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SOCIETÀ & FAMIGLIA - LE VICENDE GIOVANILI CHE NON PASSANO DI MODA

Le "ragazzate" dei figli perbene

di Beppe Del Colle
     

   Famiglia Oggi n. 6-7 giugno/luglio 2000 - Home Page Dissacrazioni. Violenze. Assassinii sono prodotti indifferentemente da ricchi e poveri, colti e ignoranti. Da che mondo è mondo, qualcuno ispira le azioni e altri le compiono. Ciò che colpisce è l’attenuazione della responsabilità individuale da parte della società e dei media nei confronti di questi fatti.

A ben pensarci, Capuleti e Montecchi erano due baby-gangs. Anche le vicende di West Side Story; anche quelle raccontate in uno dei libri cult per l’adolescenza di qualche generazione fa: I ragazzi della via Pal. Niente di nuovo sotto il sole, dunque. Da sempre, la violenza di gruppo fa parte dell’esistenza giovanile.

Ciò che colpisce, oggi, non è tanto la gratuità totale, fino all’incomprensibilità, di certi atteggiamenti e certe azioni; né il riferimento a esempi che i giovani trovano nelle cronache quotidiane, nei comportamenti abituali degli adulti, in tante pseudoideologie e pseudoreligioni, e soprattutto in tanta produzione multimediale, in Tv o in Internet: da che mondo è mondo, qualcuno ha ispirato e qualcuno ha eseguito; e nemmeno che violenze, dissacrazioni, assassinii siano prodotti indifferentemente da giovani ricchi e giovani poveri, giovani colti e giovani ignoranti. Ciò che colpisce è l’atteggiamento della società, della cultura, dei mass media nei confronti di questi fatti, un atteggiamento che risponde al principio di cancellazione della responsabilità individuale su cui si fonda l’etica (religiosa o laica) contemporanea.

Nessuno nega che esistano cause "sociali" dei comportamenti individuali; nessuno nega, in particolare per quanto riguarda le devianze giovanili, che una delle ragioni vada cercata nella crisi della famiglia come comunità educante, e, parallelamente, nella crisi della scuola: due crisi sulle quali si ritorna sovente. Ciò che conta è lo scatto immediato della pietà, della "comprensione" spinta talvolta fino alla giustificazione per gli autori di determinati gesti di violenza. Capire è l’ossessione dominante in molte coscienze critiche del nostro tempo. Ma è anche l’esercizio più difficile che si possa mettere in atto in determinate situazioni.

Il giorno di "pasquetta" lo zoo di Washington è stato teatro di un’inaudita aggressione ai discendenti degli schiavi importati dall’Africa nei secoli scorsi, che ogni anno usano riunirsi proprio in quel luogo per una pacifica commemorazione del loro passato di popolo oppresso. Un ragazzino bianco ha sparato contro quella folla, ferendo a colpi di pistola sette bambini, alcuni gravemente. Negli stessi giorni un bianco adulto ha fatto la stessa cosa, uccidendo sistematicamente, in luoghi diversi ma vicini, sei cittadini di origine africana, indiana o ebrea.

C’è collegamento fra i due fatti? C’è qualcosa, in entrambi, che chiami in causa la società e i comportamenti diffusi? Certo, il razzismo; certo, la facilità con cui il mercato delle armi consente a chiunque, negli Usa, di possedere e usare rivoltelle; ma una differenza, fra il ragazzo e l’adulto, deve pur esserci. Scoprire in che cosa consista non è facile, ma l’etica, la cultura, la sociologia, la psicologia contemporanee spingono a farlo perché ad esse sembra intollerabile che certi fatti avvengano. E invece, purtroppo, avvengono, ripetendosi a ogni generazione in modi sempre uguali, nonostante tutti i progressi che la civiltà ha compiuto e compie.

Un gruppo di famiglie gitanti del giorno di "pasquetta" a Velletri, vicino a Roma, è composto da un certo numero di ragazzi che, forse annoiati, decidono di dare l’assalto al centro di spiritualità "Santa Maria dell’Acero": tre edifici e una chiesetta. Spaccano finestre e vetrate, rovesciano l’altare, sfondano un controsoffitto, frantumano tutto quello che gli capita fra le mani. Solo l’allarme dato da un gruppo di scout, che ne immobilizzano sei e li consegnano ai carabinieri, mette fine all’operazione. Sono, scrivono i giornali, ragazzi "normali" con genitori "normali". Ci sarebbe da discutere su questa "normalità", visto che non è poi troppo "normale" che si rovescino altari perché ci si annoia.

L’incoscienza collettiva

Si sa, in genere, come avvengono queste che vengono solitamente definite "ragazzate": uno propone qualcosa, magari scherzando, gli altri lo prendono in parola, uno fa coraggio all’altro, tutti insieme si decide di fare «qualcosa di diverso dal solito», l’incoscienza dei momenti di euforia collettiva aiuta a slanciarsi in un’impresa del tutto senza senso, ma appunto per questo "avventurosa" e attraente. Per di più, nel caso specifico, senza rischi. Su ragioni di questo genere, si può scommettere, punterà la difesa al processo per il "fatto di Velletri"; e magari la corte starà al gioco. Risarcito il danno alle tre suore di "Santa Maria dell’Acero", verrà anche il "perdono".

A Milano è successa la stessa cosa che a Velletri. I genitori dei ragazzi delle baby-gangs, rapinatori di strada e ladri nei supermercati, si sono precipitati a risarcire i rapinati e i derubati, per alleggerire la situazione processuale dei loro figli; e la cultura, l’etica, la sociologia e la psicologia si sono affannate a "spiegare".

Anche l’inspiegabile, e cioè un fatto semplicissimo: perché mai solo certi ragazzi fanno queste cose, e non anche tutti i loro amici, compagni di scuola, magari nelle medesime condizioni di fragilità familiare, culturali e religiose?

Nessun uomo è uguale a un altro. Nessun educatore ipotizza di ottenere da tutti i medesimi risultati, di là dalle coercizioni formali, nelle famiglie come nei collegi, come negli oratori, come nelle caserme. Il libero arbitrio è l’avviso, dato a tutti, che le responsabilità sono personali, e non collettive, non soltanto nei tribunali.

Di tutte le spiegazioni che si cercano al fenomeno delle baby-gangs nessuna è indegna di illustrazione, a patto che non si dimentichi il chiodo a cui tutte vanno appese: che il male è iscritto nel cuore dell’uomo ed è lì che va in primo luogo cercato e combattuto.

Beppe Del Colle

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