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CONTRO L’IMPOSSIBILE AMICIZIA PROFESSIONALE

Umanizzare le relazioni

di Duccio Demetrio
(docente di Educazione degli adulti, Università degli studi di Milano-Bicocca, direttore di "Adultità")
            

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 2000 - Home Page Sono varie le problematiche dell’esperienza amicale nel mondo del lavoro. Competitività e carrierismo costituiscono gli ostacoli. Gratuità e disinteresse, i tratti da incentivare. Insieme alla cordialità che supera divisioni e conflitti.

Lo scrittore irlandese Clive S. Lewis, nel suo brillante saggio I quattro amori. Affetto, amicizia, eros e carità (1), ebbe a scrivere che «l’amicizia è il meno naturale degli affetti, il meno istintivo, il meno organico, biologico, gregario, indispensabile (...), senza l’eros nessuno di noi sarebbe stato generato, e senza l’affetto nessuno di noi avrebbe ricevuto un’educazione; al contrario, si può vivere e riprodursi anche senza l’amicizia. Essa, dal punto di vista biologico, non è affatto indispensabile per la specie» (2).Se rapportiamo queste parole a quanto accade nelle vite professionali, le più diverse e disparate, non possiamo che concordare con quanto Lewis affermò oltre quarant’anni fa. Sul lavoro, l’essere e diventare amici non solo appare innaturale, ma è, questo incontro, talvolta addirittura temuto e scoraggiato da chi ha responsabilità direttive, organizzative e manageriali.

Il costituirsi di amicalità professionali fa paura e inquieta: non soltanto perché ciò ingenera – per alcuni – un abbassamento della produttività, laddove l’efficientismo non può tollerare tempi morti e relax dedicati a conversazioni o a rituali dispersivi (troppi caffè consumati insieme, pause eccessivamente prolungate, chiacchiere tra le scrivanie); i rapporti di amicizia preoccupano perché instaurano quanto, sia in natura che nelle aggregazioni sociali, da che mondo è mondo, chiamiamo "cameratismo", "solidarietà", "cooperazione". Benché questi siano considerati valori utili al raggiungimento degli scopi di un’impresa produttiva o di un servizio, sono comunque visti con sospetto quando assumono i caratteri dell’amicalità che si opponga alle decisioni e alla direzione di questa o di quella leadership. Il potere teme e ingenera amicizia al contempo.

I valori citati, pur possedendo quanto di solito attribuiamo all’amicizia (instaurarsi del "noi" in relazioni interpersonali informali basate sullo scherzo, sull’ironia, e la convivialità), in realtà ricadono sotto la definizione assegnata loro da chi abbiamo citato: appartengono alla sfera della necessità e all’ordine delle cose. Può accadere, e accade spesso, che in ambiti lavorativi l’indifferenza reciproca tra colleghi, se non una malcelata ostilità, diventi all’improvviso, in ragione di un’occasione rivendicativa, di un’ingiustizia subita, di una disfunzione, un evento fertile all’instaurarsi di ben altre strategie di convivenza.

Il lavoro crea di continuo alleanze e separazioni, riconciliazioni e catastrofiche espulsioni, patti e rivalse. Insomma, in tali luoghi, l’amicalità parrebbe intrinsecamente connessa a interessi (con tutto il repertorio di ricatti, doppiogiochismi, simulazioni) assai poco rapportabili a quella "nonindispensabilità" ritenuta da Lewis il fattore dirimente tra l’essere e il non essere in amicizia.

Altra cosa, e invece necessaria, era ed è la collaborazione che non implica sodalizio amicale. Nelle comunità primitive – aggiungeva – la cooperazione (tra i maschi, nel loro ruolo di guerrieri o di cacciatori; e tra le donne, nelle funzioni di cura e di educazione, di sostentamento o vicendevole aiuto) era cruciale nel suo essere sempre esposta a cambiamenti, a giochi nuovi di gruppo, all’insorgere di altre combinazioni cameratesche, né più né meno come oggi.

Inoltre: «Non solo dovevano sbrigare quelle faccende, ma dovevano anche discuterne. La caccia e la guerra andavano programmate e, a cose fatte, era importante riunirsi per scambiarsi le opinioni su quanto era accaduto e trarne insegnamenti per il futuro. Questo ci procurava un piacere anche maggiore. Si esponevano al ridicolo i vigliacchi e gli inetti, gli autori di imprese coraggiose venivano lodati pubblicamente. In pratica, si parlava dei nostri affari» (3).

