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DIVERSITÀ DI CULTURE: DAL CAMERUN ALL’ITALIA

Non restituire la ciotola vuota

di Henri Olama Oyié
(formatore e musicista)
            

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 2000 - Home Page L’esperienza di chi lascia il Paese d’origine per tuffarsi in una terra ospitale, ma spesso poco benevola, ha i suoi risvolti positivi e negativi. Chi racconta lo fa con eleganza. E rivela la ricchezza di valori delle tradizioni locali.

Sono nato in Camerun e vivo in Italia ormai da molti anni. Mi piace pensare d’essere normale come se la normalità fosse la norma, ma si potrebbe impedire a qualcuno di sognare? In queste pagine vi parlerò dell’amicizia tra culture diverse. Avrei potuto consultare trattati, saggi e romanzi che parlassero di questo importante legame, ma ho pensato che esistesse un altro modo: raccontarvi, partendo dalla mia cultura d’origine, alcuni momenti della mia vita in cui ho sperimentato l’incontro con culture e con gente diverse.

Cos’è l’amicizia per i Beti del centro-sud del Camerun, la mia tribù d’origine? Nella nostra lingua (la ewondo) la parola "mvoe" significa amicizia, ma non solo. "Mvoe" significa anche patto o alleanza. Per i Beti, tale concetto è riconducibile alla comunità degli uomini, per noi si tratta di un patto, di un’alleanza affettiva profonda tra due o più persone. Ciò implica dedizione, esclusività, anche se tale relazione potrebbe entrare in contrasto con valori significativi della comunità. Presso i Beti, i rapporti all’interno della famiglia e della tribù sono considerati i più importanti; non si tratta di legami scelti, ma naturali, predisposti per noi. Siamo chiamati sempre a perfezionarli, migliorando così i rapporti con chi vive attorno a noi. Uno dei miei zii diceva: «Le amicizie nascono e finiscono, i rapporti tra i familiari sono invece collegati per forza al nostro destino». Per il popolo Beti la famiglia e la comunità, fondamentali nella vita e nella crescita, hanno importanza prevalente rispetto agli amici.

L’amicizia è una relazione imprevedibile, rara, di difficile costruzione e attuazione. Una relazione esclusiva che suscita stupore per la sua intensità. Il nome che porto è una prova del sentimento dell’amicizia.

Per potermi assegnare il nome e il cognome che porto oggi, mio padre ha infranto più di una regola. Presso i Beti l’affido del nome e del cognome al neonato procede per omonimia, nel senso che al bambino vengono dati il nome e il cognome esatti di una persona diversa dal padre o dalla madre naturale e questo per una serie di motivi. Il primo di questi è l’espressione della gratitudine del padre nei confronti di chi è stato scelto come omonimo del neonato.

Per questo i primi figli portano quasi sempre i nomi dei genitori del padre e della madre, quelli che hanno dato loro la vita. Il secondo motivo è che i Beti hanno paura che il proprio nome scompaia; gli adulti senza figli pensano che il loro nome scomparirà per sempre e vivono con angoscia quest’idea. Seguendo questa logica e privilegiando i rapporti familiari com’era regola, mio padre avrebbe dovuto darmi il nome di suo fratello maggiore che non aveva avuto un figlio e invece, suscitando aspre polemiche, decise di darmi il nome di un amico incontrato poco prima della mia nascita che aveva gli stessi problemi di mio zio, con la differenza che questa persona era sconosciuta in famiglia.

Mio padre aveva restituito così la serenità a un uomo che aveva paura di veder scomparire il proprio nome. Spesso il mio omonimo mi raccontava il suo incontro con mio padre come l’incontro più fortunato della sua vita e mi guardava come se fossi una pianta preziosa che doveva crescere potendo utilizzare di tutti i benefici concessi dalla natura.

Avevo sempre più soldi dei miei fratelli, più vestiti di loro e tutto ciò mi veniva offerto da una persona esterna alla mia famiglia e alla mia tribù. Forse il mio rapporto con il diverso è iniziato lì, vent’anni prima di venire in Italia.

Dei tredici anni passati a Ekoudbessanda, ne ho trascorso una buona metà fuori dalla mia famiglia e dalla tribù d’origine.

Ho vissuto i miei primi anni a Ekoudbessanda, un piccolo villaggio sperduto nella foresta del centro-sud del Camerun. I miei primi amici Marcel e Simon, tutti e due scomparsi oggi, mi hanno fatto vivere con intensità esperienze diverse da quelle che vivevo dentro la mia famiglia che contava ben undici persone.

Nella cultura Beti amicizia e patto sono espressi dalla medesima parola e sono riconducibili a una sorta di alleanza naturale che impegna due o più persone. Anche se i legami familiari hanno la prevalenza assoluta su tutto quanto il resto.

