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COME ESPLODE LA DEVIANZA URBANA DI GRUPPO

Lo svantaggio relazionale

di Melita Cavallo
(giudice minorile, tribunale di Napoli)
            

   Famiglia Oggi n. 6-7 giugno/luglio 2000 - Home Page Non è nel degrado, ma nella penuria dei rapporti che nasce la nuova devianza. L’insuccesso scolastico ha il suo peso. Ma è soprattutto l’aver accumulato rabbia e aggressività, senza mai farle oggetto di dialogo con gli adulti, che porta a rubare per vincere la noia.

Per crescere bene in una situazione di rischio, in territori dove l’illegalità diffusa appare come la sola realtà capace di offrire un ruolo, un’identità, un lavoro, l’unica efficace strategia istituzionale consiste nella massimizzazione della tutela e del sostegno alle famiglie, non solo di tipo economico, ma anche attraverso percorsi di aiuto alla genitorialità, nel rafforzamento delle strutture scolastiche e del corpo insegnante, nell’attrezzaggio di ogni quartiere del territorio, attraverso la creazione o il potenziamento di opportunità e risorse per la corretta socializzazione di ogni bambino. Le risorse del territorio si concretizzano fondamentalmente nell’esistenza e nel funzionamento di centri di aggregazione con la presenza di persone valide, capaci di "agganciare" i ragazzi, di entrare facilmente in relazione con loro, di mettersi in ascolto, di dare loro fiducia e acquistarne la fiducia.

Nella situazione attuale, infatti, assumono importanza fondamentale i contesti formativi allargati, e molto si giocherà sulle capacità degli educatori, dei formatori, degli adulti di riferimento in generale: tutti gli interventi cioè dovranno essere caratterizzati, per una ricaduta positiva sui ragazzi, da un alto contenuto relazionale.

Le tre agenzie formative di base – la famiglia, la scuola, il quartiere – nei territori contaminati dall’illegalità e dalla criminalità organizzata devono agire in una visione efficacemente sinergica, con l’obiettivo, profondamente condiviso, di rafforzare i bambini: perché non è tenendoli fuori dalla realtà, iperproteggendoli, creando allarmismo, munendoli di telefoni cellulari per un Sos immediato, educandoli alla diffidenza e al sospetto, che li si difende e tutela il loro processo di crescita umana.

Bisogna viceversa che, appena in età di discernimento, siano resi pienamente consapevoli, attraverso modalità cognitive adeguate all’età, della realtà del territorio, anche del suo degrado e delle sue distorsioni, perché è in quella realtà che comunque svolgeranno la loro vita; devono essere educati ad amare quel territorio e a impegnarsi per migliorarlo, e ciò può essere fatto solo se lo si conosce profondamente sin da piccoli. Sia la famiglia che la scuola possono stimolare la conoscenza del territorio da parte dei bambini, insegnando loro che è compito di tutti, anche dei più piccoli, di cooperare al suo disinquinamento e alla sua bonifica.

Ciò richiede un lavoro su due livelli, il primo dei quali è relativo al rapporto fisico con l’ambiente per contribuire al suo miglioramento: ad esempio, abbellire con vasi di fiori la grande scalinata in pietra che collega le due stradine verso la scuola, adottare un monumento o una fontana, curandone l’integrità e la pulizia. Il secondo livello riguarda, invece, il rapporto con i coetanei per contribuire a un corretto processo di socializzazione attraverso modelli di integrazione e non di rifiuto, di comprensione e non di ghettizzazione: se ogni bambino viene educato ad accettare l’altro, anche se di diversa estrazione sociale e diversa cultura, e a condividere con lui un progetto scolastico, una gita, una festa, tutto in futuro potrà essere più facile.

Ricordo che a un ragazzo che aveva commesso una rapina era stata data, come misura cautelare, la permanenza in casa con la prescrizione di non frequentare pregiudicati; ebbe a dirmi sorridendo con bonomia: «Ma voi pensate forse che potrei farmela con il figlio di un professore o di un avvocato? Io li conosco pure, perché stavamo a scuola insieme; ma "loro" non vengono con me, solo certi ragazzi ci vengono; allora significa che non posso frequentare nessuno».

Famiglia, scuola, quartiere devono agire in sinergia per rafforzare i bambini. Per tutelarli, infatti, è necessario educarli alla consapevolezza dei pregi e dei limiti del territorio per migliorarlo più che creare allarmismo e diffidenza.

