corporeo perduto e il benessere
fisico legato al movimento.
L’interazione nella terapia di valorizzazione è
basata sull’esperienza soggettiva del paziente, non sui fatti oggettivi:
attraverso l’ascolto empatico l’operatore cerca di scoprire la visione
del paziente per stabilire un significativo contatto emotivo. Trova
indicazione nelle fasi moderate e severe di demenza con disturbi
comportamentali associati.
La terapia di riorientamento alla realtà è la
più diffusa metodica cognitivo-comportamentale utilizzata nei pazienti
dementi. È indicata nelle fasi lievi-moderate di declino cognitivo, in
assenza di deficit neurosensoriali e di gravi disturbi
comportamentali. Può essere applicata in associazione con altre tecniche,
quali la terapia di reminiscenza e la terapia di rimotivazione, che
sembrano avere effetti positivi sul tono dell’umore.
Il principale obiettivo della terapia consiste nel
riorientare il paziente, per mezzo di ripetute stimolazioni, rispetto alla
propria storia personale, all’ambiente e al tempo. Questo obiettivo può
essere perseguito tramite due modalità di intervento fra loro
complementari: metodo informale e metodo formale (in classe). Il primo
consiste in stimolazioni ripetute di riorientamento temporo-spaziale
effettuate nel corso della giornata durante le varie occasioni di contatto
con il paziente da parte degli operatori sanitari o dei famigliari.
Le classi di riorientamento sono invece rivolte a gruppi
di 4-6 soggetti omogenei sul piano della compromissione cognitiva, per
circa un’ora al giorno, in un ambiente idoneo, il più possibile simile
a quello di una abitazione, e sono condotte da personale preparato. L’efficacia
della terapia di riorientamento nel paziente demente è stata dimostrata
in numerosi studi controllati (Zanetti e al., 1995).
Il memory training (come la terapia di
riorientamento) si inserisce nell’ambito degli interventi di tipo
cognitivo. Consiste, da una parte, nell’uso di strategie esterne (diari,
suonerie), per rendere le attività da svolgere meno dipendenti dalla
memoria, e, dall’altra, nella stimolazione di particolari tipi di
memoria che sono conservati anche nelle demenze.
Trova indicazione nelle fasi lievi di decadimento
cognitivo. L’efficacia nel paziente demente è supportata da numerose
evidenze sperimentali (Zanetti e al., 1997). Permette la stimolazione
selettiva di funzioni cognitive residue (l’attenzione) attraverso l’uso
di programmi specifici.
È indicato nel deterioramento cognitivo di grado lieve
per incrementare i livelli di prestazione cognitiva.
Dal momento che i bisogni del paziente cambiano nel
corso del tempo, è necessario modificare gli approcci riabilitativi
durante la progressione della malattia. Gli stadi della demenza – lieve,
moderato, severo – sono raramente prevedibili; i pazienti seguono una
progressione variabile. Il passaggio da uno stadio all’altro può essere
rapido o lento o essere saltato; la conservazione o la perdita delle
abilità può non essere prevedibile. L’osservazione e la valutazione da
parte del clinico o del terapista sarà importante nell’assicurare la
rilevanza del trattamento.

La dimensione temporale
La persona colpita da demenza perde la dimensione
temporale dell’esistenza, cosicché passato e futuro cessano di essere
le coordinate che dirigono il vivere quotidiano e tutto si cristallizza in
un presente apparentemente senza radici e senza prospettive.
In questa situazione la dimensione spaziale assume in
sé la funzione di legare l’individuo alla dimensione temporale, quasi
vicariandone il significato vitale. Così la casa, i luoghi abituali, gli
oggetti
frequentati, i volti conosciuti costituiscono le tracce
permanenti (ovvero più resistenti alla disgregazione conseguenza della
malattia) di un passato ancora significante.
Evitare luoghi asettici
Il disagio, la confusione, l’agitazione che conseguono
all’inserimento di un demente in un ambiente per lui nuovo, soprattutto
se impersonale e asettico come un ospedale, o alla frequentazione di
persone sconosciute, o all’approccio sgarbato o violento, e viceversa la
tranquillità, a volte il sorriso, che si manifestano quando lo circondano
cose e volti noti, sono la dimostrazione della capacità della persona
anche gravemente demente di percepire lo spazio e l’ambiente al di là
della compromissione delle facoltà mnesiche, verbali e non verbali.
In ogni fase della malattia l’ambiente può compensare
o al contrario accentuare i deficit cognitivi e condizionare
perciò lo stato funzionale e il comportamento. Le modificazioni
ambientali non incidono comunque sulla storia naturale della malattia e
sul declino delle funzioni cognitive, ma riducono i problemi
comportamentali (quali agitazione, affaccendamento, wandering,
aggressività, insonnia), i sintomi psicotici e rallentano il declino
delle capacità funzionali dei soggetti con demenza.

Migliorare gli ambienti
Il primo obiettivo di ogni ambiente terapeutico è
assicurare che gli utenti non subiscano alcun danno. I soggetti affetti da
demenza sono particolarmente vulnerabili in conseguenza dei deficit cognitivi
e funzionali, è perciò essenziale assicurare loro sicurezza fisica e
psicologica. Dovranno essere utilizzati accorgimenti (nell’uso dei
materiali e degli arredi), ausili e supporti tecnologici finalizzati a
garantire la sicurezza, quali la disponibilità di adeguate uscite di
emergenza, l’utilizzo di fornelli a gas con sistemi di sicurezza, di
ausili per l’equilibrio e la deambulazione (nei corridoi e nei bagni), l’eliminazione
degli ostacoli.