Sono dunque gli affari, le dinamiche del vantaggio e dell’utile alle quali si è disposti a sacrificare appunto chi, al maschile e al femminile, non ci serve più, ad avere il predominio. A decidere che è bene non accompagnarsi più all’esautorato di turno, che nuovi concorrenti aspirino alla nostra "amicizia". I quali, esperti in mobbing (4), si avvalgono del pettegolezzo, dell’insinuazione, o, peggio, della palese menzogna, pur di sostituirsi al caduto/a in disgrazia; al reo o alla rea di qualche debolezza, errore, difficoltà che, se sul lavoro può trovare anche qualche forma di "perdono", ingenera, in ogni caso, pregiudizi, sospetti, leggende sulle sue incompetenze, dovute a qualche momento di disorientamento, di disagio, di sconcerto spesso di origine extralavorativa. Non vi è del resto frase più distruttiva di: «incomincia a perdere i colpi», volta a decretare il tramonto o la fine irreversibile di qualcuno, e tale da esprimere quanto la crudeltà umana, ben più che professionale, alberghi e prosperi proprio laddove alla sedicente virtù del "lavoro di squadra", repentinamente, possa sostituirsi il vizio antico di scalzare questo o quella concorrente.

Vignetta.

Seguendo il ragionamento di Lewis, le conclusioni non parrebbero che pessimistiche a chi reputa possibile l’amicizia nei territori aridi di umanità del lavoro dipendente. Viceversa appaiono realistiche a chi decisamente tende a escludere cinicamente ogni forma di amicalità nei tempi e negli spazi di cui andiamo parlando. Troppe, per costoro, sono le circostanze che rendono una chimera la possibilità di stringere sinceri (quindi disinteressati e oblativi) legami di amicizia: laddove imperano altre regole di convivenza e dove questo sentimento, se scoperto, può danneggiare a ragione o a torto la mission del sistema cui si appartiene. Per tale motivo vi è chi preferisce (5) servirsi della ben più blanda – che si rivela assai meno compromettente sul piano degli affetti – parola condivisione. Termine questo poco impegnativo, però certo indovinato allorché si voglia indicare, in luoghi vocati alle trasformazioni, nient’altro che un effimero contratto di carattere funzionale sia per sé, sia per i vantaggi socioeconomici della ditta-nozione che assumiamo in senso lato. Verso la quale occorre prestare dedizione, assoluta fedeltà, incondizionata disponibilità alla sua difesa a oltranza. 

"Condividere" è un termine che, rubato ad altri ambienti, ad altre concezioni (queste sì chiamate all’esercizio di imprese solidali disinteressate), è stato assunto dalle strategie di management al fine di addolcire una realtà contraddistinta, in vero, da logiche improntate al successo di mercato, alla competizione, al rischio. La condivisione ("amicale", taluni più sentimentali aggiungono) diviene, così, fondamentale per educare i propri dipendenti a quello spirito di corpo primordiale evocato da Lewis, a quel cameratismo prezioso per l’azienda affinché, contro la concorrenza, si possa operare insieme.

Non si confondano, comunque, le relazioni auspicate dall’ideologia della condivisione, cui si viene formati in costosi corsi svolti in sedi amene e invoglianti alla convivialità, a svelare qualche intimità o tracce di tono confidenziale con l’amicizia. Manager e formatori sanno bene che tutto questo è un gioco, una simulazione non di war game, ma difair play, volto a verificare (anche) se qualcuno, ingenuamente, ci caschi. Si abbandoni all’eros del produrre condividendo in una mistica degli affari. E se ad altri, presi da un’improvvisa nostalgia per quel che, qui, non possono trovare, in una serata di maggior abbandono, al termine di un seminario residenziale, giunti al brindisi di una cena sociale, accada di lasciarsi sfuggire il detto: «Siamo ormai tutti amici, cari colleghi!», siate pur certi che qualcun altro, più avveduto e già pronto a stigmatizzare la debolezza del malcapitato, aggiungerà: «È come se fossimo ormai tutti amici».

