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DOSSIER

EMOZIONI NELLA NARRATIVA POLIZIESCA E IN TV
EROI DAI NOBILI SENTIMENTI
     

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 2000 - Home Page

Sin dalla loro nascita gli eroi della narrativa poliziesca hanno incarnato il mito aristocratico dell’intellettuale, erudito e dotato di capacità mentali superiori. Rinchiusi nei propri ragionamenti, lontani dalle umane passioni, sono spesso misogini e poco sensibili. L’unico sentimento che tali superuomini si concedono è l’amicizia vivendola non con gli slanci emotivi tipici di noi latini, ma con la misura anglosassone. A suo modo diverso è il panorama della fiction in televisione dove troviamo medici che più umani non si può; maestri e professori che si preoccupano soltanto degli alunni; i rituali poliziotti e carabinieri votati al sacrificio: un’Italia bonaria e rassicurante, sia pure attraverso vicende eccezionali.

AMICIZIA TRA INVESTIGATORI

UNITI CONTRO IL CRIMINE

di Sandrone Dazieri
(giornalista e scrittore)

Nel suo saggio Delitti per diletto (1), ottimo per quanto ammorbato da un ideologismo indigesto, lo storico marxista Ernest Mandel analizza l’evoluzione del genere poliziesco, partendo dalla tradizione orale dei contadini medievali. Vessato da un potere lontano e incomprensibile, capace solo di chiedere tributi e figli maschi per la guerra, il popolo venera i banditi che hanno il coraggio di ribellarsi. In fondo, contadini e briganti hanno in comune nemici e origini sociali, è più semplice trovare un accordo di reciproca soddisfazione.

Le ballate dei cantastorie trasformano allora i banditi in eroi, inventando per loro motivazioni etiche, senso dell’onore e volontà di giustizia inesistenti nella dura realtà. Nascono così i Don Chisciotte e i Robin Hood, travasatisi nei componimenti dei letterati, a uso delle classi colte. Solo con il successivo sviluppo della città preindustriale, dove le miserabili condizioni di gran parte della popolazione rendono il crimine endemico, il bandito perde un po’ alla volta la sua aura positiva. Sempre citando Mandel, l’eroe ridiventa canaglia, lasciando il posto ai tutori della legge. Nasce il poliziesco, nascono i grandi detective.

I nuovi eroi del genere letterario dedicato al crimine incarnano il mito aristocratico dell’intellettuale dilettante, dotato di erudizione vasta e processi mentali superiori. Vivono rinchiusi all’interno della propria mente, lontani dalle umane passioni e debolezze, misogini e freddi. Combattono il crimine, ma solamente quando rappresenta una sfida, camminando sempre a un passo dal suolo e a distanze stellari dai veri poliziotti, miseri questurini deputati all’arresto dei ladri di polli.

L’unico vero sentimento che si concedono i superuomini dell’investigazione è quello dell’amicizia.

Un’amicizia di taglio vittoriano, senza dubbio, incapace di quegli slanci emotivi cari a noi latini, le pacche sulle spalle, gli abbracci, i baci sulle guance. Ma indubbiamente salda, pur se con diverse sfumature.

«Francamente, Watson, vi state superando – disse Sherlock Holmes scostando la sedia e accendendosi una sigaretta –. Devo riconoscere che in tutte le storie che avete avuto la bontà di scrivere sulle mie trascurabili imprese, avete sempre sottovalutato le vostre capacità personali. Può darsi che non siate quel che si dice una fonte di luce, ma siete indubbiamente un buon conduttore di luce. Alcuni individui, pur senza possedere il genio, hanno tuttavia il potere di stimolarlo negli altri. Confesso, mio caro amico, di dovervi molto» (2).

Sherlock Holmes, l’investigatore per antonomasia (erede del Dupin di Edgar Allan Poe), creatura di Arthur Conan Doyle, ha un rapporto privilegiato con il dottor Watson, suo convivente e biografo, che segue le imprese del genio senza comprenderle appieno. Un rapporto non paritetico, però. Se Watson pende dalle sue labbra, Holmes non si fa invece scrupolo di nascondere la verità all’amico, di tenerlo all’oscuro dei risultati delle sue deduzioni, d’ingannarlo perfino.

Watson, in sostanza, non è altro che un idiota, utile soprattutto ai lettori. Grazie alle sue capacità da uomo comune, Watson permette a Holmes di spiegare i suoi trucchi e di creare suspense. È un mero espediente narrativo fatto persona.