Quel ragazzo aveva ragione; quasi sempre, se una persona, minorenne o adulta che sia, ha sbagliato, tutti la fuggono, lasciandola in solitudine con quelli peggiori di lei. Bisognerebbe forse superare questa impostazione, volutamente o inconsapevolmente, discriminatoria, che tende a salvaguardare i ragazzi "sani" isolandoli, e lasciare invece che frequentino anche i compagni che hanno commesso errori, coinvolgendoli nei loro percorsi di vita, altrimenti i modelli positivi non potranno mai giocare un ruolo vincente.

In effetti l’aggregazione giovanile è stata da sempre un fenomeno fisiologico dell’età adolescenziale; il fatto che si sia rinforzata negli ultimi dieci anni dipende proprio dall’arretramento della famiglia che, protesa troppo spesso verso obiettivi eterofamiliari, siano essi i problemi legati alla sopravvivenza quotidiana o alla carriera e ai suoi successi, ha lasciato vuoti negli spazi e nei tempi, occupati ben presto dal gruppo, dentro cui il ragazzo si sente comunque protetto, sicuramente più accettato perché più uguale agli altri, libero dalle regole familiari e scolastiche, in uno stato di rassicurante omologazione.

Infatti, oggi i ragazzi vivono più tempo nel gruppo che in casa: conseguentemente, più della famiglia, il gruppo lo orienta nei comportamenti e negli atteggiamenti, quindi nelle scelte. Nel gruppo egli porta le sue esperienze, le discute, le vive, partecipa a quelle degli altri, e introita atteggiamenti, comportamenti, modelli. È perciò fondamentale che, per quanto possibile, gli insegnanti e gli educatori favoriscano l’aggregazione "eterogenea" in classe e nei contesti di socializzazione, onde evitare che i processi di esclusione, che purtroppo iniziano spesso già nella scuola, concorrano fortemente a favorire la devianza sociale.

Le facce della devianza

Ci sono fenomeni di devianza minorile comuni a tutto il Paese, quali il bullismo, inteso come prevaricazione del gruppo di ragazzi più forti sui compagni più deboli attraverso piccoli ricatti, e la microcriminalità spicciola, che spesso viene incoraggiata dalle stesse famiglie e che si alimenta soprattutto di furti; esiste poi il fenomeno della manovalanza camorristica, tipica delle quattro regioni del sud, spesso attinta dall’area della microcriminalità con il reclutamento dei più capaci e affidabili.

Si affianca oggi a queste forme "tradizionali" di devianza minorile una nuova forma di devianza urbana, che si esprime in gruppo e si manifesta con forme di violenza estrema, e che non è ascrivibile all’area criminale tradizionale in quanto mancano gli elementi "classici", che da sempre hanno caratterizzato la delinquenza minorile in Italia: l’appartenenza a famiglia svantaggiata, a quartiere degradato del fatiscente centro storico o della sfilacciata periferia urbana, a fascia sociale culturalmente ed economicamente debole. La famiglia infatti appare il più delle volte normocostituita e benestante, e solo a una analisi più approfondita si rivela disfunzionale perché al suo interno è conflittuale e disgregata, disattenta e indifferente; il quartiere è nella zona residenziale, ma il controllo sociale è inesistente perché ognuno vive nel suo egoismo in una splendida casa blindata, usa il denaro per ostentare beni materiali e ignora la solidarietà e il rispetto della diversità.

Esiste però una connotazione comune alle due aree dello svantaggio, quella "tradizionale" e quella emergente: è l’insuccesso scolastico. Al ragazzo analfabeta o semianalfabeta di una volta si affianca oggi quello iscritto al secondo anno di ragioneria o al terzo anno di informatica, con frequenza discontinua e profitto inesistente, spesso alunno di una scuola privata che, grazie al pagamento di cospicue rate, cerca di trascinarlo più o meno lentamente e faticosamente verso l’agognato diploma. Intanto però il ragazzo ha registrato la sua inadeguatezza rispetto ai compagni che hanno proseguito regolarmente il corso scolastico e ha maturato bisogni di rivalsa; e la rivalsa può anche manifestarsi in un’azione delittuosa per provare a se stesso che comunque è in grado di porre in essere azioni da brivido senza esitazione né paura, come spesso questi ragazzi hanno avuto modo di vedere nelle sequenze di film ripetutamente visionati. Atti delittuosi che riempiono le loro giornate senza meta e senza scopo, a volte posti in essere per verificare "l’effetto che fa" sugli altri, in particolare sui genitori, o la propria capacità di andare oltre il "limite", per sperimentare un livello di emozionalità sempre più forte, l’unica sensazione che li fa "sentire vivi".