Come la casa del mio omonimo, Marcel e Simon significavano per me spazi di libertà. A me piaceva la scuola, a Marcel no. A lui piaceva andare a caccia di uccelli con la fionda. È incredibile e affascinante come quel ragazzino sapesse fabbricare e utilizzare quell’attrezzo. Le emozioni più grandi nella mia infanzia a Ekoudbessanda sono legate alle passeggiate con Marcel nei boschi attorno alla scuola cattolica di Akongo, mentre per gli altri si svolgevano le lezioni. Sapevo benissimo ciò che mi aspettava una volta rientrato a casa, ma questo non mi impediva di godere di quegli ampi spazi che mi offriva il mio amico allergico alla scuola occidentale. Simon era invece più regolare nel frequentare le lezioni, ma era un esperto ladruncolo, la sua arte nel sottrarre cose ai compagni di scuola mi affascinava, ci riusciva sempre e, tornando a casa, esibiva i trofei del giorno. Molte volte, pur considerandolo una specie di Robin Hood, l’ho denunciato a mio padre che era pure insegnante (molto severo) nella scuola. Non lo facevo per mancanza di stima nei suoi confronti, ma per non essere complice quando il "reato" commesso era di entità superiore alla media. Non saprei dire perché a loro piacesse la mia compagnia; forse rappresentavo per loro la "voce della coscienza". Ero sicuramente meno creativo di loro, ma ero sempre io a richiamarli all’ordine, spesso minacciando di denunciare i loro "misfatti".

All’età di tredici anni, ho lasciato la mia famiglia per andare a studiare in città ed è con grande dispiacere che mi sono separato dagli amici che hanno segnato la mia infanzia.

Poco prima della mia partenza per l’Italia, tutti e due sono morti in circostanze diverse e hanno creato dentro di me un vuoto che è tra i motivi che mi hanno spinto a partire. Pur nella lontananza, mi hanno insegnato a convivere con l’idea della morte e soprattutto a non aver paura dell’aldilà. Se ho attraversato l’Oceano Atlantico, lo devo anche al coraggio che mi hanno trasmesso le due vite brevi e intense. È difficile per un immigrato come me parlare dell’amicizia. Uno dei motivi è che quando sono arrivato in Italia, avevo dei bisogni concreti e avevo la sensazione di rappresentare per i miei interlocutori un individuo da assistere. Nel mio lavoro di formatore degli adulti, mi ritrovo spesso a criticare quest’ambiguità di fondo che caratterizza chi si occupa di accoglienza, stigmatizzando attitudini che tendono a favorire l’assistenzialismo. Pensando al tema dell’amicizia tra adulti in culture diverse, ho individuato tre tappe importanti del mio inserimento in Italia, spero che questi tre punti riusciranno a chiarire la mia posizione.

La multietnicità è una ricchezza sociale.
La multietnicità è una ricchezza sociale.

Contrasto e spaesamento

Il primo elemento fu il contrasto che notai al mio arrivo tra l’Italia e il mio Paese d’origine. Questo generò in me un senso di smarrimento. Non si trattava di avere nuovi amici, ma di capire queste strane persone che vivevano in un contesto assolutamente diverso rispetto al mio, in Africa: non mi fidavo. Ero abituato al clima da carnevale di Mbalmayo, alle sue strade sterrate e senza semafori, ai suoi mercati pieni di gente che chiacchiera o urla, alla sua gente operosa in una realtà economica disastrata, ai suoi bar sempre pieni di gente che beve ascoltando la musica e danza come se fosse l’ultima volta, agli uffici pubblici polverosi dove è sovrana l’arbitrarietà. Qui il più grande nemico dell’uomo risulta spesso l’uomo, ma la maggior parte dei cittadini di Mbalmayo, soprannominata "Città crudele" dallo scrittore camerunese Alexandre Biyidi (alias Mongo Beti, alias Eza Boto), sembra avere altro a cui pensare. Vive le proprie emozioni fino in fondo, nel bene e nel male.

A Mbalmayo, dove ho vissuto i miei ultimi anni in Camerun, la povertà economica è plateale, ma i rapporti umani sono chiari come il cristallo. La gente, come vuole la tradizione Beti, sa dire quello che pensa senza velare nulla, con semplicità. L’amicizia anche qui significa patto, alleanza, aiuto reciproco. Io ero abituato a rapporti semplici; un amico mi invitava a cena e io andavo, a mani nude, punto e basta. Se mia madre riceveva una ciotola piena di riso, non restituiva subito il contenitore. Il tempo che questa ciotola trascorreva a casa nostra è ciò che mi colpiva di più. In un primo momento, la ciotola veniva pulita bene e diventava per qualche giorno o anche settimana un oggetto della nostra famiglia; mia madre non voleva restituire la ciotola vuota all’amica che gliel’aveva data e aspettava di avere qualche cosa da regalare anche lei, ma senza fretta né obbligo. Poi, a un certo punto, prima la lavava bene di nuovo e ci metteva a sua volta un regalo e poi mi diceva: «Riportala indietro e ricordati, le ciotole non si restituiscono sporche e vuote». Per me l’amicizia significa gratuità.

