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Specifici
interventi assistenziali e clinici riducono la sofferenza, rallentano il
decorso della malattia e colmano il vuoto che essa crea. È ancora tanto
quello che resta da fare, ma alcune complicanze possono essere evitate. La
malattia di Alzheimer, come tutte le demenze, si propone come espressione
paradigmatica di cronicità: lunga durata di malattia, impotenza
terapeutica, sommarsi di problemi somatici, psichici, relazionali,
familiari, economici e abitativi. Nel soggetto con una malattia
demenziale, la cui caratteristica principale consiste nell’essere
progressiva e irreversibile, sia pure con ampia variabilità nell’evoluzione,
l’obiettivo dell’assistenza e della terapia, sia in ambito
istituzionale che familiare, è molto più ampio che non la sola malattia.
La caratteristica progressività, e contemporaneamente
la variabilità, di molte forme di demenza comportano la necessità di un
approccio flessibile e multidisciplinare fornito da un gruppo di operatori
con professionalità e competenze diverse. La maggior parte dei soggetti
affetti da demenza è assistito dai famigliari che vanno ricompresi nel
piano di cure sia come fornitori che come fruitori di specifici
interventi. Il paziente demente e la sua famiglia hanno bisogno di
terapeuti in grado di assumere la gestione complessiva della malattia.
Come per tutte le malattie croniche è sempre più chiaro e importante il
ruolo di chi sa porsi come accompagnatore attento e tecnicamente preparato
del malato e del suo caregiver nei lunghi anni di storia della
malattia. Dopo la diagnosi, infatti, gli interventi di stadiazione della
malattia si accompagnano alle decisioni in ambito terapeutico,
riabilitativo e assistenziale al fine di delineare la prognosi, di
indicare la probabile evoluzione dei sintomi e dei comportamenti del
malato e di valutare l’efficacia dei singoli interventi.
Verranno di seguito descritti gli obiettivi della cura e
gli interventi più efficaci per raggiungerli. I fornitori di assistenza,
cioè coloro che realizzano con la persona ammalata o per la persona
ammalata gli interventi descritti, possono di volta in volta essere i
famigliari (caregiver informali) o gli infermieri e gli operatori
assistenziali (caregiver formali) delle diverse istituzioni –
ospedale, casa di riposo, assistenza domiciliare –, che nelle diverse
fasi della malattia sono coinvolti nella cura. La famiglia rappresenta
ancora il principale supporto assistenziale per l’anziano affetto da
demenza. Certamente non tutti gli interventi possono essere affidati ai
famigliari, anche se formati: è pure necessario l’intervento di
operatori con competenze specifiche.
A causa della notevole variabilità dell’evoluzione,
il programma di cura dev’essere individualizzato e periodicamente
rivalutato. La definizione degli obiettivi e degli interventi, inoltre, va
elaborata a livello multidisciplinare e interdisciplinare, affinché
possano essere affrontati in modo corretto i problemi medici, sociali,
psicologici, riabilitativi e assistenziali. Il famigliare che assiste il
paziente dev’essere, fin dall’inizio, coinvolto nell’elaborazione
del piano assistenziale.
Le équipe interdisciplinari, che possono
presentare una composizione variabile, sono generalmente costituite da un
nucleo portante rappresentato da un medico geriatra, un’infermiera
professionale e da un’assistente sociale. Altre figure professionali,
inserite nell’équipe, sono, accanto agli specialisti delle
discipline mediche (neurologo, psichiatra, oculista, fisiatra,
ortopedico), il terapista occupazionale, l’educatore, il terapista della
riabilitazione, l’animatore, il logoterapista, il musicoterapista, il
prete.
La persona affetta da demenza presenta una progressiva
perdita delle abilità funzionali, che coinvolge inizialmente le funzioni
che richiedono l’utilizzo di strumenti (cucinare, gestire la casa,
utilizzare il telefono, guidare l’automobile, maneggiare il denaro) e
successivamente le funzioni relative alla persona (alimentarsi, vestirsi,
lavarsi, deambulare). L’autosufficienza dipende dall’equilibrio fra le
abilità residue e il supporto ambientale, dove per ambiente si intendono
le facilitazioni tecnologiche che possono essere di volta in volta
adottate e la presenza e gli interventi dei caregiver formali e
informali.
La perdita di certe funzioni
Quattro sono i pilastri del corredo sintomatologico e
comportamentale dell’Alzheimer che spiegano, in parte, la perdita delle
funzioni apprese nel corso dell’esistenza e necessarie alla vita di
tutti noi.
