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INCONTRI - MONI OVADIA RACCONTA LA MORTE DELLA MADRE

Confidate soltanto nella solidarietà

di Cristina Beffa
     

   Famiglia Oggi n. 5 maggio 2000 - Home Page Un rapporto conflittuale insanabile. Anni di analisi per curare le ferite. Ma l’ammirazione per chi l’ha generato è totale. L’ebreo più amato dai cristiani ha vissuto tragicamente il lutto. Ma trova parole di speranza.

Non lesinano parole i critici per descrivere la sua bravura. In una quidicina di articoli pubblicati negli ultimi 5 anni, si leggono soltanto giudizi celebrativi su Moni Ovadia, il cantore del teatro yiddish, l’artista che tutti considerano un «fenomeno in piena esplosione». Bulgaro di nascita, milanese di adozione, laurea in Scienze politiche, due passioni giovanili: la chitarra e la politica, questo "ebreo narrante" ha l’abilità di coniugare insieme pensiero e religione, politica e teatro (anzi lui fa politica mediante il teatro), musica, etica e teatro.

Ovadia parla sette lingue – italiano, bulgaro, francese, inglese, greco corrente, yiddish, e una la mastica: il russo – e non gli mancano le parole quando lo si intervista sulla sua esperienza con la madre, morta sedici anni fa, colpita dalla malattia di Alzheimer. Da vera ebrea «meravigliosa e terribile», è stata una madre «intrusiva e protettiva» a tal punto che Moni è andato in analisi per curare le ferite dell’anima. Tuttavia, egli parla della mamma con ammirazione. Di lei dice che era una donna di «incredibile bellezza, una zingara mitica, brillante, aveva idee avanzate. Leggeva Pirandello, parlava un italiano pirandelliano. Ma non era fatta per la vita familiare. Infatti, quel genere di vita l’aveva frustrata. I nostri rapporti furono burrascosi. Mio padre, bravissima persona, era solo preoccupato di dare un solido avvenire ai figli. Non attribuisco colpe ai miei genitori perché hanno avuto le vite spezzate. Però, crescendo, io ho avuto con loro rapporti problematici».

L’ebreo narrante Moni Ovadia, cantore yiddish.
L’ebreo narrante Moni Ovadia, cantore yiddish.

Cinquantaquattro anni, un successo conclamato, un’autobiografia (Speriamo che tenga. Viaggio di un saltimbanco sospeso tra cielo e terra) pubblicata da Mondadori, numerosi spettacoli che registrano ovunque il tutto esaurito, Ovadia non è stato risparmiato dalla sofferenza. È un artista sempre alla ricerca della propria identità, trovata forse nelle radici profonde della memoria etica. Un cantore che ha vissuto il dolore come un lutto necessario per conoscersi e conquistare se stesso.

  • Come è stata l’esperienza con sua madre malata?

«Devastante, soprattutto per la conclusione. Mia madre, infatti, è morta annegata nel Lambro. Ho accertato che si è trattato di incidente, ma è stato durissimo accettarlo. In seguito alla malattia, e, dopo che la sua abitazione di Milano era andata in fiamme per il malfunzionamento della Tv, nonostante la solidarietà dei vicini e il ricorso a tutti gli accorgimenti possibili, io e mio fratello fummo costretti a cercarle un ricovero. Avevamo sperato nell’aiuto di sua sorella venuta dagli Usa, ma entrarono presto in conflitto. La situazione era insanabile e inconciliabile. Fummo costretti, come le ho detto, a metterla in una casa di riposo a San Colombano al Lambro, impegnandoci ad andarla a trovare ogni fine settimana. E così fu. Ma un infermiere, mio fan, un giorno mi disse a bruciapelo: "Perché l’hai portata qui"? Entrai in crisi. Chi aveva diagnosticato la malattia mi aveva già tolto ogni illusione dicendomi: "Non farti truffare dalle istituzioni private. Non ci sono rimedi per questo male". Come faccio?, mi chiedevo. Io devo vivere, esistere, se non lavoro non ho di che campare e sono pieno di debiti. Per sbarcare il lunario, allora, facevo mille mestieri (il successo è arrivato molto più tardi). Il 29 luglio 1984 mia madre sparì da San Colombano. La trovammo il primo agosto, morta annegata. Non le dico il dolore. I parenti e gli amici di mio padre si erano dileguati fin dall’inizio della malattia di mamma. Mio fratello e io indagammo sull’avvenuto e trovammo la conferma che la morte di mia mamma era stato un incidente. Nello sconforto più nero, due contadini ai quali avevamo chiesto notizie, si ricordarono d’averla incontrata mentre a piedi scalzi andava verso il fiume, ma non si preoccuparono perché gli ospiti della casa di riposo erano soliti fare i loro giretti in campagna, li incontravano sovente. Saputa la fine di nostra mamma, piansero con noi. Anche l’addetto alle Pompe funebri fu solidale, ci abbracciò, risolse tutti i problemi burocratici che si presentarono. Ma i più, prete compreso, non ebbero parole di cordoglio. Ricordo ancora quei momenti strazianti. Il funerale di mia madre fu spettrale. Fu un congedo terribile, avvolto nel silenzio più cupo. Non è giusto che una persona se ne vada a quel modo. Un essere umano dev’essere accompagnato. Come lei sa, il saluto ebraico al defunto è la pietra posta sulla tomba. Mia madre adesso ha sempre tantissime pietre a testimonianza delle persone che vanno a salutarla. Ma il suo funerale fu mestissimo».

  • Quale è stato il momento più difficile?

«Quando è stato trovato il cadavere. Ho vissuto veramente l’isolamento dell’appestato».

  • Lei nel ’98 ha messo in scena sua madre con "Mama Mamele Mama Mame Mamma Mammà". Lo rifarebbe?

«I miei spettacoli sono per me come dei figli. Non li abbandono mai. Però ho rappresentato anche mio padre, con lo spettacolo Il caso Kafka».

  • Che cosa dire ai parenti di malati di Alzheimer?

«Soltanto tre parole: "Confidate nella solidarietà". Invece, a tutti gli altri (musulmani, ebrei, cristiani, buddhisti) ricordo che solamente la spiritualità salverà il mondo. È una responsabilità che coinvolge tutti».

Cristina Beffa

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