L’ambiente dev’essere strutturato in modo da
compensare le limitazioni funzionali presenti (ad esempio: corrimano per
facilitare la deambulazione, programmi di controllo sfinteriale per l’incontinenza)
e stimolare le abilità residue. Gli interventi ambientali devono perciò
essere personalizzati e conseguenti a una valutazione attenta e
strutturata dello stato funzionale.
Lo sforzo dedicato al miglioramento dell’ambiente di
vita delle persone affette da demenza, sebbene non incida probabilmente
sulla durata della malattia, certamente migliora la qualità della vita
dei pazienti e delle famiglie. In conclusione, nella cura delle demenze
irreversibili, dove il recupero non è un obiettivo, molto si può fare,
con un’adeguata formazione clinica e tecnica, per modificare la storia
naturale di malattia, per ridurre i sintomi cognitivi, funzionali e
comportamentali e per migliorare la qualità di vita e le abilità
relazionali e sociali.
Tiziana Metitieri
| INVECCHIARE NON
È UNA MALATTIA
Il Gruppo di ricerca geriatrica (Grg)
è una libera associazione costituitasi a Brescia nel 1988 per
iniziativa di alcuni laureati, operanti da tempo nell’area della
gerontologia e della geriatria, che volevano dare impulso a studi,
ricerche e attività rivolte ai problemi epidemiologici, clinici e
socio-assistenziali nella terza età. Le finalità perseguite dal
gruppo sono: studio e ricerca scientifica inerente ai problemi
sanitari e assistenziali degli anziani; educazione sanitaria della
popolazione; formazione del personale sanitario che svolge
mansioni di assistenza all’anziano; pubblicazione di elaborati e
saggi attinenti all’anziano; organizzazione di congressi
scientifici.
Nel corso della sua attività, il
Grg coniuga la cultura con la società per tradurre le più
moderne acquisizioni della ricerca scientifica in indicazioni
concrete da utilizzare nella vita quotidiana degli anziani e di
chi opera con loro. I primi anni di attività del Grg possono
essere identificati con lo slogan che ha fatto da filo conduttore
alle varie iniziative sia strettamente scientifiche che dalla
valenza sociale: "invecchiare non è una malattia".
Questo slogan – che allora
poteva essere considerato provocatorio, controcorrente, frutto di
una posizione ideologica fondata sulla convinzione aprioristica
che la "natura è buona" –, negli anni successivi ha
trovato sempre maggior fondamento scientifico e oggi è un’affermazione
condivisa da molti ricercatori.
In questi ultimissimi anni, il
Grg ha affrontato in modo più specifico il problema dell’invecchiamento
cerebrale, dei meccanismi e dei fenomeni che contribuiscono a
determinare condizioni di grave patologia.
In riferimento a ciò il Grg ha
contribuito all’istituzione del Dipartimento di ricerca clinica
per la malattia di Alzheimer presso l’Istituto Sacro Cuore dei
Fatebenefratelli di Brescia, primo centro in Italia a occuparsi in
modo specifico della demenza. Il Grg ha svolto ricerche in
collaborazione con il National Institute of Aging (Bethesda),
l’University of Southern California (Los Angeles), la
Cornell University (New York), l’Università di Ginevra, l’Alzheimer
Foundation Usa.
Il Gruppo di ricerca geriatrica
ha ricevuto finanziamenti di ricerca dalla Commissione europea,
dal Consiglio nazionale delle ricerche, dal ministero della
Sanità, dall’assessorato alla Sanità della Regione Lombardia,
dal Comune di Brescia e da numerose altre fondazioni o enti
privati.
Dal 1992 è stata istituita la
Sezione nursing, particolarmente dedita alla formazione
degli infermieri e di tutti gli operatori sanitari che si occupano
dell’assistenza all’anziano; e dal 1998 si è costituita una
Sezione "progetti" per rispondere alle numerose
richieste di consulenza alle organizzazioni nella realizzazione e
gestione dei servizi socio-assistenziali agli anziani.
L’attività editoriale del
Gruppo di ricerca geriatrica comprende la pubblicazione di oltre
200 titoli sulle principali riviste mediche internazionali e 50
volumi.
Il Grg dispone di una biblioteca
"gerontologica" (Via Romanino 1 - 25122 Brescia. Tel.
030/37.57.538) di oltre 100 riviste e 820 volumi, collegata con le
principali banche dati e con numerose biblioteche mediche
nazionali. |
BIBLIOGRAFIA
Zanetti O., Frisoni G.B., De Leo D.,
Dello Buono M., Bianchetti A., Trabucchi M., Reality Orientation
Therapy in Alzheimer’s Disease: Useful or not? A Controlled Study,
Alz. Dis. Assoc. Dis., 9 (1995c), pp. 132-138.
Zanetti O., Binetti G., Magni E.,
Rozzini L., Bianchetti A., Trabucchi M., Procedural Memory
Stimulation in Alzheimer’s Disease: Impact of a Training Programme,
Acta Neurol. Scand., 95, (1997a), pp. 152-157.
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