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PER UNA COMPRENSIONE FENOMENOLOGICA

Come una "dolce responsabilità"

di Serio De Guidi
(docente di Teologia sistematica, Studio teologico San Zeno di Verona)
            

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 2000 - Home Page Parità, benevolenza, libertà, gratitudine. Sono aspetti presenti nelle relazioni erotiche e in quelle amicali. Ma con differenze rilevanti. Soprattutto per la gratuità dello stare fianco a fianco. Si può stare bene insieme anche se diversi.

Pur non sembrando, anche e soprattutto l’adulto ha bisogno, ma gratuito, di amicizia. Rispetto al fanciullo e all’anziano, l’adulto è a un tempo il più fecondo e il più autonomo. In quanto autonomo può prescindere dall’amico, in quanto fecondo senza amico diventa il più sterile.

Ma l’amicizia tra adulti, a differenza dell’eros, sta oltre il bisogno. Essa, a livello fenomenologico, antropologico e teologico, si può comprendere in senso negativo e positivo come: presenza, accoglienza, implicanza, parità, benevolenza, libertà, trascendenza, gratitudine.

L’amicizia è anzitutto scelta di reciproca presenza. La non presenza è l’assenza o la sola presenza fisico-spaziale; ma soprattutto è la fuga interiore dall’amico. Il sottrarsi alla presenza può essere dovuto a un irrisolto conflitto affettivo erotico-parentale o al rifiuto dell’oggettivo valore dell’altro come identità sessuale, culturale, morale. Più in profondità, l’antipresenza si configura come l’annullamento, se fosse possibile, della presenza dell’altro amico sia umano che divino, per ottenere l’assoluta autonomia della propria libertà individuale. L’altro è percepito come l’alienazione della propria libertà. Questa tentata autonomia è l’inizio dell’infernale silenzio. «Un uomo solo è un solo inferno».

La presenza amicale viene fruita, ma non consumata, come la preziosità dell’amico, un tu-soggetto. «È bello che tu ci sia; com’è meraviglioso che tu esista». La meraviglia è dinamica. L’amico è fonte della sua fluente realtà, che sottrae gli amici dall’anonimato. L’amicizia è sempre compresenza cognitiva; è riconoscenza reciproca che diventa reciproca promozione. «L’amore d’amicizia è una volontà di promozione. L’"io" che ama vuole anzitutto l’esistenza del "tu"; vuole inoltre lo sviluppo autonomo di questo "tu" e per giunta che questo sviluppo autonomo armonizzi, fin dove è possibile, col valore intravisto per esso dall’"io"» (1).

Questa reciproca presenza promotrice fa sì che gli amici siano «un’anima sola in due corpi», anche se li diversifica in modo tale che ciascuno si metta in relazione, secondo Platone, con il «primo Amico». Questi non è solitario. È una presenza di tre compresenti, il secondo dei quali è definitivamente umano. Il Padre per Gesù Cristo nella dinamicità dello Spirito è presente a ogni uomo e tra gli uomini come suoi "amici" (cfr. Dei Verbum 2). E viceversa. L’esperienza della reciproca presenza tra amici rende presente il Padre per Gesù Cristo nella potenza dello Spirito (cfr. Ap 3,20). La compresenza vive d’accoglienza.

Solo chi è presente può essere accolto, ma è l’accoglienza che dona significato ai compresenti. L’inaccoglienza è la frustrazione dei compresenti; è la sottrazione della propria presenza all’amico. L’inaccoglienza diventa l’estraneità dei compresenti. L’inaccoglienza significa frustrazione dello sviluppo delle reciproche personalità degli amici. La non donata o sottratta presenza e la conseguente estraneità rappresentano l’annullamento della relazione amicale. Il non accolto è destinato a decadere allo stadio dell’esso impersonale. L’estraneità del Presente al non accogliente è l’inferno.

L’accoglienza è l’attività dell’essere amici. Essa è la comprensione non fusiva, ma dialogica, tra gli amici. Questa attiva la reciproca apertura dei compresenti. Essi si accolgono proprio e in quanto sono aperti e compresenti. L’apertura dell’accoglienza amicale non è frontale, come quella erotica, ma tangenziale.