Amnesia: perdita totale o parziale della memoria.
Noi siamo la nostra memoria, che è fatta di un prima, di un adesso e di
un domani. Cancellare il passato significa scardinare le radici del nostro
tempo sconvolgendo la sicurezza dell’adesso. L’amnesia è la prima e
fondamentale identità del demente ed è un’incredibile sofferenza.
Afasia: difetto di adattamento delle parole all’idea,
sia che si tratti di un’idea da esprimere o che si tratti di
comprenderla. Si comincia spesso con un: «non
mi viene il nome, sarà l’età», «quella cosa lì ce l’ho sulla
punta della lingua. Capita anche a voi, vero?». Poi non si riesce più a
reperire le parole, a pensare; si è sempre più incerti. In una fase
successiva appare una forma di logorrea fatta di lunghe frasi senza senso,
intercalate da parole congrue, ma soprattutto da parole "chiave"
usate per sostituire i sostantivi dimenticati o le intenzioni rimaste a
metà.
Agnosia: disturbo del riconoscimento degli oggetti e
delle persone, indipendente da un deficit sensoriale. Le
cose, le persone non dialogano più con l’immagine che ognuno di noi se
ne è fatto dentro. A ogni cosa, crescendo, noi abbiamo dato un codice a
cui facciamo riferimento per il quale "mela", ad esempio, è un
frutto che serve per essere mangiato, che è duro, grosso, colorato.
Questo per ogni oggetto, persona o avvenimento che nel tempo
stratifichiamo nell’archivio della nostra memoria. È come se questo
archivio bruciasse completamente: l’agnosia nasce proprio dalla
scomparsa del significato intimo che noi assegniamo alle cose.
Aprassia: difficoltà a compiere movimenti mirati in
assenza di paresi. È l’incapacità a compiere
gesti precisi, a finalizzare i movimenti; è la frustrazione per
eccellenza.
Queste quattro "A" , come le definisce Bottura
(1994), portano il paziente demente verso la perdita progressiva dell’autosufficienza.
È indispensabile una valutazione accurata delle abilità residue del
soggetto, utilizzando appositi test al fine di determinare che cosa
il soggetto può fare da solo e che cosa con l’aiuto.
Una regola generale, che vale per tutte le attività
giornaliere (vestirsi, lavarsi, mangiare), consiste nell’evitare di
aiutare troppo il malato. Se questi non è incoraggiato a compiere un’attività
quotidiana, tenderà a perdere precocemente la capacità di compierla. Al
contrario, è importante stimolarlo a cavarsela da solo, facendo però
attenzione a non chiedergli ciò che realmente non è in grado di fare per
evitare inutili frustrazioni o reazioni inappropriate.
La difficoltà a scegliersi i vestiti e a indossarli
nella sequenza corretta, l’incapacità di allacciarsi le scarpe, o di
farsi il nodo alla cravatta, oppure di allacciarsi un bottone, che appare
nei primi anni della malattia, non necessariamente comportano un
intervento sostitutivo da parte del caregiver: l’obiettivo
assistenziale dev’essere quello di mantenere il più a lungo possibile l’autosufficienza
con accorgimenti che possono sembrare banali, ma che sono invece
utilissimi. Per esempio, se la persona è ancora capace di vestirsi da
sola può essere sufficiente rimanerle vicino suggerendo l’ordine dei
capi da indossare o predisponendoli sul letto in sequenza per la
vestizione corretta: prima la biancheria, poi il vestito, poi le scarpe;
se la persona indossa un indumento sbagliato, è opportuno intervenire con
molto tatto, aiutandola a ripetere in modo corretto l’operazione; se
compaiono difficoltà nell’allacciamento, è utile dotare gli abiti di
lunghe cerniere o di chiusure in velcro.
La cura dell’aspetto esteriore e l’igiene personale
sono altrettanto importanti per la dignità del soggetto: è inevitabile
che egli mostri un progressivo calo di interesse per il proprio aspetto.
Obiettivo assistenziale è quello di esortarlo a prendersi cura di sé,
per esempio, lodandolo quando è ben vestito e pettinato; se donna
abituata a truccarsi, esortandola a farlo, dando suggerimenti sul trucco,
valorizzandone l’aspetto. Partendo sempre da un’attenta valutazione
delle capacità residue, il soggetto va stimolato a compiere tutte quelle
attività che è in grado di fare da solo: lavarsi la faccia, farsi la
doccia, radersi, ricordandogli, se e quando è necessario, l’ordine
sequenziale delle azioni, porgendogli il necessario o mimando l’azione
perché la possa comprendere e ripetere.
