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MATERIALI & APPUNTI - PROGETTO DI RECUPERO NEI QUARTIERI DI NAPOLI

La paghetta per studiare

di Clotilde Punzo
    

   Famiglia Oggi n. 6-7 giugno/luglio 2000 - Home Page Dare prospettive diverse ai ragazzi di strada. Impegnarsi perché chi rinuncia alla scuola possa trovare maestri speciali. È l’ambizione di "Chance", il programma che cambia in buona la cattiva sorte. E i risultati non mancano.

«La loro unica abilità scolastica, prima di arrivare qui – si legge sulla quarta di sovracoperta di Gli ultimi della classe, di Paola Tavella, sottotitolato: "Un anno con i ragazzi e i maestri in una scuola di strada a Napoli", pubblicato da Mondadori –, era quella di far scappare in lacrime gli insegnanti. Ciro, per esempio, ne ha fatti fuori diciassette prima di incontrarne una particolarmente ostinata. Quella ha dovuto picchiarla. Lo hanno espulso, lui è finito per strada dove s’è trovato benissimo, e nessuno di certo è andato a cercarlo, finché non sono arrivati questi strani maestri».

Gli strani maestri sono "quelli di Chance". Sono maestri di strada. Irriducibili. Come i ragazzi con i quali lavorano. Cesare Moreno, Marco Rossi Doria e Angela Villani, con la loro sequela di compagni e il loro bagaglio di esperienze accumulate in anni di lavoro finalizzato alla ricerca e al recupero dei dispersi, a quelli che la scuola in qualche modo non raggiunge o dimentica, mettono al servizio di un nuovo progetto le loro storie, recuperando anche tutta la trama tessuta dalle tante piccole esperienze che la scuola napoletana deve a un esercito indomabile di operatori. Il progetto Chance ha alle spalle tutto questo e la lungimiranza di una legge, la n. 285 del 1997, voluta dal ministro per la Solidarietà sociale Livia Turco, a favore della promozione dei diritti e delle opportunità dell’infanzia e dell’adolescenza, che lo finanzia.

Nel cuore del progetto ci conduce proprio Cesare Moreno, coordinatore del modulo di Barra - San Giovanni, quartieri problematici della periferia est di Napoli. La sua storia professionale è legata ai dropout. Da quando ha cominciato a insegnare si occupa, infatti, di dispersione scolastica. Anzi, dice di aver cominciato a insegnare proprio per occuparsi di questo, quando, negli anni Settanta, in seguito a ricerche e indagini condotte nelle scuole medie delle periferie ma anche del centro di Napoli, scopre che, per esempio, nelle terze medie, in classi che partivano all’inizio dell’anno con scolaresche di 30 alunni, si arrivava appena a presenze di appena 7, 8, 9 alunni senza avere alcuna notizia degli altri e del perché questo accadeva.

Restava soltanto la realtà di una scuola dell’obbligo che funzionava per meno della metà dei ragazzi. Ma anche la storia personale di Cesare è in qualche modo legata al fenomeno. È in famiglia, durante gli anni della sua infanzia che ha a che fare con chi respinge la scuola.

«I problemi della dispersione scolastica – racconta – li abbiamo affrontati "familiarmente". Mia madre, che insegnava nel quartiere, qualche volta mi mandava a prendere a casa i bambini che non andavano a scuola. Avevo dieci anni allora e facevo il lavoro che adesso fanno gli assistenti sociali. Certamente non era la situazione di oggi, io ero un bambino e mia madre era l’insegnante di San Giovanni. Non so se all’epoca fosse l’unica insegnante, ma certamente era una delle pochissime del luogo.

«Mia madre non sapeva neppure che esistesse l’assistente sociale, era semplicemente una maestra che si poneva il problema che se il bambino non andava a scuola, bisognava sollecitarlo e il più delle sollecitazioni le faceva strada facendo. La mattina andando a scuola si tirava dietro i bambini. In questo modo, a suo tempo, e questo accadeva negli anni ’50, mia madre è uscita fuori della dimensione della classe».

Copertina del libro di Paola Tavella citato nell’articolo.
Copertina del libro di Paola Tavella citato nell’articolo.

Un metodo integrato

"Chance" nasce da una riflessione forte, che fa emergere la «distanza tra un sapere spontaneo e un sapere formalizzato, scolasticizzato, per cui l’analfabetismo e il cattivo rendimento scolastico non sono lo specchio di una incapacità a comprendere, ma lo specchio di una incapacità della scuola a capire il linguaggio e le modalità del ragazzo». Da qui, dunque, l’esigenza di fare una scuola media diversa, che sia e si affermi veramente come "scuola della seconda opportunità".

"Chance" è un progetto integrato, che riunisce intorno allo stesso tavolo, e con la stessa dignità, scuola, comune e università. Sulla faccia di Moreno si legge tutta la soddisfazione del fatto di essere stati tra i primi a sperimentare questo tipo di collaborazione. Tre i moduli in cui si articola il progetto: San Giovanni - Barra coordinato da Cesare Moreno; Soccavo da Angela Villani e Quartieri Spagnoli da Marco Rossi Doria.