L’Hercule Poirot interpretato da Albert Finney.
L’Hercule Poirot interpretato da Albert Finney.

Nel giallo all’inglese

Pressoché identico il rapporto che lega l’Hercule Poirot di Agatha Christie con il capitano Hartur Hastings, altro biografo ufficiale. Per dirla con le parole del giallista Franco Fossati: (...) «I due s’incontrano (anzi, a dire il vero, si scontrano letteralmente) sulla soglia di un ufficio postale il 16 luglio 1916 e da allora sono inseparabili, anche se in seguito la Christie "eliminerà" questo personaggio, facendolo sposare e trasferendolo in Argentina. Forse perché era diventato troppo simpatico ai lettori...» (3).

Anche Hastings seguirà le avventure del piccolo e geniale investigatore belga, rimanendo sbalordito dalla sua capacità quasi mostruosa di risolvere i casi più intricati e oscuri.

Più complesso il legame che unisce padre Brown a Flambeau. Prete cattolico il primo e ladro internazionale il secondo, s’incontrano nella prima avventura, La Croce azzurra, dove padre Brown redime il criminale trasformandolo in uno degli assistenti più strani della storia del giallo. La conversione di Flambeau avviene grazie alla forza morale del religioso e alla sua profonda fede, ma anche per l’offerta di amicizia che accompagna il dialogo rivelatore. Flambeau, uomo solo con il suo tormento interiore, con la sua forza erculea e spavalderia, trova finalmente qualcuno disposto a donargli conforto e calore umano. E non lo lascerà più.

Va detto, anche, che il peccato di superbia, tanto abituale per Holmes e Poirot, sarà estraneo al piccolo prete «con il volto rotondo e inespressivo come gli gnocchi di Norfolk», come lo descrive il suo autore Gilbert Keith Chesterton.

È, invece, più formale il rapporto tra Nero Wolfe e Archie Goodwin, cominciato nella New York degli anni Venti. Il primo, obeso investigatore privato assolutamente contrario allo sforzo fisico, necessita di un baldo tirapiedi da mandare sulle scene del delitto, e a Goodwin tocca l’arduo compito. I tempi sono cambiati, dunque: l’amico non è più spettatore passivo o quasi, ma attore intelligente, munito di caratteristiche complementari a quelle dell’investigatore-genio. Goodwin è anche dotato di un’ironia dissacrante e la usa senza riserve anche nei confronti del suo capo. Nella trentina di romanzi che li vede protagonisti, Goodwin pungola e canzona Wolfe pur di fargli vincere la proverbiale pigrizia.

Racconta Goodwin: «Quando ha telefonato la signora Dunn, le ho detto che la visita promessa, o minacciata, era un’intollerabile violazione del vostro diritto di starvene seduto in pace nella poltrona a osservare il conto in banca dileguarsi nell’oscurità crepuscolare della lenta, ma inevitabile, dispersione dei vostri poteri intellettuali e del vostro istinto di conservazione... "Archie, dico!", e Wolfe diede un pugno sulla scrivania. Era ora che battessi in ritirata (...)» (4).

Altre coppie investigative risolveranno casi intricati sulle pagine dei gialli di tutto il Novecento, alcune memorabili, altre meno. Una menzione particolare va riservata però a quella creata dalla penna di Erley Stanley Gardner nel 1939 con il romanzo Donald Lam investigatore. Per la prima volta, il genio sedentario e capo dell’ex avvocato eponimo è una donna: Bertha Cool.

Renato Rascel in Padre Brown.
Renato Rascel in Padre Brown.

La scuola dei duri

Nel 1920 il "proibizionismo" riesce in quello che i "padrini" non erano stati in grado di fare. Il contrabbando di alcol e la montagna di denaro che ne deriva trasformano, infatti, piccole bande etniche, talvolta solo di quartiere, in vere potenze economiche.

Comincia l’era della malavita organizzata, degli Al Capone e dei Lucky Luciano. Gli omicidi nei salotti, commessi con pistole intarsiate e kriss malesi, diventano obsoleti di fronte alle stragi commesse nelle strade. Sarà la corrente dell’hard boiled, la scuola dei duri, a dare conto di questo cambiamento di clima. I nuovi scrittori hard scrivono di personaggi non più in lotta contro un singolo criminale dalla mente contorta, ma contro un intero sistema corrotto e spietato. Il male non è più il prodotto di un singolo gesto deviante, ma endemico.