La ragione profonda di questa nuova forma di devianza minorile urbana dev’essere attribuita al fatto che allo svantaggio socioeconomico e culturale di un tempo si è andato affiancando un altro tipo di svantaggio, quello relazionale, che taglia oggi trasversalmente tutte le fasce sociali. Questa nuova forma di svantaggio è costituita dalla povertà, se non addirittura dall’assenza, di rapporti tra i componenti del nucleo familiare, in particolare tra genitori e figli: i componenti della famiglia finiscono con il non incontrarsi, se non frettolosamente; finiscono con il non parlarsi, se non a monosillabi, senza più guardarsi negli occhi, magari facendo altro: tipico segno di mancanza di interesse e di attenzione, che i ragazzi assolutamente non tollerano.

In questa pressoché totale assenza di interazioni positive i genitori non si occupano quotidianamente di ascoltare i bisogni dei loro ragazzi, di decodificare il loro comportamento per individuarne esigenze e aspettative, ma si preoccupano quando il problema esplode nei suoi termini più estremi; spesso però è tardi. Non sono pochi ormai i genitori che improvvisamente scoprono che il figlio da oltre un anno faceva uso di droga, o che la figlia si prostituiva in un giro di amici, e così via.

Oggi i ragazzi sono certamente più svegli e più sollecitati rispetto ai ragazzi degli anni ’80 e ’90: utilizzano computer sofisticati e navigano in Internet; hanno il televisore in camera da letto da quando avevano tre anni, e hanno consumato migliaia di ore di esposizione al video, ampliando così progressivamente le proprie conoscenze, ma parallelamente assorbendo così tante immagini di violenza da riuscire, da una parte, ad assuefarsi a essa, e dall’altra a esprimere di seguito, anche incontrollatamente, rabbia e aggressività. I ragazzi sono altrettanto sicuramente più fragili sul piano emotivo, meno in grado di reggere lo stress psicologico, di fronteggiare le difficoltà, e anche il dolore fisico; perciò sono più inclini a consumare farmaci, e conseguentemente più facili a passare all’uso di pasticche e di droga; sono più portati a comportamenti autolesionistici, fino al suicidio; sono meno in grado di assumere compiti e responsabilità e di perseguire obiettivi, quindi più inclini a rinviare decisioni e assunzione di responsabilità; sono di conseguenza più facili alla fuga, ripetuta, frequente, per sottrarsi a un malessere che hanno dentro e non sanno spiegare; sono meno in grado di riflettere e mentalizzare le conseguenze dei propri comportamenti prima di assumerli, e finiscono così per compiere reati anche gravi senza rendersi conto fino in fondo dell’antisocialità delle loro azioni; pongono in essere comportamenti fuori controllo, essenzialmente perché nel loro percorso di crescita non sono stati educati al rispetto delle regole familiari, scolastiche e sociali; non hanno mai trovato limiti, confini, non sono stati abituati a frenare gli impulsi, l’emotività, la rabbia e quant’altro sale imperioso nel tormentato cammino adolescenziale.

Molti di loro non ricadranno nel reato, ma non sapranno mai dire perché lo hanno fatto, a dispetto dei fiumi di parole spese da psicologi, sociologi, educatori e giudici. Ognuno di questi "esperti" cercherà di spiegare quel comportamento, risalendo nel vissuto del ragazzo fino a un particolare evento traumatico; e alla fine, dopo aver tutto sviscerato, spesso si dovrà registrare come il minore si determinò all’atto deviante perché in casa era un isolato, a scuola aveva avuto più ripetenze ed era passato alla scuola privata, aveva pochi amici, e con questi ultimi maturò il reato all’uscita dalla discoteca, o in un giorno di assenza da scuola.

Si registrano così scippi e rapine fatte da piccoli gruppi in danno di coetanei, non per ricavarne un profitto, bensì solo per esprimere quella violenza che urge dentro per averla accumulata nella normalità quotidiana di esposizione al video, o a una protratta situazione di abuso intra o extra-familiare.

La matrice accomunante di tanti fatti-reato, apparentemente senza una evidente motivazione, per i quali la collettività esprime sorpresa e sbalordimento, è lo svantaggio relazionale, sofferto dai ragazzi nei contesti di appartenenza – familiare e scolastico –, per cui resta loro di esprimersi nel terzo contesto relazionale, quello gruppale, nel quale la comunicazione viene acriticamente accettata, e ogni piccola e grande "impresa" che il gruppo possa concretizzare riceve l’adesione incondizionata di tutti i componenti.