Nella persona con demenza i problemi sensoriali
accentuano i deficit cognitivi e la disabilità. Particolare
attenzione va perciò posta affinché i soggetti con problemi di vista o
udito utilizzino le protesi e riescano a gestirle correttamente.
Procrastinare anche di soli sei mesi il momento di perdita dell’autosufficienza
in questi pazienti, che mediamente sopravvivono 7-10 anni, è un
significativo successo etico, economico e sociale per il soggetto e per la
sua famiglia.
Più la valutazione (ripetuta nel tempo) delle capacità
residue è vicina alla realtà, più assicura al demente l’uso di tutte
le funzioni residue ancora efficienti e lo protegge da richieste di
prestazioni eccedenti che possono scatenare le cosiddette reazioni
catastrofiche, ovvero quelle reazioni apparentemente incomprensibili
caratterizzate da rifiuto e agitazione. Al contrario, il supporto delle
funzioni non totalmente compromesse è molto importante anche per i
risvolti positivi sul senso di competenza e autostima dell’individuo.
Nelle strutture residenziali vanno previsti spazi e
programmi che supportino le attività strumentali, in particolare quelle
collegate a interessi professionali od hobbistici e quelle di carattere
familiare, naturalmente commisurando l’impegno di ciascun soggetto alle
sue reali capacità, senza cadere nell’eccesso di stimolazione che può
generare stress e ansia. Anche l’ambiente in cui il soggetto
vive, in ogni fase della malattia, può compensare oppure accentuare i deficit
cognitivi e condizionare sia lo stato funzionale che il comportamento.
Le modificazioni ambientali non incidono comunque sulla
storia naturale della malattia e sul declino delle funzioni cognitive, ma
riducono i problemi comportamentali (agitazione, affaccendamento,
vagabondaggio o wandering, aggressività, insonnia), i sintomi
psicotici e rallentano il declino delle capacità funzionali dei soggetti
con demenza.
Lo spazio e l’ambiente vitale rappresentano perciò
per la persona affetta da demenza, da un lato, il motivo scatenante di
molte alterazioni, e dall’altro, una risorsa terapeutica, spesso, però,
sottoutilizzata.
I caregiver formali e informali dovranno
apprendere modalità di comunicazione non verbale, come l’espressione
del volto, il tono della voce, la gestualità per comunicare sicurezza,
affetto, tranquillità, poiché i frequenti disturbi di linguaggio
compromettono la comunicazione.
La comparsa di un rapido decadimento funzionale può
essere l’espressione dell’insorgenza di una patologia concomitante,
per cui è importante la valutazione periodica e attenta da parte di un
medico, per ricondurre nuovi sintomi e segni alle cause che li hanno
determinati e trattarli adeguatamente.
Ritrovare gli oggetti personali
L’ambiente che ospita il soggetto demente e la sua
organizzazione devono aiutarlo a sapere chi è e dov’è: mantenere il
più a lungo possibile la persona al proprio domicilio e conservare i
legami con il passato è naturalmente il modo più efficace per sostenere
la memoria ed evitare il disorientamento.
I soggetti dementi accolti in case di riposo o in
strutture ospedaliere sperimentano una serie di modificazioni in se stessi
e nell’ambiente che li circonda con conseguente accentuazione del
disorientamento e della confusione. È perciò importante mantenere il
più a lungo possibile legami significativi con la famiglia e con il
proprio passato attraverso l’uso di oggetti personali (quadri,
fotografie, soprammobili, piccoli mobili). I diversi ambienti devono
essere chiaramente riconoscibili (attraverso l’utilizzo di colori,
simboli, indicazioni), i percorsi devono essere facilitati e le forme
ripetitive eliminate.
Fornire un’informazione corretta è un altro principio
di grande importanza cui attenersi: non sempre infatti è corretto
assecondare gli errori presenti nell’ideazione del demente e rispondere
alle inesattezze che dice come se fossero vere. È, invece, importante
attuare continuamente una sorta di strategia riabilitativa, il cui cardine
è fornire informazioni corrette. Unica eccezione a questa regola è la
reazione catastrofica o l’aumento di confusione prodotti dal tentativo
di riorientarlo alla realtà: in tal caso può essere utile non tanto
avallare la sua lettura della realtà, quanto distrarlo.