Molto più fallibili e umani di quelli nati nel ciclo precedente, i nuovi investigatori fanno quotidianamente i conti con la violenza, cercano spasmodicamente una verità che non riesce a soddisfarli. Pur con qualche eccezione, questi "occhi privati" sono antieroi incapaci d’avere rapporti duraturi con l’altro sesso, si confidano con la bottiglia di whisky e credono solo nelle proprie capacità e nella pistola. Tra i valori che salvano rimangono solo l’etica professionale e l’amicizia. L’amicizia, sembrano dire, è forse l’unica cosa per la quale valga la pena di rischiare la pelle.

La morte di un amico, per esempio, è il motore de il Falcone maltese, primo romanzo di Dashiell Hammet e primo romanzo accreditato a questa nuova corrente. Passato alla storia con il volto di Humphrey Bogart grazie al film di John Huston, il cinico investigatore Sam Spade vuole scoprire l’assassino di un suo collega, costi quello che costi. Un modo, forse, per espiare la colpa d’essere stato l’amante della moglie del morto.

Ne Il lungo addio di Raymond Chandler, il romantico Philip Marlowe affronta un’ingarbugliata vicenda per aiutare un amico nei guai, che scopre, alla fine, essere in realtà un verme privo di scrupoli, bugiardo e assassino. Il Marlowe del libro, troppo onesto e buono, chiuderà la porta sul viso dell’ex amico, ritrovato sotto falso nome mentre si gode il frutto dei suoi traffici. Sarà vendicato da quello cinematografico interpretato da Elliott Gould, che farà giustizia sommaria del traditore.

Anche il più duro dei duri, il Mike Hammer di Mickey Spillane, mette l’amicizia sopra ogni altra cosa. E si capisce dall’incipit del primo romanzo che lo vede protagonista, Ti ucciderò. «È là. Le parole mi colpirono. Là c’era il mio amico disteso sul pavimento, morto. Il cadavere. Così dovevo chiamarlo ora. Ieri era Jack Williams. L’uomo che per due anni di guerra nella melma puzzolente della giungla aveva diviso con me lo stesso letto di fango. Jack, l’uomo che diceva di essere pronto a dare il suo braccio destro per un amico (...)» (5).

Naturalmente, il suo modo per onorare l’amico caduto sarà all’altezza della sua fama.

«Jack, tu ora sei morto. Non puoi più sentirmi. Ma forse mi senti, o almeno lo spero. Voglio che tu senta quello che sto per dire. Mi conosci da molto tempo, Jack. Sai che mantengo sempre la mia parola. Pescherò il maledetto che ti ha ucciso. Non andrà a finire sulla sedia elettrica, non sarà impiccato. Morirà nello stesso, preciso modo in cui sei morto tu, con un proiettile da 45 nel ventre. Non importa chi sia, Jack. Lo pescherò, te lo prometto».

Inutile dire che lo farà davvero, in un’orgia di sangue. Soltanto nelle sue prime sei avventure, qualcuno ha calcolato che Hammer ha ucciso ben 38 persone.

Humphrey Bogart è Sam Spade.
Humphrey Bogart è Sam Spade.

Lavorare in squadra

«L’avvento del crimine su vasta scala comportò un cambiamento proporzionale dei metodi d’indagine e di lotta contro il crimine. Nel corso degli anni Trenta, le forze di polizia si potenziarono enormemente nei Paesi occidentali. Un analogo cambiamento era ugualmente inevitabile per ciò che concerne la letteratura del crimine. Alla fine degli anni Trenta e agli inizi dei Quaranta, l’investigatore privato è sulla strada del declino, messo fuori gioco dall’ispettore di polizia adiuvato da un servizio ben organizzato» (6).

Con il passaggio al police procedural, la descrizione realistica, cioè, del duro lavoro di una squadra di poliziotti, l’amicizia che lega i vari colleghi diventa finalmente una componente essenziale del racconto, tanto quanto l’intrigo criminale.