A vincere, in buona sostanza, è sempre colui o colei che con grande lucidità e un pizzico di cinismo non confonde gli obiettivi condivisibili, necessari alla produzione, alla distribuzione, alla vendita, con gli obiettivi e lo spirito dell’amicalità. I primi esigono il rispetto di norme che, estrema illusione, richiedono una dissimulazione dell’inimicizia e l’esibizione di rituali e parole simbolicamente amicali, mentre i secondi, pur obbedendo comunque a qualche regola, che sempre vige nei rapporti tra persone (in famiglia, in coppia, tra parenti), si illudono di trovare nel lavoro anche un grembo materno rassicurante. Gratuito.

Se in circostanze diverse da quelle del lavoro possono esserci amicizie per qualche tornaconto, non sembra proprio che l’amicalità possa avere da spartire alcunché con la convenienza. La virtù antica dell’amicizia, ricordando Michel de Montaigne, è ben altro: difatti «quelli che chiamiamo abitualmente amici e amicizie, sono soltanto dimestichezze e familiarità annodate per qualche circostanza e vantaggio, per mezzo di cui le nostre anime si tengono unite. Nell’amicizia di cui parlo, esse si mescolano e si confondono l’una nell’altra con un connubio totale tanto da cancellare e non ritrovar più la connessura che le ha unite. Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: «Perché era lui; perché ero io» (6).

L’amicalità professionale in questa visione radicale si dovrebbe mostrare da parte dell’uno/a nei confronti dell’altro/a allorché uno dei due, colpito da licenziamento, assistesse alle dimissioni volontarie dell’amica o dell’amico. Circostanza possibile, pur se assai rara, forse così estrema da apparire troppo scandalosa oggigiorno. Patetica ai più, nobile ai romantici in estinzione.

Una gratuità amicale sul lavoro parrebbe quindi non esserci non per cattiva volontà degli amici e delle amiche mancati, ma per le stesse circostanze dettate dall’organizzazione del lavoro. Soltanto nei sistemi burocratici, elefantiaci, rigidamente strutturati, dove i dipendenti vivono di privilegi e rendite di posizione (ahi, noi!), l’amicizia professionale parrebbe un bene possibile. Ci riferiamo ai contesti a bassa o quasi assente produttività e competitività, dove il tempo di lavoro – si fa per dire – diventa tempo dell’ozio e brodo di cultura assai fertile per il bighellonaggio così propizio alla tessitura di sinceri e profondi legami. Questi sono, a quanto pare, possibili appunto riducendo al minimo obblighi e doveri sanciti dai ritmi lassisti o a debole efficienza.

L’amicizia può rivelarsi, in tali nicchie e rifugi, un crogiolo di amoralità nell’esercizio delle funzioni pubbliche; copre furbizie, scarso rendimento, evasioni più o meno lecite ai limiti dell’omertà e di quei comportamenti clandestini che certamente le organizzazioni produttive scoraggiano sul nascere. Meglio, di conseguenza, che amicalità professionale qui non si dia, per non dover assistere alla sua genesi apportatrice di amoralità. L’etica del lavoro in tal caso non può che stigmatizzare quelle amicizie che inquinano la trasparenza della condivisione.

Dovremmo pertanto celebrare le lodi dell’impresa basata sulla misurabilità del lavoro condiviso, tollerando che nei "sotterranei" delle professioni imprenditoriali qualche amicizia "vera" possa nascere e consolidarsi, non per questo compromettendo le sorti di ambienti per i quali l’assenza di amicalità parrebbe vitale. Amicizie sane clandestine, solidarietà tra colleghi esistono ancora, per fortuna.

Vignetta.

Senza secondi fini

Le riflessioni fatte ci inducono ad aprire un altro capitolo relativamente al senso dell’amicizia in età adulta. Si suole dire che – non a caso – una volta lasciata alle spalle la prima giovinezza (e ciò si compie quando iniziano a consolidarsi le carriere, anche in funzione di cambiamenti di posto cercati, perché più remunerativi e gratificanti), la possibilità di stringere amicizie si diradi sempre più. A meno che, caso frequentissimo, non vengano coinvolte le reciproche famiglie. La prima cena o la prima vacanza per far giocare insieme i figli degli uni e degli altri sono il rito di passaggio a forme extralavorative, ma nate sul lavoro, di nuova amicalità: complici coniugi e bambini.

