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COME DIVENIRE "COMPAGNI DI STRADA"

Morsicatori e morsicati in cronaca

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(pedagogisti)
            

   Famiglia Oggi n. 6-7 giugno/luglio 2000 - Home Page I casi di aggressioni a scuola devono spingere gli educatori ad affrontare il problema direttamente in gruppo con i ragazzi coetanei dei piccoli "duri". Gli autori offrono una riflessione e un concreto esempio di intervento.

Di fronte al formarsi di condotte violentemente trasgressive, il "ben pensante" che è in noi s’infila diritto a recriminare sulla mancanza di valori della famiglia, sull’incapacità dei genitori a responsabilizzare i figli. Osservazioni legittime e degne di indagini serie (che del resto ci sono): ma se pensiamo che a esse debba seguire un miglioramento del problema, ci sbagliamo proprio. Occorre che apriamo gli occhi sul fatto che la famiglia (la famiglia "affettiva" in cui protezione, comprensione e dialogo accorciano le distanze generazionali e in cui vengono erose le differenze di genere) non ce la fa da sola. Occorre affiancarle altre risorse, quelle presenti nella comunità di fede: pensiamo alle schiere di animatori, di educatori, di volontari, di obiettori di coscienza che lavorano nei centri oratoriani, nei "grest". In più essi hanno in genere una decina d’anni in più dei baby aggressori e rappresentano la mediazione giusta per "raggiungere" i ragazzi.

Era rimbalzata in quartiere la notizia: nella "II E" c’era una banda di delinquenti che terrorizzavano le coetanee e i compagni più deboli; nei corridoi, nei bagni, perfino in classe, quando non c’erano gli insegnanti, atterravano una compagna, la mordevano e le imponevano il silenzio. Quando un ragazzino aveva finalmente trovato il coraggio di parlarne a suo padre, erano scoppiate le reazioni più impensate.

Elisa, al suo quinto anno di ragioneria, ne aveva sentito parlare subito, visto che la sua scuola era accanto alla scuola media; poiché le "sue" ragazze di catechismo erano proprio in quella "II E", cercò di documentarsi, con informazioni di prima mano. Risultò – almeno così si diceva – che la Anna e la Fiore non erano state "toccate". Elisa condivise le informazioni con il collega Cecco, studente universitario, e con Maria, l’educatrice più anziana. Il team non ebbe dubbi sul fatto che bisognava parlarne al prossimo incontro: si trattava, in fin dei conti, di aggressione, intimidazione e condotte antisociali. Il morale delle ragazze, poi, chissà com’era in cantina.

Manco a dirlo, anche il gruppo aveva una voglia matta di parlarne. Elisa, che aveva a lungo discusso l’approccio con i "colleghi", si presentò sola, con l’idea condivisa anche dagli altri che il gruppo di adolescenti si sarebbe più aperto con lei. Del resto, lei avrebbe riferito per filo e per segno la "puntata".

«Allora, il mondo si divide tra morsicatori e morsicati! – esordì, con il suo fare immediato e leggermente ironico –. Alzino la mano i morsicati». Quasi tutto il gruppo (dodici ragazzi in tutto) faceva parte dei morsicati. Salvo due ragazzi che, con un misto di imbarazzo e alterigia, si definirono morsicatori, «solo qualche volta, però, se no finivamo per essere morsicati noi!». Ora che si sentivano in gruppo e avevano "il capo" dalla loro parte, i morsicati (tra cui c’era anche il ragazzo che aveva parlato) avevano tutta l’aria di voler aggredire i morsicatori.

«Bene! – disse disinvolta Elisa –, adesso i morsicatori diventano morsicati. E così non cambia un bel niente. Io sono invece stupitissima dal fatto che Anna e Fiore non abbiano alzato la mano. Perché?».

«Noi non siamo state morsicate», disse Anna, tranquilla.

«E come avete fatto?!», chiese Elisa che era davvero stupefatta.