L’esempio compiuto lo abbiamo certamente con i romanzi di Ed Mac Bain, che a partire dal 1956 scrive le avventure dell’87° Distretto della polizia di Isola, una città immaginaria identica a New York. Con l’87° Distretto, il "privato" dei poliziotti conquista le luci della ribalta. Seguiamo con eguale trepidazione e interesse la caccia all’assassino e i problemi familiari del detective Steve Carella, i suoi rapporti con l’amico Meyer Meyer, il giovane Bert Kling e molti altri. Per la prima volta, si ha anche chiaramente percezione del tempo che scorre. I figli crescono, i matrimoni finiscono, i personaggi invecchiano e, raramente, muoiono. Il poliziotto diventa finalmente essere umano completo, fuoriuscendo dall’ipostatizzazione cui era stato condannato nel ciclo precedente. Certo, anche Miss Marple era invecchiata, un po’ alla volta, ma i suoi romanzi potevano essere letti in ordine sparso, senza per questo provare la fastidiosa sensazione di essere entrati a film cominciato.

Oggi, con i moderni eroi seriali, è sempre meno possibile. Negli ultimi anni gli scrittori di gialli hanno cominciato a ritenere necessario il costruire ingarbugliate vicende personali attorno ai loro personaggi. Tra una caccia all’assassino e una dissezione sul tavolo dell’obitorio, ormai gli eroi del moderno thriller intrecciano relazioni, si separano e soffrono come nelle migliori telenovela.

Alla fine della seconda guerra mondiale, nasce in Francia la serie noir, una collana di romanzi che propone i più importanti autori anglosassoni di poliziesco, in buona misura ancora inediti oltralpe. Gli autori locali trovano così un luogo dove proporre i propri scritti e in breve tempo la produzione francese si caratterizza al punto da diventare un genere a se stante: il noir.

Lo scrittore Carlotto.
Lo scrittore Carlotto.

Il "noir" francese

A differenza del modello statunitense, il noir francese si caratterizza soprattutto per l’attenzione estrema al mondo della malavita, di frequente assunto a protagonista, e all’approfondimento psicologico di vittime e colpevoli. Se già con l’hard boiled il singolo criminale perdeva di peso di fronte alla sostanziale corruzione della società, con il noir lo stesso concetto di colpa individuale diventa molto più sfumato.

Il criminale, il colpevole, è spesso spinto all’agire da situazioni più grandi di lui, da un destino ineluttabile che lo costringe nel ruolo del deviante. Sia colpa della sua collocazione sociale o della sua cattiva stella, il criminale del noir cammina ad ampie falcate, già dalla prima pagina, verso la scarica di fucile della polizia che lo giustizierà, nella strada dove è vissuto. A questi criminali rimane ben poco di epico, se non "il codice d’onore dei ladri", l’amore di una donna perduta, e l’amicizia di quelli come loro. Chi ha visto anche un solo film di Jean Gabin versione criminale, per esempio Grisbì, sa a cosa ci riferiamo.

Il genere subisce un profondo rinnovamento negli anni Ottanta, con l’arrivo della generazione di "noiristi" formatasi culturalmente negli anni Settanta, spesso – ma non esclusivamente – negli ambienti dell’estrema sinistra. Parliamo di scrittori come Jean-François Vilar, Didier Daininckx, Thierry Jonquet, Jean-Bernard Pouy, Serge Quadruppani, Gérard Delteil, il recentemente scomparso Jean-Claude Izzo e molti altri.

Per questi autori diventa ancora più importante l’analisi e la critica sociale, soprattutto delle grandi città e delle aggregazioni che le popolano. Il loro sguardo si appunta sulle relazioni che intercorrono tra i giovani delle periferie, sulle dinamiche di gruppo che spingono ad atti estremi di violenza, una violenza demistificata, ma vista come unica possibilità di rivolta a un ambiente ostile. Spesso è proprio una scelta affettiva a portare il protagonista di un romanzo noir sulla strada del crimine: per vendicare un compagno ucciso o per aiutarlo a procurarsi soldi facili.

Questa valorizzazione dei legami amicali sembra essere, per la nuova leva di scrittori, una vera a propria dichiarazione programmatica. Di fronte alla crisi contemporanea dei valori, alla sconfitta delle ideologie, sembrano dire, rimane solo l’amicizia cui aggrapparsi per dare un senso al mondo.

Stacy Keach interpreta Mike Hammer.
Stacy Keach interpreta Mike Hammer.

L’Italia di Carlotto

Una nuova generazione di giallisti è apparsa in Italia a partire dalla fine degli anni Ottanta, creandosi un vasto pubblico e ottenendo risultati di vendita non disprezzabili. Piccole e grandi case editrici si stanno specializzando nel proporre i nuovi autori, e giustamente si comincia a parlare di una "via italiana" al giallo. Non nascono dal nulla, naturalmente.