Si tratta di una fenomenologia amicale che lascia tracce tra coloro che sono in crescita, che ricorderanno l’amico di papà o la collega di mamma, nonché i rispettivi coetanei: ma quante ne lascia tra gli adulti? Anche in questo caso l’utile, pur al di fuori dell’azienda o dell’ufficio, trionfa su tutto il resto. Ci riferiamo a quell’indotto amicale che, pur generando incontri fuori dal lavoro, vede sempre la potenziale rottura dei legami in rapporto agli eventi lavorativi.

Quante amicizie, che sembravano sincere, si dissolvono a un tratto dinanzi a un balzo di carriera che penalizza l’uno o l’altro? È impossibile vivere negli anni della maturità un’amicizia? Se è così, non ci resta che accettare, nel rituale di rivedersi di tanto in tanto, che l’amicalità prosperi soltanto negli anni giovanili? Negli anni delle sperimentazioni "a perdere", del rischio, degli amori incerti, dell’ingenuità?

Negli anni a maggior evidenza pedagogica, quando l’esperienza della propria formazione, quasi in un laboratorio di adultizzazione, ci induce a stringere amicizie disinteressate che si riveleranno preziose per quel che hanno saputo insegnarci della vita, del nostro modo di amare, di immaginare il futuro, di condividere: ma senza secondi fini. Pur destinate a finire e a trasformarsi dinanzi ai primi obblighi adulti.

L’indicatore costituito dal potere formativo dell’amicizia può rivelarsi un’utile cartina di tornasole per verificare se, anche nella professione, il farsi amico-amica di qualcuno ci insegna qualcosa di nuovo. Se smettiamo di apprendere, smettiamo di poter essere amici in quel senso ludico e disarmante di cui abbiamo detto con Lewis. Ciò postula che vi possa essere quindi una qualche amicalità professionale laddove la divisione dei compiti, la diversificazione dei ruoli, il progetto di migliorare le prestazioni o i servizi siano tali non solo da garantire il conseguimento di quanto auspicato, ma nondimeno un miglioramento di sé, in quanto persone: esperienza che è dato vivere dinanzi alla disponibilità e alla lungimiranza di scoprire il piacere di fare insieme qualcosa che arricchisca ben al di là delle sole mete operative. Così come grazie agli altri, a coloro che furono i nostri amici più importanti, più grandi di noi o coetanei, abbiamo avuto modo di vivere vicende decisive (fatali) per la nostra storia, per quel che poi siamo diventati, ancora attraverso gli altri, se continuiamo a desiderare di sapere, ancora aperti all’inusuale e alla voglia di conoscere, allora, forse, anche nelle professioni potremo riscoprire l’amicizia nella mediazione con il desiderio di conoscere insieme. Purché l’amicalità professionale sia cosciente della sua natura provvisoria, aperta all’imponderabile e alla dura legge dell’età adulta: il vantaggio personale.

Un antidoto efficace

Al di là delle cosiddette scansioni in fasi e periodi della vita, il percorso amicale è contrassegnato da fatti che ci ripropongono alcune circostanze topiche: queste non vedono variare i processi taciti o espliciti, più profondi dell’essere e diventare amici indipendentemente dall’età; se l’amicizia è fonte di carattere formativo e si presenta nelle prime decadi dell’esistenza con talune fisionomie, fra le quali il far gruppo o coppia per apprendere a vivere, allo stesso modo, nascerà un’amicizia quando si determinerà un incontro felice tra individui disposti a vagare alla ricerca di qualcosa che da soli non è possibile imparare.

La decifrazione pedagogica, seppur in età adulta e oltre, dell’esperienza amicale, a ogni modo, non è sufficiente a dichiarare se siamo in presenza o meno di una vicenda e di un intreccio amicale. Accanto all’analizzatore costituito dall’opportunità di poter/saper ancora imparare (gli uni dagli altri e avventurandosi insieme con lo stesso spirito dell’età più acerba) resta dirimente un parallelo vincolo. Esso è costituito dalla dimensione affettiva del disinteresse. Dire, infine: «lo faccio per amicizia», per l’istinto al dono che non chiede contropartite, lontani da qualsiasi aspirazione a qualsivoglia tornaconto, è questo il lato forse più oscuro, ma straordinario dell’amicalità. È quell’andare contro la natura e la cultura del consueto a generare lo "scandalo" dell’amicizia.

