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LA LEZIONE DELLA BIBBIA

Un tesoro che non ha prezzo

di Patrizio Scalabrini
(docente di Teologia biblica presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, Milano)
            

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 2000 - Home Page La Scrittura apprezza l’amicizia come un bene sommo, una qualità morale, una risorsa della vita, una virtù che trascende le altre. E ammonisce contro tutto ciò che attenta alla sua autenticità.

La Sacra Scrittura non si avventura in una trattazione sistematica sull’amicizia, ma si limita a fornire indicazioni pratiche e illustrazioni di esempi concreti di amicizia, il che permette di rintracciare molti elementi utili per una riflessione su di essa.

L’amicizia è celebrata dalla Bibbia come la condizione affettiva che dà sapore alle giornate dell’uomo, senso alla sua prosperità e rifugio nei tempi di povertà e sofferenza, impedendo così che quei beni che impreziosiscono l’esistenza diventino inutili e scialbi.

Nella povertà e nelle disgrazie gli uomini pensano che l’amicizia sia l’unico balsamo che lenisce le ferite, l’unica protezione contro i colpi della vita («Un amico fedele è una protezione potente; chi lo trova, trova un tesoro. Per un amico fedele non c’è prezzo, non c’è peso per il suo valore. Un amico fedele è un balsamo di vita»: Sir 6,14-16a).

Questo bene impareggiabile («il profumo e l’incenso allietano il cuore, la dolcezza di un amico rassicura l’anima»: Prv 27,9) potrebbe essere percepito a prima vista più che come qualità morale quale disposizione interiore, emotiva, garantita dalla "simpatia". Al contrario la Bibbia ne rimarca fortemente il carattere di virtù morale, ricordando che l’amicizia esige l’impegno della volontà, la costanza, e che proprio tale esercizio della libertà fa di essa qualcosa che va oltre la forma spontanea del sentimento.

Istruttivo in tal senso è quanto scrivono i sapienti di Israele: «Un amico vuol bene sempre, è nato per essere un fratello nella sventura» (Prv 17,17). Come la virtù, intesa quale forma stabile dell’agire libero, così l’amicizia ha bisogno della verifica del tempo, della durata: «Non abbandonare un vecchio amico, perché quello recente non è uguale a lui. Vino nuovo, amico nuovo; quando sarà invecchiato, lo berrai con piacere» (Sir 9,10).

E, se il timore del Signore è la radice di tutte le virtù, l’amicizia in questo suo profilo morale sarà favorita e salvaguardata contro ogni degenerazione proprio dal timore del Signore: «Un amico fedele è un balsamo di vita, lo troveranno quanti temono il Signore. Chi teme il Signore è costante nella sua amicizia, perché come uno è, così sarà il suo amico» (Sir 6,16-17).

La costanza nell’amicizia si manifesta nel superamento delle forme naturali del sentire, propense alla ricerca dell’interesse immediato: «Non cambiare un amico per interesse, né un fratello fedele per l’oro di Ofir» (Sir 7,18). Costanza nell’amicizia significa anche vegliare sulle decisioni impulsive, e sui facili risentimenti e permalosità: «Interroga l’amico, perché spesso si tratta di calunnia; non credere a ogni parola» (Sir 19,15). Proprio perché l’amicizia è chiamata a superare la prova del tempo, non può ridursi a un momento magico ed euforico, ma deve saper resistere anche alle insinuazioni e alle calunnie.

Positivamente bisogna essere disponibili al perdono dell’amico che ha sbagliato: «Chi scaglia pietre contro uccelli li mette in fuga, chi offende un amico rompe l’amicizia. Se hai sguainato la spada contro un amico, non disperare, può esserci un ritorno. Se hai aperto la bocca contro un amico, non temere, può esserci riconciliazione…» (Sir 22,20-22). E ancora: «Chi copre la colpa si concilia l’amicizia, ma chi la divulga divide gli amici» (Prv 17,9).