Gli amici si congiungono sfiorandosi. Non nel senso della "deflorazione" né fisica, né psichica, ma come reciproco autonomo fiorire uno per l’altro. Gli amici, secondo Omero, sono «due che insieme vanno, e l’uno pensa al vantaggio dell’altro, affinché ci sia guadagno». Lo sfiorarsi è il continuo evento di un dono, è un’arte di reciproca promozione che si acquisisce con aspro e dolce controllo d’affinamento della psiche e dello spirito.

Anche la nostra relazione con Dio avviene per tangenza. L’uomo, nella sua apertura, tange, senza entrare, il cerchio di Dio e Dio tocca, senza violare, il cuore dell’uomo. Questa tangenza dell’accoglienza, che lascia assoluti l’uomo e Dio, è l’Uomo-Dio Gesù Cristo. Egli ci rivela l’archetipo della tangenza umano-divina tra distinte e autonome personalità. «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità» (Gv 17,23). «Rimangono l’Io e il Tu, ognuno può dire Tu ed essere poi Io, può dire Padre ed essere poi il Figlio» (2). L’accoglienza è implicanza tra due libertà.

Vivere per l’altro

L’accoglienza amicale è implicanza; gli amici, accogliendosi, si implicano. L’implicanza può diventare invasione reciproca o unilaterale. Nell’uno come nell’altro caso si dà un tentato assorbimento in vista di un possedimento.

Il possesso amicale diventa diritto amicale e questo porta alla reciproca strumentalizzazione, come surrogato della propria identità. Il surrogato amicale naturalmente serve solo ad aumentare il proprio bisogno di autenticità, cioè la propria frustrazione affettiva. La relazione erotica comporta anche un reciproco diritto all’integrazione fisica e affettiva. Quella amicale, pur dandosi anche uno scambio affettivo, non comporta un diritto d’affetto. Il possesso strumentalizzante nell’amicizia può andare dalla semplice gratificazione affettiva fino alla completa soddisfazione omo-ed-eterosessuale.

Spesso, oltre le buone intenzioni, Dio stesso viene implicato e invocato come il massimo surrogato della nostra frustrazione o come magica soluzione di tutte le nostre difficoltà. Ma, poiché non si rivela tale, viene espulso dalla propria esistenza, come si fa per un amico inutile o morto. Così l’amico umano e divino implicato e posseduto diventa un altro amico perduto. L’amico, come l’amato, restano persone non possedibili.

L’implicanza dell’amicizia è esigente o ascetica. È sperimentarsi compromessi nell’accettare di correre il rischio della relazione non erotica. L’autentica implicanza con l’amico non è l’identificazione gratificatoria con lui, ma con le sue situazioni esistenziali. Nell’amicizia l’implicanza non è identificazione con l’altro, ma con se stessi. Ciascun amico rimanda l’altro amico a se stesso. Gli amici implicati hanno occhi rivolti in avanti.

L’amico è sempre maieutico perché provoca nell’amico la ricerca obiettiva. L’implicanza amicale mira a promuovere l’altro per se stesso, tramite se stesso, verso il migliore se stesso. «L’amicizia è anche, se così vogliamo dire, angelica, ma proprio per questo l’uomo deve circondarsi tre volte di umiltà se vuole cibarsi, senza correre rischi, del cibo degli angeli» (3). L’amico vive e muore non per diventare l’amico, ma per l’amico, come Oreste e Pilade (Iliade), e soprattutto come Dio in Gesù Cristo per l’uomo e quindi l’uomo per Dio. Dio si implica nell’uomo, ma non per possederlo, bensì per liberarlo da se stesso, verso il migliore di se stesso.

Interrelazione fra uguali

L’amicizia trova o fa pari gli amici, ma non identici. La parità tra gli amici non va compresa come la ripetizione né come livellamento. La parità non è clonazione psicologica né spirituale. Tra amici non si dà ripetizione. L’omologazione amicale diventa falsa identificazione. Gli omologati si deformano reciprocamente, estinguendo l’umile coraggio di essere e diventare pari solo a se stessi. E poiché ciascuno degli amici non è che se stesso, il voler ripetere l’altro è destinato a finire nella dipendenza di uno dall’altro.