«Ieri in quattro mi si sono avvicinati, cento metri prima della scuola: "Adesso tocca a te", mi hanno detto. Io ero in compagnia di Fiore. "Venite a trovarmi a casa mia" – ho detto – e loro mi hanno lasciato in pace. E anche Fiore».

«Ma perché?!», chiesero in molti. Si sprecarono le interpretazioni più audaci, ma nessuna andava nel segno: le due non avevano per padre un poliziotto e nemmeno il più magnaccia del paese, non erano le più secchione e nemmeno le più brutte (quest’ultima maliziosa interpretazione venne da uno dei due "morsicatori saltuari" presenti).

«Noi non avevamo paura», disse finalmente Fiore.

Le altre starnazzarono che non ci credevano, che loro avevano paura, che ormai negli ultimi tempi non pensavano ad altro che a nascondersi, che erano terrorizzate... Elisa ebbe il buon gusto di non chiedere come mai, avendo tanto timore, non avessero chiesto aiuto a un adulto: così vicina di età con i suoi quasi diciannove anni, capiva benissimo che non si poteva chiedere l’impossibile. A un tratto, mentre ferveva la disputa emozionale, Elisa si ritirò in un angolo.

«Che cosa fai?».

«Sto pensando. C’è qualcosa che non mi quadra. Prima il mondo mi sembrava diviso in morsicatori e morsicati, adesso in paurosi e non paurosi».

Qualcuna le fece osservare che i "duri" non avevano certo paura, anzi era di loro che bisognava avere paura. E invece avevano paura. Tant’è vero che non erano andati a casa di Anna, la quale spiegò che il suo era proprio un invito, venutole in mente lì per lì, non una sfida. Se fossero venuti, lei li avrebbe fatti entrare.

«Tant’è vero – aggiunse qualcuna – che "quelle cose" (come morsicare, imbrattare muri, spaccare porte) le fanno sempre in gruppo». Un morsicatore da solo non era immaginabile. Tutti risero. Ma di che cosa avevano paura? E perché anche le morsicate si montavano la loro paura a vicenda? Bel compito, per il prossimo incontro.

Questa volta c’erano tutti e tre, gli educatori. Dissero che ne avevano parlato a lungo tra loro e avevano concluso che i morsicatori avevano una paura fottuta (espressione di Elisa) di non essere amati, accettati. Si rendevano visibili con la violenza. Piovvero ulteriori domande, dubbi, conferme. Sì, è vero: i "duri" andavano male a scuola, prendevano sempre note su note, venivano richiamati e sgridati, «perfino quando non c’entrano», aggiunse Anna. Se qualcuno fa loro un dispetto, picchiano subito. Quelli che erano in classe con loro si ricordarono che tre di loro anche alle elementari erano la disperazione delle maestre.

«E la smettiamo di chiamarli "i duri"?!», sbottò la solita Elisa, che era la creativa del gruppo.

«Già, e come li chiamiamo?». Espressioni come: "i deficienti, i deboli, i fessi, gli spaccattutto" vennero bocciate. Oltre che essere espressioni razziste, mal nascondevano aggressività e violenza, da contagio. Non si trovava un nome con cui nominarli.

«I compagni», propose Anna.

Ora che si chiamavano "i compagni", qualcosa cambiò: che cosa facciamo con loro?! Venne fuori il "porgere l’altra guancia", che non significava farsi morsicare di nuovo. Risero molto, perché qualcuna mimò il "morsicami ancora, caro". C’era spazio per l’allegria, là dove prima c’era solo per l’autodifesa di gruppo, l’autocommiserazione, la paura isterica (sempre parole di Elisa).

La chiacchierata ebbe esiti concreti: forse si poteva organizzarne un incontro per parlare, all’oratorio, con la seguente motivazione: «Per farvi vedere che non ce l’abbiamo con voi e che ce la metteremo tutta a non farvi sospendere». Calcolarono che loro erano in dodici, più i quattro "ex duri", altri due "seguaci" e altre due ragazze che non avevano mai messo piede all’oratorio, perché algerina una, e l’altra perché i suoi non frequentavano gli ambienti ecclesiali. Nessuno avrebbe scommesso che sarebbero arrivati tutti.