L’amicizia va dunque coltivata; ecco allora il Siracide esortare a fare del bene all’amico, impegnandosi seriamente per aiutarlo e difenderlo (Sir 14,13; 22,25).

Superare la prova del tempo, non ridursi a momenti magici o euforici, resistere alle calunnie e alle insinuazioni, perdonare chi ha sbagliato. Sono le indispensabili caratteristiche della relazione amicale che può definirsi vera.

L’impegno della volontà nella costanza richiesta fa dunque assurgere l’amicizia da un’eventuale naturale simpatia a un’espressione dell’amore, di quell’amore che, più che rivolgersi ai lontani, si intrattiene invece con i vicini, con chi è davvero prossimo. Essa rappresenta infatti la forma più alta d’amore non erotico che possa regnare tra persone fra loro vicine, amore che può raggiungere il proprio culmine nel dono di sé: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine» (Gv 13,1); «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).

D’altra parte l’amicizia conserverà sempre un solido legame con le forme spontanee del sentire, con la simpatia, senza però ridursi ad esse. Infatti se essa richiede costanza, questa non basta a far sorgere l’amicizia. L’amicizia nel suo tratto di spontaneità rivela una promessa, segnala l’eccedenza di un dono che ci precede e che imprime una direzione al cammino dell’uomo quale avventura buona, sensata, gioiosa. Per questo essa è paragonata al vino (cfr. Sir 9,10) che è appunto simbolo della festa, della gratificazione («Che vita è quella di chi non ha vino? Questo fu creato per la gioia degli uomini»: Sir 31,27).

Un patto di lealtà

Efficace illustrazione della natura dell’amicizia è il caso esemplare, indimenticabile di Davide, il futuro re d’Israele, con Gionata, lo sfortunato figlio di Saul. L’autore biblico li presenta come amici fin dal loro primo incontro, quasi a sottolineare il lato spontaneo dell’amicizia, il suo legame con le forme del sentimento: «Quando Davide ebbe finito di parlare con Saul, l’anima di Gionata s’era già talmente legata all’anima di Davide, che Gionata lo amò come se stesso» (1Sam 18,1).

A rendere il loro caso fulgido, esemplare, interviene il fatto che essi si legano vicendevolmente con un "patto" accompagnato da uno scambio di doni quale segno di amicizia perpetua, per la vita e per la morte (1Sam 18,3-4: «Gionata strinse con Davide un patto, perché lo amava come se stesso. Gionata si tolse il mantello che indossava e lo diede a Davide e vi aggiunse i suoi abiti, la sua spada, il suo arco e la cintura»). 

"Patto" è ciò che sinteticamente dice tutti i vincoli e doveri dell’amicizia in quanto virtù. Patto significa soprattutto impegno di fedeltà. Ebbene la fedeltà all’amico nei momenti difficili è la prova dell’autenticità di un’amicizia ed è qualità sommamente apprezzata dalla Bibbia: «Ama l’amico e sii a lui fedele» (Sir 27,27; cfr. anche Sir 6,14-16; Prv 17,17; 18,24; 27,10). Così Gionata si mostra fedele al patto d’amicizia quando non esita a informare Davide che il proprio padre Saul attenta alla sua vita (1Sam 19,1ss.). Gionata incarna il disinteresse e la lealtà che devono muovere il vero amico, a differenza di quei numerosi falsi amici opportunisti, calcolatori, dei quali la Bibbia esorta insistentemente a diffidare. Per questo infatti i poveri hanno ben pochi amici, mentre i ricchi e i potenti ne dispongono di innumerevoli che, però, si dileguano non appena uno si trova in difficoltà (Prv 19,6-7: «Molti sono gli adulatori dell’uomo generoso e tutti sono amici di chi fa doni. Il povero è disprezzato dai suoi stessi fratelli, tanto più si allontanano da lui i suoi amici»; cfr. anche Prv 19,4; 14,20; Sir 6,10; 12,8-9; 13,21).