In un ritrovamento della filia che, se venisse discussa, e con sincera disponibilità, nei contesti professionali di ogni tipo, oltre ad aumentare la produttività, l’efficacia e l’efficienza, potrebbe umanizzare nella trasparenza maggiore i tempi e gli spazi di quei luoghi che più di ogni altra circostanza contrassegnano e marcano le svolte della condizione adulta.

Basterebbe già avere il coraggio di non fingere empatie amicali negli eventi della formazione, così frequenti e necessari, però spesso vuoti di parole che abbiano un senso (e di cui le professioni si avvalgono quasi in una routine eccessiva); o aver voglia di discutere tra colleghi e colleghe il titolo di questo numero di Famiglia oggi (e di questo articolo) per inventare discorsi meno finti e stereotipati. Sperimentando, almeno, l’amicizia nell’"amicizia" necessaria a raccontare i propri ardui vissuti amicali. Senza paura del conflitto, inevitabile fra l’altro nelle amicizie durature, senza il timore di svelare quel che c’è e quel che non c’è nelle relazioni umane.

Vi sono professioni che, oltretutto, non potrebbero quasi esercitarsi – ci riferiamo a quell’area comprensiva delle attività d’aiuto, di soccorso, di accompagnamento della sofferenza –, qualora mancasse un clima di amicalità. Dinanzi allo stress lavorativo, cui è esposto il professionista di questi settori, che qui è altro rispetto al logoramento delle professionalità volte alla produttività di mercato (7), soltanto una buona, quotidiana convivenza di tipo amicale (tra condivisione e reciproca comprensione) può costituire un antidoto efficace.

Non è in gioco il miglioramento del prodotto; qui, se una certa concorrenzialità è comunque bene si instauri per il piacere di vivere il senso di appartenenza e l’orgoglio di rendere migliore il proprio servizio, sono le vite delle persone a chiederci d’essere più amici fra noi.

In un progetto di reciproca umanizzazione che, pur separando tra i piani amicali, tra ambito privato e ambito professionale, ci consenta di lavorare all’insegna di una feconda cordialità scelta ogni giorno. Se lavoriamo per la sicurezza altrui dobbiamo contare su una maggior sicurezza tra noi. Per desiderare di ritrovarsi a lavorare in gruppo, in équipe, in "squadra", esercitando un costante autocontrollo nei confronti di quelle tentazioni peggiori (inspiegabili antipatie, dirigismo, esclusione dei "nuovi"), che insorgono in ogni vita comune. Il controllo su di sé, quindi, occorre continuare a educare soprattutto istituendo occasioni periodiche nelle quali si discuta del proprio stare bene o male insieme, in una costante autosupervisione, non solo di quel che si fa, si dice, si decide, bensì, soprattutto, di quel che si pensa.

Contro lo stress professionale, il lavoro su come ci pensiamo e osserviamo può essere un modo utile anche a riguadagnare l’amicizia con noi stessi, prima di tutto, a ritrovare quella sicurezza che ne è la dimensione essenziale costitutiva.

L’amicizia con noi stessi travalica ogni discorso professionale, guida il nostro essere in amicizia, in ogni circostanza.

Duccio Demetrio
   

VACANZE ALTERNATIVE

Tra i giovani e i meno giovani emerge sempre più spesso una forte domanda di vacanze che uniscano al momento del riposo e del divertimento anche la risposta a esigenze di riflessione, di incontro, di studio.

Le proposte, in Italia e all’estero, sono tante. Ma serve una guida che orienti in questo sconfinato spazio. Marcella Codini, responsabile di un Centro per il lavoro di Varese, ha preparato un volumetto (Vacanze diverse, edizioni Lavoro, lire 15.000) in cui riporta numerose indicazioni per vivere i giorni di ferie in modo alternativo.

L’autrice non trascura le vacanze accessibili anche ai disabili. A questo proposito è utile segnalare lo Sportello dell’Aias di Milano (via San Barnaba 29) che offre informazioni e supporto adeguato (tel. 20/550.175.64; e.mail: aias@mv.itline.it).

La ricerca di vacanze alternative trova in Internet una fonte di aiuto. Pertanto segnaliamo alcuni siti: 

  1. www.logic.it/acli/
  2. www.volontariato.org
  3. www.peacelink.it
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