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ELUSIONE E VIOLAZIONE DELLE REGOLE

Alla ricerca di esempi virtuosi

di Livia Pomodoro
(presidente del Tribunale per i minori di Milano)
            

   Famiglia Oggi n. 6-7 giugno/luglio 2000 - Home Page Il mondo della criminalità organizzata e i comportamenti violatori hanno, nell’immaginario dei ragazzi, un fascino che noi non riusciamo a dare alla legalità. I ragazzi cercano, nonostante questo, interlocutori validi e credibili nella famiglia, nella scuola e nella società.

Appartengo a un osservatorio particolare, quello del Tribunale per i minori, che permette di valutare il mondo giovanile da un’ottica tutt’affatto particolare: il giudice minorile si occupa, infatti, quotidianamente proprio di giovani indotti più alla violazione che alla soggezione alle regole, soprattutto quando esse non sono comprese o non sono condivise. I ragazzi spesso non sono stati adeguatamente forniti di strumenti per comprendere e condividere i valori fondamentali della società, cosicché molti di loro sono spinti ad accettare con maggior facilità le regole, anche quelle più pesanti, della criminalità che quelle della convivenza civile. Il mondo della criminalità organizzata in particolare ha un grande fascino su molti ragazzi, ma anche i comportamenti violatori delle regole del quotidiano hanno nell’immaginario degli adolescenti un fascino che noi non riusciamo a dare alla legalità.

L’età dell’adolescenza, che si collocava fino ad alcuni anni orsono attorno al quindicesimo-sedicesimo anno di età, corrisponde oggi ai dieci-undici anni: ragazzi di otto o nove anni hanno talvolta caratteristiche più di tipo adolescenziale che di tipo puerile e ciò comporta un allungamento della durata dell’adolescenza, cioè della fascia di età in cui non si accettano ancora le responsabilità e si verifica una frequente trasgressività, in violazione delle regole, pur conosciute e accettate.

Il prolungarsi dell’età dell’adolescenza e dei comportamenti adolescenziali dà conto anche dell’inevitabile abbassamento della soglia dell’illecito nel vissuto quotidiano collettivo. Ciò significa che tanti comportamenti, che pure sono violazione di regole, un tempo erano stigmatizzati e oggi vengono in qualche misura tollerati, anche perché posti in essere da ragazzini sempre più piccoli, ma non solo per questo.

Sempre più spesso accade che non solo i ragazzi non percepiscono la gravità del loro comportamento, ma le stesse famiglie non considerano nella giusta gravità i fatti che hanno visto protagonisti negativi i loro figli. È altresì sempre più evidente il fenomeno della messa in atto di comportamenti emulativi e non razionali, soprattutto irrispettosi delle persone da parte dei ragazzi, e ciò richiama inevitabilmente a una valutazione del comportamento dei genitori nella loro opera quotidiana di educazione: non di rado proprio loro costituiscono l’anello debole di una catena educativa che dovrebbe essere coerente.

Non possiamo negare al contempo che vi siano ragazzi assai più che in passato desiderosi di apprendere e di conformarsi alle regole, ragazzi che chiedono esempi virtuosi.

In questo momento c’è nei giovani un desiderio di misurarsi certo con i propri pari, che è un tipico modo di essere dei giovani, ma è anche forte l’esigenza di avviare un rapporto ravvicinato con generazioni diverse, purché queste generazioni siano in grado di trasmettere loro esperienze formative ed esempi appaganti anche sotto il profilo morale.

Anche all’insegnante riesce difficile proporre una regola o un quadro di riferimento, perché esso non corrisponde, affatto o solo parzialmente, al vissuto quotidiano del giovane fatto, invece, di piccole violazioni della legalità.

I mezzi di comunicazione di massa tendono invece a fornirci un quadro degli adolescenti e dei giovani che sempre più li avvicina ai loro coetanei di oltre oceano, appagati cioè del rapporto di gruppo e pronti a commettere appunto reati di gruppo. Da alcuni mesi si parla sempre più spesso di baby-gang e anzi si scatena l’immaginario collettivo alla ricerca e pubblicizzazione più ampia dei ragazzi che commettono reati, meglio se in gruppo, inondando giornali e Tv di interviste agli stessi protagonisti, ai genitori, ai tanti esperti, senza minimamente riflettere sul fenomeno (ammesso che ci sia), ma semplicemente amplificandolo a fini di audience.

Così facendo non si ritrova notizia dei segnali positivi e dei messaggi di accettazione delle regole della società, di quella legalità che va ritrovata e con forza riaffermata, che invece pure esistono e sono particolarmente interessanti.

È comunque assai difficile educare i ragazzi alla democrazia e alla legalità, in una società nella quale, più che gli esempi virtuosi, si moltiplicano gli esempi viziosi e riesce difficile anche all’insegnante proporre una regola o un quadro di riferimento, perché esso non corrisponde affatto o solo parzialmente al vissuto quotidiano del ragazzo, fatto invece di piccole violazioni della legalità, magari anche sottolineati dai comportamenti familiari.