La parità però non è neppure il livellamento di tutte le differenze. L’amicizia non livella gli amici. L’eliminazione delle differenze se da una parte sembra favorire la comunicazione, dall’altra parte sterilizza la fonte della reciproca promozione d’identità, la differenza. La parità amicale non è neppure la massificazione, l’estinzione della democrazia. È più facile eliminare le differenze che integrarle in un processo continuo di armonizzazione. La parità amicale non è omofiletica né pedofila.

L’amicizia tra identici o troppo differenti diventa impossibilità alla parità amicale. La parità evitata esprime la paura della differenza dell’altro. Per superarla si può tentare di diventare come l’altro.

Ciascun amico è destino e dono di diventare solo pari a se stesso tramite la differenza dell’altro amico. L’identico esige l’altro come l’altro esige l’identico. La parità amicale è quell’esperienza che permette agli amici di raggiungere la medesima altezza spirituale. È l’ardire di poter contemplare un’altra faccia, di scoprire un altro stile, di sentirsi soli, ma non solitari. Il gioco tra identità e differenza nella relazione erotica va dalla differenza sessuale all’identità personale, nella relazione amicale invece muove dalla identità delle persone per procedere verso la differenza delle personalità. Così la parità amicale appare come fondamento della relazione sociale economica, politica, sportiva, religiosa.

La parità si nutre di differenze integrabili. La parità amicale rivela allora l’amicizia come virtù democratica; è interrelazione tra uguali e differenti. «L’amicizia è uguaglianza» tra persone di differenti personalità (4).

Dio stesso si rivela come assoluta differenza che si dona nella parità antropologica. In Gesù Cristo, Dio si è reso in tutto simile a noi, fuorché nella disumanità del peccato (Eb 4,15), fino a gustare la morte e di croce (Fil 2,5-8), per donarci la competenza di diventare suoi figli e fratelli tra di noi e con suo Figlio. Per conseguenza, Dio è a un tempo differente e pari all’uomo credente.

L’uomo è realmente amico differente e pari a Dio. L’amicizia allora appare come affetto di benevolenza tra uguali persone di differenti personalità divine e umane.

L’armonia complementare

L’amicizia di parità è benevolenza, amore per l’altro perché identico a se stesso e differente dall’altro. È predilezione, preferenza o agape per l’altro identico a se stesso. La benevolenza amicale, essendo amore gratuito, non si basa sull’utilità né sul piacere. Un’amicizia che abbia come scopo esclusivo l’utile o il piacere rinnega se stessa, perché strumentalizza l’amico. L’amico amato per la propria piacevole utilità viene declassato al rango di mezzo per il proprio fine. Anche Dio, se cercato solo per sicurezza e utilità, diventa l’oggetto della propria soddisfazione. Ma la benevolenza amicale non è neppure l’amore puro fino alla distruzione di sé per amore dell’amico.

Ogni benevolenza è sempre anche utile e piacevole per chi l’attua. Ogni uomo, proprio come incompiuto, non può non cercare, anche nell’amicizia di benevolenza, la propria piacevole utilità.

Si danno due forme di amore di sé: o egoismo o autofilia. Sia nella relazione amicale che in quella erotica, l’autofilia è funzionalmente egocentrica, ma eticamente può essere egoista o altruista. Dio stesso, chiedendoci di amarlo con tutto il cuore o integralmente, non esige il nostro disprezzo e la nostra distruzione. Egli stesso, amandoci integralmente, non ha cessato di essere Dio, ma si è rivelato in tal modo proprio come "predilezione". Soprattutto l’adulto può e deve amare se stesso, amando l’altro amico in e per se stesso. Ciascun amico con l’aiuto dell’altro è dono e impegno di diventare "perfetto" o integro. «Ciascuno ama più se stesso che l’altro» (5).