Chiunque conosca i ragazzi, sa che se dodici di loro hanno scavato insieme l’argomento, dato un nuovo nome alle cose, si sentono attivi e responsabili, sono una forza della natura.

Purtroppo, alcuni genitori stentarono a riconoscere simile forza e avanzarono le proteste di sempre: «quei delinquenti all’oratorio?! Bisogna lasciarli fuori! Dove troviamo un posto sicuro, se no? Bisogna isolarli»; anzi la richiesta (che alcuni vollero fare al preside) fu di cambiarli di classe. «Figuriamoci ammetterli all’oratorio! E fare sconti di pena, poi?».

I tre educatori trovarono che era meglio convocare i genitori, e lì l’aiuto del "don" fu insostituibile. Lì qualcuno disse perfino che «le cose di scuola bisogna lasciarle a scuola, che c’entrava l’oratorio?». Naturalmente Elisa e Cecco, soltanto ventenni, erano a nozze, poiché potevano condurre dal vero le ultime loro battaglie contro il mondo adulto. Fortuna che erano il "don" e Maria a gettare acqua sul fuoco. L’incontro ci fu, anche se non parteciparono tutti.

Cambiare il linguaggio

Iniziamo dalla presa di contatto con le condotte antisociali tra i ragazzi di oggi: esse hanno un picco tra gli adolescenti, quasi sempre maschi tra i 12-13 e i 16-17 anni, poi decrescono; salvo, ovviamente, per i veri e propri devianti che restano una minoranza anche nei nostri tessuti urbani.

Il picco di cui parliamo pare assai "visibile", non solo per le risonanze che danno i media agli atti di delinquenza minorile, ma perché simili comportamenti divengono eclatanti; rispetto all’infanzia, i ragazzi aggressivi dispongono di maggiori mezzi e perciò i loro agiti distruttivi sono più gravi. Studi recenti, però, osservano che il comportamento aggressivo tende a essere stabile: un bambino aggressivo sarà probabilmente un adolescente aggressivo, anche perché la sua aggressività è stata "premiata": da piccolo con le urla, la rispostaccia, l’atto distruttivo ha ottenuto permessi e favori da adulti poco sensibili o troppo indaffarati per capire quali fossero le sue reali richieste. Ha imparato così a non "elaborare" le proprie esigenze, a non tollerare la frustrazione, a ottenere con la forza ciò che non riesce a ottenere con la fiducia in risposte amorevoli. Prima ancora che aggressore, un simile ragazzo è una "vittima" non nel senso, a portata di mano, che occorre commiserarlo o lasciarlo fare. Ma nel senso di iniziare noi educatori (ma anche i media!) a portare modifiche al linguaggio che li designa, perché non sia involontariamente connivente. Non dovremo dire: «oggi i ragazzi sono trasgressivi», ma: «pochi sfortunati ragazzi hanno condotte trasgressive» perché così non diamo man forte alla visibilità delle loro violenze.

Chiunque lavori con ragazzi difficili (pensiamo alle tante cooperative, agli educatori di strada) sa che esistono comportamenti ed emozioni che fanno da diffusori.

Come scoprono i ragazzi della nostra cronaca, dietro la condotta violenta dei ragazzi si cela la paura del rifiuto sociale. Una paura che, come ben sappiamo, si autoconferma: poiché la risposta alla condotta antisociale non è che il rifiuto sociale, il quale a sua volta conferma e incentiva tale condotta.

L’isolamento, operato nei confronti dei ragazzi trasgressivi, diviene un terreno di coltura fertilissimo per la violenza: la moltiplica, poiché la risposta: «non voglio aver niente a che fare con te» è proprio ciò che il deviante teme e gli fa ritenere legittima la violenza. È esattamente ciò che fanno le ragazze "morsicate" (e non potrebbero fare altrimenti se nessun adulto spezza la spirale): si sostengono reciprocamente in nome della paura, del sentirsi diverse, del nascondersi, del non lasciarsi raggiungere. Una simile paura non offre che rinforzi alle condotte trasgressive.