Giorgio Scerbanenco, considerato il padre del giallo italiano moderno, aveva cominciato a scrivere negli anni Quaranta, e maestri come Fruttero & Lucentini, Renato Olivieri, Loriano Machiavelli mietono successi almeno dagli anni Settanta. Ma la nuova ondata di scrittori possiede caratteristiche inedite, soprattutto nella capacità di coniugare indagine sul territorio, spirito dei tempi e stile innovativo. Lontani dai sensazionalismi del thriller americano, come dalle telenovela tanto di moda, i "noiristi" italiani creano investigatori sui generis di solito in grado di svolgere la propria funzione di solutori di crimini grazie alla collaborazione di uno o più amici, dalle caratteristiche alquanto singolari.

Esponente di spicco di questa corrente è sicuramente il padovano Massimo Carlotto. Autore già di cinque romanzi, il suo personaggio è l’Alligatore, un ex musicista che ha subito un’ingiusta detenzione per sette anni, specializzandosi in carcere nel ruolo di paciere tra diverse fazioni di malavitosi. Tornato uomo libero, con la voce oramai rovinata, si ricicla come investigatore senza licenza, soprattutto in aiuto ai diseredati della terra. Un compito difficilissimo, che sarebbe impossibile senza il costante aiuto dei suoi due migliori amici. Due tipi un po’ particolari... (...)

«Avevo due soci. Beniamino Rossini, detto il vecchio Rossini per distinguerlo dai suoi numerosi fratelli, era uno degli ultimi rappresentanti della malavita vecchio stampo. Aveva iniziato da ragazzino aiutando la mamma, leggendaria contrabbandiera di origine basca, a trasportare merce di contrabbando attraverso il confine svizzero. Poi si era dedicato alle rapine miliardarie. L’ultima era andata male e ci eravamo conosciuti in una casa di reclusione dove l’avevo aiutato a uscire da una situazione spinosa con un gruppo di camorristi (...). L’altro socio era Max, la memoria. Era appena uscito di galera, graziato dal presidente della Repubblica. Il provvedimento di clemenza era frutto di un accordo con un giudice antimafia che non avevo esitato a ricattare. A quel tempo, Max era latitante per una storia degli anni Settanta. Si occupava di controinformazione per un gruppo della sinistra extraparlamentare e aveva a disposizione una rete di informatori che spiavano tutto e tutti» (7).

Si tratta di combattere la mafia del Brenta o di liberare dal carcere un innocente accusato di spaccio di cocaina colombiana, il terzetto si muove affiatato, alla ricerca di una giustizia vera, probabilmente non di questo mondo.

Il giallista Carlo Lucarelli.
Il giallista Carlo Lucarelli.

Una spazzina milanese

Tra tante amicizie virili, tutte cazzotti, whisky (o calvados) e pistolettate, è necessario a questo punto inserire una donna: Nicoletta Vallorani. Autrice sia di noir che di fantascienza, nel 1996 ha creato un’investigatrice assai differente dall’usuale. È Zoe Libra, una spazzina milanese, che nelle due avventure che la vedono protagonista, La fidanzata di Zorro e Cuore Meticcio (8), si muove in una città più grottesca che drammatica, con un intero serraglio di amici e amiche dalle caratteristiche stravaganti: il poliglotta Mossad, l’investigatrice metallara Lupin, l’anarchico Scarafaggi (così detto per la sua passione di dipingere le blatte con la A cerchiata). Per non parlare di una famiglia molto, molto alternativa così ben descritta dalle parole di Mossad: «(...) Senti, Zoe: tua sorella sta negli Stati Uniti dopo che quasi si sposava un maniaco omicida, la tua nipote più grande studia da Einstein, naviga su Internet e al gabinetto si legge i filosofi greci, quella più piccola cattura scarafaggi e li dipinge con lo smalto fucsia e tua nonna si è appena fatta i colpi di sole e ha scoperto gli abitini stretch...».

Le indagini di Zoe, su un serial killer la prima e su un assassino di malati terminali la seconda, sono soprattutto un modo per mostrare un’umanità dolente e felice, che riesce a sopravvivere a un esterno ostile, soprattutto grazie alla forza dei legami interpersonali delle famiglie allargate.