Vignetta.

Svolta nel ruolo genitoriale

Il senso di responsabilità e il ruolo educativo e regolativo della famiglia vanno richiamati e valorizzati, affinché i genitori siano resi pienamente consapevoli della significatività e dell’importanza della relazione con i figli, dell’importanza di mantenerla sempre, e soprattutto di mantenerla fluida, corretta e trasparente, cioè non inquinata da menzogne opportunistiche o da sovrastrutture di convenienza; nell’ambito di questo rapporto, i bambini, i ragazzi cercano, tra l’altro, autorità e non "amicizia" da parte dei genitori, perché gli amici sono altro e altrove. Solo così essi si sentono veramente amati e accettati; sentono persino il bisogno d’essere puniti se sbagliano, purché in maniera equilibrata e proporzionata all’errore, non certo con punizioni "esemplari", tese unicamente a riaffermare un ruolo di autorità, peraltro mai prima di allora gestito responsabilmente.

Se oggi per molti dei nostri ragazzi la vita non ha senso è perché hanno preso coscienza che nessuno attribuisce alla loro vita un particolare valore; fanno tardi o no, rincasano o no, vanno a scuola o no, lavorano o restano per strada, vanno con questo o con quello, ai genitori sostanzialmente non importa. Ciò che importa è che non creino problemi: la scuola non deve «chiamare», il tribunale non deve «intervenire», la condotta non «te la devi macchiare», «non ti devi drogare», poi «puoi fare ciò che vuoi». Ma i ragazzi non hanno bisogno di consigli e suggerimenti quotidianamente snocciolati con aria pensosa dal genitore, ma di parlare di sé, d’essere ascoltati più che di ascoltare, d’essere capiti più ancora che di capire. Quanti di essi, invece, sono chiamati sin da piccolissimi a capire le cose degli adulti, per esempio, quando, nel corso della separazione, vengono coinvolti nei sottostanti conflitti familiari, che spesso li stritolano strumentalizzandoli all’infinito durante tutto il processo di crescita, che il più delle volte finisce col coincidere con quello giudiziario.

Il film di Sam Mendes, American Beauty, vincitore di più premi Oscar, sottolinea tragicamente, da una parte, la fuga dei genitori dal ruolo educativo, e dall’altra la forte esigenza della figlia di avere un genitore "roccia", autorevole e regolativo, non già un padre che si lasci andare a comportamenti adolescenziali, mostrando interesse per una sua compagna. Forse la necessità di una svolta nel ruolo genitoriale, l’esigenza di una maggiore responsabilizzazione di chi è chiamato a educare stanno diventando cultura diffusa, in risposta a una ormai riconosciuta, finora delusa aspettativa della gioventù, come focalizzato da una frase forte pronunciata dalla ragazza nelle immagini d’apertura del film.

La nostra è stata definita una «società senza padri», per indicare la mancanza di autorevolezza, regolazione e contenimento, valori tradizionalmente espressi, appunto, dalla figura paterna. È certo notevole e in crescita il numero delle famiglie in cui la figura paterna è inesistente, o assente, o marginale, o inconsistente, per i motivi più vari: famiglie monoparentali per scelta, famiglie in cui la madre tende, riuscendovi, a emarginare il coniuge separato per evitare interferenze nel nucleo ricomposto, famiglie in cui il padre si è dileguato, disinteressandosi completamente dei figli. Quest’ultima situazione viene rappresentata da un altro film di successo, Tutto su mia madre di Almodóvar, in cui il regista a forti tratti disegna la storia familiare di una donna protesa a svolgere in modo adeguato il duplice ruolo genitoriale per la mancanza del suo compagno, che ha scelto di vivere l’altra identità sessuale, quella femminile, e di avere esperienze diverse, lontano dalla famiglia. La madre perderà il figlio tanto amato in un incidente automobilistico, che avviene mentre il ragazzo rincorre l’auto della diva preferita per ottenerne un autografo: ricompare prepotente il mito televisivo, che affascina e condiziona il mondo giovanile. E nel diario del figlio, la madre, che ha strappato a metà le foto in cui era ritratta con il suo compagno, il padre di suo figlio, dolorosamente leggerà: «Quella metà mi mancava».

Ma se il primo e fondamentale passo per la prevenzione della devianza giovanile è il richiamo forte alla responsabilità del ruolo genitoriale, in particolare di quello paterno, e alla ripresa della funzionalità della famiglia in generale, non c’è dubbio che, in seconda battuta, bisogna puntare a rafforzare la scuola, attrezzandola di figure idonee a collaborare con il corpo insegnanti per il benessere psicofisico degli alunni, nonché di laboratori in grado di aiutare i ragazzi a esprimere le proprie potenzialità e a ricevere delle gratificazioni dalla frequenza scolastica.