Nell’ambiente nel quale vivono, i giovani non di rado non trovano gli stessi stimoli e le stesse indicazioni che provengono magari dalla scuola o da altre agenzie educative.

Non esiste più, infatti, una sola agenzia primaria di educazione dei giovani, come la famiglia, che di questo ruolo esclusivo è stata destinataria fino a non pochi anni orsono.

Una società tumultuosa

La società complessa nella quale viviamo riporta l’educazione dell’individuo, l’educazione al comportamento corretto, legale, alla tolleranza e all’accettazione dell’altro, alla conoscenza dei bisogni dell’altro e alla consapevolezza che essi non debbono essere calpestati nell’esercizio dei nostri bisogni e dei nostri diritti, a molteplici agenzie educative. E ve ne sono almeno due primarie di agenzie nella nostra società: la famiglia e la scuola. E il compito della scuola è molto più delicato che nel passato: ha infatti da raggiungere un duplice obiettivo, quello proprio della formazione scolastica e quello della crescita educativa in generale dei ragazzi.

Gli stimoli che i ragazzi ricevono dai molteplici contatti con una società tumultuosa, anche se affascinante, possono confliggere con le indicazioni fornite dalla scuola. Basta pensare, come si è detto, pur sotto un altro profilo, alla violenza nelle immagini televisive: su questo tema si affollano convegni, incontri e dibattiti con il solito richiamo ai codici di autoregolazione, codici che una volta posti in essere vengono immediatamente violati con buona pace però della coscienza di tutti.

Più utile da percorrere mi sembra la strada, invece, ben più difficile di una crescita culturale collettiva, che consenta agli stessi spettatori di scegliere convintamente e di rigettare quanto di violento e ineducativo possa essere proposto, nell’interesse, per esempio, dei figli minori.

Insegnare ai ragazzi che la Convenzione dei diritti dell’uomo riconosce all’uomo i diritti fondamentali, primo fra tutti quello del rispetto delle persone è assai arduo quando la formazione dei giovani, la formazione del loro essere cittadini avviene prevalentemente attraverso messaggi violenti. In questa situazione la scuola e la famiglia vedono accresciuto ed esaltato il proprio compito educativo: dunque la protezione più efficace sta nelle capacità di indirizzo degli adulti e conseguentemente nella scelta consapevole dell’accettazione delle regole da parte dei ragazzi.

Non si possono insegnare ai ragazzi delle regole senza spiegare perché debbano essere accettate e condivise. Coloro che sono in stretto contatto con i giovani sono tenuti, per primi, a dare l’esempio.

In realtà i ragazzi sono molto interessati a capire come potrebbero vivere meglio e costruire positivamente il loro futuro. Una risposta potrebbe venire da una stretta collaborazione, un’alleanza fra le due agenzie educative primarie, la famiglia e la scuola. Tale alleanza può estendersi poi a tutte le altre istituzioni che a vario titolo vengono a contatto con i ragazzi, ivi incluso il Tribunale per i minorenni, tribunale chiamato per definizione a promuovere diritti prima ancora che a giudicare dei pregiudizi.

Vignetta.

La consapevolezza dei doveri

In una società civile tutte le istituzioni si muovono per il bene comune, secondo le loro competenze e secondo le regole che ci siamo liberamente e democraticamente dati e alle quali dobbiamo ottemperare. Bisogna prima di tutto conoscere e condividere le regole. Poi bisogna capire se la violazione sia semplice trasgressione, tipica del mondo adolescenziale, o se invece si tratti di vera e propria violazione. Gli interventi istituzionali devono essere misurati in maniera diversa. È compito di tutti divenire consapevoli delle esigenze dei ragazzi e far crescere in loro la volontà di diventare adulti all’interno di regole condivise e soprattutto civili.

Gli attuali adolescenti hanno davanti a loro, dunque, più esempi viziosi che virtuosi e per quanto appaiano più razionali dei loro coetanei di un tempo, non sembrano avere consapevolezza dei doveri da assolvere nei confronti di se stessi per crescere e per rivendicare, poi, i propri diritti.

Si arrabbiano, gli adolescenti, e spesso non sanno perché. Se si scandagliano in profondità le motivazioni delle loro turbe adolescenziali si scopre che essi hanno una grave preoccupazione, che "fa la differenza" tra i giovani del Duemila e i giovani contestatori del passato, ormai adulti e "rientrati nei ranghi": la preoccupazione di non sapere verso quale meta stanno procedendo.

Quelli più fortunati tra i ragazzi fanno sport, maneggiano tastiere e aggeggi elettronici, navigano in Internet; quelli più sfortunati ciondolano davanti ai bar, invidiano i più abbienti, sono disposti ad ammazzare per un motorino; tutti non sanno dove andranno, per quale nuovo mondo si stanno preparando.