Milanese è anche il terzo personaggio seriale del noir italiano, forse il più conosciuto di tutti, insieme con il suo autore: Lazzaro Sant’Andrea di Andrea G. Pinketts, arrivato con L’assenza dell’assenzio al suo quinto romanzo (9).

Grande frequentatore della Milano notturna, più giustiziere che investigatore, anche Sant’Andrea ha un’autentica passione per i personaggi emarginati, per i bevitori, i barboni, i travestiti, le prostitute. Le sue indagini sono soprattutto peregrinazioni tra un ambiente e l’altro, lunghe chiacchiere e bevute. Se pur esiste un atto deduttivo in Sant’Andrea, a dare corpo alle sue ricerche è soprattutto la capacità di entrare nell’animo umano, l’immedesimarsi nelle sensazioni altrui. Anche in questo caso, è una nutrita schiera di amici e amanti a dargli man forte, come Pogo il Dritto, tassista che lo scarrozza, o l’armata brancaleone che lo aiuta contro il criminale sadico de Il conto dell’ultima cena (10).

Tralasciando i personaggi seriali, uno dei romanzi più interessanti usciti nell’ultimo periodo è quello del genovese Marco Berisso, classe 1964, filologo medievale e scrittore: Il Verbale (11). È un noir atipico, perché il protagonista, Laundrian, non indaga su un omicidio, ma sul suicidio del suo miglior amico Fabio, leader del gruppo, ormai disperso, che aveva frequentato per tutti gli anni Ottanta. E che si era sciolto, senza un motivo particolare, forse perché non esisteva un vero motivo per il quale rimanesse assieme.

La ricerca di Laundrian, però, si snoda con i meccanismi di un giallo asciutto e crudele, mettendo in luce la crisi di una generazione che sembra non avere più valori forti. Il protagonista, finito in una sorta di abulia spirituale, ritrova una ragione d’essere proprio attraverso questa personalissima indagine, alla caccia di una ragazza, Alice, che forse è stata l’ultima a vedere l’amico vivo e che forse è stata la causa della sua morte. Quello che troverà, però, sarà molto di più di quello che aveva cercato e qualcosa di molto differente da quello che il lettore poteva aspettarsi. E niente consolazione, alla fine. 

«(...) E io, in quella notte del gennaio o febbraio degli ultimi anni Ottanta, mentre aspettavo chissà cosa dentro il mio cappotto, guardavo l’inutile spreco di energie di quei crostacei inoffensivi, che passavano quelle che con tutta probabilità erano le ultime ore della loro vita a combattere senza la possibilità di arrivare a niente e mi sono messo a ridere da quanto mi sembrava grottesco tutto quello che stavo vedendo. E ho riso proprio tanto, fino ad avere il mal di stomaco. E mi sembra, adesso, che questa cosa possa servire, in un certo senso, da spiegazione verosimile per quello che è stato il mio rapporto con la morte di Fabio, e poi con Alice (...)».

I malavitosi di Lucarelli

Ultima citazione, necessaria: Carlo Lucarelli. Il decano dei nuovi giallisti italiani, caposcuola del gruppo bolognese. Normalmente più interessato alle storie secche, di criminalità e malavita, che alle divagazioni sentimentali, in Guernica (12), suo ultimo breve romanzo dato alle stampe (remake rimaneggiato di una delle sue prime prove) decide di mescolare in eguale misura amore e morte. E la vicenda è ancora una volta l’indagine attorno a un amico scomparso, ma nella Spagna del ’37, tra franchisti e brigate internazionali. Il protagonista Filippo Stella, vero pendaglio da forca doppiogiochista, capace di vendere i fascisti agli anarchici e gli anarchici ai fascisti, è costretto, infatti, a fare da balia a un capitano altolocato, alla ricerca del cadavere di un ancor più altolocato tenente di fanteria, caduto «colpito al petto dalla mitraglia».

In realtà, è una morte che non trova conferma, e in un territorio sempre più surreale, dove lo spettro di una città distrutta turba il sonno, la ricerca troverà una fine ancora più surreale. E cupa. Alla fine di questa breve carrellata, possiamo dire che del pacato ottimismo del giallo delle origini, oggi, sembra non esservi più traccia. E viene quasi da rimpiangere la tranquillità dell’amicizia vittoriana di Holmes e Watson, dove tutto si risolveva con una chiacchierata di fronte al caminetto acceso.

Sandrone Dazieri

Segue: Personaggi di un'Italia rassicurante

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