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L’assistenza
passa attraverso fasi sempre più faticose, dolorose e complesse. Realtà
pubbliche e private non devono nicchiare. Integrarsi e organizzarsi è la
parola d’ordine per offrire aiuto. Se
la storia di ogni famiglia è caratterizzata da piccole e continue
trasformazioni, esistono comunque situazioni che provocano cambiamenti
più consistenti e che rendono inefficaci le modalità che sino a poco
tempo prima erano funzionali all’andamento familiare.
Una famiglia, nel suo percorso di vita, può essere
coinvolta in eventi quali cambiamenti economici, problemi relazionali,
malattie o morti improvvise, che possono essere la causa di quelli che in
psicologia vengono definiti "momenti critici". Questi momenti
fanno scoprire ai membri della famiglia che le modalità che utilizzavano
per la soluzione dei problemi che si presentavano nel passato diventano
improvvisamente inadeguati.
Quando una famiglia scopre che al suo interno un membro
è malato di Alzheimer si trova a dover affrontare un momento critico, che
a volte dura anni, e che le richiede una ristrutturazione interna faticosa
e complessa. Ristrutturazione che deve avvenire a molti livelli e che
richiede un particolare sforzo, non solo per ripristinare una certa
funzionalità familiare, ma anche perché ciò avvenga nel minor tempo
possibile.
La malattia di Alzheimer, in quanto malattia
inguaribile, comporta un progressivo deterioramento fisico e psichico, con
un annientamento complessivo della persona, una graduale perdita della sua
autonomia e della sua identità che inevitabilmente ricade sulla famiglia.
Essa deve assumersi, in modo quasi esclusivo, il carico assistenziale che
diventa sempre più oneroso sia sul piano fisico sia su quello psicologico
con il progredire della malattia. Oltre dover assistere inermi al dramma e
al dolore di questo deterioramento del malato, i famigliari devono far
fronte a una situazione particolarmente difficile e stressante.
L’inizio della malattia non rende sempre facile e
immediato il riconoscimento diagnostico della patologia e questa è la
prima difficoltà che la famiglia si trova ad affrontare. Le prime
alterazioni cognitive, come la compromissione della funzione mnemonica,
che può manifestarsi nel dimenticare un appuntamento o non ritrovare i
propri oggetti quotidiani, diventano i primi segnali per i famigliari di
una patologia che però non sempre riconoscono come tale.
Le tre fasi della malattia
La prima fase è dunque caratterizzata da un livello di
deterioramento cognitivo e funzionale che generalmente però non
compromette le attività quotidiane del malato e per questo è gestibile
dalla famiglia. Il paziente mantiene una discreta autosufficienza e
richiede un aiuto solo in attività complesse che da solo non riesce a
gestire. Frequentemente i famigliari interpretano questi sintomi come
stanchezza o depressione, anche per il fatto che il paziente tende a
giustificare eventuali errori che commette. La percezione delle
caratteristiche e degli effetti della patologia è frequentemente
confinata dai famigliari – anche a diagnosi fatta – a una dimensione
più cognitiva che affettiva, allontanando il più possibile nel tempo un
riconoscimento reale delle conseguenze di questa malattia.
In questa fase è importante che la famiglia sia
accompagnata nell’accettazione della diagnosi, nella ricerca delle
informazioni relative a questa patologia e nell’aiutarla a prefigurarsi
eventuali necessità future del malato che inevitabilmente insorgeranno
nel decorso della malattia e che richiedono un’organizzazione familiare
specifica.
Già nella fase diagnostica si riscontra come nella
famiglia in cui è presente il malato di Alzheimer tendenzialmente il
lavoro di cura e di assistenza viene svolto principalmente da una sola
persona che viene denominata caregiver. Il caregiver è
stato frequentemente definito la seconda vittima della malattia, proprio
per mettere in risalto il suo coinvolgimento ed evidenziare il grado di stress
a cui è sottoposto.
I fattori che designano il ruolo di caregiver all’interno
delle famiglie con un malato di Alzheimer possono essere molteplici e non
sono sempre correlati al grado di parentela.
A volte la convivenza, il grado di intimità
relazionale, la tendenza a saper dominare meglio situazioni stressanti, la
capacità di saper mediare tra le necessità della famiglia e la rete
sociale, sono fattori che contribuiscono all’attribuzione del compito di
caregiver nei confronti del paziente.