Il terreno di coltivazione

Ai nostri ragazzi manca sempre di più la risorsa della regola: pur di non farsi disobbedire, i genitori/educatori emettono un rassegnato: «fa quello che vuoi». L’assenza di regole o l’alternanza di regole e lassismo sono una forma di maltrattamento che è parente stretto dell’incuria, del tipo: «non mi coinvolgo con te; ti rendo innocuo». Regole sicure, poche e chiare, sono un fattore di protezione del minore in crescita.

Ma non bastano. Se non sono accompagnate dal sostegno, esse diventano soltanto rigide armature. Sostegno è l’esperienza che il trasgredire la regola non mi priva dell’accettazione e dell’amore di chi mi dà la regola: se il ragazzo sperimenta che quando cade ciò che viene disapprovato non è tanto il comportamento, ma il suo sé («sei un vero disgraziato», diceva una madre al suo ragazzo all’ennesima disobbedienza e scorrettezza), allora si fa strada nel suo immaginario la percezione che colpire la regola significa colpire l’adulto non accettante (e non ha importanza se tale adulto viene spostato sul vicino di casa, sul passeggero del tram, sull’autista dal cavalcavia): distruggere qualcosa (soprattutto se ha un significato sociale, come ad esempio una porta: io non busso, entro a calci) significa spostare la pulsione di distruzione dall’oggetto primario (l’adulto non accettante) alle cose che lo rappresentano.

Tutto questo ancora non basta: sarebbe come fornire il ragazzo di una bella barca e delle attrezzature necessarie per affrontare il mare e poi non esserci quando si scatena la tempesta.

La catechista Elisa è l’adulto che c’è (sottolineiamo in particolare lei, ben sapendo che essa è collegata a un prezioso, insostituibile team, senza il quale Elisa sarebbe impensabile).

Facciamo alcuni primi piani sul suo comportamento. Anzitutto, per affrontare una questione così vitale, si serve (lo sappia o non lo sappia) dell’effetto framing, cioè "dell’effetto cornice"; è esperienza di tutti che la stessa cosa può essere vista da un punto di vista diverso e per questo solo fatto il giudizio su di essa può mutare. E il primo modo per accedere a un punto di vista diverso è sicuramente cambiare la marca di contesto. La lettura ovvia è dividere il mondo in morsicati e morsicatori; molti vi cadono come in una trappola, specie nel mondo adulto; riusciamo a immaginare, ad esempio, che il consiglio di classe di "II E", convocato sulla questione, non abbia dubbi in proposito e quindi non riesca a proporre soluzioni che non siano di isolamento e di impotenti punizioni dei morsicatori (e cioè di incentivazione della condotta antisociale, come dicevamo).

Elisa parte dal "comune sentire", ma diviene guida nel momento in cui propone un cambio di lettura: che non è il rovesciamento, cioè lo scambio tra aggressori e aggrediti, bensì una nuova cornice per leggere i dati che si esprime in questi termini: «questi aggressori hanno paura», e aiuta i suoi ragazzi a leggerne i segni.

In altre parole, Elisa agisce sulla rappresentazione dell’altro, fino a separare l’agito (in questo caso le morsicature) da ciò che vi sta dietro. L’altro non è uno sul quale mettere una etichetta, non è uno da "sapere già", ma una persona che ha sempre la dignità di non essere la somma dei suoi atti.

Mentre accede ad un nuovo punto di vista, il ragazzo si sente accompagnato, cioè trova un compagno che fa con lui un pezzo di strada. Diversamente può sentirsi istruito, tranquillizzato, giudicato, aiutato: tutte modalità che possono avere le loro chance, ma che hanno in comune il lasciarlo passivo. Accompagnare un ragazzo significa fare vera prevenzione sociale, perché così ad un certo momento camminerà da solo e a sua volta accompagnerà altri; ma anche – e ci preme! – vera trasmissione di fede, come accade quando il gruppo si chiede che cosa significhi in questo caso «porgere l’altra guancia»: l’etica del Regno non si comunica attraverso istruzioni!