La scansione dei tempi e degli eventi della giornata,
rispettando per quanto possibile i ritmi di ciascun soggetto, deve
mantenersi costante nel tempo. Il fragile equilibrio della persona con deficit
cognitivi si spezza facilmente. La deprivazione sensoriale, la
mancanza o l’eccesso di stimoli, il sentirsi abbandonati a se stessi e
ai propri pensieri, la difficoltà a orientarsi in un ambiente non proprio
o percepito come ostile, la perdita dell’immagine di sé, il mancato
riconoscimento dei propri bisogni aggravano lo stato confusionale e la
comparsa di aggressività o apatia. È importante ridurre i rumori
inutili, gli stimoli eccessivi e le attività caotiche per evitare l’aggravarsi
dello stato confusionale e la distrazione.
Un disturbo particolare della persona demente è la prosopoagnosia,
cioè la progressiva difficoltà a riconoscere i volti delle persone note.
Mantenere contatti frequenti e la permanenza al domicilio rallentano la
comparsa di questo disturbo che pesa particolarmente sui famigliari più
emotivamente coinvolti, come ben espresso da Nadine Trintignant nel
romanzo Mi manchi (ndr, vedi a pag. 93).
Il comportamento agitato nei pazienti con demenza è
stato rilevato, in alcuni recenti studi, in una percentuale variabile dal
24,4 al 93%. Circa il 50% dei casi di comportamento aggressivo fisico e/o
verbale si verifica durante lo svolgimento delle attività di cura ed è
così distribuito: il 24% durante la vestizione dei malati, il 12% durante
la somministrazione della terapia o l’esecuzione di medicazioni, il 7%
quando i soggetti vengono messi a letto.
Si rende pertanto importante apprendere alcune strategie
di comportamento assistenziale atte a ridurre e a correttamente assistere
i pazienti agitati e confusi: in molte situazioni è fondamentale un
approccio terapeutico corretto, ossia l’uso di farmaci che riducano il
disturbo comportamentale (i disturbi del sonno sono tra quelli meno
tollerati dai famigliari) senza sedare il soggetto.
I soggetti affetti da demenza possono avere difficoltà
a sostenere elevati livelli di stimoli senza sperimentare ansia e stress;
d’altra parte molti setting istituzionali presentano un grado
elevato di deprivazione sensoriale e sociale, che non è terapeutico. L’ambiente
fisico deve fornire stimoli non ossessivi (come schemi colorati, oggetti
da toccare) che non sovraccarichino i pazienti; inoltre nei programmi
(condotti in istituti o a domicilio) va prevista la somministrazione
controllata di stimoli verbali e non verbali, che possibilmente suscitino
l’interesse del demente (lettura di articoli di giornale o di riviste
con fotografie colorate, ascolto di musica classica).
Generalmente poco tollerati sono i film e la
televisione. L’affollamento di molte persone, anche nell’ambiente
domestico, dev’essere evitato, in particolare quando non è finalizzato
a particolari attività, quali celebrazioni liturgiche o esercizi di
gruppo. Le famiglie e le strutture residenziali devono comunque fornire
opportunità di relazioni sociali, specialmente nelle fasi iniziali della
demenza, per ridurre la deprivazione sensoriale, mantenere le funzioni
residue e migliorare la qualità della vita. Vi sono ampie differenze
individuali, sia per ciò che riguarda il numero di persone che la
dimensione degli spazi tollerati senza generare confusione.
Lo sforzo dedicato al miglioramento dell’ambiente di
vita di queste persone, sebbene non incida probabilmente sulla durata
della malattia, certamente migliora la qualità della vita dei dementi e
delle famiglie che rappresenta a tutt’oggi uno dei pochi risultati
realmente terapeutici ottenibili nella demenza.
I soggetti affetti da demenza sono particolarmente
vulnerabili in conseguenza dei deficit cognitivi e funzionali: è
perciò essenziale assicurare loro sicurezza fisica e psicologica,
rispettando il più possibile la privacy e la libertà. Per
raggiungere questo obiettivo l’ambiente gioca un ruolo predominante sia
nella sua strutturazione fisica che organizzativa. In particolare la
distribuzione degli spazi dovrà prevedere l’eliminazione di ostacoli,
la scelta di arredi (poltrone, letti, stoviglie) sicuri, l’adozione di
ausili per l’equilibrio e la deambulazione.