Quello che si riscontra è che il continuo carico di
assistenza provoca con il tempo un affaticamento rilevante soprattutto nel
caregiver che può causare disturbi depressivi di una certa
rilevanza.
Egli diventa il fulcro dell’assistenza del malato e,
come hanno evidenziato alcune ricerche, l’istituzionalizzazione del
paziente è frequentemente correlata non al peggioramento della malattia
ma piuttosto alla difficoltà del caregiver di far fronte, a un
certo punto della malattia, ai bisogni del paziente per troppo carico
fisico e psichico.
Come già accennato, questa malattia ha un significativo
impatto sul funzionamento della famiglia in quanto essa provoca non solo
un incremento considerevole del lavoro di cura, ma anche un cambiamento
considerevole nelle relazioni familiari. Infatti un aspetto molto
importante nella relazione tra i famigliari e il malato è il cambiamento
di ruoli che inevitabilmente avviene.
Se ad esempio le decisioni per la gestione economica
familiare veniva presa dal padre, mentre la madre si occupava più degli
aspetti relazionali e affettivi della famiglia, con il procedere della
malattia questa ripartizione viene modificata. La moglie deve farsi carico
anche dei problemi economici e questo può provocarle un senso di
incompetenza, di frustrazione e di stanchezza. Modificare ruoli in un
momento doloroso come quello che sta vivendo, e magari in età avanzata,
può essere per lei molto difficoltoso e creare disagio e depressione.
Inoltre accettare un ruolo diverso dal proprio significa ancora una volta
prendere contatto con il fatto che il proprio congiunto non riesce più ad
essere quello di una volta e significa dovere fare i conti con l’inadeguatezza
dell’altro che diventa sempre più manifesta.
L’inversione di ruoli è altrettanto drammatica se è
il genitore ad essere malato ed è il figlio ad assisterlo. È tragico in
quanto è necessario che il figlio si abitui ad assumere delle
responsabilità che per molti anni avevano fatto parte del ruolo
genitoriale, ma che si sono modificate a causa della malattia. Un tempo,
punto di riferimento e di sicurezza, il genitore deve essere accudito come
se fosse un bambino piccolo. Questo richiede una maturità interna e un
equilibrio non sempre facile da raggiungere.

Quello che si è riscontrato è che le tonalità emotive
del caregiver e dei famigliari sono fortemente correlate tra loro e
tanto più i famigliari riescono a stare vicini e a comprendere il caregiver
tanto più egli riesce a gestire al meglio la relazione con il
paziente.
Nella fase intermedia, la cui durata è molto variabile,
oltre alla compromissione delle funzioni cognitive spesso si affianca un
completo disorientamento spazio-temporale. Iniziano a manifestarsi
disturbi comportamentali come il vagabondaggio, l’irrequietezza e i
cambiamenti nell’alimentazione. Questa fase è molto complessa da
gestire per la famiglia perché richiede un’assistenza continua. Essendo
compromesse anche le più elementari attività della vita quotidiana, i
famigliari si trovano nella necessità di seguire senza interruzione ogni
attività del malato.
Le alterazioni di natura psichica, che si manifestano
sul piano comportamentale e sociale, sembrano essere la fonte di maggior
disagio per i famigliari, in quanto più difficili da gestire che non le
difficoltà dovute alla perdita dell’autonomia funzionale.
I famigliari sono particolarmente disturbati dal
riscontrare che le modalità relazionali da loro utilizzate prima della
malattia devono essere inevitabilmente modificate in funzione dei nuovi e
diversificati bisogni del paziente. Anche la persona prima autonoma e
indipendente, che all’interno del contesto familiare aveva un ruolo di
guida, diventa gradatamente dipendente e incapace di muoversi in maniera
autonoma, anche per le più semplici attività ha necessità di essere
guidata e accompagnata. Questo seguire in tutto e per tutto il paziente è
particolarmente gravoso e a volte provoca irritazione e tensione nei
famigliari.
Alcuni conflitti connessi al passato di queste famiglie
possono emergere proprio per l’elevato stress a cui sono
sottoposte. Solo i famigliari che riescono ad adattare la propria
modalità interattiva alle mutate caratteristiche del malato mantengono un
livello di soddisfazione relazionale discreto. Quelli che, viceversa, non
adeguano le proprie modalità comportamentali al decorso della malattia
sono più in difficoltà ad espletare i compiti assistenziali necessari.