Quando arrivai in Italia, mi colpì l’estrema organizzazione di tutto. Tutto era in ordine. C’erano pure i semafori per le strade! La gente era molto disciplinata. All’aeroporto, tutti erano in fila per usufruire dei servizi e nessuno osava muoversi dall’ultima posizione alla prima senza destare vive proteste. Mi colpirono anche i colori con la predominanza del grigio, un colore che non ho mai associato né ai rapporti umani, né al sentimento dell’amicizia.

La seconda tappa è consistita nel desiderio di conoscere sempre meglio le persone e le loro storie. Questo desiderio non era tanto legato alla necessità di avere nuovi amici, quanto a trovare un mio spazio, una mia collocazione. In quel periodo non avevo amici, avevo dei bisogni e cercavo dei mediatori, che conoscendomi potevano interpretare meglio le mie esigenze. I miei primi rapporti affettivi con gli italiani non erano tra pari. Io avevo dei problemi e loro mi aiutavano a risolverne qualcuno.

Le prime persone che incontrai mi hanno solo aiutato, coscienti della mia debolezza. Parlare di amicizia in quel contesto sarebbe azzardato. Questo bisogno di capire, di imparare era dettato dal bisogno di integrarmi in un mondo troppo diverso dal mio. Di quel periodo, mi ricordo le file in Questura per regolarizzare la mia presenza in Italia, la ricerca di un alloggio, la ricerca di opportunità di lavoro e di emancipazione. Queste persone – non per forza amiche – mi sono state spesso vicine. Alcune sono poi diventate "amici", ma solo dopo molte incomprensioni e diffidenze.

Si può stare bene insieme anche se diversi.
Si può stare bene insieme anche se diversi.

Un incontro efficace

Mi ricordo di alcuni episodi, mentre frequentavo la facoltà di Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, lì ho conosciuto molti ragazzi che sfruttavo in quanto mi aiutavano nel prendere appunti o per superare difficoltà linguistiche. Ricordo con piacere un incontro avvenuto alla mensa universitaria, dove un ragazzo al mio fianco mi disse, commentando la sua dura giornata di lavoro: «Ho lavorato oggi come un negro», e poi, per incanto, si fermò forse rendendosi conto di ciò che aveva appena detto e soprattutto che proprio la mia pelle era "nera", mi disse poi: «Scusami...» e io gli risposi: «Non preoccuparti...». Questo episodio, successo durante i miei primi anni in Italia, mi ha insegnato molto, spero che abbia insegnato qualche cosa anche a quel ragazzo.

Pensandoci bene, di amici ne ho ben pochi, non mi ricordo neanche il loro numero esatto. Non ci vediamo sempre, anche perché ognuno di noi è impegnato nel proprio ambito professionale. Hanno con me in comune il desiderio di conoscere, di arricchirsi sempre incontrando il diverso e in qualche modo l’autocoscienza della propria etnocentratura.

La mia cultura d’origine mi ha insegnato a saper apprezzare ciò che è mio, le mie origini. Nel miei rapporti con gli amici, mi piace che essi conoscano la mia autenticità di africano che non ha mai ripudiato la propria provenienza. La mia stima per loro è nata quando hanno accettato il mio invito a cena oppure un caffè al bar offerto da me andando così oltre la relazione di aiuto, oltre la semplice curiosità di conoscere l’altro. Vi sembra poco? A me no. Infatti, penso che l’amicizia tra la cultura europea e quella africana si situi in una zona neutra. Una zona in cui i pregiudizi e le barriere di ogni genere tendano a cadere così come gli stereotipi.

Inoltre è un’amicizia che ha tempi e spazi diversi. Per noi, ad esempio, il tempo è molto dilatato, lo si vive senza l’angoscia di arrivare alla fine della giornata avendola necessariamente riempita bene. Lo stesso discorso vale per lo spazio, ciò che per un italiano è promiscuo, per molti immigrati non ha lo stesso significato. Si applica spesso la stessa regola che si applica a tavola: se ce n’è per uno, ce n’è per quattro.

Viaggi nell’alterità

Per molti italiani, frequentare gli immigrati significa, ad esempio, cambiare perfino le abitudini alimentari senza rinunciare per forza alle proprie, significa nuovi gusti musicali, nuova visione delle cose, quello stesso sconvolgimento che subiscono gli immigrati arrivando in Italia. Le amicizie nel contesto interculturale sono sinonimi di viaggio nell’alterità suscettibile di cambiamento. Ai miei amici posso rispondere, senza il rischio di farmi linciare: «Le domande non piacciono ai Beti, che quando c’è un silenzio inconsueto nella casa di un Beti verso le 16 del pomeriggio, la famiglia sta a tavola». I miei amici italiani di quest’ultimo aspetto sembrano scandalizzati, perché mi dicono che le famiglie italiane che mangiano in silenzio lo fanno essenzialmente per due motivi: o per guardare la Tv o per mancanza di veri legami tra i membri.

E io dico loro che c’è un terzo motivo: assaporare meglio il cibo! Il nostro stare insieme è fatto di questi infiniti dibattiti. Loro, attraverso me, hanno l’opportunità di capire un po’ di più la mia cultura e io imparo molto dell’Italia attraverso loro.

Henri Olama Oyié

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