L’amicizia di benevolenza consiste nel volere bene all’amico per lui stesso, in quanto la persona amata è quello che è. In questa prospettiva si comprende il massimo della benevolenza fino al dono del sommo bene biologico o vita fisica, ma non del valore sommo della propria personalità spirituale. «Non c’è predilezione più grande di questa: dare la vita fisica (psychên, ma non zôen, vita spirituale) per i propri amici» (Gv 15,13).

Dio stesso in Gesù Cristo ci ha così prediletti fino al dono della sua vita fisica per noi uomini suoi amici. Si attua qui una benevolenza non assoluta, ma relativa al rapporto di preferenza tra l’amico (in e per se stesso considerato) e la propria esistenza fisica. Questo corrisponde all’amare il prossimo come se stesso. Infatti ciascuno di fatto consuma e/o rinuncia alla propria vita fisica per realizzare quella spirituale. È «in quest’ottica che si può comprendere la possibilità di un’amicizia di benevolenza anche nei confronti di Dio» (6).

La benevolenza lascia comprendere la complementare armonia tra autofilia-ed-eterofilia umana e divina. Come Dio, la predilezione o agape del Padre nostro per Gesù Cristo nello Spirito, prediligendo se stesso, vuole bene anche a noi (Gv 16,27), così noi, prediligendo sopra ogni cosa Dio, la predilezione del Padre nostro per Gesù Cristo nello Spirito, vogliamo bene anche a noi stessi in lui. «L’amicizia è accordo di cose divine e umane con benevolenza e carità» (7). Così l’amicizia di benevolenza appare come l’attuazione storica delle libertà tra di loro.

Liberarsi dalle paure

L’amicizia è la reciproca libertà in atto di amare, di volere l’autentico reciproco bene. Il voler bene è liberare le libertà dalla loro impotenza per renderle capaci di amare. L’amicizia non è limitazione delle reciproche libertà degli amici. Come nella relazione erotica i coniugi non si rinchiudono reciprocamente, ma si aprono nella procreatività del figlio, così gli amici non si inibiscono, ma si promuovono. L’amicizia non costituisce una società chiusa e segreta, inibitrice di altre relazioni amicali. L’amicizia chiusa, o "particolare", è la "peste" della vita comunitaria. Ciò è tanto più frequente e deleterio se queste amicizie si attuano in una comunità o gruppi chiusi, omosessuali, o tra ragazzi e adulti, giustificate spesso da motivi pedagogici, terapeutici, morali, religiosi, sportivi, nazionali.

Il fenomeno può acquistare rilevanza anche a livello di gruppi o di popoli, scatenando così divisioni e lotte razziali. L’amicizia chiusa è una reciproca prigione delle libertà. È più facile comportarsi da liberatori o da dipendenti che da liberi che liberano. Dio stesso non è libertà che cattura e segrega la nostra libertà né si lascia da noi privatizzare né nazionalizzare. L’amicizia chiusa nega la storicità, la pubblicità e la sotericità dell’amicizia umana e divina.

La relazione amicale come libertà è liberatrice. La liberazione è il presupposto per la promozione. La liberazione amicale consiste nell’aiutare l’amico a liberarsi dalla paura dell’altro, dal falso sé, dall’idolo, dal compiere "peccati", come dice Aristotele.

La libertà amicale tra amici consiste nel gustare, conoscere e volere se stessi come persone in vista della propria personalità. La libertà amicale è pedagogica. Non insegna una teoria né una tecnica, ma aiuta a comprendere l’irripetibile senso o disegno della propria storia. Nella relazione erotica tale senso è l’unione procreativa del figlio. In quella amicale esso consiste nella reciproca autogenerazione. Ciascun amico diventa in qualche modo padre, madre e figlio di se stesso. La vera liberazione è un promuovere l’amico dal suo interno verso il suo sé escatologico.

Nell’amicizia non si dà un pro-creare con Dio né un con-creare dei genitori, ma un pre-creare, nel senso di offrire se stessi come forza per l’autocreazione dell’amico. L’amicizia, liberando l’amico, mostra già la sua valenza teologale.