Per i pazienti che manifestano incessante pulsione a
camminare, la possibilità di disporre di spazi aperti garantisce loro di
deambulare con sicurezza. La riduzione di questo disturbo comportamentale,
che spesso compromette la soddisfazione di bisogni fisiologici (mangiare e
riposare), è inoltre ottenibile con l’ausilio di stimoli che facilitino
l’orientamento e con la programmazione di attività occupazionali. I
tentativi di fuga possono essere scoraggiati adottando serrature di
difficile apertura. Il ricorso alla contenzione fisica e farmacologica va
attentamente valutato per gli inevitabili rischi a essa associati e
riservato a situazioni eccezionali.
Le sostanze nocive (farmaci, detersivi) devono essere
custodite anche durante il loro utilizzo per evitare un’ingestione
accidentale.
Evitare cadute e piaghe
In tutte le fasi della demenza la comparsa di
complicanze può determinare un rapido peggioramento delle funzioni
cognitive, del comportamento e dell’autonomia del demente. Nelle fasi
più avanzate, inoltre, i caregiver formali e informali si trovano
quotidianamente ad affrontare i problemi dell’incontinenza, del rischio
di piaghe da decubito, di cadute e i problemi legati all’alimentazione.
Nel decorso della demenza, particolarmente nelle fasi
avanzate, possono comparire alterazioni dell’equilibrio e della marcia
che pongono il soggetto ad elevato rischio di caduta, particolarmente se
si trova in un ambiente a lui poco noto, come un reparto di ospedale o una
casa di riposo.
Nel 30-50% dei casi, le cadute sono dovute a cause
accidentali: in realtà molte cadute attribuite a incidenti sono provocate
dall’interazione tra fattori ambientali ben identificabili e un’aumentata
suscettibilità individuale, attribuibile soprattutto agli effetti dell’età
e delle malattie sull’equilibrio e l’andatura. Nell’anziano, e più
in particolare nel demente, l’andatura è meno sicura e meno coordinata
che nell’adulto, i riflessi posturali, il tono e la forza muscolare, l’altezza
del passo diminuiscono, facilitando, così, la caduta di fronte a un
ostacolo improvviso. Anche le alterazioni della vista e dell’udito
accrescono il rischio di caduta.
Spesso, la caduta è la conseguenza propria delle
patologie concomitanti presenti nel soggetto (cardiopatie, malattie
cerebrovascolari, malattie metaboliche), oppure può essere legata alla
terapia farmacologica che il soggetto sta assumendo. Occorre quindi un’assistenza
mirata alla definizione dei pazienti a rischio di caduta attraverso una
corretta valutazione globale dei fattori, sia individuali che ambientali,
che predispongono alla caduta.
Fra tutti i fattori che condizionano la comparsa di
lesioni da decubito, l’immobilità è uno dei più importanti. L’immobilità
agisce principalmente tramite due meccanismi: la compressione e lo
stiramento, che bloccano l’afflusso di sangue alla cute.
Nelle persone sane non si sviluppano lesioni da decubito
anche se stanno a letto o sedute per lungo tempo, perché le zone
compresse sono dolenti e inducono al movimento. Nel soggetto demente
grave, la sensibilità tattile e dolorifica è inefficiente o può essere
addirittura mancante. L’immobilità riduce o elimina totalmente la
capacità di compiere movimenti volontari e involontari necessari per
scaricare periodicamente le zone sottoposte a compressione.
La macerazione della cute, dovuta a incontinenza
urinaria e fecale, la malnutrizione, alcune terapie farmacologiche sono
altre cause predisponenti l’insorgenza di lesioni.
È importante mobilizzare il soggetto, alzandolo in
poltrona o cambiando spesso la sua posizione nel letto, per ridurre la
durata della pressione localizzata, permettendo la ricircolazione del
sangue. L’utilizzo di presidi antidecubito, su consiglio dell’infermiere
o del medico, può essere di aiuto per ridurre la pressione locale, ma
risulterebbe del tutto inutile, oltre che costoso, se non si mobilizzasse
la persona.
Nell’assistenza ai soggetti dementi è necessario
assicurare un adeguato apporto nutrizionale. Le alterazioni dell’apporto
alimentare sono infatti frequenti sin dalle fasi iniziali della malattia:
il soggetto tende ad alimentarsi poco, in modo monotono o a dimenticarsi
del tutto di mangiare; raramente vi sono casi di bulimia.