«La partecipazione dell’università al progetto – sottolinea – garantisce il rigore scientifico del progetto stesso perché ciò che si produce è scienza. Quando lavoriamo, noi produciamo un miglioramento delle condizioni sociali, promuoviamo lo sviluppo dei soggetti che intervengono e tra questi c’è la famiglia in modo decisivo. Produciamo conoscenza scientifica di come si fa ad affrontare questi problemi. Per questo c’è bisogno di una seconda linea, scientifica ma anche psicologica, che raccolga quello che si fa, ma soprattutto che lo restituisca. «Ecco, dunque, la necessità di avere in squadra un soggetto, come l’università, che condividesse le nostre stesse responsabilità, che riflettesse sull’esperienza insieme a noi, aiutandoci a capire come migliorare l’esperienza e assistendo gli insegnanti, gli operatori che a loro volta assistono i ragazzi. Per noi i gruppi di discussione che facciamo ogni 15 giorni sono il luogo dove si cura il cuore del progetto».

Il recupero dei ragazzi si svolge sui fronti umano, sociale e scolastico. Innanzitutto, gli sforzi sono rivolti a ricostruire la relazione umana, persa o addirittura non vissuta in un ambiente familiare sbandato e in un contesto sociale altrettanto disgregato; la "relazione accogliente", la capacità di stare tutto il giorno con il ragazzo e di stare dalla parte del ragazzo, perché «uno sguardo amico – Moreno ne è convinto – fa crescere la gente».

Attraverso un resoconto quotidiano, il ragazzo viene orientato a prendere coscienza di sé, del proprio impegno e a tal fine, è prevista anche la corresponsione di una "paghetta", consistente in lire 10.000 a settimana. Ogni tre mesi, convocate le famiglie, alla presenza dell’assistente sociale, i soldi guadagnati vengono ritirati dal ragazzo dopo che il genitore ha apposto la sua firma per ricevuta.

Chi sono i ragazzi di "Chance"? Sono i ragazzi che vengono dalla strada, i dispersi, gli irriducibili, quelli nei confronti dei quali i servizi sociali hanno fallito, quelli chiamati dal giudice, quelli multati, e, ciò nonostante, a scuola non vanno. Ragazzi depressi e aggressivi, che hanno quindici anni e molti fallimenti alle spalle. «È gente, non solo i ragazzi, ma l’intera famiglia – continua Moreno –, che ha perso la speranza, che dorme fino a mezzogiorno. In certi casi la nostra attività è la sveglia, la telefonata per svegliarli. C’è disoccupazione, miseria, avvilimento, mancanza di attività, di speranza. Il campionario di disagi e di situazioni di estrema crudezza, davanti al quale ci siamo trovati, è alquanto vario. Abbiamo la ragazza che non esce di casa perché si vede brutta, ragazzi di 12 e 13 anni che, privati del gioco e dell’infanzia, si trovano a dover assistere i genitori affetti da disturbi mentali, figli di genitori agli arresti domiciliari, persone coinvolte in faide familiari, figli ultimi di tutta una stirpe di galeotti finiti male che ci dicono: "Io non voglio fare la fine di quelli". Noi abbiamo a che fare con gli ultimi e non con i primi della classe, con i perdenti, con gli sconfitti, anche se boss».

Nulla a "Chance" è lasciato al caso. I ragazzi, attraverso la segnalazione dei servizi sociali, vengono raggiunti da una comunicazione scritta indirizzata alla famiglia, in cui si invitano genitore e ragazzo a un incontro che avviene presso i servizi sociali alla presenza dell’assistente sociale e dell’insegnante.

Sia al genitore che al ragazzo viene spiegato in cosa consista il progetto e perché quella è una scuola diversa. Successivamente, in un secondo incontro, il confronto è soltanto con il ragazzo, al quale si cerca di rimandare un’immagine di sé come persona responsabile, da rispettare nella sua individualità e indipendenza, e non come appendice del genitore. Le risposte, e questo è il successo del progetto, si sono avute.

Dopo il primo anno di attività ("Chance" è al suo secondo anno) il bilancio è positivo: i cosiddetti irriducibili hanno al loro attivo il 95% delle presenze e sono ritornati per il secondo anno. Addirittura alcuni arrivano presto la mattina, ancor prima dell’inizio (ore 9.00) delle attività, il che ha comportato l’organizzazione di una sorta di "antescuola" per trattenerli. Se frequentano, dicono quelli di "Chance", è perché si rendono conto che in questa scuola possono crescere veramente, che "Chance" è una possibilità.

Una possibilità anche per la famiglia di origine dei ragazzi; questa famiglia così in forte disagio e in difficoltà, che non sempre offre solidarietà, ma spesso rifiuto, distanza. Il lavoro di "Chance" è, dunque, rivolto al riscatto, in qualche modo, anche di questa famiglia da cui deriva ai ragazzi l’immagine pessima che hanno di se stessi. I genitori non sono convocati soltanto per la paghetta o per la valutazione, ma anche per vivere insieme momenti di festa e di condivisione del lavoro che i ragazzi svolgono. Per questo gli operatori realizzano film che genitori e figli vedono poi insieme, per restituire alla famiglia un’immagine positiva del ragazzo, per mostrare il figlio come i genitori non l’hanno mai visto, un figlio che cresce, che migliora.

«La speranza, in fondo, non è mai persa – conclude Cesare Moreno –, non è vero quello che dicono tanti che con l’adolescente non c’è niente da fare. L’uomo non è mai senza speranza. La possibilità del riscatto c’è sempre anche se si trova nel peccato più nero, nella sofferenza più profonda. Non c’è bisogno d’essere cristiani per dirlo, questa è semplicemente esperienza umana».

Clotilde Punzo

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