La fase terminale è caratterizzata dal globale
deterioramento fisico e psichico del paziente. Egli non riconosce quasi
più i familiari, non è autosufficiente in nessuna attività, la
comunicazione diventa pressoché assente, è dipendente in tutto. In
questa fase l’assistenza è molto faticosa e a volte necessita di
competenze specialistiche che i famigliari non riescono neppure a fornire.
Le "resistenze" della famiglia
Se il contributo di un’assistenza sanitaria e
assistenziale può rappresentare un utile aiuto per le famiglie con un
malato di Alzheimer, alcune ricerche hanno dimostrato una serie di
resistenze nel servirsi di questi servizi collegate alle rappresentazioni
e alle credenze relative alla valutazione dei servizi stessi.
È da evidenziare come dai servizi la famiglia si
attende, in prima istanza, la soluzione del problema e una terapia che
migliori la situazione del malato, mentre riceve generalmente la
comunicazione dell’inarrestabile decorso di questa patologia. Da questo
deriva una percezione dei servizi che si manifesta attraverso tre
tendenze. I servizi vengono percepiti come pericolosi in quanto non solo
non guariscono il malato ma potrebbero causargli più danni; i servizi
sono inadeguati e il centro diurno è l’unico che può far fronte alla
momentanea necessità dei famigliari o successivamente c’è la
prefigurazione di un ricovero residenziale definitivo; vengono attribuite
ai servizi competenze e professionalità tali per cui ci si adegua
sperando in soluzioni farmacologiche miracolose.
In generale si è riscontrato che l’aiuto proveniente
dai servizi viene accettato quanto più i famigliari si sentono utili e
coinvolti nel processo di assistenza al malato. Da questo punto di vista
un sostegno concreto che provenga dal contributo di volontari appare
particolarmente interessante per le famiglie, le quali possono costruire
un rapporto personalizzato con il volontario che le aiuta e non sentono di
perdere il controllo nella situazione di cura.
Il volontario diventa per la famiglia, e in particolare
per il caregiver, una persona con cui condividere ansie e
incertezze relative all’assistenza del malato. Egli sembra in grado di
raccogliere e di riconoscere quei bisogni che non sono solo del paziente
ma dell’intera famiglia. Inoltre il volontario sembra rappresentare per
molte famiglie una maniera per accedere nuovamente a una
"normalità" relazionale frequentemente abbandonata a causa
della malattia, un riavvicinarsi a relazioni sociali frequentemente
trascurate a causa del totale assorbimento relativo all’assistenza.
Il volontario può dunque essere utile a due livelli.
Sul piano pratico aiuta la famiglia a iniziare un dialogo con i servizi
per eventuali momenti di assistenza, di contatto per pratiche
burocratiche, nella presa di decisione per ricoveri a breve o a lungo
termine, permette loro di prendersi dei brevi spazi per se stessi. Inoltre
sul piano psicologico aiuta i famigliari a elaborare nuove modalità di
approccio relazionale con il malato, permette – soprattutto al caregiver
–di avere dei momenti di dialogo con qualcuno, quando con il
progredire della malattia non sono più possibili con il malato, sostiene
i famigliari in situazioni di tensione e sconforto.
Si può ipotizzare che una malattia come l’Alzheimer,
che implica un decorso lento, lungo e complesso, richiede un’attivazione
di strategie complesse e molteplici. Il mantenimento del malato nel suo
contesto familiare lo aiuta a trascorrere il decorso della malattia in
maniera meno drammatica che non il ricovero in una struttura. Ma per
mantenere un’assistenza domiciliare – qualitativamente e
quantitativamente valida – è auspicabile un’integrazione di
interventi che vedono coinvolte le famiglie dei malati, il volontariato, l’assistenza
del privato e del pubblico.
Barbara Bertani
| L’AVANGUARDIA
DEI FATEBENEFRATELLI
Il Centro Alzheimer dell’Istituto
di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs)
"San Giovanni di Dio-Fatebenefratelli" (Via Pilastroni 4
- 25123 Brescia, tel. 030/350.11) nasce come centro sperimentale
della Regione Lombardia nel 1991. Il centro è sorto per
affrontare in modo specifico i complessi problemi derivanti dalla
demenza e rappresenta la prima esperienza italiana di struttura
sanitaria dedicata in modo esclusivo e specialistico alla cura e
assistenza dei pazienti affetti da demenza di Alzheimer e sindromi
correlate. Fin dalla sua istituzione, l’attività del centro,
unico in Italia, si è sviluppata attorno ad alcune assi portanti:
diagnosi, assistenza e supporto dei famigliari, ricerca e
formazione.