Degrado ambientale, corruzione politica, abbattimento dei confini, società multietniche, in sviluppo più conflittuale che di accoglienza, crisi occupazionale: questo è l’orizzonte. I giovani devono crescere in un contesto cosiffatto: in molti casi non conoscono risposte accettabili agli interrogativi che loro pone la realtà e non riescono a prefigurarla con percorsi di vita per loro affascinanti.

È compito questo che spetta dunque alla società tutta intera, senza pretendere di imporre un ordine "adulto" non condiviso. È perciò che vale la pena di interrogarsi su quanto riesca appunto questa società a essere credibile e a proporre modelli e insegnamenti coerenti.

Adolescenze trascinate

È un dato di fatto incontrovertibile che tanti giovani non riescono a superare l’età dell’adolescenza e trascinano le loro irresponsabilità fino a età assai adulte. In tal modo non corrono il rischio di doversi assumere oneri di alcun tipo e di diventare "visibili" nel contesto sociale. E comunque i loro comportamenti, anche in età adulta, sono sempre tipici di quel periodo di passaggio e di sofferenza che è l’adolescenza. Con ciò non si vogliono trovare giustificazioni di carattere generale, che anzi vanno puniti severamente coloro tra questi che si macchiano di gravi delitti, ma non si può non vedere ciò che accade e cercare, come si è già detto, di capire e apprestare rimedi profondi.

Non si può ignorare che dopo tanto parlare di recupero, riabilitazione, risocializzazione dei devianti, specie se minorenni, i cittadini oggi, anche impauriti, chiedono soprattutto tutela e risarcimento e sono poco disposti a concedere tempo e spazi alla crescita altrui.

È altresì evidente che le diagnosi pur corrette fin qui fatte non hanno condotto a prognosi adeguate, e soprattutto a ogni delittuoso, criminale fatto di cronaca che coinvolge i giovani si risponde incoerentemente, sloganizzando bisogni, domande e risposte.

Eppure ribadisco con forza che i ragazzi oggi, nonostante comportamenti fortemente oppositivi, spesso strumentali nella lotta per autodeterminarsi, cercano interlocutori validi e credibili nella famiglia, nella scuola, nella società.

Tanto si è discusso e tanto si discute di "politiche giovanili", di progettazione e coinvolgimento dei giovani e con i giovani, ma sarà necessario ridare il giusto senso alla condizione fondamentale dell’essere cittadino oggi in questa società: far riscoprire la realtà che impone la condizione adulta, momento di responsabilità indirizzata quest’ultima a se stessi e agli altri, nell’equilibrio tra i propri progetti di vita e quelli della comunità nella quale si opera.

Un messaggio siffatto, lungi dall’essere astratto, può dare contenuto all’operato di coloro che sono delegati alla crescita coerente dei ragazzi.

Le storie di vita dovranno dispiegarsi, infatti, attraverso i valori fondamentali positivi espressi dalla società, prefigurando però percorsi e progetti realizzabili e adeguati, che finalmente impediscano ai ragazzi di sentirsi soli nel "deserto" della vita.

È certamente difficile rappresentarsi momenti di vera solidarietà per "costruire insieme" tra adulti e ragazzi, ma non si può non essere consapevoli che la trasformazione, non solo fisica, che investe ad esempio gli adolescenti avverrà senza eccessivi traumi solo se qualcuno, adulto e capace, saprà assisterli e guidarli.

Questo patto tra generazioni, adulti e adolescenti, presuppone comunque da un lato che gli adulti non siano o appaiano più confusi e sconcertati dei ragazzi, dall’altro che i codici affettivi e di fiducia tra gli adolescenti e le loro guide educative siano effettivamente esistenti e validi.

Non è certo questa la sede per approfondire le tematiche sopra individuate e che imporrebbero un lungo argomentare almeno sulle due agenzie fondamentali, come si è detto, la famiglia e la scuola. Per la famiglia, pur così in crisi oggi e pur così difficile da gestire in quanto centro degli affetti e dell’educazione, è necessario prepararsi al compito di veder maturare i propri figli come altro da sé, in un contesto sereno ma serio, dignitoso e consapevole di ciò che significhi rispetto per gli altri e accettazione delle regole fondamentali di convivenza. Gli insegnanti, a loro volta, dovranno aiutare, attraverso la conoscenza delle discipline di loro competenza, i ragazzi alla comprensione dei meccanismi della crescita verso l’età adulta, aiutati in ciò da tutti coloro che, a vario titolo, vengono in contatto con i giovani (ad esempio, durante il tempo libero), testimoniando coerenza e responsabilità con i loro stessi comportamenti.

In ogni caso le vicende che ogni giorno attraversano la nostra quotidianità e riguardano la nostra speranza di futuro, cioè i giovani, vanno esaminate con rigore, attenzione e "affetto". Quest’ultimo "rivoluzionariamente" inteso come capacità collettiva di aiutare gli adolescenti a farsi adulti, realizzandosi pienamente e liberamente, nella loro positiva individualità, cioè nel rispetto del sé dell’altrui essere.

Livia Pomodoro

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