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lesinano parole i critici per descrivere la sua bravura. In una quidicina di
articoli pubblicati negli ultimi 5 anni, si leggono soltanto giudizi
celebrativi su Moni Ovadia, il cantore del teatro yiddish, l’artista che
tutti considerano un «fenomeno in piena esplosione». Bulgaro di nascita,
milanese di adozione, laurea in Scienze politiche, due passioni giovanili:
la chitarra e la politica, questo "ebreo narrante" ha l’abilità
di coniugare insieme pensiero e religione, politica e teatro (anzi lui fa
politica mediante il teatro), musica, etica e teatro.
Ovadia parla sette lingue – italiano, bulgaro, francese,
inglese, greco corrente, yiddish, e una la mastica: il russo – e non gli
mancano le parole quando lo si intervista sulla sua esperienza con la madre,
morta sedici anni fa, colpita dalla malattia di Alzheimer. Da vera ebrea «meravigliosa
e terribile», è stata una madre «intrusiva e protettiva» a tal punto che
Moni è andato in analisi per curare le ferite dell’anima. Tuttavia, egli
parla della mamma con ammirazione. Di lei dice che era una donna di «incredibile
bellezza, una zingara mitica, brillante, aveva idee avanzate. Leggeva
Pirandello, parlava un italiano pirandelliano. Ma non era fatta per la vita
familiare. Infatti, quel genere di vita l’aveva frustrata. I nostri
rapporti furono burrascosi. Mio padre, bravissima persona, era solo
preoccupato di dare un solido avvenire ai figli. Non attribuisco colpe ai
miei genitori perché hanno avuto le vite spezzate. Però, crescendo, io ho
avuto con loro rapporti problematici».

L’ebreo narrante Moni Ovadia, cantore yiddish.
Cinquantaquattro anni, un successo conclamato, un’autobiografia
(Speriamo che tenga. Viaggio di un saltimbanco sospeso tra cielo e terra)
pubblicata da Mondadori, numerosi spettacoli che registrano ovunque il tutto
esaurito, Ovadia non è stato risparmiato dalla sofferenza. È un artista
sempre alla ricerca della propria identità, trovata forse nelle radici
profonde della memoria etica. Un cantore che ha vissuto il dolore come un
lutto necessario per conoscersi e conquistare se stesso.
- Come è stata l’esperienza con sua madre malata?
«Devastante, soprattutto per la conclusione. Mia madre,
infatti, è morta annegata nel Lambro. Ho accertato che si è trattato di
incidente, ma è stato durissimo accettarlo. In seguito alla malattia, e,
dopo che la sua abitazione di Milano era andata in fiamme per il
malfunzionamento della Tv, nonostante la solidarietà dei vicini e il
ricorso a tutti gli accorgimenti possibili, io e mio fratello fummo
costretti a cercarle un ricovero. Avevamo sperato nell’aiuto di sua
sorella venuta dagli Usa, ma entrarono presto in conflitto. La situazione
era insanabile e inconciliabile. Fummo costretti, come le ho detto, a
metterla in una casa di riposo a San Colombano al Lambro, impegnandoci ad
andarla a trovare ogni fine settimana. E così fu. Ma un infermiere, mio
fan, un giorno mi disse a bruciapelo: "Perché l’hai portata
qui"? Entrai in crisi. Chi aveva diagnosticato la malattia mi aveva
già tolto ogni illusione dicendomi: "Non farti truffare dalle
istituzioni private. Non ci sono rimedi per questo male". Come faccio?,
mi chiedevo. Io devo vivere, esistere, se non lavoro non ho di che campare e
sono pieno di debiti. Per sbarcare il lunario, allora, facevo mille mestieri
(il successo è arrivato molto più tardi). Il 29 luglio 1984 mia madre
sparì da San Colombano. La trovammo il primo agosto, morta annegata. Non le
dico il dolore. I parenti e gli amici di mio padre si erano dileguati fin
dall’inizio della malattia di mamma. Mio fratello e io indagammo sull’avvenuto
e trovammo la conferma che la morte di mia mamma era stato un incidente.
Nello sconforto più nero, due contadini ai quali avevamo chiesto notizie,
si ricordarono d’averla incontrata mentre a piedi scalzi andava verso il
fiume, ma non si preoccuparono perché gli ospiti della casa di riposo erano
soliti fare i loro giretti in campagna, li incontravano sovente. Saputa la
fine di nostra mamma, piansero con noi. Anche l’addetto alle Pompe funebri
fu solidale, ci abbracciò, risolse tutti i problemi burocratici che si
presentarono. Ma i più, prete compreso, non ebbero parole di cordoglio.
Ricordo ancora quei momenti strazianti. Il funerale di mia madre fu
spettrale. Fu un congedo terribile, avvolto nel silenzio più cupo. Non è
giusto che una persona se ne vada a quel modo. Un essere umano dev’essere
accompagnato. Come lei sa, il saluto ebraico al defunto è la pietra posta
sulla tomba. Mia madre adesso ha sempre tantissime pietre a testimonianza
delle persone che vanno a salutarla. Ma il suo funerale fu mestissimo».
- Quale è stato il momento più difficile?
«Quando è stato trovato il cadavere. Ho vissuto
veramente l’isolamento dell’appestato».
- Lei nel ’98 ha messo in scena sua madre con "Mama
Mamele Mama Mame Mamma Mammà". Lo rifarebbe?
«I miei spettacoli sono per me come dei figli. Non li
abbandono mai. Però ho rappresentato anche mio padre, con lo spettacolo Il
caso Kafka».
- Che cosa dire ai parenti di malati di Alzheimer?
«Soltanto tre parole: "Confidate nella
solidarietà". Invece, a tutti gli altri (musulmani, ebrei, cristiani,
buddhisti) ricordo che solamente la spiritualità salverà il mondo. È una
responsabilità che coinvolge tutti».
Cristina Beffa