Nel 1996, sulla scorta dell’intensa
attività di ricerca svolta nel settore delle demenze che lo ha
portato a essere un interlocutore a livello internazionale, il
centro del Fatebenefratelli di Brescia è stato riconosciuto
"Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico"
dal ministero della Sanità, ossia, un centro con la finalità
specifica di sperimentare nuovi modelli di cura e di assistenza.
L’unità Alzheimer dell’Irccs
dispone di un ambulatorio aperto al territorio nazionale (cresce
il numero di pazienti provenienti da altre regioni), di un’unità
di day hospital con una capienza di 15 posti letto, e di un’unità
di degenza a tempo pieno di 40 posti letto. Più di 2.000 pazienti
accompagnati dai loro famigliari si sono rivolti all’ambulatorio
del centro nel corso del 1999. Di questi poco più di 600 sono
stati ricoverati in day hospital o nella sezione di
degenza.
Per quanto attiene all’attività
clinica, la finalità del centro consiste nell’offrire al
paziente e ai famigliari una valutazione approfondita delle
condizioni di salute del paziente nonché informazione e supporto
dei famigliari. Malgrado sia cresciuta la sensibilità rispetto al
problema delle demenze, troppo spesso, ancora oggi, il paziente
anziano con disturbi della memoria e decadimento delle funzioni
cognitive viene trascurato o riceve una valutazione superficiale;
questi pazienti rappresentano il 30% circa dei pazienti che
afferiscono al nostro centro. Erroneamente si ritiene che il
decadimento delle funzioni intellettive costituisca un portato
dell’invecchiamento. Al contrario, oggi sappiamo che è
possibile invecchiare senza necessariamente sviluppare un
decadimento cognitivo. È opportuno rammentare che la demenza
colpisce solo il 10% degli ultrasessantacinquenni. Inoltre, non
tutte le condizioni che provocano demenza sono irreversibili. Nel
15% dei casi, presso il Centro bresciano Fatebenefratelli è stato
possibile identificare malattie alla base della perdita della
memoria la cui correzione consente la guarigione del paziente. Nel
restante gruppo di pazienti, l’accurata definizione diagnostica
consente di sviluppare un programma assistenziale e un supporto
dei famigliari che consentono di accompagnare il paziente stesso,
nel migliore di modi, durante il decorso della malattia che nel
caso dell’Alzheimer può raggiungere i 10-12 anni.
Nell’ambito della provincia di
Brescia il centro è strettamente collegato sia con i servizi
territoriali sia le residenze sanitarie assistenziali (Case di
riposo), che hanno realizzato al loro interno reparti specifici
per i pazienti affetti da demenze con rilevanti disturbi
comportamentali.
Sul versante della ricerca,
vengono affrontati i vari aspetti delle malattie che comportano
demenza, dalla definizione delle alterazioni biologiche e
genetiche all’identificazione di nuove metodiche diagnostiche
attraverso l’analisi delle immagini radiologiche dell’encefalo,
alla caratterizzazione delle cause della perdita dell’autonomia,
alla ricerca dei fattori che influenzano la qualità di vita del
paziente e dei loro famigliari. Sempre in quest’ambito il centro
ha elaborato "Linee guida" per il corretto uso dei
farmaci, sia per la correzione dei deficit della memoria
sia per il controllo dei disturbi del comportamento (insonnia,
depressione, agitazione) che sono state messe a disposizione di
coloro che nel nostro Paese operano accanto al paziente demente e
dei loro famigliari.
Il Centro di Brescia, in
collaborazione con centri universitari e non, è attualmente sede
di formazione e tirocinio per operatori medici, psicologi e
terapisti occupazionali. Particolarmente intensa è anche l’attività
di formazione e di supporto dei famigliari sia individuale sia di
gruppo.
Orazio Zanetti
(direttore del Dipartimento per
le demenze della Provincia Lombardo-Veneta, Ordine ospedaliero di
San Giovanni di Dio-Fatebenefratelli). |
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