Dio, creando l’uomo, non se lo asserve né se lo privatizza, ma lo costituisce libero, soggetto o persona del proprio oggetto o personalità. E quando l’uomo diventa schiavo del suo egoismo, «Dio, (nella sua amicizia liberatrice) invia il suo Figlio nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4). Dio per Cristo nello Spirito «fa sì che noi usciamo» dalla nostra schiavitù (Es 20,2) per diventare liberi o autodispositivi del nostro esistere. «È questo il fondo della gioia dell’amore, quando esiste: sentirsi giustificati d’esistere» (8). L’esistere è la trascendenza dell’amicizia.

Relazione trascendente

L’amicizia liberatrice è trascendenza esistenziale. La gelosia è la negazione della trascendenza. Nella relazione erotica la gelosia, entro un certo limite, protegge la coppia, nel suo aprirsi all’esterno dalla dispersione precoce o indebita. Nella relazione amicale, la gelosia omo-ed-etero sessuale è sintomo d’ambiguità dell’amicizia stessa. Essa infatti contrasta con l’apertura orizzontale e verticale della libertà amicale. Dio stesso non è geloso dell’idolo, che è nulla (Ger 2,5), ma dell’integrità dell’amore dell’uomo per Dio e quindi dell’universalità del suo amore per l’uomo.

La trascendenza indica la modalità escatologica dell’amicizia. Nella relazione erotica la trascendenza è convergente nell’unicità-esclusività, senza diventare in tal modo assorbimento; in quella amicale è parallela nell’unità ma non nell’esclusività, senza finire però nella separazione.

Secondo lo scrittore C.S. Lewis «ci raffiguriamo gli innamorati faccia a faccia, ma gli amici fianco a fianco». L’amicizia è relazione trascendente gli stessi amici. Essa, nell’unicità dell’incontro, preserva gli amici dalla reciproca esclusività, perché li rimanda dal loro interno all’universalità delle relazioni. «E non vi sia mai nell’amicizia altro intento che scavarsi nello spirito, a vicenda» (9).

Ogni vera amicizia, proprio nella sua unicità, apre sempre a nuove amicizie; e in questo l’amicizia appare a un tempo celibataria e comunitaria, orizzontale e verticale. Perciò la relazione amicale esprime più adeguatamente l’interrelazione teologale storica ed escatologica tra Dio e l’uomo.

Infatti in Gesù Cristo morto e risorto l’uomo è immanente, ma non assorbito, in Dio, e Dio è trascendente, ma non separato dall’uomo. «Dio è amicizia» immanente e trascendente per ogni uomo senza esclusione di alcuno, proprio come assoluta gratitudine (10).

L’effettiva trascendenza è la reciproca gratitudine. Essa non si identifica con il verbale ringraziare per qualche cosa. La parola "grazie" da sola può rimanere solamente suono verbale. La gratitudine non è neppure la gratuità né si limita al piacere di ricevere e di fare regali con gesti e cose. Se gli amici si limitano al piacere del regalo dato-accolto godono delle cose, ma si privano della reciproca gioia che sono. La soddisfazione cosale è segno di impotenza rispetto alla gioia dell’interrelazione personale umana e divina. Per il poeta Gibran «l’amicizia è sempre una dolce responsabilità, mai un’opportunità».

La gratitudine amicale è la gioia, con o senza piacere, della reciproca crescita d’identità. La gratitudine è la novità della realtà personale. Nella relazione erotica la convergente gratitudine tra i genitori è il figlio, fatto sorgere come dono di sé a se stesso. Nella relazione amicale la gratitudine consiste nella reale crescita degli amici. Tanto più si gratificano quanto più divergono nella novità di identità. L’inesauribile novità d’identità costituisce la gratitudine della gioia reciproca.

Dio, come novità assoluta, è la gratitudine dell’uomo. Gesù Cristo è la gratitudine tra l’uomo e Dio. L’uomo, in forza dell’azione dello Spirito Santo, è la gratitudine di Dio. La gratitudine amicale custodisce il mistero dell’interrelazione tra libertà personali umane e divine.

E in questo senso la relazione amicale sembra esprimere la completa modalità storica e già escatologica del coesistere dell’uomo e di Dio: quel «rendere grazie unicamente di poter ringraziare» (11).

Serio De Guidi

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