Gionata è talmente disinteressato che resta leale a Davide anche di fronte all’ira del padre Saul e persino davanti alla prospettiva che Davide un giorno diventi un possibile, anzi un probabile, concorrente al trono. Egli ci appare perciò come l’amico vero, privo di invidia, di gelosia, che sa invece compiacersi della fortuna e del bene dell’amico.

Davvero colma di pathos risulta la scena di addio tra i due, quando si baciano l’un l’altro e piangono insieme, finché per Davide si fa tardi (1Sam 20,41). Quale epitaffio su questa amicizia sincera e fedele si leverà il commosso canto di Davide allorché gli verrà portata la notizia della morte di Gionata nello scontro contro i Filistei sul monte Gelboe: «Gionata, per la tua morte sento dolore, l’angoscia mi stringe per te, fratello mio Gionata! Tu mi eri molto caro; la tua amicizia era per me cosa più preziosa di un amore di donna» (2Sam 1,25-26).

Contraffazioni dell’amicizia

Come per l’amore, l’amicizia è parola che non dovrebbe essere usata con facilità, ma piuttosto pronunciata al termine di un percorso. Solo una lunga verifica decide della sua qualità e soltanto una vigilanza attenta permette di discernere le sue contraffazioni. Vi è innanzitutto il rischio di confondere l’amicizia con la complicità. Così i maestri dei Proverbi annotano che vi sono compagni che portano alla rovina: «Ci sono compagni che conducono alla rovina» (Prv 18,24). Ecco allora le esortazioni a fuggire le cattive compagnie (Prv 1,8-19) e la considerazione, più volte ripetuta, che l’empio e lo stolto non amano la compagnia del saggio, ma ricercano piuttosto il compiacente appoggio dei propri simili.

Minaccia seria contro l’amicizia è l’escludere un aspetto essenziale per essa, e cioè la giustizia in quanto «amore per la verità». Se non c’è questo amore per la verità si rischia un rapporto soffocante, che impedisce più che far crescere poiché toglie libertà. Allora anche l’amicizia intristisce. L’amore per la verità chiede disponibilità degli amici alla correzione reciproca: «Leali sono le ferite di un amico, fallaci i baci di un nemico» (Prv 27,6).

A una mancanza di veracità si può ricondurre anche la tendenza a propalare i segreti dell’amico, la carenza di discrezione e rispetto per le confidenze ricevute, che rappresentano invece il tesoro dell’amicizia. Per questo i libri sapienziali continuamente mettono sull’avviso i lettori di fronte al grave rischio di smarrire il bene dell’amicizia proprio a causa di mancanza di riservatezza: «Se hai aperto la bocca contro un amico, non temere, può esserci riconciliazione, tranne il caso di insulto e di arroganza, di segreti svelati e di un colpo a tradimento» (Sir 22,22).

Anche la disponibilità a riferire illazioni e dicerie ingenera diffidenza e mette a rischio l’amicizia. Basti qui leggere un efficace passo del Siracide: «Non riferire mai una diceria e non ne avrai alcun danno; non parlarne né all’amico né al nemico, e se puoi farlo senza colpa, non svelare nulla. Altrimenti chi ti ascolta diffiderà di te... Hai udito una parola? Muoia con te!» (Sir 19,7-10). In definitiva è sconveniente fare dell’amicizia un ricettacolo di tutto; è inopportuno che tutto ciò che c’è e che capita venga detto e raccontato all’amico. Non si tratta di mancanza di fiducia nei suoi confronti, ma è rispetto per lui e per se stessi!

Efficace illustrazione narrativa di una forma scadente di relazione che pretenderebbe essere chiamata "amicizia", ma indegna di tale nome perché si basa su un’assenza di giustizia e d’amore per la verità, è quella esistente tra Amnon e Ionadab (2Sam 13,1-5: «Ora Amnon aveva un amico, chiamato Ionadab figlio di Simea, fratello di Davide, e Ionadab era un uomo molto astuto...»). Essa è in qualche modo la controstoria della vicenda di Davide e Gionata. Ionadab invece di proteggere l’amico dalla sua insana passione se ne fa ambiguo complice e con il proprio perfido consiglio spinge Amnon alla rovina. Dietro la pretesa amicizia di Ionadab verso Amnon si cela una segreta invidia per Amnon e per il suo destino regale. Ionadab appare in sostanza non un amico, bensì l’istigatore mosso da segreta invidia verso l’istigato.