C’è un secondo momento nell’accompagnamento da parte di Elisa: quando chiede che il gruppo lasci cadere il termine "duri" riferito ai morsicatori, termine che porta con sé una connotazione implicita di forza. A questo punto tutto il gruppo (Elisa compresa) fa esperienza del vuoto connotativo: per chiamarli in altro modo, occorre pensarli in altro modo ed è esattamente questo che porta al "che cosa fare". Finché sono "i duri", si lasciano al massimo dove sono, quando sono "i compagni" è possibile incontrarli. Non è una bacchetta magica, né un’incosciente spinta allo sbaraglio: è una fatica fatta insieme, che non solo richiede cordata (all’incontro prospettato ci sono anche gli adulti), ma la via stretta della conversione; a ogni passo, sarà fin troppo facile pensare che «tanto con quelli non c’è niente da fare».

Diffusione della trasgressione

Molti hanno riflettuto sul gruppo-branco come contenitore dei comportamenti trasgressivi, anzi come ovattamento della coscienza individuale e protezione indiscriminata (se fai parte del gruppo, sei salvo). Accenniamo ad alcune caratteristiche dei comportamenti sostenuti ed esigiti dal branco: il «branco trasgressivo» (branco perché esige conformità e obbedienza, anche se non consapevole) si autoassolve, mentre esprime condotte antisociali come distruzioni, furti, aggressioni; ciò lo protegge dal sentirsi fuori posto, preda di rimorsi e lo rende incapace di percepire nettamente le reali consegne delle proprie azioni.

Come avviene simile processo? Mediante credenze di gruppo (che molto spesso i ragazzi imparano dagli adulti); ne elenchiamo quattro: la diffusione di responsabilità (fanno tutti così, naturalmente confrontando comportamenti simili ai propri e non vedendo i comportamenti opposti); il confronto vantaggioso (è una "cazzata" da poco, ho visto ben altro! Ad esempio, un furtarello in un supermercato non è niente, a confronto dei profitti illeciti di tanti!); l’occultamento delle conseguenze (che cosa ho fatto, poi, in fin dei conti, quello non è mica morto; sto solo tirando dei sassi, se prendo una macchina e sono beccato è solo scalogna); da ultimo, il deprezzamento della vittima (sia per il suo minore status: «è solo una femmina», sia per le supposte intenzioni contro l’aggressore: ha fatto apposta, lo so).

Nel branco possono esserci anche ragazze che però scontano il loro genere con un eccesso di spavalderia e di prove di "coraggio".

Veniamo ora alla proposta di alcuni esercizi (vedi box) sotto forma di gioco interattivo che hanno di mira un accompagnamento adeguato da parte di giovani adulti. Ripetiamo che la famiglia non può esprimere un simile accompagnamento, in quanto mancano gli strumenti e il contesto, quali possono essere il ritagliarsi spazi per una franca discussione tra giovani educatori e il gruppo potenzialmente a rischio di condotte violente. La famiglia può e deve fornire le premesse (quale, ad esempio, una disapprovazione ferma ed esplicita agli atti antisociali, la validificazione di regole e l’offerta di sostegno) perché i ragazzi "escano" e siano disponibili al confronto.

L’esercizio può essere replicato, con l’aiuto stesso dei ragazzi con altro materiale di cui essi sono fornitori di prima mano. L’importante è che tale materiale non coinvolga direttamente eventuali autori dell’atteggiamento deviante che siano presenti, perché ciò potrebbe innescare condotte emozionali (e implicite risonanze) difficili da gestire.

L’esercizio presenta l’evento: in questo caso il lancio di uno zainetto pieno (potrebbe essere il furto intimidatorio di una maglietta firmata, di un paio di scarpe griffate, di un telefonino, di un orologio).