Nella fase moderato-severa della demenza vi sono
problemi nell’autonomia nell’alimentarsi che richiedono in misura
variabile un aiuto, fino alla necessità di imboccare completamente la
persona o di alimentarla attraverso sondino naso-gastrico, quando compare
il rifiuto del cibo o la disfagia. Attualmente si assiste a un ampio
dibattito sugli aspetti etici e deontologici relativi alle procedure di
sostegno alla vita nelle fasi terminali della demenza.
Ci sono comunque alcuni aspetti da presidiare, almeno
nelle prime fasi della malattia, per aiutare il soggetto a conservare le
sue capacità residue e per stimolarlo a mangiare. Molto spesso il
soggetto non mangia perché non ha posizionato correttamente la protesi
dentaria, oppure presenta una candidosi del cavo orale che rende dolorosa
la deglutizione ed è suscettibile di trattamento. Altrettanto
frequentemente il demente non mangia perché non "vede" il cibo
nel piatto o non riconosce gli oggetti sul tavolo e il loro utilizzo:
situazioni che se riconosciute possono essere facilmente risolte. Un’importanza
particolare assume il rispetto degli orari dei pasti e del tempo
necessario per completare il pasto.
Oltre alla malnutrizione vi è il rischio di
disidratazione.
La comparsa di incontinenza accompagna costantemente
ogni forma di demenza. L’incontinenza può essere il primo e precoce
segno, accanto al disturbo di memoria e a difficoltà nella deambulazione,
di una forma di demenza. L’obiettivo assistenziale principale è quello
di mantenere il più a lungo possibile la continenza.
Spesso il soggetto non è in grado di inibire la
minzione per il tempo necessario a raggiungere il bagno: può essere un
valido aiuto l’impiego di un abbigliamento facile da togliere,
sostituendo cerniere e bottoni con chiusure a strappo, ciò può
facilitare la continenza. Spesso il soggetto non sa localizzare il bagno;
in questo caso servono indicazioni colorate che traccino il percorso verso
il bagno.
Una volta instaurata un’incontinenza irreversibile, è
opportuno programmare la minzione, accompagnando la persona in bagno ogni
2-3 ore, soprattutto appena si sveglia al mattino, prima di coricarsi e
una volta durante la notte. Conviene limitare l’apporto di liquidi nelle
ore serali.
Tendenzialmente è preferibile l’utilizzo del
pannolone, ricorrendo in casi eccezionali al catetere vescicale, che,
oltre a causare complicanze, non risolverebbe il problema, perché
solitamente all’incontinenza urinaria è associata un’incontinenza
fecale.
«Mentre Cura stava attraversando un fiume, vide del
fango argilloso. Lo raccolse pensosa e cominciò a dargli forma. Ora,
mentre stava riflettendo su ciò che aveva fatto, si avvicinò Giove. Cura
gli chiese di dare lo spirito di vita a ciò che aveva fatto e Giove
acconsentì volentieri. Ma quando Cura pretese di imporre il suo nome a
ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il
suo nome. Mentre Cura e Giove disputavano sul nome intervenne anche Terra,
reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome,
perché essa, la terra, gli aveva dato parte del proprio corpo. I
disputanti elessero Saturno a giudice, il quale comunicò ai contendenti
la seguente giusta decisione: "Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al
momento della morte riceverai lo spirito. Tu Terra, che hai dato il corpo,
riceverai il corpo. Ma poiché fu Cura che per prima diede forma a questo
essere, fin che esso vive lo possieda Cura. Per quanto concerne la
controversia sul nome, si chiami homo poiché è stato tratto da humus»
(Il mito di Cura, Lider Fabularum, II secolo d.C.).
Il mito di Cura ci presenta Cura pensosa che da forma al
fango argilloso. Dare forma equivale a definire un limite: la cura a cui
si è accennato è una cura che sa accettare il limite, ma al contempo è
tesa alla ricerca di soluzioni possibili affinché il limite non
condizioni la qualità della vita del demente e della sua famiglia.
Saturno affida a Cura l’essere creato: «Fin che esso vive»: il limite
dell’insopprimibile curabilità dell’uomo è solo la morte. Ogni uomo,
anche se vecchio e demente, perché uomo, ha diritto alla cura.
Ermellina Zanetti
BIBLIOGRAFIA
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Nuovi orizzonti dell’etica infermieristica, L’Arco di Giano, 10,
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Zanetti O., Bianchetti A., Trabucchi
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Trabucchi M., "Aspetti cruciali del ‘Nursing’ geriatrico",
Guido Gnocchi Editore, Napoli 1995.
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