Il nemico mortale

Ciò che insidia più profondamente l’amicizia è esattamente l’invidia, frutto del "diavolo", di colui che divide, che non può sopportare la vista del segreto dolce, impenetrabile dell’amicizia tra l’uomo e Dio (Gn 3). È necessario allora guardare in modo amichevole, alternativo rispetto all’occhio "invidioso", per vedere veramente il fratello e l’amico. Caratteristica dell’invidia, peccato inconfessato che cova nel segreto cuore, è impedire all’uomo di tenere alto il volto; come avviene con Caino si manifesta un abbassare lo sguardo, un tenere chino il volto perché non si sostiene la vista dell’altro e della sua virtù (Gn 4,6). Allora il mondo si restringe, si fa piccolo e angusto come l’invidia del cuore.

Un esempio biblico della forza devastatrice dell’invidia e della sua intrinseca pusillanimità è quello di Saul con Davide. Saul, da una profonda affezione verso Davide (1Sam 16,21), passa a un’invidia omicida (1Sam 18,9-16; 19,8-10) che lo isola sempre più non soltanto nei confronti di Davide, ma del mondo intero, e lo fa ripiegare su se stesso in una solitudine disperata che cesserà solo con la sua tragica morte.

Gli empi (che per la Bibbia coincidono con gli stolti) in quanto invidiosi sono portati a cancellare la presenza dell’altro e perciò non conoscono una vera amicizia, ma esclusivamente la complicità: «Lo stolto dice: "Non ho un amico, non c’è gratitudine per i miei benefici"» (Sir 20,16).

Si pensi al quadro fosco dipinto dai salmisti nelle loro preghiere di supplica nelle quali si denuncia il venire meno dell’amicizia proprio a causa dell’invidia che alimenta inesorabilmente ipocrisia, menzogna e tradimento. Oltre al libro di Giobbe, un grande lamento sull’amicizia tradita è il famoso Salmo 55 dove si canta il dolore che raggiunge un culmine parossistico proprio quando l’amico più intimo si rivela essere un traditore: «Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa» (Sal 55,13-15).

Paradossalmente unico antidoto all’invidia è proprio la costanza in un rapporto di alleanza, di amicizia con il fratello, con il prossimo. Vincere l’invidia significa far tacere la critica maligna, sopprimere l’ironia che diventa sarcasmo nei confronti delle virtù dell’altro: «L’uomo ambiguo provoca litigi, chi calunnia divide gli amici» (Prv 16,28).

Selettività necessaria

Amicizia e sapienza vanno di pari passo al punto che i saggi sono detti "amici" della sapienza (cfr. Prv 2,9). Questo significa che l’amicizia dev’essere ospitale come la Sapienza (cfr. Prv 9,1-6). Se da una parte l’amicizia ha bisogno di pudore, di riservatezza, dall’altra deve diventare capace di ospitalità e d’accoglienza verso l’altro. Abramo diventa amico di Dio (Is 41,8; Dn 3,35) proprio quando accoglie nella propria tenda i tre misteriosi viandanti (Gn 18). Infatti in questa occasione Dio confessa a se stesso di non potere tenere nascosto al confidente Abramo, mostratosi degno della stima divina esattamente per la sua ospitalità, quanto sta per far succedere a Sodoma e Gomorra, le città inospitali (Gn 18,16ss.). E, in nome della medesima confidenza con JHWH, Abramo oserà poi supplicare e intercedere insistentemente presso il divino Amico proprio in favore delle città peccatrici!