Nei territori a rischio la scuola dovrebbe prendere in carico i bambini dalla strada quanto prima possibile: perciò sarebbe stata una misura forte di prevenzione della devianza prevedere come obbligatoria la scuola dell’infanzia; deve tenerli quanto più a lungo possibile nell’arco della giornata, interessandoli nell’extra-scuola ogni giorno; deve comporre le classi con il minor numero di alunni possibile. La realtà invece, anche oggi, nel nuovo secolo, non presenta né asili nido, né scuole dell’infanzia, specie nei territori a rischio; le scuole che fanno il tempo prolungato per tutta la settimana sono nelle zone residenziali; le classi sono in genere popolate da oltre 25 alunni.

Ma soprattutto la scuola dovrebbe aggregare "dentro", costituendo gruppi e gruppetti con interessi comuni, affinché il processo di socializzazione si svolga correttamente con l’aiuto degli educatori, per evitare un’aggregazione "fuori" con gruppi devianti di ragazzi più grandi e il possibile reclutamento da parte della criminalità adulta. In aggiunta a una maggiore funzionalità della famiglia e della scuola, dovrebbe essere reperibile sul territorio, tra le tante risorse, una gamma di famiglie affidatarie (ndr, sull’argomento vedi alle pagine 80-83) in grado di accogliere anche ragazzi difficili, finanche con esperienze detentive, per recuperarli attraverso un adeguato percorso di socializzazione, ricco di esperienze formative e di rapporti interpersonali, a parametri minimi di accettabilità sociale.

I Comuni di Altofonte e Balestrate, in provincia di Palermo, possono vantare interessanti esperienze di affidamenti familiari attuati a favore di ragazzi messi alla prova per reati di notevole gravità e allarme sociale: queste esperienze andrebbero rese note e valorizzate come modello significativo d’intervento nell’area della devianza minorile.

Sul territorio dovrebbero anche essere disponibili piccole case-famiglia e minicomunità adeguatamente organizzate, sotto il profilo della struttura e del personale, per accogliere i ragazzi difficili le cui famiglie sono irreversibilmente disfunzionali, caotiche, non collaborative, totalmente assenti, e che perciò hanno reso i propri figli così reattivi verso l’istituzione famiglia, così diffidenti e rifiutanti che una piccola struttura con operatori professionali e impegnati può talvolta avere miglior gioco nel vincere la partita. Tutte queste risorse devono essere tra loro collegate e riconoscersi come presenza sul territorio, svolgendo su di esso un’azione coordinata e sinergica, favorita e sostenuta dai servizi sociali e sanitari.

In conclusione, si potrà impedire a un ragazzo d’essere vittima solo se gli adulti saranno capaci di vivere una genitorialità responsabile e autorevole, ampia e diffusa, aperta a una visione culturale che chiami tutte le famiglie a farsi comunità, per le quali anche i ragazzi difficili siano figli.

Melita Cavallo
   

L’INVISIBILITÀ DELLA GIOVENTÙ SOLIDALE

I contesti a rischio di devianza sociale dei ragazzi, per l’esistenza sul territorio della criminalità organizzata, o comunque di vaste aree di illegalità, in ogni caso con prepotenti connotazioni di modelli negativi, fisicamente rappresentati dai vari capiclan che ostentano denaro e potere, e che perciò sono vissuti come vincenti, si estendono sempre più in tutto il sud del Paese, e non solo. Va però affermato con forza che non esistono percorsi scontati o fatali, a patto che ogni bambino sia educato a una scelta responsabile tra il sopravvivere nell’illegalità in una perenne situazione di rischio e il vivere nella società civile, nel rispetto delle regole e della dignità umana, in pace e in spirito comunitario.

Si deve infatti riconoscere che esistono in questi territori sollecitazioni negative continue e ripetute, alle quali solo ragazzi adeguatamente attrezzati sotto il profilo psico-affettivo ed educativo sono in grado di resistere, non certamente i molti, troppi ragazzi inconsistenti e fragili con i quali sempre più spesso il giudice minorile entra in contatto. In ogni caso, l’area della devianza giovanile non può essere considerata dilagante e assorbente al punto tale da rendere invisibile l’altra, quella della gioventù sana, capace di progettualità positiva e solidale. 

m.c.

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