La prima fase del lavoro consiste nell’elevare ad attore principale chi ha subìto la condotta violenta (in forza dell’effetto framing: la vera visibilità non viene data ai trasgressori) con l’intento di far prendere contatto al gruppo dei reali vissuti dell’aggredito: cosa quanto mai non scontata, in forza dei principi di diffusione della responsabilità di cui si è parlato. Quante volte abbiamo sentito ragazzini dire: «Se l’avessi saputo, non l’avrei fatto». A un primo attore (più immediato e veristico) se ne affianca un altro, per insegnare a tutto il gruppo che sono possibili reazioni diverse. Il gruppo ora è pronto a distinguere un agito, le sue risultanze interattive e gli impliciti bisogni da cui parte.

La seconda fase del lavoro ha a che fare con la "riparazione", un evento che riguarda sia gli aggressori che gli aggrediti, come si vedrà nello sviluppo del gioco.

Da ultimo, prima di accedere all’esercizio, una pura annotazione psico-antropologica; ci viene da chiederci, a noi adulti impegnati sul disagio sociale: «Ma cos’è un esercizio, di fronte alla mole di compiti che vengono richiesti alle varie agenzie educative (tribunali per minori compresi!) per far fronte al problema?». Simili esercizi (e altri che si possano inventare!) hanno ampie valenze e potenzialità che solo chi li gioca sa scoprire. Del resto, qualcuno diceva: «Meglio accendere un fiammifero che maledire l’oscurità» (Tonino Bello).

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
    

* Sia la cronaca di morsicatori e morsicati che l’esercizio sullo zainetto lanciato sono tratti dal testo: M. Zattoni, G. Gillini, Ragazzi sulla soglia, Paoline, lire 13.000).

  

LO ZAINETTO LANCIATO NEL VUOTO

Durante una gita (tutta la situazione è volutamente lasciata imprecisa e ambigua), alcuni ragazzi decidono di "fargliela pagare" a una compagna di nome Barbara che ritengono antipatica e altezzosa; con la scusa di aiutarla, si fanno dare lo zainetto (fra l’altro, assai costoso) e si allontanano; quando lei si distrae un momento, dopo aver confabulato tra loro, lanciano lo zainetto nel vuoto, con tutto ciò che esso contiene. Quando Barbara se ne accorge, fa una "scenata isterica", a sentir loro. Dopotutto era solo uno zainetto e lei i soldi per comprarsene un altro ce li ha di sicuro.

Per lavorare insieme.

Prima fase: a una ragazza si chiede di interpretare Barbara, con la sollecitazione di dire ad alta voce tutto il suo vissuto, i suoi pensieri, le sue emozioni. Si chiama poi una seconda ragazza e le si chiede di agire una Barbara diversa. Tutto il gruppo ora discute distinguendo l’agito (buttar via lo zainetto) dalle possibili motivazioni o richieste dei ragazzi aggressivi.

Seconda fase: il gruppo ora immagina tre possibili azioni di Barbara, almeno una delle quali come "risposta adeguata" alle domande implicite dei ragazzi aggressivi e come un modo "evangelico" di andar loro incontro.

Suggerimenti per lo sviluppo.

In base a quanto detto nel corpo del capitolo, si permette ai ragazzi di prendere coscienza di una lettura rigida dei dati; è fondamentale ripercorrere le quattro tappe dell’autoassoluzione da parte dei ragazzi e metterli a contatto con possibili conseguenze non previste del loro agire (a ciò risponde la prima fase, come guida al mondo interno di Barbara).

Si cerca poi assieme di trovare una via "evangelica" di contatto tra i ragazzi, che non sia solamente convenienza, negazione del fatto, perdono facile, supponenza, distanza e orgoglio. Si deve avere fiducia sul fatto che i ragazzi troveranno un modo nuovo che segnali incontro (ad esempio, un’attività comune, anche di Barbara, per finanziare l’acquisto di un nuovo zaino, magari di un modello più semplice).

m.z.-g.g.

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