L’amore per l’altro, che si esprime nella forma dell’amicizia, ha bisogno dunque di sapersi partecipare, di far crescere anche altre persone, oltre la ristretta cerchia gli amici.

Complementare alla sua capacità di ospitalità dev’essere però la qualità non generica dell’amicizia. Essa introduce in una relazione di comunione, di confidenza, di scambio che non sopporta l’inganno, chiaramente denunciato dalla Sacra Scrittura, d’essere confusa con una generica simpatia o conoscenza. Per questo la Bibbia raccomanda vivamente che l’amicizia non sia profusa a chiunque e perciò sperperata in mille direzioni: «Siano in molti coloro che vivono in pace con te, ma i tuoi consiglieri uno su mille. Se intendi farti un amico, mettilo alla prova, non fidarti subito di lui...» (Sir 6,6ss.). La considerazione attenta di come vanno le cose, che ispira il trattatello di Siracide sull’amicizia (Sir 6,5-17), sfocia nell’esortazione esplicita a non fidarsi subito di tutti, ma a capire se una persona merita veramente fiducia. L’invito è perciò anche a non confondere alcuni momenti euforici, caratterizzati da facilità nella comunicazione, con l’inestimabile tesoro dell’amicizia, e a non caricare di eccessive valenze situazioni che poi non reggono alla verifica del tempo. Pertanto, sapienza è il darsi da fare per conquistare amici autentici e conservarseli a ogni costo (Sir 7,18), ricordando che l’amicizia ha bisogno di pudore, di capacità di silenzio e d’attesa e insieme di accoglienza e apertura ospitale all’altro, al diverso.

La Bibbia ritiene che sia possibile parlare del rapporto con Dio come un rapporto amicale. Oltre alle testimonianze anticotestamentarie su Abramo quale amico di Dio e alle altre allusioni ai profeti come confidenti di Dio (cfr., ad esempio, Is 5,1), il Nuovo Testamento non solo parla di un’amicizia di Dio per gli uomini (philantropia: Tt 3,4), ma ne indica la sua concreta e più alta realizzazione in Gesù Cristo.

I maligni detrattori lo chiamano per disprezzo l’amico dei pubblicani e dei peccatori (Mt 11,19; Lc 7,34), non rendendosi conto che proprio le amicizie di Gesù costituiscono un simbolo pregnante del venire del Regno che è appunto rivelazione dell’amore di Dio per gli uomini, anche per gli ultimi e i più derelitti.

Gesù coltiva l’amicizia non solo verso i Dodici e altri suoi discepoli, ma nutre relazioni di comunione profondissima con alcune persone, come Lazzaro e le sue due sorelle: «Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro» (Gv 11,5). Gli stessi Giudei devono riconoscere come Gesù ami molto Lazzaro allorché vedono il suo pianto di fronte alla tomba dell’amico (Gv 11,35ss.).

Questa amicizia di Gesù durante la sua vita terrena funge da cifra per interpretare la relazione che qualifica il discepolato in ogni tempo: «Voi siete i miei amici se farete ciò che io vi comando» (Gv 15,14). La relazione tra Gesù maestro e i suoi discepoli è in profondità quella di amico ad amico. L’amore di Gesù per i suoi è così grande ed efficace che crea un rapporto tra eguali, in quanto egli introduce i propri discepoli negli stessi segreti della vita divina, del Padre. Tale relazione di amicizia fa sì che il rapporto tra Gesù e i discepoli non sia ispirato a paura e soggezione, ma a libero affetto, a un profondo interscambio tra lui, che dona la vita per i suoi amici, e i suoi amici con lui e tra loro. Se ai servi e agli schiavi si danno ordini senza spiegazioni, all’amico si fanno confidenze, si comunicano progetti, speranze, dubbi e gioie, così come Dio faceva nell’Antico Testamento con i profeti.

Proprio quest’amicizia con Gesù renderà il gruppo dei discepoli una comunità profetica, che parla e agisce fondandosi sulla conoscenza dei segreti dell’amico divino: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15).

Patrizio Scalabrini

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